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MUSICA

Nirvana – Nevermind – 30th Anniversary Edition (Geffen Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Scrivere sui Nirvana a trent’anni dall’uscita del loro capolavoro fa un certo effetto. Chi conosce il disco, lo ha già fatto suo da qualche decennio e oggi lo potrà trovare tranquillamente in casa propria sotto a un lieve strato di polvere. L’incipit è una provocazione e rappresenta bene la realtà dei fatti, in quanto, chi lo acquistò, lo consumò letteralmente e alla fine lo riversò completo nel suo lettore mp3. Chi invece non lo ha mai digerito, lo ha tenuto come oggetto pop di culto. Pochi dischi diventano un “classico” e Nevermind è uno di questi. Tanto per cominciare, la scaletta del primo disco; si tratta delle 12 canzoni originali (13 se si conta la ghost track Endless, Nameless, mai citata come traccia effettiva, ma amata e riproposta più volte dal vivo da Cobain), irrinunciabili e per le quali è davvero difficile premere il tasto e passare alla successiva. Forse è proprio questo che contraddistingue un capolavoro da un disco bello; Nel primo caso si ascolta tutta l’opera senza saltare alcun contenuto, nel secondo, si selezionano quelle canzoni memorabili, che potrebbero far parte della compilation ideale del momento.

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Anais Drago – Solitudo (Cam Jazz, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Cerco di essere sempre sincero quando scrivo, visto che nella vita di tutti i giorni spesso non si riesce ad esserlo fino in fondo; con tutta sincerità, quindi, posso affermare che ho esitato un po’ a scrivere di Solitudo, seconda fatica discografica della violinista Anais Drago, pubblicata ad inizio ottobre dall’etichetta Cam Jazz. Ho esitato perché temevo di non essere in grado di produrre un numero sufficiente di parole legate tra loro, a commento di un disco di violino solo. Invece, una volta infilata la cuffia sulla testa, essermi isolato da ciò che mi circonda ed aver premuto il tasto “Play”, mi sono reso immediatamente conto, che di parole ne avrei trovate anche troppe (e non per merito mio). Il violino di Anais, acustico ed elettrico, è qui chiamato al cimento su un tema di non poco conto e che, come tutti i temi universali, può diventare una trappola. Il tema è, come dice esplicitamente il titolo, la solitudine. Avendo tra le mani uno strumento vocato alla solitudine come il violino, Anais Drago parte con un certo vantaggio, ma il rischio era comunque grande. Ma chi si assume grandi rischi, se riesce ad uscirne indenne, ottiene poi anche grandi risultati.

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Elbow – Flying Dream 1 (Polydor Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Una grande aspettativa accompagnava l’uscita del nuovo disco degli Elbow. Per la presentazione del nuovo album, Guy Garvey, leader e voce sopraffina della band britannica, sembrava quasi aver messo le mani avanti, indicando quelle che avrebbero potuto essere le loro principali influenze. “Ci siamo resi conto che stavamo realizzando un disco privo delle solite linee guida creative. Amiamo album come gli ultimi dischi dei Talk Talk. Solid Air e Bless the Weather di John Martyn, Is This Desire di PJ Harvey, Chet Baker Sings, Hats dei Blue Nile. Hounds of Love di Kate Bush e Astral Weeks di Van Morrison. Abbiamo sempre scritto canzoni come queste, ma ci è sembrato naturale fare un album che si concentrasse sul lato più intimista della nostra musica. È stata una sfida”. Bene, sciogliamo qualsiasi dubbio prima di procedere. La sfida è stata vinta. Se è pur vero che in ogni opera si può giocare alla ricerca della citazione più o meno velata, nel caso specifico, dopo oltre vent’anni di carriera, possiamo ben parlare di uno stile Elbow e, si tratta di qualcosa che è riconoscibile fin dai primi secondi di ascolto.

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Omar Sosa & Seckou Keita – Suba (Otà Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Una delle parole che più spesso, ultimamente, si ascolta o si legge nelle interviste rilasciate dai musicisti neri – a qualunque parte del mondo appartengano – è “ancestors”, leggi “antenati, avi, progenitori”. Mai come in questo periodo dove lo spirito del tempo soffia attraverso forze contrarie – politiche, ambientali, razziste ecc – si è notato un riacceso bisogno di ricostruire antichi legami identitari. È pur vero che il concetto di “identità culturale” può anche essere ambiguo, se letto di traverso e rischia a volte di alimentare, paradossalmente, gli stessi pregiudizi che vorrebbe combattere. Qui però, tra un musicista cubano come Omar Sosa ed uno senegalese come Seckou Keita, si riallaccia un legame sotterraneo che precede le loro vite, che risale a ritroso negli anni, ripercorrendo all’indietro le onde dell’Atlantico per riportarli entrambi “a casa”, la terra d’Africa da cui provengono le loro tracce genetiche. A dire il vero i due musicisti si sono conosciuti diverso tempo fa quando, nel 2017, hanno prodotto Transparent Water. Si è inserito così, nella cospicua discografia di Sosa – oltre una trentina di album pubblicati – un lavoro sui generis, lontano dalla matrice jazzistica del pianista cubano ma più vicino alla riscoperta delle proprie radici con l’aiuto, allora come oggi, di Keita e della sua kora. A proposito di questa, a Keita dobbiamo il merito di essere stato uno dei più importanti maestri di uno strumento d’importanza fondamentale nell’ambito musicale africano – e senegalese in particolare – e di aver creato una nuova accordatura in grado di sintetizzare le altre quattro principali conosciute nell’Africa centrale. Il suono della kora, inconfondibile per la sua intrinseca dolcezza e luminosità è una via di mezzo che ricorda in parte sia il liuto sia l’arpa. Sosa racconta che durante l’incisione di questo Suba (alba) avvenuta in Germania a Osnabruck in bassa Sassonia, dopo una vacanza con Keita a Minorca, si era potuto percepire la presenza degli Olishas, entità comprese nei culti della Santeria cubana, intermediari tra gli esseri umani e gli dei.

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Oddkin – Oddkin (Self-released, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Francesca Marchesini

Oddkin = legami di parentela non riproduttiva e alleanze trasversali e responsabili (Donna Haraway, 2015)

Gli Oddkin, duo composto da Lilah Larson ed Ezra Miller, hanno dato notizia della propria formazione agli inizi di ottobre; in realtà non si tratta della nascita di una nuova band, ma di una ridefinizione di un’entità mutaforma e polifonica precedentemente conosciuta come Sons of an Illustrious Father. Nel corso degli anni, sei diversi musicisti hanno portato a compimento due album e diversi singoli. Questo “contenitore in costante espansione e contrazione”, come gli Oddkin scrivono sul loro profilo Instagram per annunciare il proprio (ri)battesimo, si ispirava in modo ironico alla parabola del figliol prodigo che rimaneva ancorato al proprio passato; ora la Larson e Miller (unici membri stabili) vogliano affermare la propria volontà sul presente così come l’importanza dei rapporti necessari alla sopravvivenza su un piano sociale e psicologico, ispirandosi quindi alla teoria cyborg della filosofa statunitense Donna Haraway.

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Jónsi – Obsidian (Krunk Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Massimo Menti

L’ossidiana è una roccia eruttiva effusiva, nera, dai bordi taglienti come lame, dura e fragile allo stesso tempo, un vetro vulcanico che si forma per rapido raffreddamento della lava. Jónsi (Birgisson) cantante e artista islandese (e leader della band Sigur Rós) riversa queste precise caratteristiche in Obsidian, il nuovo album uscito a sorpresa ad un anno di distanza dal precedente Shiver. Il progetto accompagna anche l’omonima mostra che si terrà fino al 17 dicembre alla Tanya Bonakdar Gallery di New York. Hrafntinnublómstur in islandese fiore di ossidiana è una scultura di grandi dimensioni presente nella galleria d’arte (e usata come cover del disco) composta da roccia vulcanica, resina, noci brasiliane bruciate, sabbia nera, muffa ed acciaio. Jónsi non solo musicista dunque, ma anche artista a tutto tondo, capace di mescolare elementi di natura diversa per generare nuove creature, una specie ibrida sintetico mineral-floreale.

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Domenico Gnoli @ Fondazione Prada, Milano

A R T E – M O S T R E


Articolo e immagini di Mario Grella

Non ho fatto la sciocchezza di andare a studiare le mele cubiste come voleva Severini, che io non sento, né gli altri ‘purismi’ che si propongono a quelli che cominciano a dipingere. Io non ho fatto che trasportare tutto il mio stesso mondo di decoratore in un mondo di pittore, sfrondandolo dei fronzoli, dello stile antico, e di ogni eleganza, mettendone insomma a nudo quello che per me, tra torri e scale solitarie è l’elemento di poesia, di dramma qualche volta…”  E se lo dice lui, Domenico Gnoli, tanto vale credergli. La sua pittura non porta con sé grandi messaggi, anzi forse non porta con sé nessun messaggio, oppure, ed io appartengo a questa scuola di pensiero, porta con sé il più grande di tutti i messaggi dell’arte e della poesia: la meraviglia, che del poeta e, conseguentemente, dell’artista,  come aveva intuito Gian Battista Marino, era il fine. Il messaggio di Domenico Gnoli è tutto qui. Inutile raschiare nel nostro desiderio di “andare oltre”, di “capire”, inutile cercare chiavi di lettura del mondo, inutile pensare, meglio guardare. Qualche volta “guardare” riempie la nostra mente, più del “pensare”. Magari guardando da vicino, da punti di vista inconsueti o incongrui con la logica visiva.

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Michael Venturini – Popolare Fuori Moda (Costello’s / Artist First, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Michael Venturini, al suo esordio discografico dopo anni di gavetta e autoproduzioni, si presenta a questo appuntamento importante con Popolare Fuori Moda, un disco che trabocca di colori e di immagini. Alibò è la traccia di apertura a questo prontuario, un manuale di sopravvivenza alla vita, che ci mette a dura prova nel quotidiano attraverso piccole o grandi lotte. Alibò è però anche il nome del protagonista di questa canzone, ma potrebbe far pensare a degli “alibi” declinati al passato. Il cantautore ci racconta delle storie fatte di pretesti e scuse, anche verso sé stessi e la propria parte giovanile che via via va scemando verso l’età adulta. Questa ironia universitaria del protagonista carico di idee e ambizioni con le quali dovrà fare i conti, non è innovativa, ma è presentata da Venturini in maniera originale.

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Vincenzo Zitello – Mostri e Prodigi (Telenn Recording, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

La parte immaginifica di ognuno di noi vive di simboli, fantasie, ricordi e visioni del futuro. In questa s’agitano sogni, sentimenti complessi ed emozioni in un continuo moto dinamico di scambio con la realtà comune. Il punto è proprio questo: cosa condividiamo con gli altri di ciò che chiamiamo reale? Tutti seguiamo, chi più o chi meno, la via della Ragione, ma sappiamo per esperienza che questa strada non è la sola. Non ci serve quando affrontiamo amori e distacchi, dolori e speranze. Allora è il grande mare dell’immaginazione, della fantasia e dell’inconscio a cui ci rivolgiamo per attingervi le forze necessarie al nostro cammino e per trovarvi eventualmente conforto. Vincenzo Zitello, polistrumentista e virtuoso dell’arpa celtica, ha una lunga pratica di percorrenza attraverso gli impervi ma affascinanti territori di questa “finis terrae” e molti dei suoi precedenti lavori lo dimostrano. Da Metamorphose XII dove in copertina una grossa chiave promette di aprire una serratura misteriosa ad Infinito, da Arcana Mundi – un lungo viaggio attraverso i codici interpretativi e proiettivi dei Tarocchi fino all’odierno ed ultimo Mostri e Prodigi. L’aspetto mostruoso non è però, in questo contesto, attribuibile al concetto freudiano di “ritorno del rimosso”, non solo, almeno. Le creature mostruose che Zitello ci racconta sono puri archetipi, cioè simboli arcaici primordiali. Ci troviamo di fronte a ibridi, cioè creature assemblate di parti animali e umane le cui origini vanno ricercate negli arcaici culti animistici. Zitello, sapientemente, ne ha raggruppati alcuni ben presenti alla base della cultura dell’Occidente e quindi nel Mito greco ma non solo. Creature similari si trovano nei miti orientali, nelle favole nordiche e africane. L’Uomo ha un patrimonio psichico comune, un’essenza condivisa a tutte le latitudini e questi “mostri” così presenti in ogni sottofondo mitico lo dimostrano. Vincenzo Zitello opera in questo suo ultimo lavoro tra melodie incantatorie e arrangiamenti pieni di respiro con un album omogeneo in cui le diverse creature prodigiose che si susseguono fungono da pretesto per questa serena, speleologica discesa verso il profondo. I mostri gettano la maschera e si dimostrano per quello che sono, null’altro che lo specchio di una parte di noi, la parte meno convenzionale e più misteriosa che scivola verso i territori dell’inconscio.

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