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MUSICA

XII edizione del Festival della Fotografia Etica – Lodi – dal 25.9 al 24.10.2021

F O T O G R A F I A


Articolo di Stefania D’Egidio

Il Festival della Fotografia Etica spegne quest’anno le dodici candeline, un traguardo importante, visti i tempi turbolenti che stiamo attraversando. Nell’ultimo decennio la manifestazione, nata da un’idea del visionario gruppo Progetto Immagine, è cresciuta sempre più, grazie all’aiuto di partners importanti, attirando l’attenzione non solo degli addetti ai lavori e degli appassionati di fotografia, ma anche di quel pubblico che crede nel potere della cultura di veicolare messaggi importanti. Se all’inizio era un tipo di fotografia commissionato dalle ONG per documentare la loro attività, nel tempo è diventata un modo per raccontare le distopie di questo mondo marcio e, nello stesso tempo, dare un briciolo di speranza attraverso la bella realtà delle tante associazioni di volontariato. Il Festival è un’occasione per fare un viaggio spazio-temporale, non solo in senso figurato, perchè le oltre venti mostre sono dislocate negli edifici storici, nelle chiese sconsacrate e nei giardini della bellissima cittadina di Lodi e, quest’anno, anche nella vicina Montanaso Lombardo, dove troverete i vincitori della call Freedom, la open call promossa dall’associazione Roma Fotografia in collaborazione con la rivista Il Fotografo. Una macchina organizzativa perfetta resa possibile dagli Amici del Festival, gli oltre 350 volontari che si mettono a disposizione del pubblico. La manifestazione partirà il 25 settembre, con le mostre aperte dalle 09.30 alle 21.00, visitabili solo con Green Pass, come da normativa vigente, per concludersi il 24 ottobre: i biglietti vanno acquistati rigorosamente on line, per evitare assembramenti, con uno sconto speciale per il primo weekend e la possibilità di fare abbonamenti. Sono previsti inoltre incontri, workshop e visite guidate con gli autori , che vi sveleranno i segreti dietro ogni foto e, novità assoluta, una Book Weekend dedicata al mondo dell’editoria.


Fiore all’occhiello di questa edizione è la mostra, nello Spazio Approfondimento, di Eugene Richards, tornato a Lodi dopo dieci anni per mostrarci l’Arkansas dal 1968 ad oggi, ma da non perdere anche l’omaggio a Gino Strada, fondatore di Emergency, attraverso gli scatti di Giulio Piscitelli che ha immortalato l’Afghanistan attraverso gli ospedali di Kabul.

Unica conditio sine qua non: indossare scarpe comode e scordarsi del cellulare per un giorno intero, le mostre sono tante, le immagini vanno guardate con calma, leggendo nelle didascalie la storia che c’è dietro, non illudetevi di scorrere tutto velocemente come se foste su Instagram. Se avete assistito alle precedenti edizioni, tornerete volentieri, se è la prima volta preparatevi con lo spirito giusto: le immagini talora potranno sembrare pugni sullo stomaco, vi scuoteranno la coscienza, vi indurranno a pensare alle cose negative, ma anche a quelle positive di questo pianeta malato, passerete una domenica diversa dalle altre e capirete, come dico sempre ai miei amici, che la fotografia non è solo “tette, culi e selfie su isole tropicali”.

Per qualsiasi dubbio o per acquistare i biglietti andate su www.festivaldellafotografiaetica.it

Spookyman & The All Nighters – Blood, Sweat And Tears (Bloos Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Antonio Spanò Greco

Spookyman è il nome d’arte utilizzato da Giulio Allegretti, bluesman romano classe 1986, che ha edito nel mese di marzo il suo secondo progetto musicale dopo cinque anni dall’esordio omonimo. Presentatosi come one man band, Giulio in questo lustro ha suonato in diversi festival blues italiani ed europei, ha aperto i concerti ad artisti di fama internazionale quali Eric Gales, Cody ChesnuTT e The Jon Spencer Blues Explosion; nel suo curriculum anche la realizzazione di musiche per opere teatrali e musical. Per Blood Sweat And Tears Giulio abbandona i panni di solista per abbracciare il proposito di suonare con una band.

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Francesco Bearzatti – Portrait of Tony (Parco della Musica Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

C’è chi considera la ricerca del “senso della vita” una prigione mentale, una delle tante che l’Uomo si costruisce beandosi poi di abitarla. Così almeno la pensava l’intellettuale indiano Krishnamurti. C’è chi invece, come lo psicoanalista C.G.Jung, sostiene il contrario, per cui l’individuo veramente liberato è colui che insegue il vero sé stesso, trovando la propria essenza al di là di tutte le maschere sociali e personali che abitudinariamente indossa. Non so come la pensi Francesco Bearzatti a proposito, ma ho l’impressione che il suo metodo di ricerca sia assolutamente peculiare. Abituato a tracciare in profondità il profilo musicale di artisti dalle personalità multiformi – Tina Modotti, Malcom X, Woody Guthrie, John Coltrane o creature di fantasia come Zorro – oggi lo vediamo concentrare lo sguardo sul leggendario Tony Scott, il grande clarinettista italo-americano scomparso a Roma nel 2007. Forse, attraverso il proprio “sentire”, Bearzatti accarezza le storie personali, il carattere, le complessità individuali dei suoi “omaggiati” ed è per mezzo di loro che egli cerca di chiarire sé stesso, elaborando il tutto come uno specchio concavo che focalizzi al centro le riflessioni, i pensieri, i progetti e i sogni altrui. Per capire chi era Tony Scott al di là della sua musica, è molto utile vedere il docu-film di Franco Maresco che trovate su YouTube,“Io sono Tony Scott”. Il film ci mostra, direttamente o attraverso le interviste fatte a familiari e a musicisti americani e italiani che ebbero a che fare con lui, i lati più inquieti del suo carattere, un narcisismo esasperato, sfumato da comportamenti paranoidi e dalla gran paura di non essere valutato per ciò che è stato veramente, un musicista che ha fatto la storia del jazz.

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Low – Hey What (Sub Pop Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Arianna Mancini

Un’immagine minimale che richiama modelli d’interferenza, si presenta così la copertina del tredicesimo lavoro dei Low uscito lo scorso 10 settembre per Sub Pop Records. L’artwork, opera di Peter Liversidge, artista multidisciplinare britannico, funge da anticipazione ed autentica visione sonora dei dieci brani che compongono l’album, inni che scorrono su tappeti elettronici susseguendosi nella costante matrice di riverberi e distorsioni in cui echi e ritornelli si ripetono in loop come dei mantra.
In questo loro terzo disco prodotto da BJ Burton, Alan Sparhawk e Mimi Parker, un lavoro in duo senza il bassista Steve Garrington, proseguono e danno compimento definitivo a quella metamorfosi già evidente in Double Negative del 2018. Il cambiamento si condensa acquisendo un cromatismo più netto e senza compromessi, volti ad ottenere il plauso dei fan e della critica, com’è sempre stato nel loro stile. Siamo ormai lontani anni luce dalle melodie tenui e crepuscolari di I Could Live in Hope (1994), ma Alan e Mimi hanno sempre guardato avanti, trasformando e reinventando il loro approccio al sound e restando fuori dalle tendenze maggiormente in voga del periodo.

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Manu Delago – Trees for the wood

   V I D E O


Articolo di Lucia Dallabona

Manu Delago, musicista, e compositore di origine austriaca, è un maestro dell’handpan, riconosciuto a livello internazionale. Nel corso della sua carriera ha suonato in oltre 50 paesi, sia con il suo progetto che accompagnando in tour artisti del prestigio di Bjork ed Olafur Arnalds; ha inoltre collaborato con la London Symphony Orchestra.
Vive da molti anni tra la Londra urbana e le Alpi tirolesi; nei tanti mesi trascorsi in isolamento durante il lockdown è cresciuto in lui il desiderio di registrare in modo musicale i suoni della natura, fondendoli con l’elettronica.
Nasce da queste premesse il suo nuovo disco Environ me, in uscita il 24 settembre. Il progetto costituisce anche un originale viaggio audiovisivo realizzato con una serie di riprese che sorprendono, emozionano e inducono alla riflessione. Delago, infatti insieme ad un affascinante ascolto, propone un percorso di consapevolezza riguardante il valore dell’ambiente che ci circonda. Un’attitudine autentica, confermata dal suo più recente video, relativo al singolo Trees for the wood.


All’interno di un bosco, 20 contrabbassisti, posizionati ognuno su un ceppo d’albero appena abbattuto, hanno suonato per richiamare l’attenzione su un progetto di foresta sostenibile.
La melodia, registrata dal vivo e successivamente arricchita con contributi elettronici, all’inizio risulta disturbante, stridente, proprio come il rumore di una motosega al lavoro.
Con l’arrivo in primo piano dell’handpan le note, tornate morbide, celebrano l’amore e la gratitudine verso le “creature legnose”.
I musicisti hanno donato il loro compenso per contribuire a mettere a dimora altrettanti giovani olmi, una specie che pur soffrendo molto il riscaldamento globale può svilupparsi in altezza fino a 30 metri, riuscendo così a mitigare gli effetti delle temperature sempre più anomale. Le piantine, crescendo, non solo immagazzineranno CO2, ma proteggeranno dal maltempo furioso e da fenomeni di erosione.

Con questa scelta, Delago, fa seguito ad un’iniziativa altrettanto etica, messa in pratica durante il “Recycling Tour”.
Lo scorso maggio, in un percorso di 35 giorni, insieme ai componenti della band si è spostato da un paese all’altro d’Europa per esibirsi in 18 concerti utilizzando dei mezzi davvero speciali: biciclette create affinché, tramite la pedalata, si ricaricassero i pannelli solari posti sulle stesse, riuscendo così, di conseguenza, ad alimentare la strumentazione per i live.
Un bellissimo esempio di quanto coniugare arte e rispetto per l’ambiente sia una realtà possibile…

Colleen Green – Cool (Hardly Art, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Francesca Marchesini

Been hating on everyone as of late, I used to be fun
And when will this negativity be gone?

(Colleen Green, It’s Nice To Be Nice, 2021)

Lo scorso 10 settembre è uscito Cool, quarto album realizzato dalla statunitense Colleen Green. Il sound di questa sua nuova fatica musicale, dichiaratamente pop (punk), non può che rimandare alla California meridionale, dalla quale lei proviene e dove il disco è stato per buona parte confezionato; si tratta di indie pop dagli strascichi alternative, in ricordo di quelli che furono i tempi d’oro di Blink 182 & Co. e che spia il lavoro della regina della hit chart estiva, Olivia Rodrigo.
Nonostante la Green abbia quasi il doppio degli anni della giovanissima scalatrice di classifiche – diciotto quest’ultima, quasi trentasette la musicista di cui stiamo parlando – nelle liriche di Cool emerge una leggerezza e “strafottenza” estremamente giovanile… i Trenta sono davvero i nuovi Venti, verrebbe da dire. La produzione, curata dalla stessa cantautrice insieme a Gordon Raphael, in controparte, appare più strutturata e priva di colpi di testa imputabili a un’artista non ancora matura.

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Piranha – Piranha (Habitable Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Lo scorso dieci settembre è uscito Piranha per l’etichetta Habitable Records, un progetto nato nel 2017 con Federico Calcagno ai clarinetti, Filippo Rinaldo al pianoforte e Stefano Grasso alla batteria e vibrafono. Piranha è un esperimento di polistrumentismo e, come ormai è quasi consuetudine nel jazz, un esercizio di ibridazione. È cosa nota che i confini tra generi musicali vadano stretti sia ai jazzisti che ai musicisti di tutti i generi musicali, anzi potremmo ormai considerarli “ex-generi”. Persino nella musica classica, negli ultimi anni, abbiamo assistito a contaminazioni, sconfinamenti, intrusioni. E se volete il mio parere, non sempre con risultati fausti; sembra però che questo ormai non si possa più dire, pena essere tacciati di conservatorismo. Il jazz è però un ambito diverso, dove la sperimentazione è sempre stata di casa e dove l’improvvisazione e lo sconfinamento sono l’essenza stessa di quella musica, almeno del jazz venuto dopo il cosiddetto “free jazz”. Questo ben amalgamato trio è particolarmente a suo agio nell’ibridare le composizioni, ma senza confondere le idee all’ascoltatore riuscendo a confezionare un prodotto musicale originale, senza strafare e dove la contaminazione non raggiunge mai quei “punti di non ritorno” che spesso rendono la materia sonora di non facile digeribilità.

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The Speed Of Sound – Museum Of Tomorrow (Big Stir Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Gli Speed Of Sound da Manchester, sono un gruppo misterioso tornato questo autunno con un nuovo album e una storia da raccontare.
La band proviene direttamente da una piovosa giornata mancuniana di fine anni ’80 (la fondazione risale al 1989) e con questa premessa, non è difficile immaginare il tipo di proposta musicale offerta da questi veterani del rock. Ma una volta cessata la pioggia e riposti gli impermeabili, ecco raggiungerci direttamente nelle casse l’iniezione di un suono unico, figlio di uno strano matrimonio tra la New Wave e una miscela che sprizza atmosfere Sixties da tutti i pori. In questa cornice, adesso, è un po’ più semplice immaginarsi l’importanza degli intrecci delle chitarre e delle voci (quella maschile di John Armstrong e quella femminile di Ann-Marie Crowley), nell’economia del suono della band.

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Gonzalo Rubalcaba, Ron Carter, Jack DeJohnette – Skyline (5 Passion Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

La maggior parte delle opere d’arte, in qualsiasi forma si presentino, sono dedicate, direttamente o in modo indiretto, a persone specifiche. Esempio storico strafamoso in campo musicale furono le Variazioni Goldberg di J.S.Bach, dedicate al kappellmeister di Dresda Johann Gottlieb Goldberg. Una dedica è un atto di riconoscimento dell’artista alla persona oggetto di tale omaggio. Succede anche in questo caso con l’ultimo lavoro di Gonzalo Rubalcaba, Skyline, in cui l’autore esprime esplicitamente il suo tributo e il proprio ringraziamento a due musicisti come Ron Carter e Jack DeJohnette. Ma c’è di più. Rubalcaba chiede ai due di unirsi al suo pianoforte formando un super trio – è il caso di dirlo – che rappresenti quanto di meglio l’arte del jazz contemporaneo sia in grado di esprimere al momento. Il motivo di questo tributo sta nel supporto amichevole che Carter e DeJohnette, assieme ad altri colleghi, hanno prestato al giovane Rubalcaba quando, tra gli anni ’80 e ’90, provenendo da Cuba, si stabilì negli Usa. Dobbiamo ricordare che Rubalcaba fu “scoperto” da Dizzy Gillespie definendolo, nel 1985, musicista dal talento monumentale… Il più grande pianista che abbia sentito negli ultimi dieci anni”. In effetti i giudizi della critica americana sono sempre stati più che lusinghieri, paragonando la sua tecnica a quella di Bill Evans o a quella di Martha Argerich e allineandolo tra le fila dei più grandi pianisti del XX° secolo. Che siano adeguate o meno le lodi che accompagnano Rubalcaba dobbiamo dire che egli non si è mai accontentato di quel limbo relativamente facile  in cui collocarsi come autore etnico, latino o caraibico che dir si voglia. Evidentemente il contatto con i jazzisti nordamericani – non solo con Carter e DeJohnette -ha contribuito a far crescere il pianista permettendogli di ampliare i suoi contorni artistici attraverso un suono  reso brillante dalle  esposizioni alle varie tendenze espressive più moderne. Intendiamoci subito: in questo disco non ascolteremo che rare devianze atonali, pochissime carambole ritmiche e nessun momento di compiaciuta confusione esecutiva. Invece si assiste ad una fluida colloquialità tra gli elementi, a un rigore formale che non perde mai l’aplomb restando nel contesto di un triangolo strumentale di qualità siderale. Sollucchero intellettuale, quindi, piacere che cola dai pori della mente a mezza strada tra momenti di toccante tenerezza ed altri di stimolanti infioriture pianistiche

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