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MUSICA

NU Arts and Community: Remix The Cinema e Nosferatu musicato da Arsenale Ensemble @ Novara – 28.09.22

A P P U N T I  D A  N O V A R A J A Z Z


Articolo e immagini di Mario Grella

Il trailer di un film, o come si chiamava un tempo in maniera più prosaica, il “prossimamente” è un genere a sé. Si potrebbe dire che il trailer è il riassunto di un film, ma in realtà non è così. Potremmo dire che è una sequenza di illuminazioni allusive sul contenuto stesso della pellicola. Gli “Action 30” che aprono la terza edizione del festival NU Arts & Community nel cortile di Casa Bossi a Novara, fanno qualcosa di ancora diverso. Si potrebbe dire che mettano un film sotto una pressa facendone una versione lillipuziana, ma con un risultato grandioso. Il collettivo di artisti, fotografi, grafici, musicisti, filosofi, disegnatori e videomakers opera una alterazione per sottrazione del film, associando ad esso un’inedita colonna sonora elettronica di grande impatto che in qualche modo “ricolloca” le pellicole in altro ambito, rispetto al contesto entro cui sono nate. Casa Bossi (o quel che ne resta) è un ambiente quanto mai adatto a questo tipo di performance.

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The Afghan Whigs – How Do You Burn? (BMG, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Antonio Sebastianelli

Questo è un periodo particolarmente fortunato per chiunque ami gli Afghan Whigs. Un nuovo disco (solido, essenziale e soprattutto necessario, di cui parleremo a breve) una tournée europea con date anche in Italia e addirittura un libro, smilzo ma intrigante, per i tipi di Arcana (!).
Gli Afgani liberali sono sempre stati, nonostante un relativo buon successo nei lontani ‘90, un gruppo singolare e financo di nicchia. Dentro e fuori dal proprio tempo. Non erano così distanti dal Grunge e dai gruppi coevi, ma allo stesso tempo si abbeveravano a piene mani alle fonti sorgive della Black Music: Soul, Funk, teatralità e pathos a quintalate. Un front man, Greg Dulli (di cui avevo già avuto il piacere di parlare qui), che scavava nel pozzo senza fondo della sessualità maschile come mai prima d’ora. 

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Marco Mezquida – Letter To Milos (Marco Mezquida Music, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

C’è chi nasce in una desolata periferia cittadina e chi a Minorca, nelle Baleari. Ho sempre pensato che Montesquieu avesse ragione nel collegare clima e indole di un popolo. Marco Mezquida ha 35 anni ed è nato appunto a Minorca e tutto si potrà dire di lui tranne che qualche solare ispanismo melodico e una certa, orgogliosa ombrosità latina non gli sia rimasta tra le dita, nel suo viaggio intrapreso come musicista. Avventura ben farcita di soddisfazioni se si pensa che Mezquida ha inciso più di una ventina di album come titolare e ne ha compartecipato almeno il triplo come collaboratore. Ora, se non sei bravo non puoi avere fatto tutto questo in così poco tempo dall’anno del diploma conseguito nel 2009.  In effetti non è certo la bravura tecnica e l’ispirazione che può mancare a questo pianista. Soprattutto considerando un disco come quest’ultimo Letter to Milos, dedicato a suo figlio, ed inciso in formazione a trio che lo vede condividere la scena con il violoncellista cubano-moscovita Martin Melendez – che non fa rimpiangere l’assenza del contrabbasso – e con il batterista e percussionista catalano Aleix Tobias. Debbo confessare che, nonostante l’incontestabile bellezza di alcuni momenti – Nacimiento e Passarinho su tutti – qualche perplessità mi è rimasta dentro. L’eclettismo di questo pianista è talmente profondo che nella sua musica si ascoltano tante cose, a volte troppe. L’influenza classica, jazz, latina, pop, mediterranea, tradizionale iberica e cos’altro ancora si mescolano in un pentolone in cui i sapori spesso si sovrappongono senza per questo raggiungere necessariamente una sapida soddisfazione al palato. Ho inoltre l’impressione che vi sia un certo accomodamento pop comparso peraltro dopo lo splendido lavoro Pieris (in trio con Jesper Bodilsen e Martin Maretti Andersen), del 2018. Se paragoniamo questo album meno recente o anche Ravel’s Dream dell’anno prima, all’ultimo Letter to Milos, possiamo accorgerci della differenza. Niente di drammatico, ovviamente, la brillantezza e la grazia innata di Mezquida non si discutono, ma nei termini di un puro paragone qualitativo, questa sua ultima uscita mostra un lieve arretramento rispetto al passato. Naturalmente non possiamo non considerare l’aspetto eufonico della sua musica, qualcosa che ti prende per i sentimenti e li accende di una luce armoniosa.

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Marco Colonna | Giulia Cianca | Luca Corrado – Le Ceneri Del Mio Tempo (NES, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

A “Le ceneri di Gramsci”, la raccolta di poesie di Pier Paolo Pasolini, mi lega un ricordo molto personale che mi piace raccontare in questo commento. La prima volta ne sentii parlare dal mio professore di lettere al liceo artistico statale di Novara. Era il 1978 e il professore ci lesse alcune poesie della raccolta che ricordo distintamente: erano “Picasso” e, appunto, “Le ceneri di Gramsci”. Ne ho un ricordo vivissimo, anche se sono passati quasi quarantacinque anni. Ricordo il pomeriggio piovoso e il libro che teneva in mano il professore era tutto bagnato, tanto che lui lo asciugò con un fazzoletto. Il professore era Sebastiano Vassalli. Come potete immaginare sono ricordi difficili da cancellare e, come altrettanto potete immaginare, ritrovarmi a commentare questo magnifico lavoro musicale e vocale di Marco Colonna mi emoziona non poco. Le ceneri del mio tempo, è un disco edito dall’etichetta New Ethic Society, di una profondità rara, un raggio di luce di musica jazz, nel senso lato del termine, che scruta dentro la materia poetica di Pasolini. 

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Editors – EBM (Play It Again Sam, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Francesca Marchesini

Mouthing ditties
Staring far away
A penny, what you thinking?
(Editors, Vibe, 2022)

EBM ovvero Editors Blanck Mass. Ma anche: EBM inteso come Electronic Body Music. Il settimo album della band britannica capitanata da Tom Smith si racconta perfettamente attraverso l’anagramma del titolo; in primo luogo, perché il produttore Benjamin John Power, in arte Blanck Mass, è divenuto ufficialmente membro del gruppo e, in secondo luogo, per l’influenza che band come Nitzer Ebb, Front 242, DAF e Skinny Puppy hanno avuto sul sound del nuovo LP. EBM espone la volontà degli Editors di spingersi verso un alt-rock dai tratti synth-pop e industrial ancora più marcati con la complicità della produzione di Blanck Mass, noto per composizioni noise e che aveva già collaborato con la band ai tempi di Violence (2018), dando all’album un taglio più brutal nella riedizione The Blanck Mass Sessions (2019).

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Verdena – Volevo Magia (Capitol Records Italy/Universal Music, 2022)

R E C E N S I O N E


Articolo di Sabrina Tolve

Sono trascorsi sette anni da Endkadenz e dopo ben sette anni possiamo finalmente godere del settimo album dei Verdena.
Se volessi veder magia nel numero sette, potrei fare un lungo elenco di coincidenze e significati, ma tenterò di darmi un contegno dicendo semplicemente che il sette è il numero della completezza in diverse culture, e ad è alla completezza che ho pensato quando ho ascoltato Volevo magia per la prima volta.
C’è tutta la struttura musicale, canora e lirica a cui i Verdena ci hanno abituati; c’è una completezza e un ritrovarsi continuo nei versi, ci sono tematiche che tornano come topoi, dinamiche, timbri, arrangiamenti cui i Verdena ci hanno abituato e viziato. E poi c’è un mondo nuovo, a metà tra il rassegnato e lo strafottente, c’è tutta una nuova ambientazione bucolica e selvaggia. Nuove esperienze, nuovi esperimenti, nuovi approcci ad eventi e fenomeni fisici, nuovi rituali.

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The Mars Volta – The Mars Volta (Clouds Hill, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Claudia Losini

Mi ricordo ancora la prima volta che ascoltai De-loused in the comatorium, il primo disco dei Mars Volta: rimasi abbagliata. Non era il tipo di musica che ascoltavo quotidianamente, ma il loop sonoro in cui fui trascinata, così preciso nel dipingere la sensazione di estasi psichica e di deliri di morte, fu per me un’esperienza del tutto nuova. Così anche il loro live.
Decisi che amavo i Mars Volta, in particolare Cedric Bixler Zavala e Omar Rodriguez-Lopez, le due menti dietro anche gli At the Drive In, come tutti gli amori post adolescenziali che si rispettino, con passione ma anche con razionalità.
Questa premessa per dare l’idea delle aspettative, piuttosto alte, su The Mars Volta, uscito dieci anni dopo l’ultimo disco Noctourniquet (2012).

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Makaya McCraven – In These Times (XL/Nonesuch/International Anthem, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Credo di averlo ribadito già più volte e proprio qui, sulle pagine di Off Topic, che il jazz di Chicago non è solo il riferimento attualmente più importante negli USA ma è forse una delle proposte più innovative di tutta la musica contemporanea. È chiaro che in questa circostanza la vexata quaestio riguardi il significato letterale del termine ”jazz“ come del resto, l’autore di In These Times, cioè Makaya McCraven, ha così sottolineato:  “Cerco solo di creare la miglior musica possibile e non so neppure se chiamarla jazz…  e forse non è necessario etichettarla in questo modo” (da All About Jazz – 29/01/21). Ma come mai il batterista McCraven si schermisce nell’attribuirsi questo ruolo di jazzista? Non siamo alle soglie di alcun utopismo musicale, McCraven non è un teorico – anche se si fa chiamare “scienziato del ritmo” e definisce la sua musica come “organic beat music” – bensì un musicista che agisce diacronicamente su ciò che suona e non solo per quello che riguarda i consueti approcci improvvisativi. L’azione, in realtà, si prolunga oltre l’incisione musicale in sé. Come già fecero, in passato, Miles Davis con il suo produttore Teo Macero, sui nastri o comunque sulle tracce raccolte vengono operati dei tagli, delle cuciture, degli assemblaggi trasversali tra celle musicali differenti per ottenere una sorta di musica “reinventata”, prolungando il lavoro creativo oltre i limiti della pura performance. Inoltre McCraven accoglie nelle sue composizioni tutto ciò che può apparirgli congeniale, dagli archi ai droni di sottofondo, dai suoni urbani contemporanei dell’hip-hop al dub e ai ritmi jungle, inserti modali, soul music, spiritual jazz… Persino la scelta degli strumenti è estremamente fluida per cui ai tradizionali elementi dei gruppi jazz si aggiungono arpe, flauti traversi, marimbe, sitar, quartetti d’archi ed altro ancora. Pur non essendo originario di Chicago – McCraven è infatti nato in Europa, a Parigi, nel 1983 – qui si è trasferito a 24 anni, dopo una prima residenza nel Massachusetts. Ma è proprio nella Città Ventosa che il batterista franco-americano viene ben presto ad includersi nella scena musicale della città, tesa tra avant-garde e tradizione. Ora, dopo aver pubblicato il suo primissimo disco da titolare nel 2012 – Split Decision – e dopo una serie di interessanti uscite tra cui l’ultimo, acclamatissimo Deciphering The Message dell’anno scorso, McCraven propone un album con undici tracce, registrate in cinque studi differenti e in quattro performance dal vivo.
Questo lavoro ha richiesto una preparazione durata circa sette anni, avvenuta tra l’altro in contemporaneo allestimento di tutte le altre pubblicazioni, a cominciare da In The Moment del 2015. Sembra proprio che In These Times si sia voluto rappresentare una sorta di sintesi complessiva dell’estetica musicale di McCraven, quasi a tirar le fila di un discorso iniziato diversi anni fa e mai portato definitivamente al suo compendio. L’Autore viene accompagnato da una quindicina di elementi, tra cui qualche nostra vecchia conoscenza come Brandee Younger – una recensione la trovate quiJoel Ross – anche lui è recensito quiGregg Spero – potreste dare un’altra occhiata quied una serie di altri validi musicisti che elencherò alla fine della recensione.

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Suede – Autofiction (BMG, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

C’era una volta il BritPop: sembra ieri eppure sono passati trent’anni da quando i gruppi inglesi come Oasis, Blur, Pulp e Suede si contendevano i palcoscenici di tutto il mondo, poi alcuni si sono persi dietro i burrascosi rapporti interpersonali, altri dietro la smania di intraprendere una carriera solista, mentre i Suede, tra alti e bassi e cambi di formazione, hanno proseguito per la loro strada, magari senza replicare i successi del passato, costruiti a suon di hits di facile presa e grande orecchiabilità, ma comunque affinando il proprio stile e seguendo la naturale evoluzione di una raggiunta maturità artistica. Il gruppo di Brett Anderson è giunto così al suo nono album in studio, Autofiction, pubblicato lo scorso 16 settembre per l’etichetta BMG; quasi un nuovo inizio per loro, che avevano scalato le classifiche inglesi nei primi anni ’90, con un sound che volutamente si rifaceva a idoli come Bowie, Roxy Music e Smiths. Poi la fase sperimentale, con maggiore spazio alle tastiere di Codling, i litigi interni, i cambi di formazione e la pausa dal 2003 al 2010. Autofiction è una rinascita, il ritorno a suoni più grezzi, tanto da essere definito da loro stessi un album punk, non nel senso comune della parola o, almeno, non alla Sex Pistols per intenderci, ma in quanto genuino, per nulla artificioso, un disco molto intimo con tematiche che riguardano da vicino i protagonisti: una riflessione sul tempo che passa, un modo di affrontare le ansie e le paure di questo tempo. Un bilancio della propria vita per Brett, non nuovo a queste considerazioni, già affrontate nelle due autobiografie pubblicate, Coal Black Mornings e Afternoons With The Blinds Drawn, entrando davvero nel privato quando nella canzone dedicata alla madre, persa da bambino, She Still Leads Me On, titolo di apertura, parla di come sia ancora oggi una guida per lui e di come si senta ancora in contatto con lei nonostante la morte li abbia separati. Non è un caso che la lavorazione sia durata ben quattro anni: tanto hanno impiegato Brett Anderson, Mat Osman, Simon Gilbert, Richard Oakes e Neil Codling a scrivere le canzoni, mentre la registrazione è stata velocissima.

Suede by Dean Chalkley
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