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Emiliano D’Auria Quartet feat. Luca Aquino – In-Equilibrio (Bandcamp, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Alcuni tra i titoli che compaiono in questo disco di Emiliano D’Auria (In- equilibrio) suggeriscono qualcosa che ha a che fare con l’attenzione, il non cadere nel vuoto, il mantenimento di una certa stabilità. Per un musicista potrebbe significare che non si voglia perdere il filo del discorso, che la musica dovrebbe saper districarsi tra momenti di tranquillità ad altri più dinamici. Insomma, come giustamente alludono D’Auria e colleghi in questo lavoro, l’importante è mantenere l’equilibrio. Ma quel trattino frapposto da “In” ed “Equilibrio” accende qualche riflessione ulteriore. Nella lingua italiana questa preposizione  allude a qualcosa che è contenuto in altro, oppure esprime un senso di negazione. L’equilibrio potrebbe quindi essere un ingrediente necessario in questa musica, oppure qualcosa da trascendere, lasciando libero il pensiero e l’estro di creare senza confini obbligati. Da qualsiasi parte si valutino queste considerazioni il risultato finale è un lavoro decisamente melodico, interessante e vitale, in cui si percepisce una sotterranea corrente pulsionale che vorrebbe acrobaticamente camminare sul filo ma nel contempo togliersi la soddisfazione di piroettare in aria senza rete. La formazione messa in opera dal pianista D’Auria in questo suo quarto lavoro comprende Luca Aquino alla tromba, flicorno e trombone, Giacomo Ancillotto alla chitarra, Dario Miranda al contrabbasso ed Ermanno Baron alla batteria.

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Ministri – Cronaca Nera e Musica Leggera (Woodworm/Universal 2021)

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Recensione di Giovanni Tamburino

Dire che questi siano tempi strani è fondamentalmente ridicolo. Sono tempi completamente fuori fase, in cui apparenti sicurezze si alternano a instabilità fin troppo concrete, in un loop senza fine di riaperture e chiusure, prima ancora che di negozi, stadi e ristoranti, mentale.
La crisi che si è innescata è subdola quanto evidente: lobotomizzati tra indici Rt e conteggi, veri o falsati che siano, ci ritroviamo a galleggiare senza la capacità di fronteggiare la prossima onda. O ondata.

Imperversano opinioni, titoli di giornale e allarmismi di ogni sorta, strappando le giornate dalla nostra presa e rendendoci utenti passivi della vita, mentre la stessa ci scorre davanti. In tale contesto di sincopata disperazione, dove tutto è indice di un problema, ma nessuno riesce a comprendere se questo sia il Covid-19, il governo o un’informazione spicciola da clickbait, il ritorno di una band di veterani come i Ministri ha in tutto e per tutto l’effetto di una sana e necessaria terapia del dolore.
Tre anni dopo l’uscita di Fidatevi, sesto album, e anticipato dal singolo Peggio di niente, esce il 14 maggio Cronaca nera e Musica leggera: un’inattesa quanto necessaria mazzata sulle gengive in quattro brani, un EP che condensa in sé tutta la capacità di osservazione e di reazione che la band milanese ha sempre dimostrato negli oltre quindici anni di carriera.

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The Black Keys – Delta Kream (NoneSuch Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Simone Catena

Ritorno sulle scene per il duo graffiante The Black Keys, che sulle ali energiche e sabbiose del blues proveniente dal Mississipi, affacciano di nuovo la testa sul mondo discografico carico di vibrazioni infinite. Il progetto si forma in Ohio nel 2001 dalla mente visionaria di due musicisti formidabili, come Dan Auerbach e Patrick Carney. Il sound alternative rock si spalma su tutto il loro percorso, con una grinta incendiaria e ad ogni passaggio le sonorità subiscono un mutamento geniale, iniziando dal garage punk a tinte indie rock, fino a ritmi più commerciali, soprattutto nel loro disco di maggior successo a livello internazionale El Camino del 2011, che li lancia anche in radio. Il loro decimo album Delta Kream prodotto per l’etichetta americana NoneSuch Records, affonda le radici nelle terre desolate e mistiche del blues, tornando indietro nel tempo nella loro adolescenza. Il primo singolo rilasciato Crawling Kingsnake apre questo lavoro, segnando un netto cambiamento in fase di registrazione, con l’inventiva del duo sempre in primo piano e con una grande padronanza del suono. Nel videoclip diretto da Tim Hardiman viene illustrato il viaggio di una vita intera, cullando le onde sonore del Delta Blues, il movimento per una generazione intera nato a cavallo degli anni 20, con larghe vedute e un ampio spazio personale all’interno delle sue composizioni…

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Sons Of Kemet – Black To The Future (Impulse! Records, 2021)

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Recensione di Claudia Losini

I Sons Of Kemet sono uno dei complessi jazz britannici più acclamati negli ultimi anni, grazie anche alla presenza di Shabaka Hutchings, sassofonista e clarinettista originario delle Barbados, leader, oltre che di questo gruppo, anche dei Shabaka and the Ancestors, membro anche dei Comet is Coming, altro gruppo jazz di ispirazione 70s e basato soprattutto sull’improvvisazione delle jam session.
Ha suonato il sassofono per Sun Ra, Floating Points, Mulatu Astatke, giusto per citare alcuni nomi.
L’impronta principale dei Sons of Kemet è il folk caraibico che incontra la musica africana: il sound è tribale e tocca le corde più nascoste dello spirito in ciascuno di noi. Come dice Shabaka, ognuno interpreta i brani secondo la propria cultura, ma il messaggio finale deve essere necessariamente universale.
E anche nel loro quarto disco, Black to the future, i Sons of Kemet vogliono trasmettere un messaggio, chiaro e molto forte: affinché l’umanità progredisca, bisogna considerare cosa significa essere “Black to the future”, bisogna ridefinire e riaffermare il significato della lotta per il black power.

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Altre di B – Sdeng (Costello’s Records / We Were Never Being Boring 2021)

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Recensione di Francesca Marchesini

The time’s ripe
To fall in love with thoughts

I forcefullyignored.

(Altre di B, Their awesome mixtape, 2021)

Prendete Giacomo, Andrea, Giovanni e Alberto; prendete questi musicisti bolognesi e piazzateli in un granaio in aperta campagna, affidando loro qualche chitarra e un paio di CD di musica indie rock e itpop… ecco che otterrete Sdeng, quarto album della band Altre di B (nome ispirato dalla schedina del Totocalcio). Il nuovo LP, in seguito anche alla collaborazione con Lo Stato Sociale, riporta il quartetto in un contesto più “nostrano” dopo dieci anni di esibizioni sui palchi di Europa e Nord America; rispetto ai precedenti There’s a million better bands, Sport e Miranda!, infatti, il sound e i testi di Sdeng fanno prevalere il lato più pop del gruppo.
La copertina del disco ritrae un pallone da basket che colpisce il ferro di un canestro, senza entrarvi; lo street artist Mannaggia ha voluto così riassumere il focus di Sdeng: l’andare a sbattere contro gli impedimenti della vita. Lo stesso Mannaggia ha creato dei graffiti in rappresentanza delle varie tracce del disco, riproducendoli sui muri di Bologna; è così che fra le strade del capoluogo emiliano si possono vedere l’unione in un cuore e disgiunzione di un diagramma di Venn (Diagram) oppure un bonsai – emotivamente – instabile (Mommy).

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Iosonouncane – Ira (Trovarobato/Numero Uno, 2021)

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Articolo di Sabrina Tolve

Il 16 dicembre 2019, Iosonouncane annuncia il suo nuovo album Ira.
Prima che la pandemia si abbattesse sul mondo, prima che un’altra visione delle cose potesse effettivamente entrare a far parte della nostra quotidianità, l’idea era un’esecuzione integrale nei teatri per la presentazione dell’album.
Come tutti sappiamo, questo non è accaduto – eppure mi sento di sottolineare quanto un’idea simile potesse avere assolutamente senso.
Ascoltando l’album, infatti, ci si rende conto di quanto quest’opera sia monumentale. Non credo ci siano altre parole per descriverlo.
Ira è un viaggio trascendentale. È una creatura intrinsecamente violenta, che urla contro l’ordine costituito e lo status quo. È un percorso d’analisi e di cammino, fatto di fierezza e alterigia e che ha in sé frammenti di bellezza e calma in un marasma d’emozioni senza freni inibitori.
È un’opera rabbiosa, fatta di collera e provocazione sensoriale, attraverso cui ci si ritrova in contatto, in un certo senso, con il proprio io e con la natura umana esposta in tutte le sue sfaccettature: Ira è il racconto del movimento evolutivo, del senso del sacro, della comunicazione. È una narrazione intrisa di simbolismo, fatta di neologismi e idioglossia, in cui il lavoro di ricerca sonora e l’unione di ogni filamento della trama musicale è a dir poco colossale: è un’opera opulenta, fatta di uno studio minuzioso che traspare con naturalezza già dalle prime note.

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Royal Blood – Thyphoons (Black Mammooth Records/Warner Records, 2021)

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Recensione di Stefania D’Egidio

La prima volta che li ho ascoltati in radio quasi cadevo giù dalla sedia tanta era la potenza del suono, ho subito pensato: “questi sì che spaccano!”; avevo poi scoperto che il duo, nato a Brighton nel 2011 e composto da Mike Kerr e Ben Tratcher, si sarebbe esibito di lì a poco all’Alcatraz di Milano per un prezzo ridicolo, così mi ero affrettata ad acquistare il biglietto e avevo iniziato a cercare informazioni in rete. Poco noti allora in Italia, all’estero avevano già riscosso un buon successo di pubblico e critica, grazie alla partecipazione a diversi festival, aprendo anche per gruppi famosi, come gli Arctic Monkeys e i Foo Fighters, tanto da attirare le attenzioni di sua maestà Jimmy Page, che si era speso in lunghi elogi su diverse riviste di settore. Vi dicevo della potenza del suono, con una distorsione portata ai massimi livelli e una sezione ritmica al cardiopalmo: non immaginate la mia sorpresa (e non solo la mia) quando la sera del concerto ho scoperto che quel sound così rude non proveniva da una sei corde, ma da un normalissimo basso Gretsch Junior Jett, acquistabile su qualsiasi store on line per poco meno di 400 euro, settato con un fuzz, un octaver e un qualsiasi ampli. Un vero colpo di genio per Mike Kerr e socio, in grado di assimilare i fondamenti del classic rock e di rielaborarli in una chiave del tutto fresca e incendiaria, sia nell’omonimo album di debutto del 2014, che nel successivo How Did We Get So Dark? del 2017. Quando è stata annunciata l’uscita del terzo album, Thyphoons, il 30 aprile 2021, quindi ci si aspettava qualcosa sulla falsa riga dei precedenti, e, invece, ecco la svolta che non mi sarei mai aspettata: la virata verso l’elettronica.

Se nel lavoro del 2017 il duo si chiedeva come fosse arrivato a essere così “oscuro”, Thyphoons vuole essere il raggio di luce che illumina il buio: frutto di un percorso interiore, che ha visto Kerr uscire dal tunnel della dipendenza da alcool e droghe, l’album tratta infatti tematiche molto personali ed è quasi interamente autoprodotto, eccezion fatta per i brani Boilermaker, che vede alla regia Josh Homme dei QOSA, di cui si sente fortemente la presenza, e Who Needs Friends con Paul Epworth. La lavorazione era già iniziata nel 2019, con un paio di tracce eseguite dal vivo in giro per l’Europa, ma la registrazione vera e propria era partita nel 2020. Pubblicato da Black Mammooth Records e Warner Music, Thyphoons si presenta con una copertina futuristicamente accattivante, in versione cd, vinile, normale o autografato, e musicassetta, meno di 40 minuti per undici tracce in totale. Apre Trouble’s Coming, suono acido e dancereccio, come per i Muse di ultimo corso, che vi farà battere il piede per tutto il tempo; il leit motiv si ripete andando avanti: nella successiva Oblivion fanno la comparsa synth e cori, con una voce compressa alla Jack White. In terza posizione la titletrack, con quel ritornello orecchiabile e il solito riff ipnotico a cui ormai ci hanno abituato; il suono si fa poi cupo in Who Needs Friends, più fedele alla produzione passata, ma arricchito di intriganti cori sul finale e accompagnato da un video altrettanto magnetico, da evitare se soffrite di epilessia.

I trascorsi da tastierista di Mike negli Hunting The Minotaur si fanno sentire in Million & One, con un beat elettronico quasi ossessivo, mentre in Limbo finalmente Ben può scatenarsi con le sue bacchette, frapponendosi al botta e risposta tra la voce principale e i cori, con le tastiere in crescendo sul finale. L’unico pezzo che non mi convince è Either You Want It, specie messo prima di Boilermaker, ispirato dalla recente esperienza di disintossicazione di Mike, che cerca di farsi strada nel turbinio di pensieri mentre contempla il fondo del bicchiere. I successivi due brani, Mad Visions e Hold On, hanno davvero un bel groove, tanto da sembrare quasi un continuum, mentre la chiusura, affidata a All We Have is Now, versione piano e voce, dà un tocco di atmosfera onirica.

Cosa dire? Thyphoons è sicuramente un album coraggioso: nell’anno in cui abbiamo perso i Daft Punk c’è ancora qualcuno che osa mettersi in gioco, mescolando rock, psichedelia ed elettronica, pur con il rischio calcolato di un lieve calo di tensione: come vi dicevo Either You Want It non mi entusiasma granché e sicuramente preferisco i primi due lavori a questo, che resta comunque un buon album. Sono curiosa di vedere se dal vivo sarà in grado di trasmettere quell’energia che è diventata il marchio di fabbrica del duo di Brighton e se, per il prosieguo, continueranno su questa strada o se torneranno su sentieri più battuti e sicuri.

Tracklist:
01. Trouble’s Coming
02. Oblivion
03. Thyphoons
04. Who Needs Friends
05. Million & One
06. Limbo
07. Either You Want It
08. Boilermaker
09. Mad Visions
10. Hold On
11. All We Have Is Now

 

 

 

 

Joe Lovano & Dave Douglas Sound Prints – Other Worlds (Greenleaf Music, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

La presenza di Wayne Shorter aleggia come un nume tutelare sul lavoro dei Sound Prints di Joe Lovano e Dave Douglas. Dopo le prime due prove, una dal vivo nel 2015 – Live at Monterey jazz festival – e la seconda in studio – Scandal – del 2018, la coppia ritorna sugli scudi con un lavoro in cui, pur non essendoci brani di Shorter, restano comunque evidenti le sue “impronte sonore”. Le orme del celebrato sassofonista del New Jersey sono infatti lo strumento valoriale con cui il quintetto continua a misurarsi. Non è certo da intendersi, tutto ciò, come una sorta di competizione e nemmeno come un semplice omaggio. Si tratta invece, per Lovano e Douglas, di rimescolare le proprie energie creative sotto l’egida ispiratrice di Shorter. L’intento è quello di sviluppare e proseguire parte della sua filosofia aggiungendovi una personale visione esecutiva per ottenere musica originale ma in linea con il percorso già tracciato dall’anziano maestro. A dirla tutta, la genesi di questo quintetto non è per nulla improvvisata. Lovano col sax, Douglas con la sua tromba e il batterista Joey Baron si conoscono da una vita e hanno già suonato insieme diverse volte nel ventennio tra i ’70 e gli ’80. La contrabbassista Linda May Han Oh, molto apprezzata nell’ambiente dei più grandi jazzisti americani, l’avevamo già segnalata su queste pagine per la sua quadrata collaborazione in Uneasy con Vijay Iyer. Infine l’apporto del pianista Lawrence Fields, conosciuto da Lovano quando ancora era studente alla Berklee, completa la formazione di questo ultimo lavoro Other worlds.

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Joseph Parsons – At Mercy’s Edge (Meer Music / Blue Rose Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Aldo Pedron

Joseph Parsons è un musicista americano originario di Philadelphia. Dal 2007 vive nel nord Europa, nel nord est della Germania, nella cittadina tedesca di Parchim nella regione Pomeriana Anteriore con la moglie e figli in una casa della fine del 16°secolo facendo spola di tanto in tanto con Berlino. Al suo attivo un lungo curriculum che lo vede protagonista con numerosi album a suo nome, At Mercy’s Edge è il suo 14° disco. Ci sono inoltre ben 6 album dal vivo, oltre 10 incisioni a capo di differenti formazioni come gli U.S Rails, Hardpan e 4 Way Street e ben tre lavori come Parsons-Thibaud in duo con l’amico e collaboratore americano Todd Thibaud. Un cantautore e rocker che porta in musica sensazioni e stati d’animo diversi, frutto di una profonda sensibilità. Dal 2008 ha una formazione stabile che, pandemia permettendo, lo accompagna girando in lungo e in largo l’Europa e il Regno Unito. Oltre allo studio di registrazione creato a casa sua nel 2017 registra molto dal vivo durante i vari tour europei (nel 2019 per esempio in Germania e Italia stessa).

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