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Elmgreen & Dragset – Useless Bodies? @ Fondazione Prada, Milano

A R T E – M O S T R E


Articolo e immagini di Mario Grella

Se qualcuno pensasse che artisti come Orlàn o Stelarc che, qualche decennio fa, alterando, distorcendo e anche maltrattando il loro corpo, avessero preconizzato il futuro del cyber-corpo e ci avessero visto giusto, ebbene si sbagliava. O almeno si sbagliava in parte poiché, se è vero che gli innesti cibernetici sono diventati una pratica quotidiana in campi come la chirurgia o la scienza, in arte il corpo umano è andato molto oltre le preconizzazioni immaginifiche della body art: il corpo umano oggi è semplicemente scomparso. E quando non è scomparso del tutto, è mummificato, finto, talvolta un simulacro nemmeno presente. A sostenerlo e a dimostrarlo ampiamente è la straordinaria mostra Useless Bodies? di Elmgreen & Dragset alla Fondazione Prada di Milano, visitabile fino al prossimo agosto. La presenza fisica dell’uomo post-industriale e post-tutto, sembra non necessaria o comunque sembra aver perso la propria centralità, proprio il corpo che per l’arte è stato quasi tutto. La mostra di Elmgreen & Dragset, danese il primo, norvegese il secondo, ha optato per installazioni site-specific che si possono definire sontuose, occupando tutti gli spazi espositivi della Fondazione, il Podium prima di tutto, con un allestimento dichiaratamente ispirato alla prima e memorabile mostra della Fondazione Prada, quel “Serial Classic” allestita proprio da Rem Koolhaas, che della fondazione è l’architetto e curata da Salvatore Settis. In questo primo, introduttivo e magnifico spazio espositivo, sono esposte sculture figurative, classiche e contemporanee, ma che sembrano evocare simulacri di corpi più che corpi stessi, proprio per la loro dialettica vero/falso e con un fitto gioco di sguardi e rimandi tra scultura del passato e scultura contemporanea. Tra le opere esposte la copia in gesso dell’Atleta con lo strigile, calco in gesso del 1938, notissimo anche col nome di Apoxyomenos, copia di epoca romana del II secolo d. C. da un originale greco del IV secolo a.C. E già qui il gioco dei rimandi incrociati è affascinante.

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Porcupine Tree – Closure/Continuation (Sony Music, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Tredici anni dopo l’ultimo album in studio The Incident, ritornano con prepotenza i Porcupine Tree. La band di Steven Wilson, per l’occasione, ha creato una grande aspettativa e, nell’ultimo momento, ha indotto i fan a un battage mediatico incessante. Il costante rilancio di tutti i misteriosi post della band in rete, ha fatto il resto e oggi abbiamo tra le mani il nuovo Closure/Continuation. Si è parlato molto, già prima dell’uscita, e i quesiti erano tanti. Uno su tutti? Capolavoro o disco scialbo? Alla domanda sul come è avvenuto il processo creativo e compositivo di queste sette nuove tracce (dieci se consideriamo la versione espansa comprensiva di tre bonus track), la band ha risposto che si tratta di canzoni iniziate una decina di anni fa che si sono arricchite col tempo, con l’innesto di dettagli da parte dei tre membri superstiti della band. Con Wilson, infatti, sono ancora della partita anche l’inseparabile tastierista Richard Barbieri e il fenomeno della batteria Gavin Harrison. Quest’ultimo, per tecnica, gusto e scelte stilistiche, per chi scrive può essere considerato a tutti gli effetti il miglior batterista in circolazione (con buona pace di Danny Carey dei Tool e Tomas Haake dei Meshuggah). Possiamo credere a quanto dichiarato dalla band? Non è importante ai fini del giudizio del prodotto finale, ma per quel che mi riguarda, il dettaglio è indispensabile e credo sia proprio l’attenzione maniacale per questo aspetto che faccia la differenza fondamentale tra un buon giudizio e uno equo. Della formazione “tipo”, durante gli anni si sono persi per strada Colin Edwin, semplicemente magistrale al basso e John Wesley (non solo chitarrista ma quasi un quinto membro della band seppur mai in veste ufficiale), e questo farebbe propendere per la veridicità di quanto dichiarato. Dopo l’ultimo album e l’apice toccato in termini di vendite, è difficile pensare a uno scioglimento tout court ed è quindi più probabile immaginare una pressione mediatica e interna che abbiano portato ad una pausa di riflessione e una revisione di priorità da parte di alcuni membri della band mentre si pensava al seguito di The Incident. È invece più probabile che la faccenda si sia svolta in altro modo ed è così che iniziamo a parlare di Closure/Continuation.

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Ivan Radivojevic – In Plain View (A.Ma Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

L’autoconsapevolezza, ovvero la coscienza di sé, è qualcosa che si crea giorno dopo giorno. Un’ontogenesi faticosa, fatta di stimoli, tentativi, ricusazioni e riproposizioni, fino a quando si sviluppa la certezza di esserci, di saper fare, di poter incidere nel mondo con i propri mezzi. Prendiamo ad esempio uno splendido trombettista come Ivan Radivojevic, di Belgrado. Nel suo curriculum, prima di aver partecipato alle importanti incisioni discografiche di Sanja Markovic – Ascension (2020 – recensione qui) – e di Max Kochetov – Altered Feelings (2022 – recensione qui), compaiono varie partecipazioni, ad esempio col rapper serbo Marcelo o con il pop-rocker Marco Mandic. Evidentemente, vuoi per motivi e interessi diversi ma anche di crescita musicale, Radivojevic ha provveduto a crearsi un substrato di esperienze differenti e di contatti culturali con tutto ciò che appartiene al Mondo attuale ad alla sua e(de)-voluzione. Ma non posso credere che questo trombettista non sia jazzista dentro, perché il modo in cui si esprime attraverso il suo strumento, gli atteggiamenti personali che non seguono formule, anche e persino qualche apparente indecisione nel suo soffiare sono quelle qualità che contribuiscono a fare di lui un uomo, se non consacrato, almeno devoto alla musica improvvisata che costituisce l’anima del jazz. La tromba di Radivojevic ha una qualità che spicca sopra le altre, possiede infatti quel timbro morbido che in questo suo esordio da titolare per A.MA records, In Plain View,ricorda da vicino Chet Baker o anche Paolo Fresu con opportune eccezioni che rimarcheremo progredendo nell’ascolto. È questione di qualità sonora, più che del tipo di fraseggio. Non parliamo di un suono magro o asciutto, alludiamo invece ad una rotondità plastica, con solo sporadici spigoli qualora si rendano necessari. Una tromba già maturata, al di là dei trent’anni o poco più del giovane musicista. Il tono complessivo dell’album è tranquillo, meditativo ma non sognante. La musica che ascoltiamo è riflessiva, non ci porta verso altri mondi ma aiuta ad un approccio più speculare con la realtà che viviamo e questo lo si deve non solo all’indubbia bravura del trombettista ma anche alla compartecipazione essenziale del gruppo che lo accompagna, cioè di Andreja Hristić al piano, Boris Sainović al contrabbasso, Bogdan Durđević alla batteria con le ospitate di Luka Ignjatović al sassofono contralto in Loving You In Reverse e di Andreja Stanković – guitar in Slipping Into The Night.

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Elvis – di Baz Luhrmann (USA, 2022)

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Per ragioni anagrafiche, lo ricordo imbolsito, Elvis Aaron Presley, se non proprio gonfio, sempre sudato, rinchiuso in quella gabbia dorata che fu per lui l’Intercontinental Hotel di Las Vegas. Lo ricordo nelle fotografie sgranate che comparivano sui quotidiani e da qualche filmato del telegiornale. Ricordo bene anche quando morì a Memphis, il 16 agosto del 1977; avevo sostenuto da poco gli esami di maturità e ho ancora davanti agli occhi il paginone centrale del quotidiano La Repubblica che lo ricordava. Il magnifico film di Baz Luhrmann, in corsa per l’Oscar e in questi giorni nelle sale cinematografiche, mette anche in luce una storia parallela, spesso ignorata, quella del procuratore di Elvis, lo spietato “colonnello” Tom Parker. Una storia senza la quale sarebbe difficile spiegarsi tante cose dell’inventore del rock’n roll. La vita di Elvis, in fondo, è stata molto lineare, anche se ha seguito la prevedibile parabola comune a molte star della musica o del cinema (adesso anche del calcio), parabole fatte di esordi in sordina, fulminanti successi, finali disperati. Il film di Baz Luhrmann è analitico e poetico, circostanziato e simbolico.

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Selezione Speciale – Ritmo Sincopato: il jazz in Italia

P O D C A S T


Articolo di James Cook

Quando DJ Gas mi ha chiesto se mi sarebbe piaciuto preparare una puntata di Selezione Speciale ho risposto subito con entusiasmo. Seguo sempre con molto interesse le puntate di Ritmo Sincopato: il jazz in Italia e l’idea che mi è venuta per creare il mix era di selezionare brani di jazz italiano, recenti, di progetti che vorrei contribuire a far conoscere. Insomma avevo in mente una puntata normale del podcast condotto da DJ Gas, senza notizie ed interviste. Ecco la mia selezione:

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Zola Jesus – Arkhon (Sacred Bones, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Simone Catena

La cantante e produttrice Zola Jesus (alias Nika Roza Danilova) è un’artista americana di origine russe, che mette in risalto tutto il suo talento vocale in un viaggio intenso e poliedrico, adatto a stimolare un percorso sognante e introspettivo. Nel suo sound troviamo diverse sfumature, che avvicinano l’ascolto all’alternative rock di stampo classico, con accenni alla musica elettronica e percorsi indie. Dopo il successo del precedente Okovi nel lontano 2017 e il periodo delicato e surreale che tutti i musicisti hanno vissuto sulla propria pelle, la cantautrice torna sulle scene con un cambio di rotta definitivo, scrivendo canzoni dall’impronta emotiva e poetica. Il suo sesto album si intitola Arkhon, che significa “potere” nel greco antico. Al suo interno si crea un vortice personale, che rispecchia l’epoca attuale e le influenze negative, diventate un peso nella nostra vita. Il disco viene prodotto dall’etichetta statunitense Sacred Bones ed è stato anticipato dall’uscita del primo singolo Lost. Il brano racconta il difficile rapporto fra le persone, la perdita della speranza, mentre si vive nella paura di un futuro incerto. Questa canzone èun potente invito a riscoprire la libertà e a ripartire con più forza. La traccia è stata impreziosita anche da un videoclip; girato dal regista turco Mu Tunc, ci immerge in una cittadella suggestiva e affascinante.

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Sacromud – Sacromud (Edizioni Labilia, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Aldo Pedron

Le contaminazioni sono essenziali al giorno d’oggi se vuoi scoprire nuovi orizzonti, strade inesplorate pur rimanendo originali e convincenti. È il caso del quintetto dei Sacromud provenienti dalla verdeggiante Umbria. Un periodo non banale quando scopri dischi di artisti italiani apparentemente sconosciuti ma che ti lasciano il segno.

I Sacromud sono una formazione composta dalla voce abrasiva di Raffo Barbi (voce solista, cori e co-autore delle musiche), il leader Maurizio Pugno (polistrumentista, voce e autore dei testi e co-autore delle musiche, chitarre elettriche e acustiche, dobro, flauto, mellotron, moog, ideatore e produttore del gruppo), Franz Piombino (basso elettrico), Alex Fiorucci (piano Fender Rhodes, organo, sintetizzatori) e Riccardo Fiorucci (batteria e percussioni).

Maurizio Pugno e soci non sono nuovi del mestiere, per anni hanno accompagnato in Italia e all’estero la stupenda voce di Linda Valori. Maurizio Pugno inoltre è titolare di una rubrica pubblicata sui social, “Bluesland” in cui si parla soprattutto dei grandi interpreti del blues, qui trattati con competenza, ironia e perspicacia. Musica profondamente “black” per un disco antico e moderno, un viaggio tra blues e dintorni e suoni dalle contraddizioni contemporanee. Un blues fuori scala, un crossover di suoni dove s’intrecciano e si fondono blues, voodoo, R&B, soul, funky, indie-rock, spiritual e gospel.

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Marco Pacassoni Trio – Life (Giotto Music, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Con Marco Pacassoni possiamo dire che il processo di ristrutturazione dei “quartieri periferici” del jazz si stia avviando verso un deciso miglioramento estetico. L’Europa non è più, da tempo, la sorella minore del jazz contemporaneo. Pacassoni può quindi scegliersi addirittura degli illustri compagni di avventura americani come il contrabbassista John Patitucci e il batterista Antonio Sanchez, progettare un disco come questo Life e registrarlo a New York facendolo conoscere al mondo intero. Solo qualche anno fa queste imprese erano rare, piuttosto si assisteva al processo inverso, per cui molti jazzisti americani venivano invitati in Italia, si organizzavano con gruppi estemporanei anche di ottimi musicisti nostrani per fare concerti e spesso incidere dischi. Si viveva una sorta di benevolo colonialismo culturale, giustificato forse dal gap tra due diversi modi d’intendere la musica, sia per storia che per tradizione. Il quarantunenne vibrafonista Pacassoni sta ora vivendo indubbiamente un’avventura affascinante che l’ha portato dalle Marche, dopo il diploma di Conservatorio conseguito a Pesaro, fino al Berklee di Boston e poi all’insegnamento musicale sia negli stessi USA che qui in Italia. Noi di Off Topic ci eravamo già occupati di questo artista e potete quindi trovare la recensione del suo precedente lavoro Hands & Mallets (2021) – presentato insieme ad Enzo Bocciero – proprio qui. Attraverso una numerosa serie di esperienze discografiche, iniziate nell’anno 2000 con Vibrafonia, poi passate attraverso una girandola di collaborazioni e progetti fino al Matteo Pacassoni Quartet & Group – dal 2011 al 2018 – il vibrafonista marchigiano s’impegna ora in una vera e propria esperienza quintessenziale, un lavoro come Life ben rifinito dai suoi collaboratori americani che seguono le strade melodiche impostate da Pacassoni senza mai costringerlo all’angolo, anzi, dimostrando una cura ed un rispetto per la sua musica quasi al di là delle normali aspettative.

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Anteloper – Pink Dolphins (International Anthem, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Cominciamo dal Pink Dolphin e non solo perché è il titolo o perché è raffigurato in maniera psichedelica e naif sulla copertina del disco (continuo ostinatamente a chiamare disco ogni prodotto musicale anche su altri supporti), ma anche perché è una creatura incredibile, nel senso che è difficile credere alla sua esistenza e, non so perché, mi sembra somigliare molto a Jaimie Branch. Un delfino di acqua dolce che vive (almeno per ora) e risale i fiumi dell’Amazzonia. A dire la verità Jason Nazary e Jaimie sembrano anche loro essere “bestie rare“: entrambi hanno una “militanza” nella musica e nella cultura punk ed entrambi sembrano “pesci fuor d’acqua”. Sì, lo so il delfino è un mammifero, ma diversamente la metafora non stava in piedi. Nuotano in acque che stanno tra il jazz e qualcos’altro, anzi tra qualcos’altro e il jazz, ma questo importa solo a chi vende i dischi e non sa dove collocare lo splendido Pink Dolphins loro ultima fatica, con Jaimie Branch alla tromba, elettronica, percussioni e voce, Jason Nazary alla batteria e synth e Jeff Parker al basso e chitarra. L’antilope è un’altra creatura che per ragioni diverse attrae i due musicisti, che detto per inciso saranno al Teatro dell’Arte di Milano il prossimo ottobre. L’antilope è meno socievole del delfino, ma è anch’esso un animale gentile.

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