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MUSICA

London Grammar – Californian Soil (Virgin Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Simone Catena

Dopo quattro anni di assenza il trio inglese London Grammar torna sulle scene con il terzo album in studio California Soil, confermando di essere una delle realtà più interessanti sul panorama indie, a tinte dream pop. Dopo l’ultimo anno molto difficile da affrontare, questo disco è una boccata di aria nuova e originale, per un salto nelle sonorità calde e intense. L’album – prodotto per l’etichetta made in UK Ministry of Sound Recordings (per l’Italia Virgin Records) – nel suo insieme accarezza paesaggi oscuri ma estivi, con una passione ricercata, avvolti dalla voce incantevole della cantante Hannah Reid. Nelle sue canzoni la cantautrice illustra uno spaccato della società e dei giorni che si abbandonano in maniera lenta e delicata, per poi riprendere la propria vita e tutto quello che abbiamo perso in questo silenzio infinito. La band nell’arco delle dodici tracce che compongono quest’opera impreziosisce il proprio stile, con atmosfere uniche e l’aggiunta di elettronica sensibile che non guasta il suo ascolto; un risultato sicuro e compatto, che prende la giusta direzione personale.

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Vijay Iyer – Uneasy (ECM Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Mette quasi soggezione parlare di Vijai Iyer. Laureato in matematica e fisica alla Yale, insegnante ad Harvard, ha condotto e pubblicato studi sulla psicologia cognitiva che riguardano nello specifico la capacità psico-fisica di comprendere e reagire ai vari linguaggi musicali. Insignito nel 2013 del prestigioso premio “Mc Arthur Genius Grant” che come suggerisce la denominazione non è un riconoscimento dato a chicchessia, Iyer è arrivato, con questo Uneasy, al ventiquattresimo disco da titolare, più una quarantina e passa di collaborazioni, partiture e composizioni sinfoniche di stampo classico ed elettronico eseguite anche da altri musicisti e orchestre sparse nel mondo. Dulcis in fundo, Iyer è un pianista jazz di eccezionale levatura e qui non temo di esagerare affermando che ci si trova di fronte a un vero e proprio genio. Nato ad Albany da genitori indiani di etnia dravidica Tamil, Vijai ha cinquant’anni e ha trascorso una vita piena di soddisfazioni professionali colma di premi e riconoscimenti internazionali. Però, in base alla legge dell’ambivalenza che caratterizza l’esistenza umana, una stella che brilla finisce per essere oggetto d’invidia, un disvalore ahimè molto diffuso soprattutto tra quelli che vivono come una dolorosa frustrazione il successo degli altri. Quindi il nostro ha dovuto subire una certa malevolenza non solo da una parte anche importante della critica musicale statunitense ma soprattutto da diversi gruppi di suoi colleghi musicisti. Le accuse? La non conoscenza della tradizione nera americana, l’essere un musicista freddo ed eccessivamente “matematico”, come se il suo corso di studi avesse potuto condizionarlo rigidamente nel suo approccio creativo ed esecutivo. Nessuna di queste critiche rancorose può definirsi azzeccata.

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Bloop – Proof (Lumo Records, 2021)

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Recensione di Mario Grella

“Non posso ascoltare musica troppo spesso…” Secondo quanto affermato da Don Campbell, queste parole le pronunciò Lenin e il perché ve lo svelerò alla fine. Nemmeno io posso ascoltare musica troppo spesso nonostante le forti sollecitazioni di James Cook, deus ex-machina di questa bellissima rivista on line alla quale mi onoro di collaborare e cerco quindi di prendere la musica a piccole dosi, o almeno a dosi moderate. Lo faccio perché temo molto l’effetto assuefazione; mi piace ascoltare la musica con attenzione e con concentrazione, senza dedicarmi ad altro. Magari al buio e con le cuffie sulle orecchie per consentire quell’effetto-straniamento che è fondamentale per un buon ascolto. Tutta questa introduzione, per giustificare il fatto che metto mano solo ora al commento sul secondo lavoro di Lina Allemano (Bloop) Proof, edito anch’esso da Lumo Records e uscito qualche giorno fa, insieme al già commentato Vegetables. “Bloop Proof” in lingua inglese significa a prova di sbavatura ed è così, senza sbavature che si presenta questo straordinario, lungo, ininterrotto dialogo-confronto tra la tromba di Lina Allemano e i lunari (ma anche terreni), effetti elettronici di Mike Smith.

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Evanescence – The Bitter Truth (BMG, 2021)

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Recensione di Stefania D’Egidio

Dal dolore a volte possono nascere anche cose positive, se non ci si lascia sopraffare: lo sa bene Amy Lee, cantante e leader degli Evanescence, che ha trasformato la devastazione provocata dalla morte del fratello in energia creativa, buttando anima e cuore nella realizzazione di The Bitter Truth, quinto album in studio della band, pubblicato lo scorso 26 marzo da BMG, a ormai dieci anni di distanza dal precedente lavoro, se escludiamo lo sperimentale Synthesis del 2017.

Un titolo che riflette le storture della società moderna e che, al tempo stesso, vuole essere un invito a prendere di petto la vita e a non sprecare neanche un attimo; una copertina home made, che sa tanto di anni ’90, quelli della formazione musicale per Amy Lee, con l’immagine di una pillola, che diventa metafora della vita, come a dire “ingoia questa pillola e vai avanti!”. La lavorazione dell’album era iniziata, a onor di cronaca, prima che scoppiasse questo guazzabuglio di pandemia, con la registrazione di appena quattro brani e il tutto avrebbe potuto anche perdersi nel nulla, data la distanza geografica che separa i vari componenti del gruppo, ognuno residente in posti diversi degli States e con la chitarrista Jen Majura, alla prima esperienza in studio con gli Evanescence, addirittura in Germania, ma la determinazione di portare a termine il progetto è stata più forte di ogni avversità: tutti in studio di registrazione, dopo aver effettuato tampone, ciascuno con il proprio mezzo di trasporto, in modo da creare una bolla covid free, e le tracce di chitarra spedite dall’Europa.

The Bitter Truth inoltre non è solo un progetto musicale perchè a giugno sarà accompagnato dalla pubblicazione di una collana di graphic novel, intitolata Echoes From The Void, ispirata a brani vecchi e nuovi, partorita dalle mani di diversi illustratori, che si alterneranno in storie di 20-30 pagine ciascuna. Dieci anni possono sembrare un’eternità per un gruppo che di album ne ha fatti pochi, ma a volte la vita prende pieghe impreviste, anche per i musicisti: Amy Lee ha dovuto lottare con le unghie e i denti per arrivare dove è arrivata, non senza lasciare cadaveri lungo il cammino, visto che è l’unico membro superstite della formazione originale, sgomitando per farsi strada in un ambiente, quello metal, prettamente maschile, e scrollandosi di dosso l’immagine di clone femminile dei Linkin Park.

12 tracce in tutto che segnano un ritorno alle origini, sia dal punto di vista strumentale che dei testi, molto personali, quasi catartici e arricchiti di messaggi positivi di lotta e resilienza: un album dal tipico sound gothic metal, infarcito di suoni elettronici, come in Artifact/The Turn o in Better Without You, con un tocco di epicità, come in Part of Me, il mio brano preferito. A volte si strizza l’occhio alla musica pop, in Yeah Right, ispirato forse dall’ascolto di artisti come Billie Eilish e Bjork, di cui Amy è una fan sfegatata, altre si picchia duro tra chitarre distorte e percussioni tribali, come in The Game is Over, nella cupissima Feeding The Dark o in Take Cover. C’è spazio però anche per il sentimentalismo, con due ballad davvero belle: Wasted on You, un pò in stile Radiohead, e la struggente Far From Heaven, con intro di pianoforte cui si aggiungono gli archi e una voce celestiale, delicata, ma al tempo stesso potente di Amy, che, oltre alle corde vocali, ci mette tutto il cuore nel ricordare il fratello, scomparso prematuramente nel 2018. Non poteva mancare anche un pizzico di impegno sociale, con Use My Voice, che inizialmente doveva essere il racconto di una storia di abusi sessuali, ma poi ha assunto connotati politici, dettati dalla drammatica esperienza di essere governati, in un periodo terribile, da un pazzo come Trump, costringendoli a scendere in campo e ad esortare tutti i fan a far sentire la propria voce per cambiare il mondo: non a caso c’è una sovrapposizione di voci e cori con chitarre grintose e una sezione ritmica esplosiva, quasi a voler risvegliare le coscienze da un lungo torpore…

Voto: 9/10 perché sincero e capace di scatenare forti emozioni.

Tracklist:
01. Artifact/The Turn
02. Broken Pieces Shine
03. The Game Is Over
04. Yeah Right
05. Feeding the Dark
06. Wasted on You
07. Better Without You
08. Use My Voice
09. Take Cover
10. Far from Heaven
11. Part of Me
12. Blind Belief

 

 

 

 

Nubiyan Twist – Freedom Fables (Strut Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Claudia Losini

L’Inghilterra, patria della pioggia, del punk e del brit pop. E di Gilles Peterson, producer e broadcaster che ha contribuito a promuovere il grande successo della world music dal 2016 in avanti. Non c’è da stupirsi quindi se i Nubiyan Twist provengono proprio da Londra. Attivi dal 2009, sono un collettivo che spazia dal jazz al soul, dalla ritmica brasiliana fino all’elettronica più inglese.
Freedom Fables, terzo album e primo senza Nubiyan, co fondatrice del collettivo, condensa alla perfezione le diverse fonti di ispirazione di ogni componente, dal jazz all’afrobeat, dal dub all’elettronica, fino a diventare una lunga jam session dove si inseriscono anche collaborazioni con i più importanti nomi della scena inglese, tra cui Pat Thomas, Cherise (premiata come Jazz FM Vocalist of the Year nel 2019), il rapper sassofonista vincitore di un Grammy Soweto Kinch, e l’ormai componente fisso K.O.G., cantante e rapper.

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Dr. Lonnie Smith – Breathe (Blue Note Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Esultate, o seguaci dell’organo Hammond!! Dr.Lonnie Smith torna su disco Blue Note dopo tre anni dall’ultimo lavoro, All in my mind edito nel 2018 con una nuova opera – Breathe – registrata come la precedente sempre dal vivo nello stesso locale di New York, il Jazz Standard. Certo, l’organico che lo accompagna in questi nuovi brani si è allargato rispetto a quello più essenziale dell’antecedente uscita discografica, diventando un potente settetto ricco di fiati. Inoltre compaiono in aggiunta, oltre alla parte live, due brani registrati in studio in cui Iggy Pop fa la sua apparizione come cantante, in apertura e chiusura del disco stesso. L’organo Hammond, frutto dell’invenzione dell’omonimo ingegnere americano, è uno strumento dal cuore caldo che ha costituito l’anima non solo del soul-jazz di Lonnie Smith e di altri suoi illustri colleghi come Jimmy Smith, Lou Bennett, Joey De Francesco, John Medeski tra gli altri, ma che ha ottenuto forse ancora più credito nel mondo del rock. Ricordo Brian Auger, Keith Emerson, Steve Winwood, Jon Lord, Rick Wakeman e insomma una pletora di artisti comprendendo anche gli italiani come Demetrio Stratos, Vittorio Nocenzi, Flavio Premoli, Tony Pagliuca, tutti musicisti che hanno utilizzato quest’organo soprattutto nel progressive, oltre che in ambito pop o soul. Il suono Hammond, reso ancor più affascinante dal sistema di amplificazione rotante chiamato popolarmente “Leslie, ha caratterizzato un’epoca piuttosto vasta della musica moderna, soprattutto tra gli anni ’60 e ’70, ma conservando ancora oggi una posizione di rilievo tra i vari strumenti elettronici, pur non essendo più tra le scelte espressive principali dei giovani tastieristi.

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Årabrot – Norwegian Gothic (Pelagic Records, 2021)

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Recensione di Simone Catena

Il collettivo norvegese Årabrot, torna sulle scene con il loro nono full lenght in studio con delle aspettative molto alte e un impatto sonoro eccellente. Il marchio definitivo della band porta al delirio più totale, con entità noise e quel miscuglio di sonorità rock che prende vita in percorsi duri e oscuri. Il percorso nasce nel lontano 2001 a Haugesund, un piccolo comune nella contea di Rogaland in Norvegia dall’unione artistica di tre musicisti di spessore come Kjetil Nernes (cantautore e chitarrista) Vidar Evensen (batterista) e Jon Øvstedal (basso). Questi ultimi due prenderanno strade diverse nel 2013. Proprio in quell’anno con il grande feeling tra il leader Kjetil e la tastierista Karin Park, dopo svariati album interessanti fanno il salto definitivo con l’omonimo disco, dove il sound risulta più malleabile e godibile. In questa nuova fatica invece, Norwegian Gothic sotto l’etichetta tedesca Pelagic Records, lo studio magnetico e enorme si manifesta per tutto il suo splendore in fase di registrazione, dopo giornate infinite di sala prove. Tutto aumenta di valore con le preziose collaborazioni di diversi musicisti sulla scena mondiale, come la violoncellista Jo Quail, il batterista Tomas Järmyr dei Motorpsycho, il polistrumentista Lars Horntvethil degli ipnotici Jaga Jazzist, Anders Møller degli Ulver e l’italiano Massimo Pupillo dei monumentali Zu. Questo nucleo porta un segno profondo nell’opera dando ampio respiro al disco, per un gusto ricercato e personale.

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Lina Allemano Four – Vegetables (Lumo Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Suonare la tromba è, nell’immaginario popolare, sempre un segno di allegrezza. Sono allegre le trombe delle bande civiche e di quelle militari, era allegra la tromba delle orchestrine circensi… Perché non dovrebbe essere allegra una tromba jazz e anche free jazz? Certo occorre fare i conti con trombe nobili, come quelle di Louis “Satchmo” Armstrong, di Dizzy Gillespie o di Sua Maestà Miles Davis, ma fatti anche questi conti, la tromba resta uno strumento che crea allegria, pur sapendo suscitare anche malinconie cosmiche, urbane o metafisiche. La tromba di Lina Allemano non fa eccezione e il suo nuovo lavoro intitolato Vegetables, edito dall’etichetta Lumo Records la cui uscita è prevista per il prossimo 11 aprile, non è che la lampante dimostrazione che con la tromba ci si possa divertire molto.

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Max Gazzè – La matematica dei rami (Virgin Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Francesca Marchesini

Considerando l’ottimismo quel passaggio necessario a compensare la realtà
Considerando un eufemismo dare un senso di equilibrio a questa non felicità

(Max Gazzè, Considerando, 2021)

Per il musicista romano Max Gazzè, La matematica dei rami, album uscito il 9 aprile 2021, è l’undicesimo lavoro in studio. Questa nuova opera nasce dalla collaborazione dell’artista con la Magical Mystery Band (Daniele Silvestri, Fabio Rondanini, Gabriele Lazzarotti, Duilio Galioto, Daniele Fiaschi e Daniele “il Mafio” Tortora); come mostrano le immagini pubblicate da Gazzè sul suo profilo Instagram, l’album è nato da un continuo confronto fra i diversi musicisti che, nonostante i limiti imposti dalla pandemia, sono riusciti a lavorare tutti insieme al Terminal2Studio. Il titolo di questo LP si ispira a un testo di Leonardo Da Vinci, il Capitolo IV del Trattato della Pittura; Gazzè riprende la tesi che i rami dell’albero crescono seguendo un andamento caotico per resistere al vento e la applica tanto alla vita come al suo modo di far musica: è nella casualità delle relazioni e nella differenza degli obiettivi che si trova la resistenza di cui andare fieri e la forza di proseguire.

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