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Threadbare – Silver Dollar (NoBusiness Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Certo è strano, oppure è l’ironia della sorte che una un disco che si intitola Silver Dollar sia prodotto da una etichetta che si chiama No Business Records. Cose che capitano, ma a cui non ci si fa troppo caso se poi, una volta incominciato l’ascolto, non ci si riesce più a schiodare da questa musica, così poco definibile che sta in quell’arcipelago magnificamente ambiguo tra Jazz, Metal, Progressive Rock e anche qualche altra cosa. Il disco, uscito nel maggio scorso, è davvero ben confezionato soprattutto dal punto di vista strumentale con un non troppo consueto ensemble; si sono messi davvero d’impegno Jason Stein al clarinetto basso, in ottima compagnia con due musicisti diplomati al Conservatorio del prestigioso “Oberlin College” di Chicago, come Ben Cruz (alla chitarra), ed Emerson Hunton (alla batteria), trio ribattezzato per l’occasione col nome abbastanza evocativo di Threadbare, che creano il giusto scompiglio nelle nostre menti con manie catalogatorie.

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Marilyn Manson – We Are Chaos (Loma Vista Recordings, 2020)

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Articolo di Stefania D’Egidio

Un personaggio come Marilyn Manson, che ha costruito la sua immagine a metà tra satanismo e rockschock, non poteva che scegliere una data nefasta, come quella del 11 settembre, per l’uscita del suo undicesimo album in studio. We Are Chaos (un titolo, un programma!) è l’ultima fatica del Reverendo, pubblicata da Loma Vista Recordings e distribuita da Universal, che vede alla regia Shooter Jennings, produttore con un bel Grammy Awards nel curriculum, conosciuto sul set di Sons of Anarchy. Dieci tracce in tutto, con una copertina dipinta dallo stesso Manson durante i mesi del lockdown, annunciato dall’ autore come un concept album, un tentativo di domare la pazzia e i deliri che da sempre guidano la sua mano nella scrittura dei testi.

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Takuya Kuroda – Fly Moon Die Soon (First Word Records, 2020)

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Recensione di Mario Grella

Takuya Kuroda è un trombettista giapponese di Kobe che ha studiato jazz alla “New School” di Union Square a New York City, uno spirito inquieto e un ricercatore musicale dinamico e curioso, attratto non solo dalla musica in senso stretto, ma dall’intero universo sonoro e questo suo nuovo album, Fly Moon Die Soon, non fa che confermarlo. Non è una novità che il jazz sia divenuto un genere musicale senza una precisa codifica, e le famose “contaminazioni” lo hanno portato su una strada che, se non è difficile seguire da un punto di vista sonoro, è certamente molto più arduo sul piano linguistico. Termini come “hard-bop”, “groovy classico” o “funk e hip hop contemporanei”, significano ormai poco e risultano essere più etichette di comodo che non descrizioni plausibili di ciò che si va ad ascoltare. Nell’ottica della catalogazione è evidente che è comunque il grande respiro groove a fare da collante ad una interessantissima serie di input musicali. 

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The Flaming Lips – American Head (Bella Union, 2020)

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Articolo di Luca Franceschini

Non credo lo si sottolinei mai abbastanza, che il primo disco dei Flaming Lips è uscito nel 1986. La band dell’Oklahoma ha esordito sul mercato quando gli Smiths esistevano ancora, quando il Grunge, l’ultima vera rivoluzione del rock, era molto di là da venire e quando etichette come New Wave, Dark, Gothic, New Romantic, Synth Pop raccontavano una realtà presente e in divenire, non erano ancora relegati nelle pagine delle retrospettive storiche. L’altra cosa sorprendente, quando ci si pensa (non so voi ma a me ha sempre colpito tantissimo) è che sono arrivati al successo più o meno planetario ben 13 anni dopo l’esordio, se dobbiamo considerare The Soft Bulletin come il momento in cui anche il resto del mondo ha scoperto la loro esistenza. Non sono poi molti gli act che hanno varcato la soglia del mainstream dopo una così lunga permanenza nei circuiti underground (il caso più clamoroso è forse quello dei R.E.M., che sono quasi loro coetanei ma sono esplosi dopo molti meno anni) e già solo per questo meriterebbero ampia considerazione.

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Angel Olsen – Whole New Mess (Jagjaguwar, 2020)

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Articolo di Antonio Sebastianelli

La musica di Angel Olsen è stata in grado di catturarmi sin dal primo ascolto. Era il 2012 e il disco lo splendido Half Way Home. In quelle canzoni sembrava rivivere l’intensità e lo spirito di Roy Orbison e una certa tradizione americana, rivista però con una sensibilità fuori dal comunque, figlia anche di quello che era accaduto nei ‘90 e nel primo decennio di questo secolo. Con il disco del 2019 All Mirrors la maturazione di questa giovane sirena giungeva a compimento. Un disco una volta ancora intenso, ma anche poliedrico, sfaccettato, in grado di inglobare momenti folky ad altri più elettronici e sperimentali e raggiungendo la quadratura del cerchio con la splendida Chance, senza se e senza ma una delle canzoni più belle degli ultimi venti anni. All Mirrors era anche un viaggio doloroso ma necessario verso la solitudine intesa come riscoperta di sé.

Bright Eyes – Down in the Weeds, Where the World Once Was (Dead Oceans, 2020)

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Articolo di Claudia Losini

Nel 2005 ascoltai per la prima volta I’m wide awake, it’s morning. Scoprii quel disco per caso, e mi innamorai della voce di Conor Oberst. Un colpo di fulmine. Non avevo mai ascoltato folk, ma quelle canzoni, tutte, a distanza di 15 anni ancora mi fanno bruciare gli occhi a causa delle lacrime trattenute. Questo perché Conor Oberst ha un dono particolare, che è quello di raccontare esperienze terribili, ma quasi come se fossero canzoni della buonanotte.

Down in the weeds, where the world once was per me si lega direttamente alla prima canzone di quel disco del 2005 At the bottom of everything: quando tocchi il fondo, devi trovare qualcosa che ti dia la forza di risalire. Per continuare e farsi forza. “I think about how much people need – what they need right now is to feel like there’s something to look forward to. We have to hold on. We have to hold on.”

Border. – We don’t exist (Autoproduzione, 2020)

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Articolo di Stefania D’Egidio

Se avete voglia di ascoltare qualcosa di nuovo per il panorama musicale italiano, il 01 settembre è uscito l’EP della band emiliana Border., si scrive proprio così, con il punto finale ad indicare che non esistono confini, in geografia come nell’arte.
Il gruppo nasce dall’incontro tra Demi More ed Erika nel 2017 nel luogo culto della controcultura bolognese, via del Pratello; sono entrambi appassionati di musica elettronica, post punk, rock garage ed entrambi hanno avuto esperienze precedenti nel teatro, nella musica e nella performance art: Demi cerca una voce per esprimere i suoi deliri musicali ed ecco che il gioco è fatto.

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Fontaines D.C. – A Hero’s Death (Partisan Records, 2020)

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Articolo di Manuel Gala

Avete presente quando nei reality il pubblico decide la sorte di una gara? Ecco, a questo giro dico io stop al televoto… nel senso che non ce n’è proprio bisogno. Il titolo di miglior rivelazione dell’anno è stato assegnato senza avversari.
I ragazzi irlandesi con la passione per la poesia ed il cinema (prendono il nome dal personaggio Johnny Fontane tratto dal film Il Padrino), aggiungono la sigla Dublin City e coniano il loro nome Fontaines DC.

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Fabio Mina, Aniki – The Shiv (Bandcamp, 2020)

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Recensione di Mario Grella

Dobbiamo ancora abituarci, ma di sicuro esisterà, forse già esiste, una “letteratura dell’era Covid” e una “musica del/dal lockdown”. Di quest’ultima fa certamente parte, per stessa ammissione dei suoi autori, l’interessantissimo lavoro dei fratelli Fabio e Luca Mina (aka Aniki), flautista, sassofonista, compositore e molto altro il primo, musicista elettronico, producer e mago del mixaggio il secondo. The Shiv, questo il tiolo del disco, che nel gergo delle galere americane, allude ad un coltello auto-costruito dai detenuti. Nella grammatica musicale e semantica dei due musicisti, il riferimento chiaro è alla capacità della musica di essere tagliente, cruda, anche spietata, ma sempre autentica e nello stesso tempo, a questa convinzione, soggiace il desiderio di portare l’attenzione su una questione esiziale del comportamento umano: la perenne voglia di rinchiudere, di incarcerare, e, perché no, di punire (come ricordava Michel Foucault, se mi si passa la citazione “da vecchio”).

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