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MUSICA

Bruce Nauman – Neons Corridors Rooms @ Pirelli HangarBicocca, Milano

A R T E – M O S T R E


Articolo di Mario Grella

Forse non tutti sanno che Bruce Nauman, da giovane, aveva intrapreso studi matematici, ma invece di un razionalissimo matematico è diventato un razionalissimo artista, sfatando, ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che arte e razionalità, spesso, molto più spesso di quanto si ami credere, non possano convivere. Ed è proprio applicando il metodo rigoroso dell’indagine scientifica che verità, spesso indiscusse e tramandate, possono non bastare a fornire una percezione univoca e rassicurante della realtà. Visitare la magnifica mostra Neons Corridors Rooms del Pirelli Hangar Bicocca di Milano conferma ampiamente questa tesi ed è quindi fortemente consigliato, fino al 26 febbraio, costringere il vostro corpo a visitarla, visto che anche il vostro corpo diventerà parte della ricerca del grande artista americano. Bruce Nauman usa il corpo (soprattutto quello del visitatore), come materiale scultoreo umano e le sue installazioni non potrebbero vivere senza il corpo di chi le attraversa e le percorre. Il corpo del visitatore si trova a vivere in una sorta di “dasein” per usare un termine caro all’esistenzialismo, nell’opera stessa. “Esserci” questa potrebbe essere la traduzione del termine tedesco: esserci per esperire ed essere esperiti.

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Michele Sannelli & The Gonghers – Inner Tales (Wow Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Lucio Vecchio

Inner Tales è il disco d’esordio di Michele Sannelli (percussionista poliedrico classe 1992) & The Gonghers, formazione nata nelle aule del conservatorio Verdi di Milano e proseguita fuori negli anni grazie alla passione e all’amicizia che lega i giovani componenti della band. Per cercare di capire il contesto in cui si pone questo disco vale la pena di riavvolgere il nastro e ripartire dall’inizio. A cavallo fra il diciannovesimo ed il ventesimo secolo la scena newyorkese era interamente occupata dall’industria discografica che venne poi ribattezzata in termini dispregiativi Tin Pan Alley. Come atto di emancipazione dalle sonorità in voga a quell’epoca si fece avanti un nuovo stile, subito etichettato come Prog Rock o Progressive Rock. L’idea era quella di dare uno spessore culturale al Rock facendolo progredire (da qui il nome) verso un genere di maggiore complessità cosi da avvicinarlo alla cosiddetta musica colta. Un cambio di paradigma che mutò la struttura dei brani trasformandoli in vere proprie suite che duravano anche quanto un intero LP (circa 40 minuti). Il Prog Rock ebbe la sua massima diffusione durante la metà degli anni settanta per poi trasformarsi e influenzare altri generi musicali. Inner Tales trae la sua ispirazione proprio dai concept album del prog rock di quegli anni (il nome stesso deriva dai Gong di Pierre Moerlen, gruppo della scena di Canterbury al quale il quintetto si è ispirato nella prima parte della carriera e tuttora presente nella propria musica), in chiave più jazz, introspettiva e moderna.

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Stephan Micus – Thunder (ECM Records, 2023)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

È un mondo insolito, quello abitato da Stephan Micus. Forse siamo noi a non accorgerci di quanto la realtà sia eterogenea e composita. Di certo, Micus, ”vecchio” hippy dalla pulsione errante mai sopita, mosso quasi da una genetica wanderlust che lo spinge a viaggiare nei posti più lontani, è da sempre alla ricerca soprattutto di suoni inusuali o comunque non cosi facilmente assimilabili e metabolizzabili dalla cultura occidentale. Dopo venticinque (25!!) album pubblicati a suo nome per ECM, il sessantanovenne musicista di Stoccarda è votato al suono della beatitudine, una musica ottenuta con strumentazione acustica, di tradizione antica, così radicata nei secoli in grado di condurre l’Autore al cospetto di un primitivo sapere, risultato forse d’un insieme di intuizioni che parte dalle radici dell’induismo per transitare attravero religioni e miti orientali, approdando poi, dopo un lungo e ricco viaggio, in Occidente. Micus viene a contatto non solo con le tradizioni e i miti dei paesi che visita, ma soprattutto con gli strumenti musicali che trova – quando non sono gli strumenti stessi a trovare lui! In questo suo ultimo lavoro, Thunder, dedicato alle minacciose divinità dei tuoni in cui hanno creduto – e credono ancora – molti popoli distribuiti dall’Asia all’Europa, Micus utilizza soprattutto tre strumenti particolari. Il primo, di provenienza himalayana, si chiama dung-chen, una sorta di tromba lunga circa quattro metri che viene usata nelle cerimonie buddhiste all’interno dei monasteri. Il secondo è il ki kun ki, uno strumento a fiato lungo un paio di metri, dal suono simile ad una tromba ottenuto soprattutto inalando aria più che soffiarla, costruito con un unico stelo ligneo che cresce in certe foreste siberiane – avrebbe mai potuto trovarsi dietro casa nostra? – ed il terzo è il nahkan, una specie di flauto di provenienza giapponese. Naturalmente questi non sono i soli mezzi che Micus padroneggia perché, oltre a servirsi di strumenti già collaudati, egli utilizza sovraincisioni della sua voce – e questa non è una novità nella sua discografia – riuscendo a creare effetti di canto ipnotici a richiamare a volte echi di formule sciamaniche e liturgiche. Certo Micus non è nuovo per Off Topic e se volete saperne di più potete consultare la recensione del suo disco dell’anno scorso, Winter’s end, che trovate qui. Tenete presente che comunque Micus suona tutto ciò che sia suonabile e gestisce in solitudine, attraverso opportune sovraincisioni, ogni strumento che potrete ascoltare in questo album.

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Ryuichi Sakamoto – 12 (Milan Records, 2023)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Accompagnato da una sola lettera firmata e non da un tradizionale comunicato stampa, 12, il nuovo album di Ryuichi Sakamoto, si presenta come un’opera strana e disturbante. Non è un disco semplice e non è mai facile aver a che fare con musicisti affermati, soprattutto se stanno affrontando un momento complesso della propria esistenza. La lettera poco sopra menzionata, è scritta dall’artista di suo pugno e ci vuole informare sulle sue condizioni fisiche e sul fatto che sta lottando per poter continuare a fare ciò che più gli piace nella sua vita. Incipit d’obbligo. Chi si trova a recensire dischi, lo si fa non appena possibile sempre alla costante ricerca del tempo perduto e quando l’uscita del lavoro dell’artista è imminente. O anche qualche giorno prima, presumibilmente per battere sul tempo altri colleghi. O forse, per dimostrare con quanta semplicità è possibile pubblicare uno scritto di qualche centinaio di parole. Trovo tutto questo abbastanza irrispettoso, perché sono d’accordo sui tempi stretti che caratterizzano l’attuale società dei media, ma in questo modo si rischia di parlare di qualcosa perché se ne deve parlare e non perché si ha il piacere di farlo. In questo modo entrare in contatto con qualcuno e interiorizzare il suo operato, diventa difficile a prescindere dai propri gusti e dai valori soggettivi che inevitabilmente attribuiamo.

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The Waeve – The Waeve (Transgressive Records, 2023)

R E C E N S I O N E


Recensione di Claudia Losini

The Waeve è un nuovo progetto del duo Graham Coxon (per chi non lo conoscesse, basta solo una parola: Blur) e Rose Elinor Dougall (vi ricordate le Pipettes? Erano molto di moda negli inizi ‘00).
I due si sono incontrati alla fine del 2020, hanno scoperto di avere molti punti in comune, non solo musicali, e hanno iniziato a a registrare insieme nello studio di Coxon a Londra. I dieci brani del loro album di debutto sono il risultato di questa intensa collaborazione: un incontro di talenti, dove entrambi si spingono vicendevolmente a esplorare nuovi territori sonori. Coxon in questo lavoro riprende il sassofono, primo strumento suonato negli anni 80, e si cimenta anche nella cetra, creando sonorità che partono dal folk molto incentrato sul songwriting, ma che spaziano nel post punk e nel jamming.

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John Bailey – Time Bandits (Freedom Road Records, 2023)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

C’è una nicchia anche per gli amanti del jazz mainstream, pure se questo termine, che viene utilizzato per comodità, in realtà non mi piace affatto. Suona un po’ come un riferimento denigratorio anche se invece si allude prevalentemente alla modalità di genere in auge negli anni’50 e ’60. Come afferma lo stesso trombettista John Bailey, riguardo questo suo nuovo lavoro Time Bandits che potrebbe benissimo inquadrarsi in quest’ottica stilistica, “…la sensazione ritmica è ciò che si definisce come jazz”. Che si possa concordare oppure no, con questa dichiarazione c’è comunque una regola di fondo non scritta, al di là della valenza ritmica, che è alla base di ogni tipo di jazz, anche e soprattutto di quello definito mainstream. Mi riferisco alla indubbia abilità tecnica e, per mezzo di questo assoluto tramite, alla conseguente capacità espressiva che ne possa originare. Tutto questo non lo si acquisisce per puro dono divino – e i musicisti lo sanno bene – ma solo con anni di studio e direi soprattutto di confronto con altri strumentisti. E così è andata per lo stesso Bailey, cinquantasettenne trombettista newyorkese, con una gavetta professionale estremamente eclettica che l’ha guidato a testarsi tra molti generi e varianti musicali, dalla Buddy Rich Band a Ray Barretto, da Ray Charles a Frank Sinatra, da Woody Hermann a Kenny Burrell e altri ancora. Una carriera quarantennale che l’ha attualmente portato alla pubblicazione del suo terzo disco da titolare. Per la preparazione di questo Time Bandits, Bailey s’è scelto un trio di musicisti che chiamare iconici è dir poco. Ladies & gentlemen, potete ammirare George Cables al pianoforte, 79 anni di vita e di esperienze con i migliori jazzisti in assoluto della Storia e passando un po’ di tempo su WP al riguardo ci si può aggiornare sulle sue collaborazioni, avendone voglia. Alla batteria c’è Victor Lewis, anni 72, e anche per lui è una bella lotta tra compartecipazioni e lavori solistici. Last but not least Scott Colley al contrabbasso, che con i suoi 59 anni di età è il più giovane tra i musicisti arruolati da Bailey ma non per questo quello con meno esperienza. Insomma, un trio che definirlo stellare è fin poco e che garantisce al leader, com’è facile immaginare, ampio sostegno e una solida struttura armonica e ritmica per le escursioni della sua tromba. Altro fattore suggestivo è il luogo in cui questo album è stato inciso, cioè il mitico Rudy Van Gelder studio nel New Jersey, dalle cui pareti trasudano le orgogliose voci del periodo Blue Note, Prestige, Impulse! e insomma gran parte della Storia più fiorente e seminale del jazz. La musica che Bailey propone, potete già intuirlo, è un jazz piuttosto classico, con qualche parentesi contemporanea ma fondamentalmente ancorato allo stile che partendo da Dizzy Gillespie – a cui lo stesso Bailey ha dedicato l’insolito lavoro Can You Imagine del 2020 – si trova a costeggiare Thad Jones – “il più grande trombettista mai ascoltato” come lo definì Mingus – Freddie Hubbard e Woody Shaw fino ad arrivare ai giorni nostri a lambire lo stile lirico e preciso di Tom Harrell.

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Franco Mussida – Al buio per vedere la musica

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Provasi

Al solito, coccolati dalle poltroncine tra le mura ormai note del Palazzo del Cinema Anteo, abbiamo avuto la possibilità, il 23 di gennaio, di assistere ad un momento di ascolto del nuovo album di Franco Mussida, leggendario chitarrista fondatore della PFM, vera e propria pietra miliare della storia musicale milanese, italiana ed europea.
Sviluppato da Moondays, Il pianeta della musica e il viaggio di Iòtu (CPM Music Factory/Self Distribuzione) ha la caratteristica di essere disponibile in Pure Audio Blu-Ray, oltre ad avere tracce rilasciate Hi Res, ovvero col master originale.
In veste di compositore e guida dell’intervento, il maestro Mussida vuole indicarci il percorso che lo ha portato a questa nuova avventura, verso il futuro, come ha sempre fatto. Accanto a lui Lorenzo Cazzaniga, “padre e figlio del progetto musicale” come ci tiene a sottolineare il chitarrista (in termini più precisi, curatore e produttore del progetto).

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Måneskin – Rush! (Sony Music/ RCA, 2023)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

Ogni loro uscita è destinata a far discutere: il popolino, si sa, ama dividersi in fazioni e dibattere di tutto, quasi non avesse nulla di meglio a cui pensare; questo i Måneskin lo hanno imparato presto e, come tanti artisti prima di loro, ne hanno fatto un punto di forza. Ad ogni polemica, infatti, seguono milioni di visualizzazioni, servizi televisivi, articoli di giornale e il tutto si trasforma magicamente in soldini: questo è il business, basta vedere il clamore suscitato dal matrimonio organizzato in pompa magna per il lancio di Rush!, a cui certo non potevano mancare i vip del momento, da Fedez a Machine Gun Kelly, officiato niente di meno che da Alessandro Michele, ex direttore creativo di Gucci. All’insegna del glamour, nella splendida cornice di Palazzo Brancaccio, una cerimonia esagerata, come solo loro sanno fare, ed “esagerazione” sembra essere ormai la parola d’ordine perché, da Sanremo in poi, sono stati onnipresenti sui principali mezzi di comunicazione, consentendo loro di spiccare il volo verso traguardi internazionali, l’Eurovision Song Contest prima e le trionfali date negli States poi, culminate con l’apertura per i Rolling Stones, fino alla partecipazione alla colonna sonora del biopic su Elvis. A chi li rimprovera di essere un prodotto di laboratorio, rispondo che il risultato è andato ben oltre le aspettative perché si è messa in moto una macchina macina soldi senza precedenti per un gruppo italiano. Fatte queste prime considerazioni, ho aspettato una settimana a recensire l’album, volevo far attenuare il “rumore dei nemici”, come direbbe lo Special One Mourinho, per non lasciarmi influenzare e concentrarmi solo sul prodotto musicale.

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Antonio Artese Trio – Two Worlds (Abeat Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Percorrere in lungo e in largo le tracce di questo Two Worlds di Antonio Artese Trio è un esercizio ritemprante. Come tirare un respiro profondo dopo un’immersione in apnea. Un po’ perché l’autore non raccoglie l’angustia di molto jazz contemporaneo, di quello più provocatoriamente dissonante, per capirci. In secondo luogo perché ci troviamo di fronte ad un’opera molto ben armonizzata in cui si percepisce senza sforzo la forte impronta classica che condiziona, con i suoi aromi altresì consonanti, la tessitura ariosa e nitida di questa musica. La dolcezza eufonica, l’espressivo scorrere dei suoni e il nucleo leggero delle composizioni fanno sì che si realizzi una vera e propria jazz-therapy, quasi un’azione lenitiva sul nostro stato psico-fisico o, se preferite, una moderata ed effervescente stimolazione del tono dell’umore. Ma dobbiamo ben intenderci su quest’ultimo punto. Two Worlds è un disco jazz, non un gingillo new-age e come tale riconosce una serie di crediti piuttosto evidenti, direi suddivisi a metà tra certo pianismo duttile e velatamente romantico alla Bill Evans e un’impronta non sfacciata ma piuttosto percepibile di estetica nordico-scandinava. I due mondi di cui parla questo album, qualunque essi siano e pur potendo essere interpretati in ottiche diverse, non sono in opposizione uno all’altro, bensì in reciproca, fluida continuità. Così se da una parte si avverte l’educazione classica – tutti i componenti del gruppo hanno in comune il diploma al Conservatorio di S.Cecilia in Roma – dall’altro lato colpisce l’impostazione jazzistica che corroborata da soggiorni e master negli U.S.A da parte di ognuno dei tre musicisti, rappresenta la vera anima narrante di questo lavoro. Le succitate influenze, così apparentemente differenti, s’intercalano tra loro come se le reciproche prospettive diventassero interpretabili da un unico punto di vista. Lo stesso intendimento potremmo riscontrarlo nel penultimo brano in scaletta di questo disco, quello che vede l’italianissima tradizione del melodramma – nello specifico un estratto dalla Madama Butterfly – a confronto con la scioltezza di un interplay tipico di un buon gruppo jazz, cioè portatore di una cultura musicale di radici e sviluppi assai diversi. Nessuna opposizione, comunque, ma una sintesi direi quasi hegeliana tra mondi apparentemente antitetici eppure così ben compenetrati uno nell’altro.

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