R E C E N S I O N E
Recensione di Mimmo Stolfi
In Sacra le melodie hanno bisogno di tempo per affiorare. Poche note di pianoforte, una risonanza che si prolunga, il contrabbasso che comincia a cantare: Hugo Carvalhais costruisce il suo quinto album prestando attenzione a quanto un ingresso possa cambiare il significato di ciò che abbiamo appena ascoltato. La lentezza consente di avvertire questi passaggi, di seguire una frase mentre cambia voce o si modifica attraverso minimi spostamenti.
Il compositore portoghese conclude così un ciclo iniziato nel 2010 con Nebulosa, dedicato all’infinitamente grande, e proseguito con l’infinitamente piccolo di Partícula. Grand Valis, ispirato a Philip K. Dick, interrogava la natura della realtà esterna, mentre Ascetica, nel 2022, rivolgeva l’indagine alla coscienza. Sacra si spinge verso il post mortem, immaginato nelle note di presentazione come una dimensione in cui memoria e pensiero potrebbero continuare a esistere secondo leggi sconosciute. Un’ipotesi che Carvalhais affida alla libertà dell’ascoltatore: questi temi, spiega, gli servono per creare e articolare le opere, lasciando aperte le domande che le hanno generate.

A una simile vastità corrisponde il ritorno a una relazione musicale originaria. Gabriel Pinto, al pianoforte e alle tastiere, conosce Carvalhais dal 1993 circa: le loro prime esperienze erano state proprio in duo. Dopo quattro dischi con formazioni diverse e collaboratori come Tim Berne, Dominique Pifarély ed Émile Parisien, il ciclo si conclude recuperando quell’intesa iniziale. Il flauto di Fábio Almeida ne amplia in alcuni episodi le possibilità timbriche.
Aniquelacea, il lungo brano d’apertura, introduce il metodo con particolare chiarezza. Pinto disegna poche note, separate da silenzi e avvolte nel riverbero. La risonanza prolunga ogni gesto e prepara il successivo. Dopo circa due minuti e mezzo, le voci del sintetizzatore animano il quadro e il contrabbasso entra sugli accordi del piano, disegnando frasi liriche e brevi sussulti melodici. Il canto passa quindi a Pinto, che lo elabora con sobrietà. La continuità del brano si costruisce attraverso questo avvicendamento: ciascuno raccoglie quanto l’altro ha lasciato in sospeso. L’avvio di White Corridor introduce sonorità prossime all’elettronica più radicale. Da quell’esordio emerge poi una melodia struggente di tastiere e contrabbasso, sulla quale il flauto aggiunge interventi sognanti. La dolcezza del tema conserva qualcosa di inquieto, richiamando certe atmosfere noir di Angelo Badalamenti. È uno dei punti in cui l’immaginario del disco trova una traduzione musicale convincente: una linea riconoscibile si fa strada dentro un ambiente che mantiene una propria estraneità. In Immensitas, il senso dell’ampiezza nasce dalla reiterazione. Un ostinato cantabile introduce piccoli mutamenti fino all’ingresso del contrabbasso, il cui suono caldo si distende su poche note del piano e un fondo morbido di tastiere. Il dialogo con Pinto occupa poi il resto del brano. La vicinanza fra i due strumenti dà alla musica un carattere confidenziale; l’idea di immensità si misura nella durata concessa a quel colloquio, nella possibilità di svilupparlo senza fretta.

Celestis Machina affida invece al flauto una linea ripetuta ipnoticamente per circa tre minuti e mezzo. Quando Almeida si ritira, il pianoforte insiste su un nucleo di note, rendendo più evidente la componente ossessiva della ripetizione. Il flauto rientra con un suono più sporco, compare e si sottrae al flusso, quindi scompare ancora. A concludere rimane un duetto lieve di contrabbasso e piano. Il brano modifica così il proprio assetto per successive presenze e assenze, fino a ritrovare l’essenzialità del rapporto fra i due protagonisti. Con la breve e interlocutoria Tronos cambia il riferimento sonoro. L’organo da chiesa occupa l’intero episodio, disegnando con note solenni una melodia ariosa. Il timbro richiama anche certe pagine del progressive inglese: un’associazione che introduce nel disco una memoria musicale diversa, coerente con l’amore di Carvalhais per organi e tastiere, strumenti dai quali era cominciata la sua formazione. La conclusiva Aeternitas riprende il pianoforte riverberato dell’apertura. Pinto costruisce lentamente una linea, lavorando su sottili modifiche armoniche e timbriche, poi cede la voce principale al contrabbasso. Carvalhais sviluppa un assolo di grande cantabilità, sostenuto da poche note gravi e pesanti del piano. Il successivo ritorno di Pinto in primo piano prolunga lo slancio lirico del brano. Questo passaggio conclusivo fra le due voci raccoglie uno dei tratti più riusciti dell’album: la melodia appartiene alla relazione, cresce nel modo in cui viene affidata all’altro.
Prima uscita della Brain Brain Broadcast, l’etichetta fondata da Carvalhais dopo la chiusura della Clean Feed, Sacra accompagna la propria ricerca con una scelta editoriale altrettanto deliberata: edizioni fisiche limitate e nessuna disponibilità sulle piattaforme di streaming. Una richiesta di attenzione che trova senso soprattutto nella musica. Per coglierne i cambiamenti, occorre concederle tempo, seguire il ritorno di poche note, ascoltare come il contrabbasso risponde al pianoforte. Il post mortem rimane un’ipotesi. Quel dialogo, con il suo calore e la sua storia, è la presenza concreta alla quale il disco ci affida.

Tracklist:
01. Aniquilacea
02. Tronos
03. Immensitas
04. Celestis Circuits
05. Celestis Machina
06. Black corridor
07. Violacea
08. Cablagem
09. White Corridor
10. Servidor Matricial
11. Himmels Botanika
12. Aeternitas






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