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Porcupine Tree – Closure/Continuation (Sony Music, 2022)

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Recensione di Andrea Notarangelo

Tredici anni dopo l’ultimo album in studio The Incident, ritornano con prepotenza i Porcupine Tree. La band di Steven Wilson, per l’occasione, ha creato una grande aspettativa e, nell’ultimo momento, ha indotto i fan a un battage mediatico incessante. Il costante rilancio di tutti i misteriosi post della band in rete, ha fatto il resto e oggi abbiamo tra le mani il nuovo Closure/Continuation. Si è parlato molto, già prima dell’uscita, e i quesiti erano tanti. Uno su tutti? Capolavoro o disco scialbo? Alla domanda sul come è avvenuto il processo creativo e compositivo di queste sette nuove tracce (dieci se consideriamo la versione espansa comprensiva di tre bonus track), la band ha risposto che si tratta di canzoni iniziate una decina di anni fa che si sono arricchite col tempo, con l’innesto di dettagli da parte dei tre membri superstiti della band. Con Wilson, infatti, sono ancora della partita anche l’inseparabile tastierista Richard Barbieri e il fenomeno della batteria Gavin Harrison. Quest’ultimo, per tecnica, gusto e scelte stilistiche, per chi scrive può essere considerato a tutti gli effetti il miglior batterista in circolazione (con buona pace di Danny Carey dei Tool e Tomas Haake dei Meshuggah). Possiamo credere a quanto dichiarato dalla band? Non è importante ai fini del giudizio del prodotto finale, ma per quel che mi riguarda, il dettaglio è indispensabile e credo sia proprio l’attenzione maniacale per questo aspetto che faccia la differenza fondamentale tra un buon giudizio e uno equo. Della formazione “tipo”, durante gli anni si sono persi per strada Colin Edwin, semplicemente magistrale al basso e John Wesley (non solo chitarrista ma quasi un quinto membro della band seppur mai in veste ufficiale), e questo farebbe propendere per la veridicità di quanto dichiarato. Dopo l’ultimo album e l’apice toccato in termini di vendite, è difficile pensare a uno scioglimento tout court ed è quindi più probabile immaginare una pressione mediatica e interna che abbiano portato ad una pausa di riflessione e una revisione di priorità da parte di alcuni membri della band mentre si pensava al seguito di The Incident. È invece più probabile che la faccenda si sia svolta in altro modo ed è così che iniziamo a parlare di Closure/Continuation.

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Ivan Radivojevic – In Plain View (A.Ma Records, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

L’autoconsapevolezza, ovvero la coscienza di sé, è qualcosa che si crea giorno dopo giorno. Un’ontogenesi faticosa, fatta di stimoli, tentativi, ricusazioni e riproposizioni, fino a quando si sviluppa la certezza di esserci, di saper fare, di poter incidere nel mondo con i propri mezzi. Prendiamo ad esempio uno splendido trombettista come Ivan Radivojevic, di Belgrado. Nel suo curriculum, prima di aver partecipato alle importanti incisioni discografiche di Sanja Markovic – Ascension (2020 – recensione qui) – e di Max Kochetov – Altered Feelings (2022 – recensione qui), compaiono varie partecipazioni, ad esempio col rapper serbo Marcelo o con il pop-rocker Marco Mandic. Evidentemente, vuoi per motivi e interessi diversi ma anche di crescita musicale, Radivojevic ha provveduto a crearsi un substrato di esperienze differenti e di contatti culturali con tutto ciò che appartiene al Mondo attuale ad alla sua e(de)-voluzione. Ma non posso credere che questo trombettista non sia jazzista dentro, perché il modo in cui si esprime attraverso il suo strumento, gli atteggiamenti personali che non seguono formule, anche e persino qualche apparente indecisione nel suo soffiare sono quelle qualità che contribuiscono a fare di lui un uomo, se non consacrato, almeno devoto alla musica improvvisata che costituisce l’anima del jazz. La tromba di Radivojevic ha una qualità che spicca sopra le altre, possiede infatti quel timbro morbido che in questo suo esordio da titolare per A.MA records, In Plain View,ricorda da vicino Chet Baker o anche Paolo Fresu con opportune eccezioni che rimarcheremo progredendo nell’ascolto. È questione di qualità sonora, più che del tipo di fraseggio. Non parliamo di un suono magro o asciutto, alludiamo invece ad una rotondità plastica, con solo sporadici spigoli qualora si rendano necessari. Una tromba già maturata, al di là dei trent’anni o poco più del giovane musicista. Il tono complessivo dell’album è tranquillo, meditativo ma non sognante. La musica che ascoltiamo è riflessiva, non ci porta verso altri mondi ma aiuta ad un approccio più speculare con la realtà che viviamo e questo lo si deve non solo all’indubbia bravura del trombettista ma anche alla compartecipazione essenziale del gruppo che lo accompagna, cioè di Andreja Hristić al piano, Boris Sainović al contrabbasso, Bogdan Durđević alla batteria con le ospitate di Luka Ignjatović al sassofono contralto in Loving You In Reverse e di Andreja Stanković – guitar in Slipping Into The Night.

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Zola Jesus – Arkhon (Sacred Bones, 2022)

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Recensione di Simone Catena

La cantante e produttrice Zola Jesus (alias Nika Roza Danilova) è un’artista americana di origine russe, che mette in risalto tutto il suo talento vocale in un viaggio intenso e poliedrico, adatto a stimolare un percorso sognante e introspettivo. Nel suo sound troviamo diverse sfumature, che avvicinano l’ascolto all’alternative rock di stampo classico, con accenni alla musica elettronica e percorsi indie. Dopo il successo del precedente Okovi nel lontano 2017 e il periodo delicato e surreale che tutti i musicisti hanno vissuto sulla propria pelle, la cantautrice torna sulle scene con un cambio di rotta definitivo, scrivendo canzoni dall’impronta emotiva e poetica. Il suo sesto album si intitola Arkhon, che significa “potere” nel greco antico. Al suo interno si crea un vortice personale, che rispecchia l’epoca attuale e le influenze negative, diventate un peso nella nostra vita. Il disco viene prodotto dall’etichetta statunitense Sacred Bones ed è stato anticipato dall’uscita del primo singolo Lost. Il brano racconta il difficile rapporto fra le persone, la perdita della speranza, mentre si vive nella paura di un futuro incerto. Questa canzone èun potente invito a riscoprire la libertà e a ripartire con più forza. La traccia è stata impreziosita anche da un videoclip; girato dal regista turco Mu Tunc, ci immerge in una cittadella suggestiva e affascinante.

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Sacromud – Sacromud (Edizioni Labilia, 2022)

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Recensione di Aldo Pedron

Le contaminazioni sono essenziali al giorno d’oggi se vuoi scoprire nuovi orizzonti, strade inesplorate pur rimanendo originali e convincenti. È il caso del quintetto dei Sacromud provenienti dalla verdeggiante Umbria. Un periodo non banale quando scopri dischi di artisti italiani apparentemente sconosciuti ma che ti lasciano il segno.

I Sacromud sono una formazione composta dalla voce abrasiva di Raffo Barbi (voce solista, cori e co-autore delle musiche), il leader Maurizio Pugno (polistrumentista, voce e autore dei testi e co-autore delle musiche, chitarre elettriche e acustiche, dobro, flauto, mellotron, moog, ideatore e produttore del gruppo), Franz Piombino (basso elettrico), Alex Fiorucci (piano Fender Rhodes, organo, sintetizzatori) e Riccardo Fiorucci (batteria e percussioni).

Maurizio Pugno e soci non sono nuovi del mestiere, per anni hanno accompagnato in Italia e all’estero la stupenda voce di Linda Valori. Maurizio Pugno inoltre è titolare di una rubrica pubblicata sui social, “Bluesland” in cui si parla soprattutto dei grandi interpreti del blues, qui trattati con competenza, ironia e perspicacia. Musica profondamente “black” per un disco antico e moderno, un viaggio tra blues e dintorni e suoni dalle contraddizioni contemporanee. Un blues fuori scala, un crossover di suoni dove s’intrecciano e si fondono blues, voodoo, R&B, soul, funky, indie-rock, spiritual e gospel.

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Marco Pacassoni Trio – Life (Giotto Music, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Con Marco Pacassoni possiamo dire che il processo di ristrutturazione dei “quartieri periferici” del jazz si stia avviando verso un deciso miglioramento estetico. L’Europa non è più, da tempo, la sorella minore del jazz contemporaneo. Pacassoni può quindi scegliersi addirittura degli illustri compagni di avventura americani come il contrabbassista John Patitucci e il batterista Antonio Sanchez, progettare un disco come questo Life e registrarlo a New York facendolo conoscere al mondo intero. Solo qualche anno fa queste imprese erano rare, piuttosto si assisteva al processo inverso, per cui molti jazzisti americani venivano invitati in Italia, si organizzavano con gruppi estemporanei anche di ottimi musicisti nostrani per fare concerti e spesso incidere dischi. Si viveva una sorta di benevolo colonialismo culturale, giustificato forse dal gap tra due diversi modi d’intendere la musica, sia per storia che per tradizione. Il quarantunenne vibrafonista Pacassoni sta ora vivendo indubbiamente un’avventura affascinante che l’ha portato dalle Marche, dopo il diploma di Conservatorio conseguito a Pesaro, fino al Berklee di Boston e poi all’insegnamento musicale sia negli stessi USA che qui in Italia. Noi di Off Topic ci eravamo già occupati di questo artista e potete quindi trovare la recensione del suo precedente lavoro Hands & Mallets (2021) – presentato insieme ad Enzo Bocciero – proprio qui. Attraverso una numerosa serie di esperienze discografiche, iniziate nell’anno 2000 con Vibrafonia, poi passate attraverso una girandola di collaborazioni e progetti fino al Matteo Pacassoni Quartet & Group – dal 2011 al 2018 – il vibrafonista marchigiano s’impegna ora in una vera e propria esperienza quintessenziale, un lavoro come Life ben rifinito dai suoi collaboratori americani che seguono le strade melodiche impostate da Pacassoni senza mai costringerlo all’angolo, anzi, dimostrando una cura ed un rispetto per la sua musica quasi al di là delle normali aspettative.

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Anteloper – Pink Dolphins (International Anthem, 2022)

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Recensione di Mario Grella

Cominciamo dal Pink Dolphin e non solo perché è il titolo o perché è raffigurato in maniera psichedelica e naif sulla copertina del disco (continuo ostinatamente a chiamare disco ogni prodotto musicale anche su altri supporti), ma anche perché è una creatura incredibile, nel senso che è difficile credere alla sua esistenza e, non so perché, mi sembra somigliare molto a Jaimie Branch. Un delfino di acqua dolce che vive (almeno per ora) e risale i fiumi dell’Amazzonia. A dire la verità Jason Nazary e Jaimie sembrano anche loro essere “bestie rare“: entrambi hanno una “militanza” nella musica e nella cultura punk ed entrambi sembrano “pesci fuor d’acqua”. Sì, lo so il delfino è un mammifero, ma diversamente la metafora non stava in piedi. Nuotano in acque che stanno tra il jazz e qualcos’altro, anzi tra qualcos’altro e il jazz, ma questo importa solo a chi vende i dischi e non sa dove collocare lo splendido Pink Dolphins loro ultima fatica, con Jaimie Branch alla tromba, elettronica, percussioni e voce, Jason Nazary alla batteria e synth e Jeff Parker al basso e chitarra. L’antilope è un’altra creatura che per ragioni diverse attrae i due musicisti, che detto per inciso saranno al Teatro dell’Arte di Milano il prossimo ottobre. L’antilope è meno socievole del delfino, ma è anch’esso un animale gentile.

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Alanis Morisette – The Storm Before the Calm (Epiphany Music, 2022)

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Recensione di Andrea Notarangelo

The Storm Before The Calm, nuovo album di Alanis Morisette, è un disco di musica per meditazione e, a prescindere, sarà di difficile trattazione. Motivo? Questo lavoro non è propriamente slegato dalla sua discografia seppur abbia poco in comune con quanto finora pubblicato. Se stessimo parlando di David Sylvian, sarebbe tutto più semplice. L’artista inglese, ad esempio, dopo aver intrapreso un’eccellente carriera solista costruita sulla proposizione di un pop raffinato, si è poco alla volta spostato nei meandri ambient fino a rendere la sua proposta irriconoscibile. Nel caso specifico invece, abbiamo una raccolta di canzoni compatta che si presenta come una proposta meditativa, ma è anche una resa dei conti definitiva con il passato. Per chi conosce abbastanza bene l’artista, qualcosa sa, ma vale la pena tornare indietro nel tempo e immaginare la scena: una cantante e compositrice promettente con due dischi commercializzati nel mercato canadese di provenienza non hanno offerto il risultato sperato. La casa discografica rescinde il contratto lasciando al palo senza poche spiegazioni la musicista. Alanis non molla, conosce le sue potenzialità e sa bene dove vuole arrivare.

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My Hellgren & Peter Söderberg – Plucked and Bowed (FRIM Records, 2022)

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Recensione di Aldo Del Noce

Suggestiva, comunque non scontata, l’idea del cimento in un contesto improvvisativo del violoncello (che non ne è affatto attore impensabile) con tre cordofoni dalle distinte vicissitudini in quest’ambito. Fuor di discussione le attitudini della chitarra, così come per l’arabico oud (del cui idioma l’espressione istantanea è parte integrante) ma certamente inattesa riesce l’impiego della tiorba, decadente quanto attrattiva evoluzione del liuto; ma anche i classicisti si facciano una ragione, ché non soltanto alla scrittura erano affidate le espressioni di liutisti e tiorbisti nel relativo periodo, a cavallo tra Sei e Settecento, in testa gli autori del barocco made in France.

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Aura Nebiolo – A Kind of Folk (Abeat Records, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

In una piacevole tavolata tra amici mi capitò di sostenere – complice il vino che induceva giocoforza ai dialogoi – che piccoli gruppi cameristici, sia nell’ambito classico che nel jazz, costituivano una teorica modalità perfetta di ascolto. Pochi strumenti, meno distrazioni, più capacità di seguire lo svolgimento della musica. Al che uno tra i commensali mi fece riflettere sul misterioso, abbacinante effetto di un’orchestra. Magicamente, strumenti di natura diversa che svolgono parti differenti come trombe e tromboni, archi e flauti, s’intrecciano in una sorta di danza erotica, avvicinandosi e allontanandosi in un altalena continua tra eccitazione e malinconia. “La differenza” – sosteneva l’amico – “sta tutta nel colore”. A distanza di tempo devo convenire che un gruppo orchestrale, considerato nel suo insieme, si trova realmente su un altro pianeta. Se poi le partiture sono scritte con cognizione di causa e in una modalità cosi pura e lineare come nel caso di questo A Kind of Folk, seconda uscita discografica della compositrice e cantante astigiana Aura Nebiolo, allora può scattare veramente una sorta di seduzione verso tutto ciò che riguarda un’orchestra e il potenziale della sua tavolozza di sfumature. Il titolo dell’album, come racconta la stessa autrice, si rifà ad un brano del trombettista Kenny Wheeler, appunto Kind of Folk, che si trova in Still Waters uscito nel 2005. Paradossalmente questa traccia è eseguita in duo – oltre alla tromba di Wheeler c’è anche il piano di Brian Dickinson – ma tra gli spazi sonori e le suggestioni armoniche create dai due musicisti, la Nebiolo potrebbe averci letto degli spunti, delle idee nuove dalla cui elaborazione è nato un disco come questo pubblicato per Abeat. L’artista piemontese, diciamolo subito, è una più che piacevole sorpresa. Da quello che avevo compreso nel suo disco precedente, una raccolta di standard dedicati a George & Ira Gershwin, pubblicato solo l’anno scorso, mi era sembrata una brava cantante jazz e poco di più, alle prese tra l’altro con una formazione ridottissima (vibrafono e contrabbasso, rispettivamente degli ottimi Maurizio Vespa ed Enrico Ciampini). Francamente, non avrei potuto prevedere questa evoluzione che ora la vede nella triplice veste di cantante, autrice ed arrangiatrice e in grado di condurre elegantemente gli undici elementi della sua orchestra – li citerò tutti, come conviene, in coda alla recensione –  inserendosi tra loro con la sola voce.

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