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MUSICA

Sebi Tramontana – Unfolding To Be You (We Insist! Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Ci sono pochi “generi musicali” (con tutta l’ambiguità che contraddistingue questi termini) che sanno far suonare il vuoto (il “silenzio” di John Cage). Forse sono solo il canto gregoriano, la classica, (più la contemporanea che quella sette-ottocentesca) e il jazz, e anche qui maggiormente quello contemporaneo. Anche in pittura ci sono movimenti ed artisti in cui il “vuoto” conta quasi più del “pieno”; penso a Malevic o a Mondrian, ma anche a Fontana. Il bellissimo disco di Sebi Tramontana, è un disco di pieni discreti e di ancora più discreti silenzi. Come ricorda Stefano Zenni, nelle preziose e circostanziate note di copertina, uno dei concetti base dell’estetica musicale africana è che gli strumenti parlino e si sa che tra animismo, Ras Tafari, ma anche religioni abramitiche, la musica, cioè la voce dello strumento, possa essere quantomeno il veicolo della presenza dello spirito. Tutto questo passerà, con tante mediazioni strumentali e concettuali fino al jazz di tradizione e anche in qualche ispirato compositore nel jazz contemporaneo. È proprio questa ricerca di qualcosa che addirittura trascenda anche il suono, quello che mi affascina maggiormente del jazz.

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Wilco – Cruel Country (dBpm Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Succede raramente di assistere a storie d’amore tanto durature quanto appassionate come quella che coinvolge i Wilco e i suoi fan. Quasi nessuna sbavatura, aspettative confermate ad ogni nuova uscita e anniversari festeggiati con ricche sorprese e cotillon, attraverso ristampe che rendono felici estimatori e collezionisti di musica. Quindi tutto bene? Forse, ma in ogni storia degna di questo nome, c’è sempre un momento di riflessione che riporta col pensiero alle origini, al come eravamo e come siamo arrivati fin qui. Nella loro quasi trentennale carriera, questi musicisti possono vantare un’innumerevole quantità di generi affrontati che spaziano dal rock più sperimentale (derive kraut rock comprese), a quello definito più comunemente come alternative e da qui il country. Ecco l’abbiamo detto. Il country. Jeff Tweedy, leader della band, per sua stessa ammissione ha sempre mal digerito questa parola, anche se non ne esiste una migliore per definire il fulcro del suo progetto artistico. Ironia della sorte. La musica degli Uncle Tupelo, il suo primo progetto, ne era impregnata e il successivo sviluppo della stessa portò di fatto allo scioglimento della seminale formazione dell’Illinois. I Wilco, sua successiva reincarnazione, ripresero il percorso di mescolanza delle radici folk rock e country nell’intento di sviluppare un nuovo suono, unico e inconfondibile. Ed eccoci arrivati ai giorni nostri.

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Pour un oui ou pour un non – Umberto Orsini e Franco Branciaroli – Teatro Verdi, Fiorenzuola d’Arda (PC)

T E A T R O


Articolo di Barbara Guidotti

Quando il sipario si apre, solo tre colori dominano la scena: il bianco, il rosso e il nero. Il bianco dell’arredamento, dei libri, della finestra aperta sull’esterno, delle parole scritte col gesso sul muro nero che si fa lavagna. Nero come le due figure che si muovono sulla scena, intorno a un divano rosso come il risentimento che a poco a poco affiora mentre il dialogo si fa incalzante. Due amici, uno di fronte all’altro, si misurano in un dialogo serrato in cui il non detto, il sottinteso, l’insinuato apre incrinature che diventano solchi profondi e incolmabili non solo tra tra due uomini, ma tra due mondi, due visioni dell’esistenza, due piani prospettici: l’oscurità della tana dove barricarsi, perché “la vita è là/ semplice e tranquilla”, troppo estranea da accogliere (la citazione di Verlaine si interrompe sull’orlo del rimpianto: “che hai fatto, tu che qui/ piangi senza tregua,/ dimmi che hai fatto, tu/ della tua giovinezza?”), e la normalità di un’esistenza che scorre sui binari di una rassicurante e apparente certezza.

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Satoyama – Sinking Islands (Auand Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Il nome adottato da questa band, Satoyama, non è frutto di una scelta stravagante. Se Wikipedia ci azzecca, il termine si riferisce ad una sorta di gestione ecologica del territorio giapponese, tradizionalmente attuata dai contadini attraverso l’esperienza di secoli. Queste modalità di controllo delle campagne, fondate sul riutilizzo di materiali con metodi secondo logica e tradizione, sono servite a lungo per evitare gli sprechi e per risparmiare risorse ed energia, evitando di pesare sull’ecosistema naturale. Proprio il problema ecologico e il futuro della Terra sembrano essere ciò che sta a cuore dei Satoyama, da sempre impegnati attivamente sul fronte della lotta al degrado ambientale e climatico. I loro live concert servono per finanziare progetti ecosostenibili e la loro musica ruota da sempre – sono giunti al quarto disco – intorno alle tematiche di preservazione dell’habitat dentro cui dovremmo poter vivere, se non ci distruggeremo prima, anche in futuro. Attività encomiabili, anche se i propositi di energia pulita stanno per andare alla malora, trascinati da una guerra scriteriata che non fa altro che aggravare la polluzione e il riscaldamento globale. Comunque è di musica che parliamo ed è proprio l’operato artistico dei Satoyama che qui ci interessa maggiormente. La band piemontese è formata da Luca Benedetto (tromba e tastiere), Christian Russano alle chitarre, Marco Bellafiore al contrabbasso, Gabriele Luttino alla batteria e glockenspiel. Vi sono anche degli interventi elettronici ad opera più o meno di tutti i componenti. I Satoyama, prestando fede al loro dichiarato impegno, hanno dedicato Sinking Islands a nove siti sparsi quasi totalmente nel Pacifico a rischio di sparizione per effetto della risalita dei livelli marini dovuto all’innalzamento della temperatura planetaria.

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Aquael – Anthology (Toast Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Aldo Pedron

Gruppo rock (prog) di Torino attivo dal 1978 fino a metà anni ’90. Nel 1994 il gruppo si è sciolto ma un anno dopo Maurizio Galia riforma la band come Maury e i Promemoria realizzando il loro primo album nel 1997. Nel 1999 Maurizio Galia ci riprova con i membri originali Nick Guerriero e Enrico Testera ma il nome cambia nuovamente in Maury e i Pronomi (e il ritorno di tre membri originali).

Viene pubblicata una antologia edita soltanto in poche copie promozionali. La band ha però un numero di canzoni già pronte e che vedono la luce soltanto nel 2005 e contenute nell’album (Ec)citazioni Neoclassiche prodotto e pubblicato dalla Mellow Records. Uno splendido disco di rock progressivo che s’ispira alle canzoni e alle leggende del prog-rock anni ’70 e alle loro primarie influenze che sono chiaramente la P.F.M. gli Osanna e Le Orme.

Aquael dal vivo al CineTeatro Baretti di Torino
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Barzin – Guardare ciò che non è visibile al nostro interno

I N T E R V I S T A


Articolo di Lucia Dallabona e James Cook

Barzin è un cantautore canadese di origine iraniana. Il debutto del suo progetto risale al 1995, ma è nel 2014, con l’uscita del quarto lavoro in studio To Live Alone In That Long Summer, che noi di Off Topic ci siamo davvero accorti di lui. L’ascolto del disco ci ha regalato bellissime sensazioni, ma è stato con l’incontro dal vivo a Varese (raccontato qui) e il successivo a Milano (dove lo abbiamo intervistato) che siamo riusciti a comprendere meglio il suo spessore sia umano che artistico. Dietro a quel sorriso malinconico abbiamo scoperto un ragazzo gentile, raffinato, modesto al punto di risultare quasi poco consapevole del talento che possiede. Il suo approccio riflessivo e spirituale riflette una spiccata sensibilità che ci ha decisamente affascinati. Dopo un ulteriore tour italiano effettuato nel 2015, per qualche anno ne avevamo in gran parte perso le tracce. Finalmente, è arrivato il momento della pubblicazione di un suo nuovo disco, Voyeurs in the Dark. Con grande curiosità abbiamo perciò pensato di riallacciare i rapporti per realizzare un’intervista a proposito di quello che, per noi, si prefigura come un imperdibile ritorno…

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Vincent Peirani – Jokers (Act Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Vincent Peirani, ovvero l’eclettico. Il costruttore di reticoli melodici inaspettati, lo sperimentatore “gentile” a cui piace pescare idee in territori sempre diversi, anche lontani dalla sua mentalità di navigato jazzista. Alla ancor fresca età di 42 anni Peirani si butta a capofitto in una costruzione “a trois” come quella che edita questo nuovo disco, Jokers. Ma in questa circostanza, con la sua fisarmonica, imbastisce una formazione anomala, insieme al chitarrista italiano Federico Casagrande – lo ricordiamo, oltre che per i suoi lavori da titolare, anche per le numerose collaborazioni, ad esempio con Francesco Bearzatti ed Enrico Pieranunzi tra gli altri – ed al batterista israeliano Ziv Ravitz, nome poco conosciuto ma che ha all’attivo diverse partecipazioni con gente come Joe Lovano, Lee Konitz, Avishai Cohen. Fisarmonica dunque, insieme a chitarra e batteria. Ma che tipo di jazz si può suonare con una formazione non canonica come questa? In Jokers ci sono molte influenze rock, pop, tradizionali e tre “omaggi” dichiarati a Marilyn Manson (!!), all’autrice britannica Bishop Briggs ed ai Nine Inch Nails. L’impressione è che la conformazione jazz, più che in prima linea, sia rimasta tra le quinte, come un regista teatrale che controlli seminascosto lo svolgimento della sua opera. Anzi, il sospetto che l’improvvisazione sia minoritaria, in questo lavoro, si fa strada proprio perché la struttura musicale sembra molto studiata, più affidata alle partiture che non all’estro estemporaneo dei musicisti. Questo però non toglie nulla al valore complessivo dell’album, eccitante e divertente, per molti versi spiazzante ma che dimostra il volitivo desiderio di Peirani di mantenere ferma la direzione della sua strada, aperta a millanta influenze, senza farsi condizionare da stereotipi o peggio ancora dall’abitudine. Un percorso quasi visionario, comunque assai ricco di spunti fantastici e sottintese simbologie.

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Anna Calvi – Tommy (Domino Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Arianna Mancini

Si chiama Tommy l’ultima espressione sonora di Anna Calvi, uscita il 6 maggio via Domino Records. Si tratta di un EP contenente 4 brani: una rilettura stilistica, un inedito e due cover d’autore. Un breve ed intenso atto di quindici minuti, che giunge a distanza di quattro anni dall’album in studio Hunter (2018) e a due dall’EP Hunted (2020).

Tommy, come Tommy Shelby, protagonista principale della serie della BBC One, Peaky Blinders, creatura di Steven Knight. Si tratta di uncrime-drama ambientato nella Birmingham di inizio Novecento che segue le gesta del clan Shelby (The Shelby Company Limited) guidato da Tommy, reduce di guerra e boss del clan Peaky Blinders, dedito al controllo delle scommesse, crimini, omicidi, affari politici, non solo locali e che estenderà il suo raggio d’azione espandendosi; e in mezzo a tutto questo c’è anche amore, intrighi, morte, vendette e passione. Anna ha instaurato un rapporto di stretta collaborazione con i produttori della serie a tal punto da comporre la colonna sonora delle ultime due stagioni, la quinta e la sesta; che in Italia sarà disponibile su Netflix a partire da giugno.  

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Nu Genea – Bar Mediterraneo (Carosello Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Claudia Losini

Anticipato dai singoli Marechià e Tienaté, Bar Mediterraneo è il nuovo disco dei Nu Genea, il duo di produttori che da Napoli ci portano all’esplorazione dei suoni di tutto il mondo.
Napoli è da sempre per loro un golfo da cui partire e verso cui approdare, in un costante scambio di sonorità, lingue, che ben vengono trasposte nei loro brani, ma non solo: il tempo è la nave con cui si attraversano luoghi e parole, che trasporta nel presente le influenze funk, disco degli anni 70 e 80, come se non ci fosse una definizione lineare del suo scorrere. Tutto è contemporaneo, nel Bar Mediterraneo dei Nu Genea. E così una poesia di Raffaele Viviani del 1931 convive con il groove jazz-funk ne La Crisi, Vesuvio rilegge una canzone folk napoletana del 2003 dello storico gruppo operaio E Zezi attraverso un coro di bambini e una cavalcata di ritmo disco che rende il tutto una sorta di rito tribale.

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