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MUSICA

Pieralberto Valli – Numen: La Coscienza del Sacro (Ribéss Records, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Giovanni Carfì

Dopo due anni dal precedente Atlas, torna Pieralberto Valli con Numen, un lavoro dalla composizione ed origine, molto interessante.

Numen, come dice lo stesso Pieralberto, “è un disco lungo un anno”; e di cui inizialmente l’uscita delle varie tracce, è stata distribuita in un periodo che è andato da gennaio ad ottobre (mese in cui è poi uscito ufficialmente il disco). Un lavoro particolare, che si pone in un ambito che interseca le sue stesse matrici, ovvero: letteratura, spiritualità e teatro. Infatti nasce proprio a seguito di una commessa da parte della Compagnia di Teatro Contemporaneo Città di Ebla, con il quale ha collaborato.

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Massimo Zamboni – La macchia mongolica (Universal, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cinzia D’Agostino

Sono passati quasi quarant’anni dalla Berlino che fece incontrare  Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti, i due padri del punk rock italiano che formarono gli indimenticabili C.C.C.P. dalle cui ceneri nacquero i C.S.I. E’ in questo periodo che i due intraprendono un viaggio in Mongolia attraverso la Transiberiana, un viaggio che lascerà un segno profondo soprattutto in Massimo e dal quale verrà alla luce un capolavoro della musica italiana, Tabula Rasa Elettrificata. Ma non sarà l’unico frutto di questa esperienza forte e trascendentale. Vent’anni dopo, Zamboni sente il richiamo di questa terra che oramai gli appartiene e intraprende un nuovo pellegrinaggio con la moglie; poco dopo, sarà concepita la loro figlia Caterina che verrà al mondo con una macchia inconfondibile, la cosiddetta “macchia mongolica”, un livido che contraddistingue la maggior parte dei bambini dell’Asia, destinato a dissolversi negli anni. Così il senso di appartenenza e la voglia di tornare all’origine si impossessa anche di Caterina e la famiglia si riunirà per recarsi nuovamente in questa terra ormai diventata casa; stavolta il viaggio farà nascere le 13 tracce di questa Macchia Mongolica.

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Il triangolo: Adesso abbiamo quattro lati

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

C’è uno strano destino, nel fatto che “Nella testa”, primo singolo e video de Il triangolo dal 2014, sia arrivato proprio nello stesso giorno in cui mi chiedevo che fine avessero mai fatto. Un’America, il loro secondo disco, li aveva confermati come una delle band più interessanti del momento, capaci di riprendere la tradizione del Beat anglosassone e di rileggerlo in chiave “Indie”, con occhio sempre attento al tiro e alla melodia dei brani. Cinque anni sono tanti, ancora di più nell’epoca dei Social, dove tutto sta accelerando all’inverosimile e pare che si debba avere sempre qualcosa di nuovo con cui far parlare di sé. Marco Ulcigrai e Thomas Paganini sono rimasti indifferenti di fronte a questa frenetica accelerazione; si sono presi il loro tempo e se ne sono venuti fuori con Faccio un cinema, nove canzoni per una mezz’oretta scarsa di musica, dove si ritrovano tutti gli ingredienti che ci hanno fatto amare alla follia questo gruppo durante i loro anni d’oro. Nell’attesa di capire se riusciranno a riprendersi il posto che spetta loro, abbiamo fatto quattro chiacchiere con Marco, che della band è cantante, paroliere e compositore principale, per farci raccontare qualcosa in più di questo terzo, riuscitissimo lavoro.

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Adesso Live Ep. 01 – The Softone (31 gennaio in streaming)

A D E S S O – L I V E


Articolo di Giovanni Carfì

Dopo una prima serie di esibizioni live che hanno visto la partecipazione e la voglia di mettersi in gioco di 12 artisti, torna Adesso Live, riprendendo da dove ci eravamo fermati e aprendo il format attraverso una partnership con Music-Diary.

La formula per ora resta invariata; esibizioni dirette e senza nessun tipo di filtro, pensate per dare l’opportunità a chiunque di conoscere ed apprezzare una performance priva di qualunque artificio. Artisti che accettano di suonare per voi in diretta, in modo da riuscire a restituire una piccola parte di ciò che avviene a bordo palco, dove il taglio amatoriale vuole portare l’ascoltatore in una dimensione più intima.

Il primo appuntamento è con The Softone, venerdì 31 gennaio, ore 12.30, ovunque voi siate sulle pagine Facebook di: Off Topic e Music Diary

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Algiers – There is no year (Matador, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Antonio Sebastianelli

“Questa è la semina/del turbine”(“Repeating Night”)

Algiers. Algeri. Il simbolo della lotta al colonialismo, un luogo dove si fondono razzismo, violenza, religione e resistenza” secondo le parole della band. Nati a Londra nel 2012 e formati da tre ragazzi di Atlanta a cui poi si è poi unito l’ex Bloc Party Simon Tong; titolari di due album che hanno saputo definire un suono unico e originale ma anche figlio di un’urgenza espressiva e “politica” che non lascia spazio al cazzeggio o fraintendimenti. Non è semplice raccontare al neofita la musica del quartetto, potremmo cavarcela citando nomi tra i più disparati (Malcom X, l’attivista Angela Davis, le Black Panthers, i singulti soul di tipi come Marvin Gaye e Wilson Pickett, la lezione del Post Punk Inglese, le derive elettroniche e rumoriste dai Depeche Mode in giù, gli Stooges egli MC5) o in nostro aiuto potrebbe venire la splendida definizione di Blake Butler che descrive il cantante come “il figlio sintetico di Marvin Gaye e Fever Ray” e in riferimento all’ultimo lavoro parla di “Soul distopico”.


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Ararat Ensemble Orchestra diretta da Leonardo Bolgeri @ Spazio Nòva, Novara – 25 gennaio 2020

A P P U N T I  D A  N O V A R A J A Z Z


Articolo di Mario Grella

“La popolazione vuole la pace” di Victor Jara, è il pezzo che apre il concerto di NovaraJazz, presso lo Spazio Nòva (Ex Caserma Passalacqua), dell’Ararat Ensemble Orchestra diretta dal musicista cileno Leonardo Bolgeri, un pezzo che anche in queste settimane risuona nel Cile devastato dalla crisi e sconvolto dalla repressione, come all’inizio degli anni Settanta. Per chi ricorda quell’anno horribilis, il 1973 a Santiago del Cile, la sola evocazione di Victor Jara provoca una grande emozione, soprattutto quando Leonardo Bolgeri fa cenno alle torture, cui i militari di Pinochet sottoposero il grande musicista cileno tagliandogli le dita delle mani. Il progetto di musiche latino-americane dell’Ararat Ensemble Orchestra, questa sera, aggiunge qualcosa in più, alle tante suggestioni già presenti nei precedenti concerti, ma chi pensasse alla riesumazione degli Inti Illimani non coglierebbe nel segno, perché la musica dell’Ensemble è tutt’altra cosa: evocatrice, ma non nostalgica, viva e promettente senza concessioni al “già sentito”, fatta di sconfinamenti e di novità, di mescolanze e di tradizione e, naturalmente,  di contaminazioni, come è ovvio che sia.

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Silent Fires – Forests (Amp Records, 2019)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Karoline Wallace voce, Hilde Marie Holsen tromba, Håkon Aase violinoe percussioni, Alessandro Sgobbio piano, sono i Silent Fires e Forests è il loro primo lavoro. Non so quanto possano essere silenziosi i fuochi, soprattutto quando si manifestano nelle foreste, ma probabilmente il  lavoro di questi artisti ha avuto una genesi precedente al propagarsi degli incendi che stanno divorando interi continenti. Mi è sempre piaciuto interrogarmi (anche), sui titoli dei brani e sui nomi dei gruppi; non la ritengo una questione di poco conto, ma piuttosto rilevante semanticamente, poiché le parole, in qualche caso, sembrano supplire o evocare atmosfere, o suggerire emozioni che la musica poi dovrebbe veicolare.

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Dish-Is-Nein @ Circolo Ohibò, Milano – 24 gennaio 2020

L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Marco Olivotto

È probabilmente superfluo raccontare l’epopea dei Disciplinatha e spiegare perché abbiano rappresentato un caso unico nel panorama musicale italiano. Il loro ritorno sulle scene, a fine 2017, ha rappresentato un fulmine a ciel sereno ma anche un’occasione preziosa per poter recuperare la storia di un gruppo che da troppo tempo sopravviveva ormai solo nella memoria storica degli appassionati.
Ripresentatisi col nuovo monicker Dish-Is-Nein (a causa del fatto che i diritti sul nome sono ancora detenuti dal batterista originario Daniele Albertazzi) e accasatisi presso la storica Contempo Records, il gruppo, il cui nucleo fondante è ancora costituito da Cristiano Santini e Dario Parisini, a cui si è aggiunta solo di recente la bassista Roberta Vicinelli, che ha fatto ritorno all’ovile dopo parecchi anni, ha realizzato un Ep straordinariamente autorevole, dove le suggestioni Industrial-Post Punk degli esordi sono diventate ancora più spigolose, corredate da una veste sonora al passo coi tempi, e dove il lato provocatorio e disturbante dell’immaginario e dei testi non è per nulla venuto meno.

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Hozier – Wasteland, Baby! (Rubyworks, Island Records, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Manuel Gala

Un album assolutamente da avere nel proprio bagaglio culturale, nel proprio bagaglio fisico, pronti per una destinazione ignota al genere umano. Stavolta inizierò a ritroso, come nel film Il curioso caso di Benjamin Button, perché è ciò che farete anche voi tutti, ascoltando questo indimenticabile capolavoro di Hozier. Il seguito dell’omonimo lavoro uscito nel 2014 si rivela un turbinio di emozioni pronte a sconvolgere l’animo dell’ascoltatore.

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