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Chris Ware @ Centre Pompidou, Parigi

A R T E – M O S T R E


Articolo di Mario Grella

Il Centre Pompidou sembra fatto apposta per ospitare una mostra di Chris Ware, uno dei più grandi fumettisti del mondo. Anzi sono i graphic novel di Chris Ware ad essere adatti ad essere ospitati in un giocattolone meccanico come il Centre Pompidou. Potremmo dire che le due cose sono fatte l’una per l’altra. Tuttavia il Beaubourg non aveva mai ospitato una mostra di Chris Ware e, probabilmente nemmeno Ware aveva mai disegnato il Centre parigino in una sua striscia. Per fortuna in queste settimane e fino al prossimo 10 ottobre, il Centre Pompidou ospita una magnifica esposizione sul lavoro del grande fumettista statunitense. Chris Ware, va detto per i pochi che non lo conoscessero, non è solo uno straordinario disegnatore e narratore, ma è anche un “progettatore” e “costruttore” di libri. Per lui il disegno della striscia, il lettering, lo story board, non esauriscono il suo lavoro. Ware si occupa infatti dell’intero processo di produzione di un graphic novel e la mostra parigina vuole render nota questa sua caratteristica, attraverso una esposizione cronologica del suo lavoro che parte da Chicago, dove Ware comincia a pubblicare dagli anni Novanta i suoi lavori su RAW, la rivista d’avanguardia diretta da Art Spiegelman e François Mauly.

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Elmgreen & Dragset – Useless Bodies? @ Fondazione Prada, Milano

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Articolo e immagini di Mario Grella

Se qualcuno pensasse che artisti come Orlàn o Stelarc che, qualche decennio fa, alterando, distorcendo e anche maltrattando il loro corpo, avessero preconizzato il futuro del cyber-corpo e ci avessero visto giusto, ebbene si sbagliava. O almeno si sbagliava in parte poiché, se è vero che gli innesti cibernetici sono diventati una pratica quotidiana in campi come la chirurgia o la scienza, in arte il corpo umano è andato molto oltre le preconizzazioni immaginifiche della body art: il corpo umano oggi è semplicemente scomparso. E quando non è scomparso del tutto, è mummificato, finto, talvolta un simulacro nemmeno presente. A sostenerlo e a dimostrarlo ampiamente è la straordinaria mostra Useless Bodies? di Elmgreen & Dragset alla Fondazione Prada di Milano, visitabile fino al prossimo agosto. La presenza fisica dell’uomo post-industriale e post-tutto, sembra non necessaria o comunque sembra aver perso la propria centralità, proprio il corpo che per l’arte è stato quasi tutto. La mostra di Elmgreen & Dragset, danese il primo, norvegese il secondo, ha optato per installazioni site-specific che si possono definire sontuose, occupando tutti gli spazi espositivi della Fondazione, il Podium prima di tutto, con un allestimento dichiaratamente ispirato alla prima e memorabile mostra della Fondazione Prada, quel “Serial Classic” allestita proprio da Rem Koolhaas, che della fondazione è l’architetto e curata da Salvatore Settis. In questo primo, introduttivo e magnifico spazio espositivo, sono esposte sculture figurative, classiche e contemporanee, ma che sembrano evocare simulacri di corpi più che corpi stessi, proprio per la loro dialettica vero/falso e con un fitto gioco di sguardi e rimandi tra scultura del passato e scultura contemporanea. Tra le opere esposte la copia in gesso dell’Atleta con lo strigile, calco in gesso del 1938, notissimo anche col nome di Apoxyomenos, copia di epoca romana del II secolo d. C. da un originale greco del IV secolo a.C. E già qui il gioco dei rimandi incrociati è affascinante.

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Steve Harries – Octopus @ Fondazione Sozzani, Milano

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Articolo di Mario Grella

Non so se Steve Harries sia un grande osservatore della natura oppure se le sue fotografie abbiano solo incidentalmente come soggetto la natura. Potrebbe sembrare una osservazione paradossale, è certamente lo è per un fotografo che ha eletto la natura a suo soggetto privilegiato. Eppure a me Steve Harries non sembra un fotografo completamente sincero, credo infatti che non sia la natura il vero oggetto del suo amore. Non c’è nulla di male o di scorretto, ma mi sembra che ad Harries interessi principalmente la composizione materica. Visitando la piccola e deliziosa mostra della Fondazione Sozzani, intitolata Octopus e allestita in collaborazione con la Webber Gallery di Londra (aperta fino al 29 maggio), ne ho avuto la conferma. Se si guarda la favolosa stampa cromogenica su alluminio, intitolata “Geological Study” e se, la si guarda bene, non si può che convenire sul fatto che i due monoliti sembrino essere presenze materiche, la cui origine naturale appare solo una casualità. Quello che conta molto di più è il loro algido isolamento da un contesto naturale, l’illuminazione o la profondità di campo.

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Steve McQueen – Sunshine State @ Pirelli HangarBicocca, Milano

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Articolo di Mario Grella

Se appartenete alla vasta categoria di persone che credono che l’arte sia in fondo un passatempo, o solo “la ricerca” del bello come dicono ministri, sottosegretari, docenti di liceo e assessori, allora fate a meno di leggere questo pezzo e, soprattutto, fate a meno di andare al Pirelli Hangar Bicocca per vedere Sunshine State, la magnifica ed inquietante esposizione video di Steve McQueen. Se al contrario, appartenete agli “altri”, alle teste matte come me (chiamiamoli così per comodità e brevità), allora andateci con convinzione, poiché i sei video e un’opera plastica del grande film-maker britannico, sono di valore assoluto. È inutile dire che entrare in uno spazio come quello dell’Hangar Bicocca è di per sé, una esperienza esistenziale, anche se lo spazio fosse privo di opere, perché qui è l’horror vacui, provocato dal gigantesco edificio, ad essere già sempre protagonista. E Steve McQueen questo lo sa, e proprio per questo, i video sono distribuiti in maniera assolutamente magistrale all’interno dell’Hangar: a proiezioni gigantesche si alternano proiezioni minuscole, a schermi semplici se ne accosta uno a doppia faccia.

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François Berthoud – Hyperillustrations @ Fondazione Sozzani, Milano

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Articolo di Mario Grella

Se qualcuno lascia New York o Parigi per installarsi a Milano, significa proprio che la una città è davvero importante, piena di creatività e molto attrattiva. Ed è quello che ha fatto François Berthoud, svizzero di nascita, cosmopolita per attitudine, illustratore di moda ma non solo, molto attivo in Italia negli anni Ottanta, quando l’allora direttrice di Vanity, Anna Piaggi, lo chiama a sostituire un insostituibile, Antonio Lopez, come disegnatore di moda e illustratore. In realtà gli orizzonti di Berthoud sono ancora più ampi e oltre che di moda si occupa anche di fumetto, andando a far parte di quel gruppo di artisti che comprendeva Lorenzo Mattotti, Tanino Liberatore, Igort. Berthoud produce lavori per Linus, Alter Alter, Frigidaire, ma è certamente la moda il suo terreno d’elezione. Tratto forte, graffiante, sovrapposizioni, “dripping”, François Berthoud non ha paura di sperimentare e gli stilisti non hanno timore ad affidarsi a lui; lavora per Capucci, Prada, Gautier, Saint Laurent, Chanel, Armani Marigela, Dolce & Gabbana, ed altri ancora.

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Tania Bruguera – La verità anche a scapito del mondo @ PAC, Milano

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Articolo e immagini di Mario Grella

Si potrebbe dire che Tania Bruguera è un’attivista politica più che un’artista, ma proprio per questo, una grande artista, certamente una delle più influenti nel mondo dell’arte contemporanea. Per chi volesse entrare nella materia viva della sua arte, al PAC di Milano fino al prossimo 13 febbraio le performance e le opere di La verità anche a scapito del mondo. Le performances di Tania Bruguera non sono però meri esercizi estetici o stramberie concettuali, sono atti partecipativi che hanno le loro radici nella denuncia della violazione dei diritti umani e in particolare, soprattutto in questa mostra del Pac, di quelli del popolo cubano e dei migranti. “Fiat veritas et pereat mundus” è la citazione latina che la filosofa Hannah Arendt pronunciò in risposta al giornalista Gunther Gaus alla televisione tedesca negli anni Sessanta: sia detta la verità anche a scapito del mondo, appunto. Verità difficili da ammettere, ma anche più difficili da nascondere. E proprio in omaggio ad Hannah Arendt si apre la mostra: nella stanza uno una sedia a dondolo sulla quale sedersi e dare lettura di un fondamentale testo della della Arendt, “Le origini del totalitarismo”, così come fece la Bruguera il 20 maggio del 2015, aprendo la sua casa a L’Avana e dalla cui esperienza nacque l’INSTAR, ovvero l’Instituto dell’Artivismo Hanna Arendt” che porta avanti una sorta di alfabetizzazione civica contro ogni dittatura.

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Domenico Gnoli @ Fondazione Prada, Milano

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Articolo e immagini di Mario Grella

Non ho fatto la sciocchezza di andare a studiare le mele cubiste come voleva Severini, che io non sento, né gli altri ‘purismi’ che si propongono a quelli che cominciano a dipingere. Io non ho fatto che trasportare tutto il mio stesso mondo di decoratore in un mondo di pittore, sfrondandolo dei fronzoli, dello stile antico, e di ogni eleganza, mettendone insomma a nudo quello che per me, tra torri e scale solitarie è l’elemento di poesia, di dramma qualche volta…”  E se lo dice lui, Domenico Gnoli, tanto vale credergli. La sua pittura non porta con sé grandi messaggi, anzi forse non porta con sé nessun messaggio, oppure, ed io appartengo a questa scuola di pensiero, porta con sé il più grande di tutti i messaggi dell’arte e della poesia: la meraviglia, che del poeta e, conseguentemente, dell’artista,  come aveva intuito Gian Battista Marino, era il fine. Il messaggio di Domenico Gnoli è tutto qui. Inutile raschiare nel nostro desiderio di “andare oltre”, di “capire”, inutile cercare chiavi di lettura del mondo, inutile pensare, meglio guardare. Qualche volta “guardare” riempie la nostra mente, più del “pensare”. Magari guardando da vicino, da punti di vista inconsueti o incongrui con la logica visiva.

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Saul Steinberg Milano New York @ Triennale, Milano

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Articolo e immagini di Mario Grella

È quanto mai difficile scrivere di un artista come Saul Steinberg e lo è per un motivo semplice: descrivere segni con le parole è quasi impossibile e lo è, tanto più, quando i segni dicono molto di più delle parole. Come per chi del segno grafico ha fatto una lingua articolata, penso per esempio a George Grosz, ad Alfred Kubin e a Roland Topor, anche per Steinberg le parole non solo, non sono sufficienti, ma spesso sono anche inutili o addirittura dannose. Siccome però il web e non solo il web, per fortuna, non è fatto solo di immagini, non potrò fare a meno di utilizzare questo mezzo per raccontarvi della straordinaria mostra in corso alla Triennale di Milano, aperta fino al 13 marzo 2022, intitolata Saul Steinberg Milano New York curata da Italo Lupi e Marco Belpoliti, in collaborazione con la casa editrice Electa che ne edita il bellissimo catalogo. Esposti centinaia di disegni (non sempre e non solo i più noti), scritti, fotografie ed altri materiali del grande disegnatore e designer rumeno-statunitense, ma anche un po’ italiano, in considerazione della sua lunga permanenza a Milano. Com’è noto al centro della sua poetica sta la lapidaria e un po’ surreale affermazione sulla “consapevolezza della linea di essere una linea”, e di linee, nella mostra di Milano, ce ne sono tante e tutte molto “consapevoli di esserlo”. L’omino che disegna la sua propria linea di contorno e che accoglie il visitatore all’ingresso della mostra, è rappresentativo di questo concetto.

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Nanda Vigo Incontri ravvicinati. Arte, Architettura, Design @ Fondazione Sozzani, Milano

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Articolo di Mario Grella

La Fondazione Sozzani di Milano, presenta fino al prossimo primo novembre, una singolarissima mostra sull’opera di un’altrettanto singolarissima artista, Nanda Vigo, dal titolo Incontri ravvicinati. Arte, architettura design. Nanda Vigo, compagna di Piero Manzoni, è una figura molto particolare e molto “milanese” come, detto per inciso, è molto “milanese” la Fondazione Sozzani, che sa proporre con garbo e sapienza uno sguardo acuto sul mondo della moda, del design e della fotografia, soprattutto, campi artistici in cui Milano “la sa lunga” e dimostra di essere sempre all’altezza di una platea internazionale. Al mezzanino dello scrigno di Corso Como Dieci, ecco ricostruito l’Ambiente Cronotopico del 1968, piccolo ambiente “immersivo”. Si tratta di una struttura metallica dove sono inserite lastre di vetro industriale trasparente attraversate dalla luce. Non per nulla la prima sezione della piccola ma preziosa esposizione presenta Nanda Vigo come “maestra della luce”. “La luce va seguita senza opporvi resistenza” dice in quegli anni Nanda Vigo, anni in cui è intensa la sua collaborazione con Lucio Fontana che di luce effettivamente qualcosa sapeva…

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