R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
La natura promiscua dell’ultimo album dei norvegesi Kronstad 23, Dødehavet, realizza un obiettivo che sfugge alle classificazioni più rigide e che trova la sua ragion d’essere proprio nella capacità di attraversare territori differenti senza perdersi in contesti troppo statici. Il nome Kronstad fa riferimento al quartiere di Bergen dove il gruppo si è primitivamente adoperato nelle sue prime sessioni, avvenute appunto nel 2023. Il quartetto norvegese costruisce un’opera, la loro terza pubblicazione, che sembra provenire concettualmente dal passato, pur riuscendo comunque ad esprimersi attraverso una sensibilità contemporanea. Ogni brano si trasforma in una tappa mentale di un viaggio che procede per intuizioni, visioni e aperture paesaggistiche subitanee. La musica del gruppo si muove lungo sentieri laterali, alimentata da una fiducia reciproca che permette ai musicisti di sviluppare le proprie idee mantenendole nel perimetro di una costante elasticità espressiva.

I Kronstad 23, quindi, sviluppano una precisa strategia in cui tutte le loro scelte sembrano necessarie alla costruzione di un flusso narrativo coerente che racconta molto poco di atmosfere nordiche, proiettandosi invece tra le parti di un afrobeat esteso lungo le coste dello spiritual jazz e – udite, udite – persino avventurandosi tra le colline californiane, dimostrando così le numerose ed evidenti influenze esterne. L’impressione è quella di assistere a un nomadismo culturale nel quale tradizioni diverse riescano a convivere in modo naturale. Echi africani, suggestioni orientali, richiami nu-jazz e sensibilità rock occidentale confluiscono in una materia sonora che sembra allontanarsi inorridita da qualsiasi dogmatismo stilistico. È una sorta di filologia dell’immaginazione che non insegue la ricostruzione pedante delle fonti bensì la loro trasformazione in un’adattabile forma manifesta. Le composizioni avanzano come una lenta processione di groove, una successione di formule sonore che sembrano dilatare il tempo e accompagnare l’ascoltatore verso una dimensione ipnotica sempre più profonda. I trentacinque minuti in totale dell’opera scorrono quindi come un rito benevolo, quasi terapeutico. L’ascoltatore si ritrova in una condizione di quiete vigile, di contemplazione attiva, senza turbamenti interiori, in cui il rumore del mondo sembra arretrare visibilmente. Prende forma, allora, una musica profondamente libera, errabonda e materica che pare voglia proiettarsi verso il piacere della ri-scoperta. L’atmosfera generale richiama colori, odori e sensazioni che appartengono tanto alla realtà della memoria quanto ad una dimensione vagamente psichedelica che rimanda ad atmosfere collocate in un territorio mediano tra i Grateful Dead, Mulatu Astatke e Fela Kuti. Comunque sia viene evitato lo scivolamento verso forme involontariamente caricaturali e il tutto resta misurato, elegante, sorprendentemente vitale. La grande qualità di Dødehavet risiede nella sua capacità di apparire piacevolmente insensato in superficie ma perfettamente compiuto a un ascolto più attento. L’album custodisce una propria verità irrazionale, una logica emotiva che sfugge alle analisi puramente tecniche, dietro cui si evidenzia la scelta dei Kronstad 23 di perseguire la strada dell’istinto e del divertimento improvvisato contro quella del controllo, preferendo l’abbandono alla pianificazione. Se da un lato il gruppo sembra non voler ostentare il proprio talento, dall’altro possiede una consapevolezza artistica tale da permettergli di procedere senza compromessi, seguendo esclusivamente la propria idea visionaria. Le tastiere di Øyvind Arnodd Vie Berg diffondono bagliori crepuscolari e sfumature sognanti, la chitarra e il sitar di Alexander Tøsdal Tveit intrecciano linee ondulanti che sembrano emergere da lontani miraggi desertici, mentre il basso elettrico di Eirik Rømcke con la batteria e le percussioni di Hans Christian Dalgaard e Ivar Thormodsaeder, plasmano insieme un tessuto ritmico pulsante, ricco di dettagli e di movimento. L’apporto dei sassofoni fornito da Håvar Skaugen e Inge Weatherhead Breistein amplia ulteriormente l’orizzonte sonoro, aggiungendo una dimensione contemplativa che rende il disco ancora più interessante.
Si comincia con Menigheten, un brano che inizia lento e guardingo con chitarra e piano elettrico adagiati sopra un riff di basso e il cadenzato della batteria. Il contesto, però si dimostra successivamente tutt’altro che statico. Si sfrutta il passaggio armonico tra due accordi in maggiore, escamotage che consente la lunga improvvisazione modale con una chitarra alla Garcia, tanto da simulare parzialmente uno di quei concerti chilometrici dai tempi dilatati che tenevano i Grateful Dead. Per un attimo si avverte persino il lontano profumo di quelle performance. Segue Stratosfaeren che abbandona la California per calarsi negli antri del nu-jazz ma con un occhio aperto ai ritmi latini. Garcia si trasforma voilà in Santana tra un profluvio di percussioni e tastiere. Umore sempre alto, divertito e carico di energie positive, brano che lascia un’aria lavata di fresco.
Bolverk s’impone con un ritmo imparentato coi 5/4, tanto che vien voglia di canticchiarci sopra la bruebeckiana Take Five. Lunga cavalcata modale ben interpretata dalla chitarra e dalla tastiera distorta. L’incedere è suadente, con momenti di pause strategiche che s’alternano a riprese convinte animate da irrequietezze da rocker consumati. A tratti si possono cogliere intese che sembrano quelle d’altri tempi tra Gary Duncan e John Cipollina. Rabalder ci porta in ambito afrobeat, in un clima in cui una lenta drum and bass s’articola col suono dei sassofoni, realizzando uno tra i brani più convincenti dell’album. Qui si respira un po’ di tutto, dallo spirito nigeriano di Fela Kuti fino alle espressioni tuareg dei Tinariwen. La musica sembra un leone che misuri irrequieto la sua gabbia mentre una carovana mercantile lo stia trasportando in un paese al di là del deserto. Høytrykk s’insinua in una ritmica dance approdando ad un funky ben sostenuto dai sax. La musica si dondola sulla solita coppia d’accordi a distanza di un tono, un semplice trucco che funziona sempre quando si voglia disancorare l’armonia dai cambiamenti tonali. Myrra strizza l’occhio al raga jazz con la presenza del sitar. In realtà si gioca sempre sull’intervallo armonico di quel tono sopra descritto, spazio nel quale la band sembra trovarsi a proprio agio mescolando dinamiche fiatistiche, con assoli intensi e smaniosi di sax, a ritmiche smaliziate che sorreggono l’intero impianto musicale. Svartmagi torna all’afrobeat nella scansione dei suoi ritmi pulviscolari quasi ossessivi e nelle tematiche offerte dalla sovrapposizione dei sassofoni. Svalgang ripropone ancora il sitar in sincrono con la chitarra, ma qui si torna alla psichedelia con un bellissimo gioco tra tastiera e chitarra, un’evoluzione acida e quasi inaspettata in questa seconda parte che pareva inizialmente evidenziare altre direzioni.
C’è qualcosa di profondamente e piacevolmente ingannevole in Dødehavet. Basta osservare la provenienza geografica del gruppo per immaginare paesaggi sonori legati a una certa idea di Nord Europa in cui si manifesti austerità, malinconia, rarefazione atmosferica e talora una compostezza quasi ascetica. Eppure il terzo album dei Kronstad 23 sembra impegnato precisamente a sabotare tutte queste aspettative. Se il quartetto nasce a Bergen e porta nel proprio nome il riferimento al quartiere che ha ospitato le prime sessioni del progetto, la sua musica appare intenzionata a prendere immediatamente le distanze da qualsiasi forma di determinismo geografico. In questo senso, Dødehavet è un album che pone una questione interessante. Quanto conta davvero il luogo d’origine di una musica nell’epoca della circolazione globale delle forme culturali? La risposta dei Kronstad 23 sembra essere radicale. Poco o nulla. La loro identità non si costruisce infatti attorno all’appartenenza, bensì tramite il movimento. Più che una dichiarazione di radici, l’album si presenta come una mappa di traiettorie. L’elemento forse più sorprendente è proprio l’assenza quasi totale di quei tratti che comunemente associamo a un immaginario sonoro scandinavo. Qui non domina il paesaggio, ma il tragitto, non la contemplazione della distanza ma la ricerca della connessione. Le coordinate estetiche conducono piuttosto verso una geografia immaginaria che collega Addis Abeba alla California degli anni Settanta, le architetture ritmiche dell’afrobeat alle derive spirituali del jazz cosmico, la trance collettiva delle jam psichedeliche a una prospettiva ritmica di robusti innesti funky.
Tracklist:
01. Menigheten [5:20]
02. Stratosfæren [4:50]
03 . Bolverk [4:43]
04. Rabalder [3:30]
05. Høytrykk [4:18]
06. Myrra [5:36]
07. Svartmagi [3:42]
08. Svalgang [5:15]






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