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Phoenix – Apha Zulu (Loyaute/Glassnote Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

La manifestazione di un ricordo. Siamo nel 2000 e un Fabio Fazio neutrale quanto solo la Svizzera sa esserlo, annuncia all’interno di un suo programma di successo sul calcio, una promettente band francese. In studio compaiono i Phoenix e la loro sintetica If I Ever Feel Better. L’esibizione è, come di consueto in Italia, in playback e si conclude con il conduttore che mostra la copertina iconica di United che riporta un poster della band applicato a un muro da due mani femminili con dita affusolate e uno smalto rosso fuoco. Perché è importante questo momento banale? Semplice. Si trattava della consacrazione definitiva del ‘French Touch’, che, come il Brit Pop inglese non contraddistingue un vero e proprio movimento musicale, ma una comunione d’intenti e la voglia di far emergere a livello internazionale la musica francese di solito relegata ai confini patri, con i Noir Desir come unica eccezione. Dopo gli Air, i Daft Punk, i Cassius, Bob Sinclair, Stardust e anche in un certo senso i Modjo (la loro Lady (Hear Me Tonight), è nel suo piccolo qualcosa di clamoroso), ecco giungere questi quattro ragazzi con l’offerta più rock del lotto. La band di Thomas Mars (leader del gruppo, voce e percussioni), Deck d’Arcy (basso e tastiere), Laurent Brancowitz (chiarre e tastiere) e Christian Mazzalai (chitarra ritmica), riuscì con quel disco nell’intento di combinare il matrimonio perfetto tra musica disco e pop rock raffinato. Oltre vent’anni dopo, questo nuovo Alpha Zulu sembra volere riesplorare i vecchi fasti e far tesoro delle lezioni precedenti per comprendere cosa non ha funzionato nei dischi passati e ripartire al meglio.

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Ardecore – 996 – Le Canzoni di G.G. Belli – Vol. 1 e Vol. 2 (La Tempesta Dischi / Believe, 2022)

R E C E N S I O N E


Articolo di Sabrina Tolve

Un album in due volumi, usciti rispettivamente il 3 giugno e il 6 ottobre di quest’anno, 996 – Le Canzoni di G. G. Belli racchiudono 28 dei 2297 sonetti composti da Giuseppe Gioacchino Belli (firma numerica anonima 996) tra il 1831 ed il 1847, ed editi postumi tra il 1864 e il 1865. L’opera è accompagnata da e accompagna un libro, edito da Squilibri, che permette l’accesso all’ascolto in streaming e download dei due volumi, attraverso un QR Code. Il libro contiene i ventotto sonetti con le note autografe del Belli, le partiture, illustrazioni originali realizzate da Marcello Crescenzi e Claudio Elias Scialabba e un’importante prefazione di Marcello Teodonio, presidente del centro studi ‘G.G. Belli’, direttore della rivista di studi belliani «Il 996», e segretario scientifico del Comitato Nazionale delle Opere di Belli.[1]
Le Poesie Romanesche o Il 996 o La Commedia Romana (tutti titoli provvisori dati dal Belli al suo corpus poetico in vernacolo romanesco) racchiudono un quadro popolare che non è andato disperso e che fonda le sue origini nella poetica satirica e giocosa latina estendendolo sino a noi. Gli Ardecore, che già ci avevano deliziato con Vecchia Roma nel 2015 (ne avevo parlato qui), proseguono con un lavoro filologico che ridisegna il Belli in chiave moderna: i versi dei sonetti non sono stati scalfiti, ma la struttura musicale – principalmente acustica -, ne rinforza suoni e risate, bestemmie e invettive, brutalità e rassegnazione.

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Dirty Sound Magnet – DSM III (Hummus Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

Cari boomers e nostalgici, ecco il disco che fa per noi! Pur non essendo proprio una novità, è uscito infatti nel marzo 2022 per Hummus Records, mi è capitato sotto tiro solo qualche giorno fa, mentre cazzeggiavo su Instagram in una breve pausa dal lavoro: inutile dire che sono rimasta folgorata al primo ascolto. Copertina già di per sé magnetica, con quei due occhi di un celeste indecifrabile da cui non riesci a staccarti, il titolo dell’album poi è tutto un programma: DSM in medicina è il manuale dei disturbi mentali, quindi non potevo andare oltre senza approfondire…

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Unscientific Italians – Play The Music of Bill Frisell Vol. 2 (Hora Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

All’uscita di un nuovo disco, molto atteso, non nego di essere curioso come un bambino, anche per poter godere della “copertina” (oggi ”cover”). Si tratta certamente di un retaggio infantile, ma è innegabile, che la cover ha un certo peso, anche oggi, dove “l’oggetto-disco” praticamente non esiste più (eccezione gucciniana a parte). E siccome l’uscita del secondo volume di Unscientific Italians Play The Music of Bill Frisell (Hora Records), mi intrigava e non poco, ho accolto con grande soddisfazione la magnifica grafica di un amico come Francesco Chiacchio, che ha curato l’operazione su un disegno originale di Frisell e con un prevedibile, ottimo risultato. Splendida la confezione, e la musica? Anche qui nutro un vecchio pregiudizio: difficilmente a grafiche tanto raffinate possono corrispondere contenuti deludenti. E infatti, anche in questo caso, il contenuto è letteralmente entusiasmante. Se il primo Unscientific Italians valse a Bill e ai suoi musicisti il premio della critica “Band of the Year 2021”, il secondo volume, anche se per il calcolo delle probabilità non potrà avere ancora un simile riconoscimento, non è da meno.

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Pedro Neves Trio – Hindrances (Carimbo Porta-Jazz, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Raccontano le note stampa riguardo questo ultimo lavoro di Pedro Neves Trio, Hindrances, come l’autore si sia ispirato, fantasticando, a una salita verso la cima di un monte immaginario. Il superamento degli ostacoli, suggerito dal titolo, possiede naturalmente un significato simbolico. La conquista di una vetta si realizza vincendo le difficoltà che s’incontrano sul suo cammino e dunque l’approdo verso una realizzata consapevolezza di sé – l’autentica scalata “oggetto” di questo album – rappresenta il superamento delle barriere che si pongono inevitabilmente in un viaggio di questo tipo. Come nel romanzo incompiuto di Renè Daumal, Le Mont Analogue, la sfida per giungere ad una vita serena ed appagante richiede una serie di atti di coraggio e di rinunce. La filosofia buddhista ad esempio individua, nel raggiungimento di questo obiettivo, alcuni ostacoli più problematici come il desiderio eccessivo, l’apatia, l’ansia e il continuo dubbio che mina ogni certezza. Può essere che anche in questo bel disco del portoghese Pedro Neves & C, pianista quarantaquattrenne di Oporto, si siano dovute superare quelle naturali barriere che si frappongono tra l’ideazione di un progetto e la sua realizzazione. Ma comunque ogni problema dev’essere stato doppiato con scioltezza, dato che Neves giunge agilmente alla sua quarta esperienza discografica supportato per l’occasione dal contrabbassista Miguel Angelo e dal batterista Josè Marrucho. In effetti sembra proprio che Neves abbia da tempo trovato la quadra ideale in un suono rilassato e melodico che riprende le fila già tese da autori come ad esempio il primo Brad Mehldau e Martin Tingvall. Meno rarefatto di quest’ultimo riferimento svedese – anche se certe analogie con il jazz nordico sono abbastanza evidenti – più in linea con il lirismo del pianista americano degli inizi, il musicista di Oporto si addentra consapevolmente in soluzioni armoniche molto consonanti in cui la melodia è sovrana, soprattutto riflettendo evidenti influenze dalla musica classica. Sembra, a questo proposito, che la formazione sintetica del trio possa essere la formula più efficace per Neves, dato che i suoi precedenti lavori sono sempre stati realizzati con lo stesso schema strumentale, cioè il classico disegno triangolare piano-contrabbasso-batteria. Si ascolta quindi un pianismo costantemente delicato, equilibrato, con una buona scelta di dinamiche percussive sulla tastiera, cioè con quel tocco particolare che permette di distinguere al volo un buon pianista da un volenteroso dilettante. Ci sono molte decorazioni, soprattutto affidate anche alla ritmica perfetta e ben composta che lo accompagna, senza però sfociare in qualsivoglia impronta decadente o verso tendenze iperboliche, mantenendo un clima assorto ed elegiaco frutto di una costante chiarità d’intenti.

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Kim Myhr  –  Sympathetic Magic (Hubro Music, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Aldo Del Noce

Vale la pena di recuperare, entro la strutturata quanto cangiante discografia del Nostro, il non recentissimo You | Me (Hubro, 2017), dichiarato prequel del corrente Sympathetic Magic, che sembra però differenziarsene non solo nella line-up raddoppiata quanto nelle accresciute ambizioni.
Ciò che sembra costituire la più saliente differenza è magari una meno spiccata attenzione verso le implicazioni del ritmo: si poteva asserire come nel precedente album gli strumenti a corda fungessero da telai sulle cui imbastiture le percussioni operassero inflessioni ritmiche, ma nell’attuale caso sembra si tenda ad una differente progettazione di soundscape .
Molto infatti si deve all’acquisizione di materiale vintage, in particolare stagionate tastiere elettroniche oltre ad una nuova drum-machine, che hanno conferito nuovi spunti creativi per un progetto commissionato dall’Oslo Jazz Festival nel 2021, secondo anno di pandemia.

La musica ha creato una situazione di  inaspettata positività; sembrava un progetto sociale, anche se ci passavo la maggior parte del tempo da solo. E tutta questa energia positiva e gioiosa sembrava abbastanza magica, arrivando come dal nulla in questa situazione altrimenti triste, quasi un’allucinazione: Sympathetic Magic invece è come un sogno dentro un sogno” secondo Kim Myhr, il quale ha inteso amplificare (e  magnificare) il proprio instrumentarium a corde aggregandone una triplice sezione aggiuntiva, espandendo analogamente la sezione percussiva , affidata a ben tre solisti, tra cui il sodale e sperimentato Ingar Zach, e doppiando le proprie parti a tastiera grazie alla quasi onnipresente Anja Lauvdal.

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Mondo Reale @ Triennale, Milano

A R T E – M O S T R E


Articolo di Mario Grella

“Man in the boat” di Ron Mueck e “Real World” di Alex Cerveny, sono certamente tra le opere d’arte contemporanea che tra la scorsa primavera e l’inizio dell’autunno hanno suscitato in me le maggiori emozioni. Naturalmente non le uniche visto che, nella consueta parentesi parigina di fine estate, ho avuto modo di turbarmi, e non poco, con “Echo2” di Philippe Parreno, al centro della Rotonde della Bourse de Commerce (purtroppo mi sono colpevolmente perso “Storia della notte e destino delle comete” di Gian Maria Tosatti nel Padiglione Italia alla biennale veneziana, ma non si ha quasi mai tempo per tutto). Certamente si tratta di umori e riflessioni molto diverse, ma per chi scrive, di sicuro queste sono le tre opere d’arte più suggestive di questo 2022. Chi volesse condividere questo mio godimento estetico/estatico, ha ancora tempo fino all’undici dicembre per lasciarsi inquietare da “Man in the Boat” e da “Real World”, esposte entrambe, nella magnifica mostra intitolata appunto Mondo Reale realizzata, non per caso direi, con la parigina Fondation Cartier, nell’ambito della XXIII Esposizione della Triennale di Milano, intitolata “Unknow Unknows”.

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Christine And The Queens – Redcar les adorables etoiles (prologue) (Because Music, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Claudia Losini

Christine and the Queens è lo pseudonimo dell’artista francese Héloïse Letissier, nato a Nantes. Il suo primo nome d’arte, adottato ufficialmente dal 2011 con la pubblicazione del primo EP Miséricorde, deriva da un viaggio a Londra, dove è stato ispirato dal lavoro di molti musicisti drag queen che l’hanno poi accompagnato nei suoi primi live (da qui the Queens). Christine non è l’unico pseudonimo che accompagna la produzione musica di questo artista, dal 2018 di fa chiamare prima Chris, Rahim e ora, presentato nel disco uscito questo Novembre, Redcar.
Il suo album in studio di debutto, Chaleur Humaine lo incorona a livello internazionale, in particolare col brano Christine: il suo pop elettronico è sensuale, romantico, malinconico, ricorda David Bowie, Madonna e Michael Jackson. Le canzoni parlano di genere, di amore, di pansessualità, di identità.

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Daniele Silvestri @ Teatro Rendano – Cosenza, 5 novembre 2022

L I V E – R E P O R T


Articolo di Iolanda Raffaele

L’acrobata sul filo della cosa giusta.
Tra scenicità e musica, tra teatro e palco è apparso così Daniele Silvestri il 5 novembre scorso nella straordinaria location del Teatro Rendano di Cosenza per l’unica data in Calabria del tour “Teatri22”.
Ci ha abituato sempre a grandi sorprese, ma nei teatri ha portato sicuramente in scena l’idea della musica in costruzione, quella che immerge il pubblico in un’esperienza singolare, in cui le canzoni nascono in un istante e il concerto diventa l’occasione per far conoscere quelle già nate o per trovare nuovo materiale umano e nuova ispirazione.
Ci ritroviamo, perciò, a teatro in compagnia del cantante romano che, davanti ad uno scrittoio, immagina parole, butta giù testi, mette insieme frasi che sono già canzoni o lo diventeranno e si muove sulla scia del suo “immaginate che ci sia il pubblico davanti” tenendo vicino a sé una chitarra.
Ritorno artefice del mio destino e nel mio cuore non c‘è più nessuno, forse scrupoli” – queste sono le parole di una canzone nuova, “Scrupoli”, nella cornice di una vera e propria scenetta musicale perché come dice Silvestri “la scenetta è perché siamo a teatro, valeva la pena di fare, di ricreare l’ambiente in cui scriviamo le canzoni”.

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