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Scott Matthew – Adorned (Glitterhouse Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Letizia Grassi

Esistono due modi per ascoltare Adorned di Scott Matthew. Il primo consiste nel concepire il nuovo lavoro del musicista come un album del tutto nuovo. La seconda modalità, invece, suggerisce di ritornare sugli album precedenti e mettere i due Scott a confronto.
L’idea per realizzare Adorned è stata quella di lavorare su alcune delle sue canzoni originali, riportandole alla vita sotto un’altra luce. Il risultato finale è una raccolta di dieci classici della sua discografia completamente rivisitati. In questo modo ciascun brano appare completamente trasformato, con arrangiamenti del tutto differenti. Sembra che l’obiettivo di Scott Matthew sia quello di affrontare gli stessi temi, gli stessi problemi e le stesse preoccupazioni con una consapevolezza diversa rispetto al passato.

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PazzfortheJazz: Intervista ai fondatori del progetto musicale

I N T E R V I S T A


Articolo curato da James Cook

Vivendo praticamente immerso nella musica, succede spesso che mi appassioni a progetti ed idee sentendo il desiderio di approfondirle. Sempre più, negli ultimi anni, mi lascio ispirare dall’universo che ruota intorno al jazz, alla world music, alle mille influenze e contaminazioni che si interconnettono tra di loro in riferimento a questi mondi sonori. Tra i numerosi canali disponibili per trovare stimoli sempre nuovi, da qualche tempo mi capita di esplorare mixcloud. Proprio qui ho incontrato un progetto che mi ha colpito: Pazzforthejazz.
Ho scoperto che dietro a questo curioso moniker si celano due giovani catanzaresi: Sharon Esse e Matteo Caglioti (MTCGT). Mi sono messo in contattato con Sharon per rivolgerle alcune domande alla vigilia di una interessante pubblicazione: il nuovo mix dedicato alla produzione recente della Auand Records, una delle etichette indipendenti di riferimento per il jazz italiano da circa vent’anni, guidata da Marco Valente.
Nel mix troverete brani tratti dai recenti lavori di Forefront, Gaetano Partipilo, Michelangelo Scandroglio, Paolo Bacchetta, Satoyama e Stefano Coppari.

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Woody Allen – A proposito di niente (La Nave di Teseo, 2020)

L E T T U R E


Articolo di Mario Grella

Woody Allen non poteva che intitolare così la sua autobiografia anche se avrebbe potuto intitolare il poderoso volume edito in Italia da La Nave di Teseo, “A proposito di tutto”, perché nel corposo libro, c’è tutto Woody: il ragazzino di Brooklyn che passava i pomeriggi al cinema, il prestigiatore in erba, quello della “Public School 99”, il delinquente mancato, la sorella Letty, il comico al “Blue Angel”, il jazzista al quale deve anche il suo nome d’arte, il clarinettista Woody Herman, ma anche lo scrittore per il New Yorker, fino al grande regista che tutti noi conosciamo ed amiamo.

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Coma Berenices – La musica è una meta verso cui tendere all’infinito

I N T E R V I S T A


Articolo di Giovanni Carfì

Un nome particolare ed evocativo, ascoltando il loro ultimo lavoro, Archetype, resto colpito dal loro sound e da quanto viene scritto per presentarlo. Coma Berenices è un duo partenopeo, composto da Antonella Bianco (chitarra e tastiere) e Daniela Capalbo (chitarre e mandolino) si uniscono nel 2015 e poco dopo si aggiunge il batterista Andrea De Fazio, con il quale registrano il loro esordio, Delight nel 2016. Tante corde, suonate e arrangiate, ma nessuna parola, per un disco interamente strumentale, nel quale troviamo brani affascinanti e dalle molte sfumature. Ho deciso di contattarle per dare anche una voce a questo lavoro, anzi due.

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Perturbazione: Il nostro film su amore e disamore – Intervista

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini 

Quattro anni fa il mondo della musica era completamente diverso. Lo streaming non era ancora dominante negli ascolti, il cd era in crisi ma esisteva ancora una qualche velleità di farne sopravvivere la funzione, i Thegiornalisti erano un gruppo Indie solo un po’ più famoso degli altri, la rivoluzione che un disco come “Mainstream” di Calcutta avrebbe innescato era appena agli inizi e il Rap italiano solamente un genere tra gli altri. Nel 2016 i Perturbazione erano nel pieno della svolta Pop, si era rotto il sodalizio con Gigi Giancursi ed Elena Diana, “Le storie che ci raccontiamo” proseguiva nella direzione di “Musica X” ma era di fatto il primo lavoro realizzato con una formazione rimaneggiata e il possibile inizio di un nuovo capitolo. Alla fine si è rivelato essere un semplice lavoro di passaggio, come lo stesso Tommaso Cerasuolo mi ha detto alla fine dell’intervista che state per leggere. Le soluzioni moderne in fase di produzione, con l’arruolamento di un fuoriclasse come Tommaso Colliva, il featuring con un allora nastro nascente come Ghemon, unitamente ad una scrittura ad alti livelli come sempre, non sono serviti a molto: probabilmente il pubblico non era disposto ad accettare i Perturbazione in quella veste, quell’abbandono dei toni agrodolci e delle bedroom songs a la Belle and Sebastian aveva scosso gli animi molto più del previsto. Fu un tour difficile: non molte date e complessivamente meno gente di prima, quando ancora in qualche modo si sfruttava l’onda lunga di Sanremo.

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Perturbazione – (dis)amore (Ala Bianca Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cinzia D’Agostino

Non è facile per me scrivere dei Perturbazione, il gruppo storico di Rivoli attivo sin dagli anni 90, nonché la band che mi ha accompagnato e fatto commuovere più di chiunque altro con il loro cantautorato puro e divertente; fiumi di emozioni avvolgevano le nottate solitarie con la voce dolce e sognante di Tommaso Cerasuolo che pareva quasi abbracciarti per darti consolazione.
Ne è passata di acqua sotto i ponti, una lunga carriera, la svolta stilistica,  Sanremo, il tormentone di “l’Unica” e poi… un altro cambiamento, l’uscita dal gruppo del chitarrista Gigi Giancursi e della violoncellista Elena Diana. È da allora che ho abbandonato un po’ gli ascolti di questo gruppo a me così caro, forse perché le ultime uscite di scena un po’ di vuoto lo hanno lasciato, vuoto che questo ultimo disco (dis)amore pubblicato il 29 Maggio, non ha ancora saputo colmare completamente.
L’impressione è quella di un lavoro molto più introspettivo, concepito visceralmente e per questo molto puro ma un tantino rimuginato, quasi si percepisse un’insicurezza di fondo, uno smarrimento probabilmente dovuto dall’assenza di una forza esterna che li conducesse a mettere ordine, a razionalizzare e a sfoltire.

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Naomi Berrill – Suite Dreams (Warner Music, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Ho una vecchia fiamma nel cuore. È un amore che mai si è sopito e che, come un fiume carsico, scompare sotto terra e qualche volta riemerge in superficie, si tratta dell’amore per l’Irish Music in tutte le sue declinazioni, dalle composizioni liriche alla musica da “Pub”, dai cori da stadio all’Amhrán na bhFiann, (“La canzone del soldato”, inno nazionale irlandese). Il motivo è piuttosto semplice: la musica irlandese è malinconica ed interiore e lo è anche nelle sue manifestazioni gioiose. Era difficile quindi resistere alla tentazione di commentare Suite Dreams, terzo album di Naomi Berrill, polistrumentista e vocalist di grande raffinatezza, irlandese di Galway ma stabilitasi a Firenze, anche se, a rigore l’album, realizzato in collaborazione con Casa Musicale Sonzogno di Milano e pubblicato da Warner Music, non contiene solo sonorità irlandesi.

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Joan As Police Woman – Cover Two (Sweet Police, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Elena Di Tommaso

In questi giorni di forzata clausura il corriere ti trova sempre a casa, al primo suono del campanello. E diventa un incontro meraviglioso, soprattutto se il contenuto dello scambio è un oggetto che ti terrà compagnia in un periodo di solitaria introspezione.
Il pacco contiene Cover Two, il secondo album di cover di Joan As Police Woman pubblicato per Sweet Police. Sulla copertina una Joan Wasser di schiena e con le dita incrociate sfoggia una tutina aderente di pelle rossa, mentre all’interno dell’album la sua immagine è intera, sdraiata su un sofà, con un elegante abito rosso e delle fantastiche scarpe fiammeggianti. Due anime che rispecchiano il coraggio, l’originalità, la delicatezza e la sensualità del suo ultimo lavoro.


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Le Marina: Non vivo più a Londra – Intervista

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini – ph credit Daniele Colucciello

Probabilmente ogni tanto occorrerebbe mettere da parte un po’ di esterofilia e guardare le cose come stanno. Per carità, che l’Italia sia un paese per certi versi musicalmente arretrato, non è una novità. Che all’estero, specie in Inghilterra, in Germania o nei paesi scandinavi, ci sia una più larga base di pubblico e una generale predisposizione all’ascolto delle novità, è senza dubbio vero ma non bisogna generalizzare troppo. Ultimamente anche noi ci stiamo allargando molto, le radio e le televisioni cominciano a capire che Ligabue, Vasco Rossi, Pausini, Mengoni e compagnia, non sono per forza di cose gli unici a poter essere chiamati “artisti” e che c’è tutta una scena, non solo di sottobosco, che merita di essere scoperta. I concerti (quando ancora c’erano i concerti) sono frequentati, anche se una buona fetta di pubblico è ancora lì soprattutto per bere; insomma, qualcosa si muove, anche se forse una via che sia solamente nostra non l’abbiamo ancora trovata e siamo sempre troppo dipendenti dai modelli. Un passo alla volta e probabilmente arriveranno altri risultati.
Sia come sia, Marina è una che a Londra ci è stata davvero e ci è stata parecchio. Ha studiato musica, si è laureata, ha fatto partire un suo progetto musicale ma alla fine ha deciso di rientrare in Toscana, dove è nata e cresciuta. Il perché ce l’ha spiegato direttamente lei durante l’intervista che le abbiamo fatto in occasione dell’uscita di Libera, il suo Ep d’esordio, fuori per Wild Elsa, dopo una precedente collaborazione con The Sound of Everything UK, che aveva fruttato due brani. Un sound oscuro, frammentato, a tratti visionario, chiuso su se stesso ma dai cui brani emergono sprazzi di melodie che raccontano di una voglia grande di ricominciare, oltre che di una possibile rincorsa alle chart. Un progetto interessante, espresso con un curioso monicker che declina il suo nome al plurale: un omaggio al suo segno zodiacale, che è appunto i Gemelli, ma soprattutto il riconoscimento di una imprescindibile dualità, all’interno della sua personalità e della sua musica, che si sviluppa in un continuo dialogo con se stessa.
La cosa curiosa è che scopro della sua situazione presente proprio all’inizio di questa chiacchierata: le spiego di averla chiamata su WhatsApp poiché, avendo lei un numero inglese, il mio contratto telefonico non lo supporta e mi sento rispondere: “Tranquillo, in ogni caso a breve lo dovrò cambiare!”

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