R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Si respira quasi un’aria domestica, persino giocosa in The Guesthouse, una locanda musicale dove le porte restano sempre aperte e ogni emozione trova posto come un ospite ben accolto. Un album come questo, ispirato alla filosofia di Jalal al-Din Muhammad Rumi, grande poeta e mistico islamico vissuto in Persia nel XIII° secolo, sembra fatto col senno di poi per mettere in imbarazzo la Storia. Un artista nemmeno quarantenne come il pianista israeliano Shai Maestro – vedi qui – dichiara infatti il suo afflato per un poeta che oggi sarebbe vissuto in un territorio bombardato proprio dallo stesso Paese di appartenenza dell’Autore. Comunque, l’album di Shai Maestro sembra costruito come un tabernacolo dorato, uno spazio intimo ma luminoso, dove il pianoforte e le tastiere aggiunte di Gadi Lehavi diventano il centro gravitario di un cosmo sonoro sorprendentemente variegato. Nel panorama del jazz contemporaneo, The Guesthouse appare come un sistema musicale complesso, attraversato da tensioni formali e timbriche che il pianista israeliano tenta di organizzare in una molteplicità di materiali e di idee significative.

Questo lavoro prende dunque forma in una sintesi che accoglie i diversi collaboratori e i loro strumenti come presenze attivamente partecipate. Le chitarre, le trombe, le voci e l’elettronica non sono una semplice presenza ma elementi impegnati piuttosto in una conversazione continua, una sorta di placido chiacchiericcio di suoni in cui ognuno di questi cerca di essere assimilato, integrato in un contesto e restituito sotto forma armonizzata. L’ensemble così esteso crea una rete di contatti per densità e stratificazione che non si fonda su un singolo linguaggio ma sulla pluralità di questi ultimi. Le melodie di Maestro posseggono una qualità che si esprime in linee chiare nella loro immediatezza, comunque capaci, come ogni buon assetto melodico, di alludere a spazi emotivi più vasti. Attorno a queste linee si dispiega un universo sonoro ricco di presenze dialoganti. Ad esempio, le trame elettroniche non vogliono imporre un’estetica nuova, ma ampliano il respiro della scrittura di Maestro, utilizzando poche cellule lavorate con cura minuziosa. I suoni sintetici, quindi, non sono semplicemente sovrapposti alla scrittura jazzistica, ma integrati nella forma compositiva attraverso processi di manipolazione sonora, anche in sede di post produzione. Le tre tracce vocali rappresentano uno dei punti più curiosi e affascinanti dell’album. Qui Maestro scrive i testi immaginando le voci degli interpreti come strumenti musicali aggiuntivi del suo ensemble. In Gloria, ad esempio, dedicata alla sua compagna, la linea melodica cantata dalla portoghese MARO emerge con una dolcezza sospesa quasi confessionale, muovendosi insieme al pianoforte nell’intima naturalezza di un duetto cameristico. Alcuni passaggi dell’album sembrano evocare tensioni emotive latenti, come vibrazioni sotterranee che emergono nei momenti di maggiore densità armonica o nei cambi di atmosfera più improvvisi. Queste transizioni, che passano da melodie di apparente semplicità a improvvise esplosioni fusion, possono generare una sorta di ebbrezza, prodotta fondamentalmente dalla collisione tra ordine compositivo e libertà improvvisativa. Ma evidenziano peraltro come questa musica non sia ingenua, facendo affiorare in alcuni momenti la consapevolezza che l’esperienza umana è fatta anche di fratture e inquietudini. Maestro non fugge queste tensioni, al contrario, le accoglie come parte della sua stessa concezione di ospitalità creativa. Sotto la superficie dell’album restano sempre accese le braci della tensione creata dall’improvvisazione, soprattutto quando l’Autore alterna studi pianistici delicati a slanci virtuosistici che ricordano la libertà di musicisti come Chick Corea, costruendo un album che espande il suo linguaggio senza tradire le radici del jazz. La scrittura si trova quindi ad oscillare tra immediatezza melodica e complessità strutturale, come se cercasse una duplice direzione, sia verso la chiarezza della melodia e sia nella profondità concettuale dell’organizzazione sonora. Maestro sembra proporre per la sua musica una forma di un laico panteismo sonoro, in cui tutto – tecnologia, tradizione, improvvisazione e poesia – vive dentro la stessa realtà musicale senza esserne separato. I musicisti che accompagnano l’Autore sono il già citato Gadi Lehavi alle tastiere, il contrabbassista Jorge Roeder e il batterista Ofri Nehemya. Tra gli strumentisti ospiti notiamo la presenza del sassofonista Immanuel Wilkins – vecchia conoscenza di Off Topic, vedi soprattutto qui e qui – di Philip Dizack alla tromba, presente nell’album Human con Maestro (2021) insieme agli stessi Roeder e Nehemya. Inoltre vi sono Nitzan Bar e Tal Maschiach alle chitarre, Fernando Brox al flauto, Jake Sherman alle tastiere. Completano l’organico tre cantanti a cui è affidato un brano ciascuno, la portoghese MARO, il losangelino Michael Mayo e l’israeliano Alon Lotringer.

The Time Bender è il primo movimento dell’album che si presenta come un valzerino al pianoforte a ricordare quasi un carillon, ben presto affiancato dal contrappunto di contrabbasso e gentilmente supportato dalla batteria. Ma la purezza infantile dell’inizio viene sostituita poi da un accentuato senso drammatico, dove si avvertono anche le tastiere elettroniche a supporto e la batteria che scansiona un ritmo complesso, il tutto immerso in un incremento di dinamiche che tocca l’acme in una soluzione inaspettatamente fusion. Si chiude però con la stessa serafica tranquillità che ricalca le fasi iniziali. Nature Boy è un famoso brano di Eden Ahbez, registrato per la prima volta da Nat King Cole nel 1947. Sopra una tessitura elettronico-percussiva si presenta la tromba di Dizack che segna la traiettoria melodica. Pianoforte e tastiere formalizzano un passaggio verso l’improvvisazione retta da un assolo al contralto dell’inconfondibile Wilkins, dal fraseggio rapido e convulso, con qualche suggestione di flamenco verso l’atto conclusivo. Il brano si spegne tra scie elettroniche, frammenti che sembrano spezzoni cinematografici e qualcuno che fischietta l’aria del tema. Gloria è il primo brano cantato dalla frusciante voce di MARO, accompagnata in solitudine dal pianoforte e probabilmente anche da un raddoppio di tastiere. La melodia, molto convincente, è condotta con tono suadente fino alla metà, per poi proseguire senza testo ma solo con i vocalizzi della cantante. Moon of Knives risente fortemente nel suo impianto melodico-armonico di suggestioni medio-orientali e ispaniche con le palmas, cioè il caratteristico battito di mani del flamenco. Come già in precedenza, la musica da un piano legato a matrici tradizionali, si sposta verso altri lidi, carotando un assaggio di prog-fusion, anche grazie alla chitarra in sottofondo di Nitzan Bar. Fondamentale la tastiera col timbro alla Caravan suonata da Lehavi. In Strange Magic la voce calda e vellutata di Michel Majo ripropone un’altra canzone che dimostra l’ottima capacità melodista di Maestro. Come in Gloria, l’accompagnamento è ridotto al minimo per dare più risalto alla voce che s’appoggia esclusivamente alle tastiere. Refuge è in pratica un brano per piano solo ma con un discreto accompagnamento di organo dietro le quinte, probabilmente gestito da Sherman. E’ comunque un vero piacere poter ascoltare le notevoli capacità espressive di Maestro al pianoforte in uno spazio acconcio, con un pezzo come questo completamente consonante, perfino con le chopeniane corone di note a distanziare gli accordi pieni, in totale trance armonica. In GG’s Metamorphosis riappare il ¾ a innescare un valzerone con bordone ostinato che inizialmente s’appoggia al pianoforte ed alle tastiere. Lentamente s’incrementano i volumi sonori, entrano batteria e contrabbasso e di nuovo il brano tende a slittare verso un clima decisamente fusion. Ad un certo punto il tempo di base viene mantenuto non più dalla batteria che si svincola dal battito in tre ma dagli altri strumenti e in effetti Nehemeya si ritrova in un avviluppante avventura ritmica coi suoi tamburi, inseguendo le iperbole delle tastiere e del pianoforte. Con Sleepwolking Roses si torna in una regione immaginaria tra medio-oriente e De Hartmann in uno dei brani migliori di tutto l’album, dove tra i rubati di Maestro s’instaura un dialogo con il contrabbasso, a volte anche sincronico. Il brano è sognante, con un retrogusto malinconico e un risuonar di piatti che ricorda lo spegnersi delle onde sulla rena. A Little Thank You Note vede ancora il lirico pianoforte di Maestro, questa volta seguito dalla chitarra classica di Tal Mashiach, ma siamo sempre immersi in climi medio-orientali con sfumature ritmiche che fanno pensare ad una sorta di danza. The Lion and Me è l’ultimo brano cantato, questa volta dalla voce di Lotringer. La traccia dimostra l’attenzione e la cura che l’Autore ha comunque riservato alle canzoni, evitando ogni scolasticità melodica, riuscendo a mantenere una direzione lineare densa di accattivante fascino. Si chiude con The Guesthouse’s Old Piano, a mezza strada tra timbrica old style e una sibillina, jazzificata melodia riesumata da qualche lontano passato.
The Guesthouse non rappresenta tanto una deviazione stilistica nel percorso di Shai Maestro, quanto piuttosto l’estensione naturale del suo lessico musicale. L’album sembra suggerire che il jazz contemporaneo possa funzionare come fosse una forma di ospitalità estetica, uno spazio aperto in cui linguaggi diversi – scrittura compositiva, improvvisazione, elettronica, fusion, sensibilità melodica, canto – convivono senza perdere la propria identità. In questa prospettiva la guesthouse evocata dal titolo non è soltanto un’immagine poetica ma una figura concettuale, una struttura capace di accogliere la pluralità di voci mantenendo un equilibrio interno comunque riconoscibile. Nel momento in cui la complessità rischierebbe di disperdersi in molte direzioni, la centralità della melodia continua a operare come principio ordinatore, una sorta di filo luminoso che attraversa questo intero edificio sonoro dove le porte restano sempre aperte.
Tracklist:
01. The Time Bender (6:06)
02. Nature Boy (5:56)
03. Gloria (3:24)
04. Moon of Knives (4:00)
05. Strange Magic (4:25)
06. Refuge (4:26)
07. GG’s Metamorphosis (6:00)
08. Sleepwalking Roses (3:57)
09. A Little Thank You Note (2:58)
10. The Lion and Me (3:34)
11. The Guesthouse’s old piano (1:33)
Foto 1 © Liri Agamai
Foto 2 © Caterina Di Perri




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