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MUSICA

Pat Metheny – From this place (Nonesuch Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Lo scorso mese di agosto Pat Metheny ha compiuto 65 anni, Me ne sono ricordato oggi mentre ascoltavo il suo ultimo lavoro che si intitola From This Place, sulla cui copertina campeggia la foto di una minacciosa tromba d’aria in una prateria. Ecco, forse la musica di Pat potrebbe essere definita così, una tromba d’aria ma “gentile” in una prateria; uno sconvolgimento programmato, minuzioso, mai invasivo. Occorre ascoltarlo con grande attenzione, meglio se dal vivo, lui non ha mai amato troppo lo studio di registrazione, prova ne è la distanza di cinque anni dall’ultimo lavoro in studio. 

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Non Voglio Che Clara – Ognuno fa la musica che gli viene meglio

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

In fin dei conti non è cambiato nulla. Quelli che si lamentano della scomparsa dell’Indie italiano, della sua perdita di visibilità, dell’irrompere di alcuni artisti nel mondo del Mainstream, dell’ondata Hip Pop e Trap che avrebbe monopolizzato il mercato e spento ogni scintilla creativa, dovrebbero forse iniziare a guardare le cose da una prospettiva diversa. Certo, ci sono stati anni in cui i Non voglio che Clara erano headliner al Mi Ami (alla Collinetta, certo, ma pur sempre headliner) mentre probabilmente, se venissero chiamati oggi, suonerebbero alle cinque del pomeriggio. Ok, va bene, ma che numeri avevano all’epoca? Siamo proprio sicuri che Thegiornalisti, Calcutta, Ghali e compagnia bella abbiano davvero ucciso l’Indie, come da più parti si sente in giro? Non credo proprio. Sono convinto piuttosto che sia cambiato il mondo del Mainstream: c’è stato un ricambio generazionale, i giovani stanno veicolando la loro identità nell’ascolto di tutta una serie di nomi, che si esprimono in un linguaggio molto diverso sia da chi dominava le classifiche fino a qualche anno fa, sia dai vecchi idoli trasandati di un’intera generazione di universitari fighetti e un po’ hipster (a proposito, esistono ancora gli hipster? Chiedo lumi a chi ne capisce). Allo stesso tempo però, ciò che ci si illudeva fosse patrimonio dei più, era già all’epoca riservato ad una minoranza eletta, seppure, nella nostra percezione, i numeri fossero più consistenti.
E quindi cosa succederà, ora che i Non voglio che Clara, che di quella bellissima stagione furono uno dei frutti più saporiti, sono tornati con un nuovo disco? Impossibile e anche piuttosto inutile dirlo. Un paio di lezioni però, ce le stanno insegnando: la prima è che non si è per nulla obbligati a dover fare uscire un disco, se non si ha nulla da dire. Sono passati sei anni (quattro, se contiamo la ristampa di “Hotel Tivoli” col relativo tour) ma non ce ne dovremmo scandalizzare troppo, fa parte del ciclo naturale della vita: quando si è pronti, si esce. La seconda cosa è che una band in giro da tanto tempo, che ha in qualche modo fatto scuola con sua proposta, può anche sentirsela di non dover soddisfare per forza di cose le aspettative del pubblico. Suonavano Lo Fi, i Non voglio che Clara e suonavano anche piuttosto depressi, a tratti in modo esagerato. Adesso registrano un album che si chiama Superspleen e che già nel titolo gioca con la citazione baudeleriana, trasformandola in un giocattolo che sa di autoironia e di lucentezza Pop. Il tutto mentre aprono le melodie, illuminano le atmosfere e confezionano una decina di canzoni che sembrano fatte apposta per traghettarli nel presente, rimanendo tuttavia fedeli alle vecchie radici. Non sono più loro e allo stesso tempo sono ancora loro, una parziale mutazione genetica che, da qualunque parte la vogliamo prendere, ci ha regalato uno degli album più belli usciti finora in Italia. Abbiamo raggiunto al telefono Fabio De Min, voce ed autore principale del quartetto.

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Asp 126 & Ugo Borghetti @ Serraglio (MI) – 15 febbraio 2020

L I V E – R E P O R T


Articolo di Cristiano Carenzi, immagini sonore di Tommaso Prinetti

Il duo di rapper romani appartenenti al collettivo Love Gang (CXXVI), sempre più al centro dell’attenzione, sono usciti a fine Novembre con il loro primo album per Bomba Dischi. Senza ghiaccio è un progetto di nove canzoni che riesce a trasportarti subito nella realtà dei due autori; la loro narrazione è caratterizzata da una schiettezza nella trattazione dei temi affrontati che, nella maggior parte dei casi sono: Roma, alcool e droghe. Il disco è entrato subito nella fatidica lista dei miei dischi dell’anno e ha aiutato sicuramente il fatto che si parli di determinati argomenti ma questi non diventino mai un motivo di orgoglio come interessante dell’ansia con cui i giovani si trovano spesso ad avere a che fare.

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Aparticle @ Piccolo Coccia, Novara – 22 febbraio 2020

A P P U N T I  D A  N O V A R A J A Z Z


Articolo di Mario Grella

Non ho una grande passione per l’elettronica nel jazz, ma mi accorgo che ogni volta che lo scrivo, lo faccio per poi precisare che ci sono delle eccezioni. Di queste eccezioni fa parte la bella band in scena questa sera al Piccolo Coccia di Novara per NovaraJazz Winter, con Michele Bonifati alla chitarra elettrica, Cristiano Arcelli ai sax, Giulio Stermieri al piano Rodhes, Ermanno Baron alla batteria. Si ha sempre la tendenza ad etichettare i gruppi, le forme musicali, gli stili e spesso l’operazione risulta essere un po’ stucchevole e anche un po’ inutile, ma certo è, che quando risulta difficile etichettare una forma musicale, significa che siamo sulla strada giusta. Anzi, vuol dire che sulla strada giusta è chi suona.

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Generic Animal – Presto – conferenza stampa

C O N F E R E N Z E


Articolo di Cristiano Carenzi

Il 21 Febbraio è uscito il nuovo disco di Generic Animal: Presto e qualche giorno prima ho avuto la possibilità di partecipare alla conferenza stampa in cui si è parlato di questo progetto. Il disco l’ho apprezzato molto, con una narrazione più celata rispetto al precedente Emoranger riesce comunque a mantenere la particolarità di scrittura che lo contraddistingue da sempre.

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Sunset Sons – Blood Rush Déjà Vu (Bad Influence, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Manuel Gala

Il primo ascolto è un po’ come il primo bacio; non si scorda mai! Ed è impossibile non ricordarsi delle prime note di Superman, brano di apertura del nuovo album dei Sunset Sons, dal titolo che sembra un mix tra futurismo e Sci-Fi, Blood Rush Déjà Vu.

Già, le prime note potrebbero far pensare ad un ritorno dei Kings of Leon in grande stile; le sonorità simili e la voce a dir poco uguale al cantante Caleb Followill, fanno da preludio ad un bel lavoro in studio, senza però intaccare il loro spirito ribelle e unico.

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Siberia @ Circolo Ohibò, Milano – 19 febbraio 2020

L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Silvia Violante Rouge

Quello di Milano era il secondo concerto del tour dopo la partenza nella loro Livorno, escludendo l’apertura per Gazzelle a Firenze del mese scorso. L’attesa era tanta, soprattutto per capire come i brani di Tutti amiamo senza fine si sarebbero incastrati nel vecchio repertorio. La “svolta Pop” (che poi non è proprio una svolta ma concedeteci etichette rapide) aveva forse un po’ deluso i fan della prima ora ma in verità, a guardarla in maniera complessiva, non era stata poi così traumatica: i Siberia hanno sempre avuto la melodia nel loro dna, hanno sempre amato scrivere canzoni ammiccanti, per cui un inno come “Nuovo Pop italiano” non deve per forza essere letto in maniera polemica o satirica. Detto questo, quando arrivo sul posto c’è una certa fila per entrare e ora dell’inizio del concerto l’Ohibò risulterà pieno zeppo. Splendida notizia, visto che stiamo parlando di un’affluenza doppia rispetto all’ultima volta che hanno suonato qui due anni fa, per promuovere “Si vuole scappare”. Segno di un gruppo in ascesa, che ci auguriamo conquisti platee sempre più vaste.

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Pure Joy @ Opificio, Novara – 20 febbraio 2020

A P P U N T I  D A  N O V A R A J A Z Z


Articolo di Mario Grella

Prima della (geniale) invenzione delle serate di Taste of Jazz all’Opificio di Novara, da parte dei due ideatori di NovaraJazz, Corrado Beldì e Riccardo Cigolotti, non avevo certo l’idea di quanti giovani musicisti  popolassero la scena jazz italiano. Giovani donne e giovani uomini, qualche volta ragazze e ragazzi, che vivono spesso in provincia e che sono alla ricerca di una loro strada nella musica di qualità, personalità di musicisti lontani anni luce dai cliché dei “personaggetti” televisivi, fatti in gran parte di futile esteriorità, alla ricerca di successi facili.

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Daniele Di Bonaventura – Ricercare (UR Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Pochi sanno cosa sia un clavicordo, ma in compenso ogni appassionato di musica antica ne avrà sentito il suono. Il clavicordo è uno strumento barocco, in realtà nato nel XIV secolo, che secondo alcuni ha origini ancora più remote e deriverebbe da un suo parente stretto, il monocordo, inventato addirittura da Pitagora di Samo nel IV secolo a.C. Nel medioevo si trasformò fino a raggiungere l’aspetto odierno, ovvero una specie di pianola dotata sia di tastiera, sia di corde. Benché con lo strumento si suoni più o meno lo stesso repertorio del clavicembalo, il cui suono gli assomiglia parecchio, il clavicordo emette un suono molto più flebile e discreto ed è apparentemente più adatto allo studio che ad un concerto. Una particolare caratteristica tecnica, è che il martelletto è sostituito dalla cosiddetta “tangente” che opera in due modi: divide la corda (come fosse il ponticello del violino), e la percuote, ma a differenza dei martelletti del pianoforte che una volta colpita la corda tornano indietro, la “tangente” continua a farla vibrare fino a che si tiene premuto il tasto.

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