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MUSICA

Run The Jewels – RTJ4 (Jewel Runners/BMG, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cristiano Carenzi

L’attesa per il quarto capitolo del duo americano è stata più ampia del solito, quattro anni dall’ultimo disco, eppure dopo averlo ascoltato possiamo affermare tranquillamente che non sia stato un problema. Ci sono tantissime cose che si possono dire su questo album ma la prima che va sottolineata è sicuramente che è uscito nel momento giusto. Certamente il più politico tra tutti i loro album esce in un momento in cui le manifestazioni invadono le strade degli Stati Uniti (non dico altro perché immagino che già tutti siano informati). Evidentemente c’è dietro un lavoro di anni, non è stato certo scritto guardando ciò che accade in questi giorni, però accompagna la realtà perfettamente anche se, per capirlo a pieno, soprattutto per chi non mastica perfettamente la lingua come me, ci vorrà ancora un po’ di tempo.

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Marina Rei – Per essere felici (Perenne / Believe, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Elena Di Tommaso

Essenziale (agg. m.s.) relativo all’essenza, sostanziale, fondamentale; est. che comprende solo ciò che è più importante e indispensabile.
È questo il primo aggettivo che raggiunge la mente nel tentativo di descrivere l’ultimo intenso lavoro di Marina Rei che prosegue instancabile un percorso in continua evoluzione e torna con un nuovo album di inediti dopo 6 anni dal precedente Pareidolia e dopo 25 dall’uscita del suo primo album in italiano.
Per essere felici è un disco molto personale che è stato registrato quasi interamente a casa dell’autrice capitolina, caratterizzato da una produzione pulita e tutto concentrato sulla scrittura, per soddisfare quell’esigenza di raccontarsi in maniera totalmente trasparente e sincera, senza giri di parole o sotterfugi.
Durante l’ascolto ciò che si para davanti agli occhi, anche se chiusi, è una carrellata di intime immagini che scorrono seguendo il personale fermento musicale dell’artista. Quest’ultimo è del tutto scevro da paletti che dettano confini e caratterizzato da quella autentica libertà di chi sceglie per sé, con la consapevolezza del proprio volere e con la maturità di chi sa assumersi i rischi attraversando strade inconsuete e poco battute, con la schiettezza e la trasparenza di chi non ha paura di raccontare sé stessa guardandosi da diverse angolazioni.

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Sonia Schiavone – Come – Eden! (Da Vinci Jazz, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Pensavo di aver messo per errore sul vassoio de lettore del cd, Meredith Monk, poi invece mi sono accorto che forse era Suzanne Vega… E invece non erano né l’una né l’altra, era la bellissima voce di Sonia Schiavone. Basta ascoltare la intrigante versione di My favorite Things perché il pensiero corra immediatamente, non solo alla sperimentazione o alla introspezione, ma anche alla favolosa melodia di Richard Rodgers (con le rassicuranti e consolatorie parole di Oscar Hammerstein), ma anche alla indimenticabile voce di Julie Andrews (colonna sonora del film “Tutti insieme appassionatamente”). Sarebbe sufficiente questo scintillante inizio per capire che Come – Eden!, uscito a giugno per l’etichetta giapponese Da Vinci Jazz (giapponese, avete letto bene), non è un lavoro che possa passare inosservato.

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Michael McDermott – What In The World… (Appaloosa Records / IRD, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Aldo Pedron

Nato e cresciuto a Chicago (a pochi chilometri dove è cresciuto John Prine), da genitori irlandesi, Michael McDermott Murphy è stato considerato dai molti come “the next big thing” con il suo fulminante album d’esordio 620 W. Surf del 1991 che sembrava dovesse aprirgli le porte dell’olimpo del rock’n’roll e dei magnifici e più qualificati songwriter americani. La delusione per il flop dei dischi successivi, abbandonato dall’industria che prima lo aveva illuso, lo vede crollare psicologicamente entrando in una spirale ingovernabile per una ventina d’anni che lo hanno fatto pressoché scomparire, riemergendo soltanto con qualche album non all’altezza delle sue possibilità. Abusi di droga e di alcool lo hanno sicuramente segnato. Una vita piena di sconfitte e di piccole vittorie, di cadute e di rinascite, di sorrisi e di lacrime.

Michael McDermott - Photo by Andrea Furlan
Michael McDermott

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Mattia Prevosti – Le Gabbie dei Tori (Autoprodotto, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cinzia D’Agostino

Giorgio Canali si sa, ha un fiuto perfetto quando si tratta di lanciare musicisti particolarmente dotati, ha occhio lungo e straordinario orecchio se pensiamo a nomi come i Verdena o Le Luci della Centrale Elettrica da lui prodotti. Ed anche stavolta il vecchio “immortale”, come lui stesso ama definirsi, non è stato da meno in quanto a valutazione.
Mattia Prevosti, è un giovane musicista di Varese che, dopo esperienze in gruppi locali, inizia a scrivere le sue canzoni e ad apprezzare sempre più la musica indipendente italiana finché una sera nel 2010, durante un concerto di Giorgio, prende la sua chitarra e sale sul palco improvvisandosi a suonare con lui. Da qui nasce un bel legame e spesso Mattia apre le esibizioni dei Rossofuoco eseguendo un paio di suoi pezzi.

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La musica, “Album” e il lockdown: l’intervista al cantante Bombay

I N T E R V I S T A


Articolo di Iolanda Raffaele

Molti nella scelta del nome d’arte si rifanno a città, personaggi ed altro, il tuo da dove deriva?
Ciao a tutte e tutti. Il mio nome d’arte viene dalla città, ma anche dal fast food indiano dove andavo a mangiare quando abitavo nella vecchia casa e dal gin Bombay Sapphire; qualche anno fa il mio cocktail preferito era il gin tonic e lo chiedevo sempre col Bombay, tanto che alla fine ho scelto di chiamarmi così. E poi Bombay suona bene!

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Structure – Mindscore (Autoprodotto, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Claudia Losini

Stefano Giovannardi, già autore di numerosi progetti di cui vi abbiamo parlato in precedenza (due, Alex Cremonesi, Cesare Malfatti), stavolta propone un disco totalmente autoprodotto, sotto lo pseudonimo di Structure: sua la musica, i testi, le voci, gli strumenti e il mix.

Ph Giovanni Salinardi

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Keleketla! – Keleketla! (Ahead of your Time, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Elena Di Tommaso

Il felice incontro  tra i co-fondatori di Ninja Tune (il duo inglese Coldcut) e un gruppo di musicisti sudafricani attivi per l’associazione benefica In Place of War (a cui andrà parte del ricavato del disco), ha portato alla realizzazione di una vasto e condiviso progetto musicale che riesce a mettere in connessione generi diametralmente opposti. L’uscita di  Keleketla! per Ahead of Our Time è prevista per il 3 luglio e l’album, a conferma della sue evidenti sfaccettature, è stato sviluppato tra Johannesburg, Londra, Lagos, Los Angeles, la Papua Occidentale.
Il titolo riprende il nome della famosa libreria indipendente e centro media delle arti di Johannesburg, nata nel 2008 grazie ad articoli donati dalla comunità locale, e luogo in cui l’idea è nata. È qui infatti che è avvenuto il proficuo incontro tra i gestori e musicisti della libreria (Rangoato Hlasane e Malose Malahlela) e Ruth Daniels di “In Place of War” i quali hanno contattato i Coldcut come partner ideali per un progetto con artisti sudafricani. Il duo non ha esitato a raccogliere l’invito di un viaggio in Sudafrica (supportato dal British Council) per le sessioni di registrazioni ai Trackside Studios di Soweto, e da qui la storia  ha iniziato a prendere forma. Il progetto si è allargato a ispirazioni artistiche di generi diversi, aprendosi via via a ulteriori contributi di musicisti originari di altri Paesi: dagli architetti dell’afrobeat del calibro di Tony Allen e Dele Sosmi, ai paladini dello spoken word The Watts Prophets, dall’attivista della Papua Occidentale Benny Wenda fino agli Antibalas da New York e Shabaka Hutchings da Londra.

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Le rose e il deserto – Sabbia (2020)

   V I D E O


Articolo curato da Luci

Da ragazzino non provava un grande interesse per la musica, ha iniziato a suonare la chitarra da autodidatta nel 2014. Pian piano è cresciuto in lui il desiderio di cimentarsi nella forma canzone e di aprire in totale autonomia un progetto cantautorale. È nato così nel 2018 Le rose e il deserto, creato da Luca Cassano, classe 1985, origini calabresi e milanese di adozione.
Ricercatore universitario per professione, lettore vorace, appassionato di poesia, ama definirsi uno “scrittore con la chitarra”, poiché fare musica per Luca significa principalmente scrivere.
I testi delle sue canzoni sono al centro di una ricerca che prova a rifuggire da qualsiasi approccio banale. Il giovane cantautore inoltre pone sempre grande attenzione ai suoni, alle immagini che le parole, anche senza melodia, riescono ad evocare.
Io non sono sabbia è il suo Ep di esordio, pubblicato lo scorso 19 giugno. Cinque canzoni attraverso le quali Cassano si racconta, ci parla dei suoi sentimenti, delle sue paure, accompagnato da accattivanti note electro-pop. Un viaggio, fresco, leggero, che fra rime, assonanze, suggestioni poetiche, è l’occasione sia per cantare che per pensare…

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