C H I E D O _ A L L A _ P O L V E R E
Una fotografia in bianco e nero con dedica autografa, un foglio promozionale stampato sul retro e due personaggi – una soubrette e un trombonista – che oggi risultano del tutto anonimi. L’ho comprata per pochi euro.
Lei si faceva chiamare Antonella Folk. Già il nome d’arte vale il prezzo dell’acquisto.
Lo pseudonimo della soubrette tradisce un’ambizione evidente: suonare internazionale, evocare il glamour dei musical americani. Ma la parola “Folk”, pur con la sua vaga sonorità anglofona, tira ostinatamente verso la provincia italiana, non certo verso le luci di Broadway. Lo scarto è probabilmente involontario, ma racconta un mondo intero.
La soubrette è una donna dall’aspetto ordinario. Eppure ostenta tutta la seduzione che può. C’è qualcosa di leggermente sguaiato in quella nudità esibita, per quanto modesta. Ed è proprio questo a renderla autentica.
Alle sue spalle un trombonista suona rivolto verso l’obiettivo. I capelli impomatati, le basette, la giacca da capocomico: sembra uno di quei suonatori terragni delle bande di paese o dei circhi itineranti.
Mi sono chiesto che fine avessero fatto quei due.
Di Antonella Folk non sono riuscito a trovare traccia. È come se fosse esistita soltanto nell’istante fissato da quella stampa in bianco e nero.

Di Luciano Fineschi, invece, ho scoperto che era un musicista autodidatta e aveva lavorato in Rai – una credenziale che, negli anni del monopolio televisivo, bastava probabilmente a riempire un calendario di serate.
Su YouTube sopravvivono alcune sue vecchie incisioni. Ho aperto il link di un brano dal titolo promettente: Il treno del sabato sera.
«Al sabato di sera c’è un rapido speciale
che porta ad ogni moglie lo sposo suo legale.
È un treno rinforzato sotto il tetto
perché qualche cornetto lo potrebbe perforar.
Cornuti si nasce, cornuti si resta,
le mogli stanno al mare ma le corna stanno in testa.»
Era più o meno quello che mi aspettavo: le assi dell’avanspettacolo, la segatura del circo, le luminarie della festa patronale — l’intrattenimento modesto e un po’ greve di un Paese che aveva ancora addosso la polvere del dopoguerra e cercava di divertirsi come poteva.
Mi sono sorpreso, piuttosto, a riflettere sul cornuto.
È curioso che, per decenni, sia stato uno dei grandi personaggi dell’intrattenimento popolare italiano. Lo si incontrava dappertutto: nelle canzoni, nell’avanspettacolo, nel teatro dialettale, nelle barzellette. Era una maschera. Una di quelle figure che sembravano appartenere al repertorio della comicità italiana. La moglie infedele era quasi un dettaglio.
A un certo punto il cornuto ha smesso di abitare l’immaginario popolare. È rimasto l’insulto, è sparito il personaggio.
Insieme a lui è scomparso anche il mondo fissato in quella fotografia.
Silverio Natali ha pubblicato bestseller sotto lo pseudonimo di Elena Ferrante, inciso le parti vocali di Innuendo al posto di Freddie Mercury e abrogato quarantamila regi decreti. Di queste tre cose, una sola è documentabile.






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