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Verdena – Volevo Magia (Capitol Records Italy/Universal Music, 2022)

R E C E N S I O N E


Articolo di Sabrina Tolve

Sono trascorsi sette anni da Endkadenz e dopo ben sette anni possiamo finalmente godere del settimo album dei Verdena.
Se volessi veder magia nel numero sette, potrei fare un lungo elenco di coincidenze e significati, ma tenterò di darmi un contegno dicendo semplicemente che il sette è il numero della completezza in diverse culture, e ad è alla completezza che ho pensato quando ho ascoltato Volevo magia per la prima volta.
C’è tutta la struttura musicale, canora e lirica a cui i Verdena ci hanno abituati; c’è una completezza e un ritrovarsi continuo nei versi, ci sono tematiche che tornano come topoi, dinamiche, timbri, arrangiamenti cui i Verdena ci hanno abituato e viziato. E poi c’è un mondo nuovo, a metà tra il rassegnato e lo strafottente, c’è tutta una nuova ambientazione bucolica e selvaggia. Nuove esperienze, nuovi esperimenti, nuovi approcci ad eventi e fenomeni fisici, nuovi rituali.

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The Mars Volta – The Mars Volta (Clouds Hill, 2022)

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Recensione di Claudia Losini

Mi ricordo ancora la prima volta che ascoltai De-loused in the comatorium, il primo disco dei Mars Volta: rimasi abbagliata. Non era il tipo di musica che ascoltavo quotidianamente, ma il loop sonoro in cui fui trascinata, così preciso nel dipingere la sensazione di estasi psichica e di deliri di morte, fu per me un’esperienza del tutto nuova. Così anche il loro live.
Decisi che amavo i Mars Volta, in particolare Cedric Bixler Zavala e Omar Rodriguez-Lopez, le due menti dietro anche gli At the Drive In, come tutti gli amori post adolescenziali che si rispettino, con passione ma anche con razionalità.
Questa premessa per dare l’idea delle aspettative, piuttosto alte, su The Mars Volta, uscito dieci anni dopo l’ultimo disco Noctourniquet (2012).

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Makaya McCraven – In These Times (XL/Nonesuch/International Anthem, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Credo di averlo ribadito già più volte e proprio qui, sulle pagine di Off Topic, che il jazz di Chicago non è solo il riferimento attualmente più importante negli USA ma è forse una delle proposte più innovative di tutta la musica contemporanea. È chiaro che in questa circostanza la vexata quaestio riguardi il significato letterale del termine ”jazz“ come del resto, l’autore di In These Times, cioè Makaya McCraven, ha così sottolineato:  “Cerco solo di creare la miglior musica possibile e non so neppure se chiamarla jazz…  e forse non è necessario etichettarla in questo modo” (da All About Jazz – 29/01/21). Ma come mai il batterista McCraven si schermisce nell’attribuirsi questo ruolo di jazzista? Non siamo alle soglie di alcun utopismo musicale, McCraven non è un teorico – anche se si fa chiamare “scienziato del ritmo” e definisce la sua musica come “organic beat music” – bensì un musicista che agisce diacronicamente su ciò che suona e non solo per quello che riguarda i consueti approcci improvvisativi. L’azione, in realtà, si prolunga oltre l’incisione musicale in sé. Come già fecero, in passato, Miles Davis con il suo produttore Teo Macero, sui nastri o comunque sulle tracce raccolte vengono operati dei tagli, delle cuciture, degli assemblaggi trasversali tra celle musicali differenti per ottenere una sorta di musica “reinventata”, prolungando il lavoro creativo oltre i limiti della pura performance. Inoltre McCraven accoglie nelle sue composizioni tutto ciò che può apparirgli congeniale, dagli archi ai droni di sottofondo, dai suoni urbani contemporanei dell’hip-hop al dub e ai ritmi jungle, inserti modali, soul music, spiritual jazz… Persino la scelta degli strumenti è estremamente fluida per cui ai tradizionali elementi dei gruppi jazz si aggiungono arpe, flauti traversi, marimbe, sitar, quartetti d’archi ed altro ancora. Pur non essendo originario di Chicago – McCraven è infatti nato in Europa, a Parigi, nel 1983 – qui si è trasferito a 24 anni, dopo una prima residenza nel Massachusetts. Ma è proprio nella Città Ventosa che il batterista franco-americano viene ben presto ad includersi nella scena musicale della città, tesa tra avant-garde e tradizione. Ora, dopo aver pubblicato il suo primissimo disco da titolare nel 2012 – Split Decision – e dopo una serie di interessanti uscite tra cui l’ultimo, acclamatissimo Deciphering The Message dell’anno scorso, McCraven propone un album con undici tracce, registrate in cinque studi differenti e in quattro performance dal vivo.
Questo lavoro ha richiesto una preparazione durata circa sette anni, avvenuta tra l’altro in contemporaneo allestimento di tutte le altre pubblicazioni, a cominciare da In The Moment del 2015. Sembra proprio che In These Times si sia voluto rappresentare una sorta di sintesi complessiva dell’estetica musicale di McCraven, quasi a tirar le fila di un discorso iniziato diversi anni fa e mai portato definitivamente al suo compendio. L’Autore viene accompagnato da una quindicina di elementi, tra cui qualche nostra vecchia conoscenza come Brandee Younger – una recensione la trovate quiJoel Ross – anche lui è recensito quiGregg Spero – potreste dare un’altra occhiata quied una serie di altri validi musicisti che elencherò alla fine della recensione.

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Suede – Autofiction (BMG, 2022)

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Recensione di Stefania D’Egidio

C’era una volta il BritPop: sembra ieri eppure sono passati trent’anni da quando i gruppi inglesi come Oasis, Blur, Pulp e Suede si contendevano i palcoscenici di tutto il mondo, poi alcuni si sono persi dietro i burrascosi rapporti interpersonali, altri dietro la smania di intraprendere una carriera solista, mentre i Suede, tra alti e bassi e cambi di formazione, hanno proseguito per la loro strada, magari senza replicare i successi del passato, costruiti a suon di hits di facile presa e grande orecchiabilità, ma comunque affinando il proprio stile e seguendo la naturale evoluzione di una raggiunta maturità artistica. Il gruppo di Brett Anderson è giunto così al suo nono album in studio, Autofiction, pubblicato lo scorso 16 settembre per l’etichetta BMG; quasi un nuovo inizio per loro, che avevano scalato le classifiche inglesi nei primi anni ’90, con un sound che volutamente si rifaceva a idoli come Bowie, Roxy Music e Smiths. Poi la fase sperimentale, con maggiore spazio alle tastiere di Codling, i litigi interni, i cambi di formazione e la pausa dal 2003 al 2010. Autofiction è una rinascita, il ritorno a suoni più grezzi, tanto da essere definito da loro stessi un album punk, non nel senso comune della parola o, almeno, non alla Sex Pistols per intenderci, ma in quanto genuino, per nulla artificioso, un disco molto intimo con tematiche che riguardano da vicino i protagonisti: una riflessione sul tempo che passa, un modo di affrontare le ansie e le paure di questo tempo. Un bilancio della propria vita per Brett, non nuovo a queste considerazioni, già affrontate nelle due autobiografie pubblicate, Coal Black Mornings e Afternoons With The Blinds Drawn, entrando davvero nel privato quando nella canzone dedicata alla madre, persa da bambino, She Still Leads Me On, titolo di apertura, parla di come sia ancora oggi una guida per lui e di come si senta ancora in contatto con lei nonostante la morte li abbia separati. Non è un caso che la lavorazione sia durata ben quattro anni: tanto hanno impiegato Brett Anderson, Mat Osman, Simon Gilbert, Richard Oakes e Neil Codling a scrivere le canzoni, mentre la registrazione è stata velocissima.

Suede by Dean Chalkley
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Edda – Illusion (ɪˈluːʒ(ə)n) (Al-Kemi Records/Ala Bianca, 2022)

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Articolo di Sabrina Tolve

Sesto album solista di Edda, Illusion contiene undici brani inediti prodotti da Gianni Maroccolo con il quale Stefano aveva già collaborato per Noio; volevam suonar del 2020.
Undici canzoni che sono difficili da digerire, che spingono verso un mondo altro e ideale, un mondo che possa coprirsi con un manto e incantarci tutti: ma Edda descrive un mondo che ideale non è, che ci tiene ancorati a terra, tra disagio, difficoltà, sofferenza e bruttura, in cui la conoscenza separa, in cui i destini sono già scritti e segnati, in cui si è fluidi, si è donna e uono, perenni Tiresia che come Tiresia sono ciechi; ma la cecità di Tiresia è la condizione perché egli possa vedere oltre e scrutare la verità.

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Charles Lloyd – Trios: Ocean (Blue Note Records, 2022)

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Recensione di Lucio Vecchio

Sulla scena mondiale da più di sessant’anni, il sassofonista e flautista americano, primo pioniere della musica globale Charles Lloyd, non sembra interessato ad adagiarsi sugli allori ed all’età di ottantaquattro anni, ancora all’apice delle sue forze e prolifico come sempre, ha pubblicato una trilogia suonata in compagnia di grandi musicisti. Il 23 settembre ha rilasciato Trios: Ocean, il secondo album della serie Trio of Trios, un progetto che lo vede impegnato con tre diverse formazioni. In questo disco, di cui parleremo a breve, Lloyd viene affiancato da Gerald Clayton al pianoforte e da Anthony Wilson alla chitarra. Il primo album della trilogia, Trios: Chapel con il chitarrista Bill Frisell e il bassista Thomas Morgan, è stato pubblicato il 24 giugno, e il terzo, Trios: Sacred Thread con il chitarrista Julian Lage e il percussionista Zakir Hussain, uscirà il 18 novembre.

Ma veniamo all’oggetto del contendere, Trios: Ocean. L’album è la registrazione di un live che il terzetto ha tenuto il 9 settembre 2020 nel teatro Lobero, a Santa Barbara, città natale di Lloyd. Lo spettacolo, a causa della pandemia, si è tenuto senza pubblico ed è stato trasmesso in streaming. Il disco, stampato sia in formato CD che vinile per Blue Note, è composto da quattro lunghi brani in cui i musicisti si immergono nell’atmosfera straniante del teatro vuoto, riportandoci con profondo rispetto, per non dire devozione, alle radici del jazz.

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Alessandro Sgobbio – Piano Music (AMP Music & Records, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Di Alessandro Sgobbio avevamo già parlato, noi di Off Topic, riguardo a quel bell’album Transparence uscito l’anno scorso nell’ambito del progetto italo-norvegese Hitra – potete trovarne la recensione qui. In effetti la formazione professionale di Sgobbio, pianista dai natali pugliesi, si è realizzata fondamentalmente tra la via Emilia e la Scandinavia, con gli studi al conservatorio di Parma e l’esperienza alla Norges Musikkhogsckole di Oslo. Ma sicuramente Sgobbio riconoscerebbe come prezioso l’apporto di uno dei suoi mentori, cioè lo scomparso pianista ucraino Misha Alperin, a cui è dedicato un brano di questo ultimo album Piano Music. Per proporre un disco di solo pianoforte come questo – il secondo della carriera di Sgobbio dopo il quasi-solo (a parte l’ospitata del clarinetto di Achille Succi) Aforismi Protestanti del 2010 – bisogna possedere uno stato di luminosa grazia che non piove, tuttavia, improvvisamente dal cielo. Occorre una preparazione robusta, ad esempio quella avuta in musica classica, e un bagaglio che abbia toccato, nonostante l’apparente giovane età del pianista, diverse e disparate esperienze musicali, e mi riferisco in modo più esplicito al lavoro coi Pericopes, Silent Fires (recensione qui) e il già citato ensemble Hitra. In effetti è proprio quest’esperienza in più che sottolinea la differenza con il lavoro in solitudine sopracitato. Se in Aforismi le idee erano molte e vitali – 14 brani in meno di 40 minuti di musica – in Piano Music è come se quelle idee seminali venissero meglio sviluppate, selezionate, approfondite, dimostrando una maturità che a parer mio oggi si sta decisamente rendendo evidente. Non è un pianista new-age, Sgobbio, e nemmeno soffre di languori accondiscendenti ad un pubblico di bocca buona. Ma non è nemmeno uno di quegli stancanti minimalisti che insistono delle mezz’ore su qualche accordo reiterato – anche se in Acqua Granda si può ascoltare qualche richiamo a Steve Reich e Philipp Glass. Le sue melodie lavorano sul colorismo di arrangiamenti turgidi ma non debordanti, anzi, si avverte un lavoro di lucida selezione tra le note, come se si puntasse, in fondo, non tanto ad un’asciutta essenzialità quanto ad un suono mondato da impurità, da barocchismi art noveau, per recuperare in toto quella che a me piace definire nuda scienza armonica. Sgobbio passa attraverso tematismi cantabili per toccare attimi di contemporaneità, sfiorare – ma solo per fugaci momenti – l’atonalità giocando sulle dissonanze come in Atma Mater o calandosi all’interno di atmosfere dichiaratamente jazz e cariche di intimismo come in Racemi. Attraverso il suo divenire melodico Sgobbio mira alla preservazione di un proprio personale candore, scavandosi la strada tra varie influenze, combattuto tra l’abbandono alla reverie e istanti di laceranti malinconie ma rimanendo comunque vicino a ciò che importa maggiormente, cioè la verità dell’ispirazione, resa possibile, ovviamente, dal suo adeguato bagaglio tecnico.

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Julian Lage – View With A Room (Blue Note Records, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Una specie di pactio secreta dev’essere stata stipulata tra Julian Lage – quattordicesimo disco da titolare, escludendo l’Ep Live in Los Angeles del 2017 – e il leggendario Bill Frisell. Entrambi chitarristi eccellenti, i due hanno già tracciato un percorso comune, non tanto e non solo per alcune esibizioni live ma soprattutto per essere stati entrambi alla corte di John Zorn contribuendo alla realizzazione del suo Virtue (2020). In effetti Lage e Frisell mi sembrano a tratti perfino intercambiabili e se non fossi quasi certo che per ragioni di psicoacustica, in questo ultimo disco View With A Room, la chitarra di Lage sia stata posizionata nel canale centro-sinistro dell’immagine stereo, potrei avere qualche difficoltà nel reciproco discernimento dei due strumentisti. Ma chi è Julian Lage e come è arrivato fin qui? La sua storia artistica non è certo tra le più comuni perchè è quella di un ragazzino-prodigio nato in California 35 anni fa, che all’età di otto (8!!) si esibisce con Carlos Santana, Pat Metheny, Toots Thielemans e quando compie quindici anni si trova a far l’insegnante di jazz alla Stanford University, venendo reclutato l’anno dopo da Gary Barton per collaborare giustappunto con il grande vibrafonista. Tra i suoi riferimenti musicali alcuni sono abbastanza ovvi, ad esempio il suono “volatile” – è una definizione dello stesso Lage – di Charlie Christian, il rimarchevole e duttile fraseggio di Jim Hall e lo stesso Frisell da cui è stato, secondo me, parecchio influenzato – ascoltate il suo precedente lavoro Squint del 2021 per averne conferma. Ma inaspettatamente Lage ammette anche di avere subito il fascino di un grande chitarrista classico come Julian Bream – e talora ne ha lasciato testimonianza per esempio in 40’s su World’s Fair del 2015 – e di essere stato pure influenzato da pianisti come Hersch e Jarrett. Comunque sia Lage si trova sullo stesso pianeta abitato anche da Frisell e questo album ne è la prova lampante. Nè l’uno né l’altro potrebbero essere definiti dei “puri” chitarristi jazz ,essendo stati attratti in parecchie circostanze dal blues, da qualche assonante simpatia con Chet Atkins o ancora da evidenti riflessi country-rock. Ma ognuna di queste circostanze diversificanti non lavora come limite bensì come innesco per ulteriori mulinanti fantasie, arricchendo questa musica di magnetiche discorsività che si spingono un passo innanzi – o indietro? – al jazz. Senza troppe cerimonie Lage insegue la sua idea di allargare il trio già collaudato nel precedente Squint formato da Jorge Roeder al contrabbasso e Dave King alla batteria – già membro fondatore dei Bad Plus – includendo una seconda chitarra come quella appunto di Frisell. L’intreccio che ne risulta è avvincente e si rende piacevole attraverso una scrittura essenziale, ben calibrata, riuscendo ad esprimere una sensualità avvolgente, un verbo elettrico molto “aereo” e rigorosamente consonante.

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James Brandon Lewis Quartet – MSM Molecular Systematic Music Live (Intakt Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Doppio cd dal vivo per James Brandon Lewis, intitolato Molecular Sistematic Music, che per l’occasione riunisce altri tre musicisti ovvero Aruàn Ortiz al piano, Brad Jones al contrabbasso e Chad Taylor alla batteria che formano il James Brandon Lewis Quartet. Disco edito dall’etichetta Intakt Records e registrato a Zurigo nello scorso mese di maggio. E dopo le informazioni rituali veniamo alle emozioni (irrituali), anche perché i brani,  composti tutti da James Brandon Lewis, ne offrono parecchie e di ampio spettro, con un minimo comune denominatore che potrebbe essere un dinamicissimo groove, con digressioni profonde,  ma sempre nel solco della tradizione e dove tutto sembra costruito attorno al sax di Brandon Lewis, ma che in realtà è la bacchetta magica che rende possibile un amalgama che si potrebbe definire pressoché perfetta.

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