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MUSICA

Angel Olsen – Whole New Mess (Jagjaguwar, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Antonio Sebastianelli

La musica di Angel Olsen è stata in grado di catturarmi sin dal primo ascolto. Era il 2012 e il disco lo splendido Half Way Home. In quelle canzoni sembrava rivivere l’intensità e lo spirito di Roy Orbison e una certa tradizione americana, rivista però con una sensibilità fuori dal comunque, figlia anche di quello che era accaduto nei ‘90 e nel primo decennio di questo secolo. Con il disco del 2019 All Mirrors la maturazione di questa giovane sirena giungeva a compimento. Un disco una volta ancora intenso, ma anche poliedrico, sfaccettato, in grado di inglobare momenti folky ad altri più elettronici e sperimentali e raggiungendo la quadratura del cerchio con la splendida Chance, senza se e senza ma una delle canzoni più belle degli ultimi venti anni. All Mirrors era anche un viaggio doloroso ma necessario verso la solitudine intesa come riscoperta di sé.

Carmelo Pipitone – ‘Segreto pubblico’ parlerà di femminicidio

I N T E R V I S T A


Articolo di Angela Todaro

È uscito da qualche settimana il videoclip del brano Le mani di Rodolfo, il nuovo singolo di Carmelo Pipitone, che anticipa il secondo album da solista del chitarrista e co-fondatore del gruppo Marta sui Tubi e membro delle band O.R.K. e Dunk.
Il nuovo lavoro, previsto in uscita il prossimo autunno, vede nuovamente la produzione artistica di Lorenzo Esposito Fornasari, già al fianco di Carmelo Pipitone nel disco del suo esordio solista, Cornucopia, pubblicato nel novembre 2018.
Lo abbiamo contattato per capire qualcosa di più sulla situazione attuale e sui suoi progetti futuri…

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Gigi Giancursi e Carlo Pinchetti @ Ink – Bergamo, 5 settembre 2020

L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini

Normalmente ti viene da fare un disco se ti escono fuori le canzoni. Negli ultimi anni però la vita del musicista mi stava stretta, nel senso che mi sembrava si perdesse più tempo a propagandare se stessi piuttosto che a scrivere canzoni. Mi sono dato un po’ dello scemo da solo e Antonio Bardi dei Virginiana Miller una volta mi ha detto: “Ma tu sei un talebano!” che pensandoci è la definizione migliore per me!”. Di Gigi Giancursi non si avevano più notizie da qualche tempo. Nel 2017, a più di un anno dallo split coi Perturbazione aveva fatto uscire “Cronache dell’abbandono”, il primo vero lavoro da solista se si esclude il materiale pubblicato sotto il monicker di Linda & the Greenman. Come lui stesso ha detto, è stato pubblicato in sordina, “senza farlo troppo sapere in giro”, per usare le sue parole. Chi segue Offtopic e il sottoscritto probabilmente si ricorderà la recensione che avevo fatto all’epoca (potete rileggerla qui), e in effetti in quell’occasione era stato proprio lui a mandarcelo in anteprima, nel caso avessimo avuto voglia di recensirlo.
Era un bel disco ma non se ne fece molto: qualche data in giro (venne a Milano ma purtroppo non riuscii ad andarci) e poi più nulla, obbedendo alla regola secondo cui si parla quando se ne sente davvero l’urgenza, quando si ha davvero qualcosa di valido da dire. Dall’anno scorso, comunque, lo si può trovare anche in streaming: “L’ho pubblicato su Spotify e sulle varie piattaforme perché mi sarebbe sembrato un suicidio non farlo! Ma non rinnego nulla di quel che ho fatto: avevo bisogno di seguire il mio percorso, a prescindere dal fatto che fosse una cosa giusta o sbagliata, serviva a me, per una volta volevo che fosse solo la musica a parlare e non tutto quello che le sta attorno. Questa cosa ha avuto anche dei lati positivi perché mi ha obbligato a scrivere a tutti quelli che io pensavo sarebbero stati interessati al disco e quindi per un volta ho utilizzato i social in maniera utile.
Da qualche tempo Gigi è tornato a suonare ed è in fondo il motivo per cui vi stiamo raccontando queste cose: questa sera si sarebbe esibito a Bergamo e, complice la presenza di Carlo Pinchetti, che gli avrebbe aperto il concerto, mi sono trovato con loro due, seduti ad uno dei tavoli all’aperto dell’Ink, il locale che, assieme a Druso ed Edoné, è uno dei centri propulsori dell’attività live della città. Non è stata una vera e propria intervista perché il clima era conviviale e si è chiacchierato liberamente del più e del meno spaziando per vari argomenti.

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Bright Eyes – Down in the Weeds, Where the World Once Was (Dead Oceans, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Claudia Losini

Nel 2005 ascoltai per la prima volta I’m wide awake, it’s morning. Scoprii quel disco per caso, e mi innamorai della voce di Conor Oberst. Un colpo di fulmine. Non avevo mai ascoltato folk, ma quelle canzoni, tutte, a distanza di 15 anni ancora mi fanno bruciare gli occhi a causa delle lacrime trattenute. Questo perché Conor Oberst ha un dono particolare, che è quello di raccontare esperienze terribili, ma quasi come se fossero canzoni della buonanotte.

Down in the weeds, where the world once was per me si lega direttamente alla prima canzone di quel disco del 2005 At the bottom of everything: quando tocchi il fondo, devi trovare qualcosa che ti dia la forza di risalire. Per continuare e farsi forza. “I think about how much people need – what they need right now is to feel like there’s something to look forward to. We have to hold on. We have to hold on.”

Emma Nolde: A volte la coerenza è una virtù sopravvalutata

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini 

Accade sempre più raramente, forse per l’eccessiva ricchezza di impulsi e la nostra sempre più cronica distrazione, ma continuo a pensare che il modo migliore per scoprire un nuovo artista sia quello di sentirlo dal vivo. Mi è successo pochi giorni fa con Emma Nolde: un nome che nei circuiti specializzati gira da parecchio (la partecipazione, tra le altre cose, al Mi Ami TVB è stata di per sé una certificazione di garanzia), due singoli usciti durante l’estate che però, tra una cosa e l’altra, mi ero dimenticato di ascoltare. Me ne sono ricordato il 27 agosto, quando sono andato a sentire Francesca Michielin nell’ambito di una delle serate di “Cuori impavidi”, la rassegna concertistica messa coraggiosamente in piedi da Carlo Pastori e dal team del Mi Ami, di fatto l’unica occasione, a parte Parco Tittoni, Mare Culturale Urbano e qualche sporadica data qua e là, di ascoltare musica dal vivo a Milano durante questa estate interlocutoria. Emma Nolde (che vive a San Miniato ma di fatto è cresciuta ad Empoli) si è presentata sul palco subito dopo il pregevolissimo set di Hån (spendiamo due parole anche per questa ragazza e per il suo ultimo Ep ”Gradients”, uscito a luglio; magari non originalissimo ma di pregevole fattura, certificazione indubbia di un talento cristallino, anche se forse sul palco c’è qualche cosa da aggiustare), in compagnia di Renato d’Amico e Andrea Pachetti, amici e collaboratori di lunga data, fondamentali anche per gli arrangiamenti e la produzione dei pezzi. Ha aperto con “Nero ardesia”, uno dei due singoli già usciti e che non avevo ascoltato, e non ci è voluto altro per conquistarmi. Capacità di scrittura, voce, personalità, impatto: questa ragazza possiede tutto questo e fa impressione perché ha solo vent’anni e le canzoni che compongono il suo disco d’esordio le ha scritte tutte durante l’adolescenza. Ci sono voluti cinque anni di lavoro, subito dopo la decisione di passare dal cantato in inglese a quello in italiano, ma alla fine le canzoni selezionate, otto in tutto, hanno trovato il loro vestito migliore e anche grazie alla sapiente cura di Renato e Andrea, brillano di luce propria, mettendo a nudo un’artista dalla maturità sorprendente, che sa perfettamente cosa vuole fare e che non sembra troppo preoccupata dalla quantità di influenze che ha disseminato nel disco, caratteristica che si avrebbe la tentazione di bollare come mancanza di sicurezza. La incontro a Milano, nella sede di Universal, che pubblica “Toccaterra” assieme a Woodworm, durante una giornata interamente dedicata alle interviste promozionali. Chiacchierata molto interessante, che, come vedrete, ha offerto parecchi spunti che sarebbero stati meritevoli di approfondimento. Anche questo non è un dato da poco: è verissimo che un artista debba innanzitutto sapere esprimersi attraverso la propria arte, ma se si trova qualcuno che è anche in grado di riflettere e di mettere a fuoco ciò che fa, tanto meglio!

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Border. – We don’t exist (Autoproduzione, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Stefania D’Egidio

Se avete voglia di ascoltare qualcosa di nuovo per il panorama musicale italiano, il 01 settembre è uscito l’EP della band emiliana Border., si scrive proprio così, con il punto finale ad indicare che non esistono confini, in geografia come nell’arte.
Il gruppo nasce dall’incontro tra Demi More ed Erika nel 2017 nel luogo culto della controcultura bolognese, via del Pratello; sono entrambi appassionati di musica elettronica, post punk, rock garage ed entrambi hanno avuto esperienze precedenti nel teatro, nella musica e nella performance art: Demi cerca una voce per esprimere i suoi deliri musicali ed ecco che il gioco è fatto.

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Festival di Sanremo, Premio Tenco, Voci di corridoio – chi sono i talentuosi Réclame?

I N T E R V I S T A


Articolo di Iolanda Raffaele

In occasione dell’uscita dell’album “Voci di Corridoio” e del riconoscimento tra i finalisti del “Premio Tenco 2020”, abbiamo scambiato due chiacchiere con Marco Fiore, cantante e voce della band Réclame per capire come è nato il loro progetto musicale, conoscerli più da vicino ed avventurarci alla scoperta del disco d’esordio.

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Fontaines D.C. – A Hero’s Death (Partisan Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Manuel Gala

Avete presente quando nei reality il pubblico decide la sorte di una gara? Ecco, a questo giro dico io stop al televoto… nel senso che non ce n’è proprio bisogno. Il titolo di miglior rivelazione dell’anno è stato assegnato senza avversari.
I ragazzi irlandesi con la passione per la poesia ed il cinema (prendono il nome dal personaggio Johnny Fontane tratto dal film Il Padrino), aggiungono la sigla Dublin City e coniano il loro nome Fontaines DC.

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Sara Jane Ceccarelli @ Castello Visconteo Sforzesco, Novara – 8 agosto 2020

A P P U N T I  D A  N O V A R A J A Z Z


Articolo di Mario Grella

Ormai il jazz è come una cometa, contiene ghiaccio, gas, polveri e materiali vari. Non so se questo sia un bene o un male, almeno non lo so come “principio”. Certo che quando si ascoltano i risultati di questa contaminazione, come è successo questa sera al Castello di Novara con Sara Jane Ceccarelli, non si può che esserne felici. Una intro un po’ celtica e un po’ folk, d’altri tempi, accompagna l’entrata in scena di una voce votata alle atmosfere intense che sembrano subito Be human. Difficile collocare la musica di Sara Jane, difficile, ma bello cercare al suo interno tutte le influenze di cui è pregna. Colors primo brano scritto da Sara Jane Ceccarelli, riassume e racconta  piuttosto bene di un mondo multiforme, un po’ Jonathan Sweet un po’ Tim Burton, e non solo nella forma musicale.

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