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Voci fuori dal coro

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MUSICA

Cloud Nothings (opening Big Mountain County) @ Circolo Ohibò – Milano, 14 febbraio 2019

Articolo di Luca Franceschini e immagini sonore di Andrea Furlan

Dylan Baldi non sta benissimo, mi dicono che ha cancellato un’intervista e che ha passato le ore precedenti allo show tranquillo nel backstage per evitare di peggiorare la situazione; cosa che, data la fitta schedule di quei giorni, sarebbe stata piuttosto problematica.

Quando i quattro di Cleveland salgono sul palco, tuttavia, sembra essersi ripreso piuttosto bene. Certo, salta a piè pari On the Edge, l’opener del nuovo disco e la cosa fa pensare a difficoltà vocali (in effetti è tiratissima, iniziare così avrebbe voluto esaurire tutte le energie in tre minuti!), visto che in tutto questo tour lo stanno suonando dall’inizio alla fine e anche questa sera faranno uguale. La voce inoltre appare più roca del solito, a tratti affaticata. Al di là di questo, però, le cose funzionano benissimo. Tj Duke, Jayson Gerycz e Chris Brown sono in forma e supportano alla grande Baldi nel dare forma alla devastazione sonora che per un’oretta abbondante investirà l’Ohibò.

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Il Muro del Canto: distanza, amore, tempo e ricordi… [l’intervista]

I N T E R V I S T A


Articolo di Sabrina Tolve

A quasi sette anni da L’Ammazzasette, Il Muro del Canto ha pubblicato a ottobre dell’anno scorso L’amore mio non more, album vibrante e bellissimo di cui trovate la recensione QUI. Nonostante io viva ormai in Irlanda, Il Muro del Canto è uno dei ricordi più cari che abbia della mia vita a Roma, e uno dei legami più forti che abbia con la città eterna: le descrizioni della metropoli, le sue dinamiche, le sue storie di amore e coltello, la sua immensa mitologia fatta di piccole storie di miseria umana, sono puntuali e poetiche, ed esprimono quanto di più grande, fragile e complicato questa città abbia da offrire. Ma come detto altrove, queste storie non appartengono solo a Roma, sono storie che in un modo o nell’altro ci riguardano tutti.
Nei testi, Il Muro del Canto racchiude tutta questa bellezza e delicatezza, con tenerezza e sprezzante ironia. Questi sono i motivi principali per cui, quando ho saputo di poterli intervistare, non ho indugiato un secondo. Questo è quel che è venuto fuori, tra distanza, amore, tempo e ricordi, con il frontman Daniele Coccia.

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Nada – E’ un momento difficile, tesoro (Woodworm, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Alessandro Berni

L’album si apre con una title track che è come una seduta di esorcismo autogestita. La musica è quanto di più scoppiettante Nada abbia concepito in questi anni. Un riff ritmico di chitarra elettrica di sapore underground, sul cui incessante levare la cantautrice toscana infila una melodia che fluisce sorniona alla maniera scanzonata tipica dell’epica dei ’60. Il tono è quello di giocare in chiave ironica e sorridente su paure, fobie e incomprensioni, come ben sottolineato anche in un divertente videoclip dove la nostra fa il controcanto alla civiltà dell’estetica ad ogni costo. La voce è prima collocata in un involucro low-fi che ricorda i dischi mono, quindi si espande fiera negli altoparlanti, note gravide di piano elettrico si imbucano a fasi alterne completando la linea armonica di un brano semplicemente perfetto. E’ l’inizio al contempo drammatico e irriverente del nuovo disco di Nada E’ un momento difficile, tesoro.  

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Mòn – Guadalupe (Urtovox, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Giovanni Carfì

Ci sono vari colori all’interno del nuovo album dei Mòn, basta osservarne la copertina per poterne immaginare l’effettivo contenuto sonoro. Abbiamo una predominanza di verde e azzurro, ma l’occhio cercando di delineare un’immagine finita, si ritrova a vagare da un punto all’altro scoprendo dettagli nascosti e sfumature: piccole figure umane, fiamme, orsi e piramidi, in una composizione che rispecchia molto ciò che l’ascoltatore si dovrà aspettare.

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Cor Veleno: libertà, spirito e magia [l’intervista]

I N T E R V I S T A


Articolo di Iolanda Raffaele

In occasione dell’uscita di “Lo spirito che suona” Off Topic ripercorre la carriera dei Cor Veleno grazie al rapper Giorgio Cinini, Grandi Numeri.

Da 21 Tyson ad oggi, come sono cambiati i Cor Veleno e chi sono diventati?

Domanda difficilissima! Sarebbe più indicato chiederlo al pubblico che ci segue da tanto tempo. Indubbiamente abbiamo raggiunto moltissimi traguardi professionali ed umani, che ci hanno riempito di fiducia. Molto tempo prima che il rap trovasse braccia aperte nel panorama musicale, abbiamo fatto da precursori, è vero. E, nostro malgrado, abbiamo fatto anche da punti di riferimento. Ricordo spesso una frase scritta da Primo su “Sempre grezzo”, che sostanzialmente racconta “Il clima” di quando abbiamo iniziato. “Ricordo nei novanta quando Roma boicottava i Cor Veleno”. Storia vera… era difficile per molti di noi fare rap in un’era in cui qualsiasi cosa minimamente ricollegabile al rap americano fatta in Italia era solo uno scimmiottamento dell’originale. Un paese che riteneva più che sufficiente il rap disimpegnato di Jovanotti. Spazio per fare? Tantissimo. Gente disposta a credere in te? Zero. Ma è quello che da sempre ha fatto da molla in noi per riuscire ad emergere e non accontentarci della merda melodica del secolo scorso.

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Ian Brown – Ripples (Polydor, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Chiara Bernini

Effettivamente, la decennale e desolante assenza dalle scene di Ian Brown era passata inosservata, o quantomeno in secondo piano, grazie all’attesissima reunion nel 2017 (anticipata dalla pubblicazione di due singoli inediti) degli Stone Roses, sua band di appartenenza, nonché uno dei simboli musicali e stilistici per eccellenza di Manchester. Un silenzio, pertanto, giustificatamente andato perso nel dimenticatoio… anche se temporaneamente.

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Cory Henry @ Blue Note – Milano, 9 febbraio 2019

Articolo di Walter Muto immagini sonore di Roberto Cifarelli

Anni fa mi occupai dell’allestimento di una mostra su Mozart. Fra gli altri contributi ve ne era uno di un famoso neuropsichiatra, e proprio a quelle parole ho ripensato vedendo suonare, prima in un in un video degli Snarky Puppy (in particolare il suo solo da 4:18) e poi qualche giorno fa al Blue Note di Milano, Cory Henry. Vi propongo le stesse parole, che riassumono il concetto principale: “Oso proporre che Mozart abbia pensato LA musica, contrariamente all’idea che abbia pensato IN musica. Rifiuto l’idea di pensiero musicale: c’è solo atto musicale. La musica di Mozart ne testimonia come di un forte pensatore, un pensatore che, trovatosi corredato precocemente di un’eredità musicale rara, non è stato così idiota da gettarla ma al contrario l’ha investita con tutta la sua – propriamente parlando – iniziativa.”

Cory Henry - Blue Note Milano - Foto di Roberto Cifarelli

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Deaf Kaki Chumpy @ Rosetum Jazz Festival – Milano, 8 febbraio 2019

L I V E – R E P O R T


Articolo di James Cook ed ElleBi

I Deaf Kaki Chumpy sono un ensemble nato a Milano sui banchi della Civica scuola di jazz Claudio Abbado. Un incontro che poteva essere solo didattico, è diventato invece sia personale che artistico. Lo spunto di questo progetto risale al 2015, quando il pianista Alberto Mancini ed il bassista Andrea Daolio, partiti da un trio, decidono di allargare il gruppo. Spinti da quella che i ragazzi stessi definiscono una “ingordigia musicale”, nel tempo hanno aggiunto: una sezione fiati, due batterie, due chitarre, percussioni, tastiere e cinque cantanti, arrivando all’attuale formazione composta da 18 elementi. Partiti dalla convinzione che le cose grandi si possono fare tutti insieme, i Deaf con talento ed entusiasmo hanno creato una musica fatta di comunione, scambio, sinergia sia fra i musicisti che con il pubblico. Le loro sono note estremamente colorate e narrative, ogni componente è un elemento piccolo ma indispensabile per dare forma al suono d’insieme che si propone come una miscela unica di jazz, funk, r’n’b, latin, hip-hop, elettronica e progressive.

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Bring Me The Horizon – Amo (RCA, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Manuel Gala

Se potessimo riavvolgere per un momento il nastro e tornare a Sheffield nel 2004, quando Oliver Sykes decise nella sua testa che era finalmente giunto il momento di mettere insieme la sua band, nessuno avrebbe mai scommesso un solo euro (o un solo penny visto che siamo in tema di brexit) di ritrovarsi, dopo 15 anni, a questo bivio.

I cambiamenti talvolta portano nuova linfa, nuovi stimoli e nuovi orizzonti. Ma è sempre così?

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