R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Dimenticatevi di Ravi Shankar. Dimenticatevi di tutto ciò che vi sembra di sapere per quello che riguarda la musica indiana. Mettete alle vostre spalle le sonorità del sitar, della tanpura. Che scenda l’oblio sulla visione orientaleggiante innescatasi negli anni ’70, sulle vesti colorate, sui Ganesha, sulla ganja, e su tutta l’India da cartolina che ci piaceva così tanto. Sarathy Corwar, percussionista e batterista, nato negli Stati Uniti ma vissuto in India ed ultimamente emigrato a Londra, deve probabilmente parte della sua formazione culturale a Edward Said, saggista palestinese ma insegnante negli Usa fino alla sua morte nel 2003. Egli ridiscusse in un suo celebre testo del 1978 il concetto orientalista che l’occidente aveva costruito negli anni a seguire dal colonialismo inglese, concetto strutturato, a suo dire, da una visione distorta e riduttiva, fortemente eurocentrica di un mondo così lontano geograficamente e culturalmente. Forse, proprio a causa di questa critica circostanziata, la musica di Corwar è quanto di più lontano possiamo immaginarci da ciò che definiremmo, prendendo un grosso abbaglio, arte etnica.

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