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Malcolm Jiyane Tree-O – Umdali (Mushroom Hour Half Hour, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Veramente una gran bella sorpresa questo esordio del trombonista e pianista sudafricano Malcom Jiyane. Insieme al suo gruppo Tree-O egli ci propone una suggestiva ipotesi di jazz dal carattere cangiante e mercuriale, una punteggiatura ben attenta ad equilibrare vuoti e pieni senza confuse sovrapposizioni sonore – alle volte spacciate per chissà quale espressione d’avanguardia. Una vita certo non facile per Jiyane, trascorsa in gran parte per le strade di Katlehong, sua città natale, cercando rifugio lontano da una pesante situazione familiare. Poi, un giorno, arriva la “chiamata” e tutto succede quando si trova ad ascoltare Johnny Mekoa, uno dei più famosi trombettisti sudafricani che si esibisce gratuitamente per i ragazzi e i poveri senza casa. Mekoa diverrà il suo mentore e accoglierà Jiyane nella sua scuola dove questi comincerà a praticare il jazz come batterista. Ma il suo vero nume tutelare, colui che gli instillerà la passione per il trombone e per quel particolare respiro musicale che si riscontra in questo Umdali, sarà Jonas Gwanga, uno dei più importanti jazzisti sudafricani di sempre. Jiyane, già elemento portante di SPAZA, una formazione aperta a diverse esperienze sonore sia tradizionali che dichiaratamente sperimentali, cambia invece rotta con questo suo Umdali, proponendo una musica ricca di nuances, dai toni spesso malinconici, che possiede nel suo intimo un ventaglio di influenze piuttosto vasto. Accanto ad espliciti riferimenti ad Herbie Hancock, come vedremo in dettaglio, insieme ai ricordi dell’educazione “sentimentale” di Abdullah Ibrahim, vi sono altri elementi forse più sfumati ma ben avvertibili, come ad esempio qualche flash di Tom Harrell e persino di Miles Davis per gli interventi alla tromba, nello specifico quelle di Tebogo Seitei e Brandon Ruiters. Ci sono, inoltre, innesti di elementi tradizionali, c’è del blues, del soul, del funky ma soprattutto uno splendido jazz tradotto con rigorosa sobrietà interpretativa, dizione elegante e sinuoso lirismo. Una performance controllata e composta, traboccante di poesia, svolta attraverso un linguaggio colloquiale che non intimorisce né innesca ansiogene tensioni.

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Go Dugong – Meridies (Hyperjazz Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Claudia Losini

La danza come esorcizzazione, un rituale per liberare le donne dall’isteria provocata da morsi di tarantole, scorpioni o serpenti.
Questa tradizione, radicata nel sud Italia e in particolar modo in Puglia, è il fulcro dell’indagine di Go Dugong, che già nell’ep TRNT (2019, Hyperjazz Records), aveva esplorato i ritmi della tarantella per rielaborarli e farli suoi.
Meridies, l’ultimo lavoro pubblicato sempre per Hyperjazz in partnership con La Tempesta, è un approfondimento fondamentale di questa tradizione musicale, folkloristica e magica, che viene filtrata attraverso la lente dell’elettronica per farla evolvere e renderla contemporanea.
Siamo tutti stati confinati tra le mura di appartamenti per un anno, vivendo quella che può essere definita una isteria moderna, da qui la necessità di liberarci del malessere e ritrovare il contatto con il nostro corpo e la nostra fisicità.

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È stata la mano di Dio – di Paolo Sorrentino (Italia, 2021)

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Non credo sia un caso che due dei più grandi registi italiani viventi, Mario Martone e Paolo Sorrentino, siano nati a Napoli (per la cronaca il terzo, Nanni Moretti, è nato a Roma). Aggiungiamoci che anche uno dei più grandi attori italiani, Toni Servillo, è nato a Napoli e potremmo cominciare ad avere un numero di dati che possono non essere del tutto casuali. Napoli è una città che esprime talenti ed è una città molto cinematografica messa in pericolo da due rischi: la tendenza alla retorica e quella al folklore. È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino, non è un film su Napoli, non è un film su Maradona e forse non è nemmeno solo un film su Paolo Sorrentino, è piuttosto un film sulla dialettica, se posso mutuare un termine hegeliano, e in particolare sulla dialettica della vita dove gioia e dolore (tesi e antitesi), dànno luogo alla consapevolezza (sintesi). E dove, meglio che a Napoli, questi accadimenti possono trovare picchi emozionali estremi nel bene e nel male? Città capace di grandi emozioni, di grandi entusiasmi, di grandi disincanti, di grandi tragedie e di grandi commedie.

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Lee Ranaldo – In Virus Times (Mute Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Lee Ranaldo torna con un album solista, seguito di Electric Trim, risalente al 2017. Messo da parte l’approccio rumorista della band madre Sonic Youth, il musicista esce oggi con qualcosa di molto personale. Si tratta della sua rappresentazione in musica di quanto stava accadendo durante il periodo di lockdown che ci ha tenuto isolati. Estraneazione, isolamento, sono le prime sensazioni che ci lascia questo unicum acustico strumentale, il quale non può essere definito “suite” per un semplice motivo: le parti di cui è composto sono caratterizzate da piccole variazioni e non da vere e proprie alternanze ritmiche. Il musicista racconta che questo In Virus Times, è il risultato di un’improvvisazione di una sera del settembre 2020, nella quale si trovava bloccato in casa nella parte bassa di Manhattan. In questa cornice, lo immaginiamo riflettere sulle imminenti elezioni presidenziali statunitensi e su quanto stava accadendo a livello mondiale a causa della pandemia. Ed è così che il buon Ranaldo descrive il suo sforzo strumentale, affermando che la sua qualità minimale riflette il senso di ‘tempo immobile’ che molti di noi hanno sentito.

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Linda Fredriksson – Juniper (We Jazz Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Curiosa e sorprendente l’opera prima della trentaseienne polistrumentista finlandese Linda Fredriksson. Partendo da semplici “tracce-canzoni” composte su una chitarra acustica e su una tastiera elettronica, la Fredriksson, con un vero e proprio salto acrobatico, trasforma tutto questo in qualcos’altro, cioè in una sequenza di brani di (im)puro jazz. Il passaggio si svolge attraverso l’impiego di sassofoni, sopratutto il baritono e il contralto ma non solo, sostenuto da alcuni musicisti che si occupano di dare sostanza alla struttura del suo suono. Sorprende il fatto che l’autrice di questo Juniper parrebbe, secondo ciò che lei stessa racconta, non essere stata influenzata tanto dalla musica jazz quanto da quella cantautoriale, particolarmente americana. Effettivamente, alle volte, s’intravedono linee melodiche che fanno pensare a qualcosa di simile, come in Lempilauluni, penultimo brano della raccolta. Qui l’atteggiamento casalingo low-fi viene sfacciatamente esibito nella sua semplicità anche con l’aggiunta di un canto “a bocca chiusa” della stessa compositrice. Questa condizione artigianale, spesso arricchita da suoni colti direttamente da ambienti esterni, persiste un po’ per tutto lo svolgersi dell’album, nonostante l’incisione in studio sia stata condotta con tutti i crismi tecnici del caso. È una musica istintiva, questa di Juniper ma non per questo meno raffinata rispetto ad altre composizioni di jazz contemporaneo. Minimale, se vogliamo, nella sua essenzialità ma non minimalista, anzi ricca da par suo di spunti originali, alle volte sorprendenti nella loro disarmante immediatezza. Caratterizzato da un’atmosfera che vive su tonalità introspettive ma senza estremismi, questo disco fa trasparire l’intenzione di un suono magro, disinvolto, senza troppi fronzoli, che punta primariamente ad una decisa volontà comunicativa. Fatico a trovare dei riferimenti stilistici al sax della Fredriksson che mi sembra piuttosto originale, nonostante abbia letto qui e là presunte similitudini con Eric Dolphy o Pharoah Sanders.

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Nirvana – Nevermind – 30th Anniversary Edition (Geffen Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Scrivere sui Nirvana a trent’anni dall’uscita del loro capolavoro fa un certo effetto. Chi conosce il disco, lo ha già fatto suo da qualche decennio e oggi lo potrà trovare tranquillamente in casa propria sotto a un lieve strato di polvere. L’incipit è una provocazione e rappresenta bene la realtà dei fatti, in quanto, chi lo acquistò, lo consumò letteralmente e alla fine lo riversò completo nel suo lettore mp3. Chi invece non lo ha mai digerito, lo ha tenuto come oggetto pop di culto. Pochi dischi diventano un “classico” e Nevermind è uno di questi. Tanto per cominciare, la scaletta del primo disco; si tratta delle 12 canzoni originali (13 se si conta la ghost track Endless, Nameless, mai citata come traccia effettiva, ma amata e riproposta più volte dal vivo da Cobain), irrinunciabili e per le quali è davvero difficile premere il tasto e passare alla successiva. Forse è proprio questo che contraddistingue un capolavoro da un disco bello; Nel primo caso si ascolta tutta l’opera senza saltare alcun contenuto, nel secondo, si selezionano quelle canzoni memorabili, che potrebbero far parte della compilation ideale del momento.

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Anais Drago – Solitudo (Cam Jazz, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Cerco di essere sempre sincero quando scrivo, visto che nella vita di tutti i giorni spesso non si riesce ad esserlo fino in fondo; con tutta sincerità, quindi, posso affermare che ho esitato un po’ a scrivere di Solitudo, seconda fatica discografica della violinista Anais Drago, pubblicata ad inizio ottobre dall’etichetta Cam Jazz. Ho esitato perché temevo di non essere in grado di produrre un numero sufficiente di parole legate tra loro, a commento di un disco di violino solo. Invece, una volta infilata la cuffia sulla testa, essermi isolato da ciò che mi circonda ed aver premuto il tasto “Play”, mi sono reso immediatamente conto, che di parole ne avrei trovate anche troppe (e non per merito mio). Il violino di Anais, acustico ed elettrico, è qui chiamato al cimento su un tema di non poco conto e che, come tutti i temi universali, può diventare una trappola. Il tema è, come dice esplicitamente il titolo, la solitudine. Avendo tra le mani uno strumento vocato alla solitudine come il violino, Anais Drago parte con un certo vantaggio, ma il rischio era comunque grande. Ma chi si assume grandi rischi, se riesce ad uscirne indenne, ottiene poi anche grandi risultati.

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Elbow – Flying Dream 1 (Polydor Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Una grande aspettativa accompagnava l’uscita del nuovo disco degli Elbow. Per la presentazione del nuovo album, Guy Garvey, leader e voce sopraffina della band britannica, sembrava quasi aver messo le mani avanti, indicando quelle che avrebbero potuto essere le loro principali influenze. “Ci siamo resi conto che stavamo realizzando un disco privo delle solite linee guida creative. Amiamo album come gli ultimi dischi dei Talk Talk. Solid Air e Bless the Weather di John Martyn, Is This Desire di PJ Harvey, Chet Baker Sings, Hats dei Blue Nile. Hounds of Love di Kate Bush e Astral Weeks di Van Morrison. Abbiamo sempre scritto canzoni come queste, ma ci è sembrato naturale fare un album che si concentrasse sul lato più intimista della nostra musica. È stata una sfida”. Bene, sciogliamo qualsiasi dubbio prima di procedere. La sfida è stata vinta. Se è pur vero che in ogni opera si può giocare alla ricerca della citazione più o meno velata, nel caso specifico, dopo oltre vent’anni di carriera, possiamo ben parlare di uno stile Elbow e, si tratta di qualcosa che è riconoscibile fin dai primi secondi di ascolto.

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Omar Sosa & Seckou Keita – Suba (Otà Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Una delle parole che più spesso, ultimamente, si ascolta o si legge nelle interviste rilasciate dai musicisti neri – a qualunque parte del mondo appartengano – è “ancestors”, leggi “antenati, avi, progenitori”. Mai come in questo periodo dove lo spirito del tempo soffia attraverso forze contrarie – politiche, ambientali, razziste ecc – si è notato un riacceso bisogno di ricostruire antichi legami identitari. È pur vero che il concetto di “identità culturale” può anche essere ambiguo, se letto di traverso e rischia a volte di alimentare, paradossalmente, gli stessi pregiudizi che vorrebbe combattere. Qui però, tra un musicista cubano come Omar Sosa ed uno senegalese come Seckou Keita, si riallaccia un legame sotterraneo che precede le loro vite, che risale a ritroso negli anni, ripercorrendo all’indietro le onde dell’Atlantico per riportarli entrambi “a casa”, la terra d’Africa da cui provengono le loro tracce genetiche. A dire il vero i due musicisti si sono conosciuti diverso tempo fa quando, nel 2017, hanno prodotto Transparent Water. Si è inserito così, nella cospicua discografia di Sosa – oltre una trentina di album pubblicati – un lavoro sui generis, lontano dalla matrice jazzistica del pianista cubano ma più vicino alla riscoperta delle proprie radici con l’aiuto, allora come oggi, di Keita e della sua kora. A proposito di questa, a Keita dobbiamo il merito di essere stato uno dei più importanti maestri di uno strumento d’importanza fondamentale nell’ambito musicale africano – e senegalese in particolare – e di aver creato una nuova accordatura in grado di sintetizzare le altre quattro principali conosciute nell’Africa centrale. Il suono della kora, inconfondibile per la sua intrinseca dolcezza e luminosità è una via di mezzo che ricorda in parte sia il liuto sia l’arpa. Sosa racconta che durante l’incisione di questo Suba (alba) avvenuta in Germania a Osnabruck in bassa Sassonia, dopo una vacanza con Keita a Minorca, si era potuto percepire la presenza degli Olishas, entità comprese nei culti della Santeria cubana, intermediari tra gli esseri umani e gli dei.

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