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Ezio Bosso. Le cose che restano – di Giorgio Verdelli (Italia 2021)

C I N E M A


Articolo di Silvia Folatti

Diavolo di un Bosso. Te lo ritrovi dove meno te lo aspetti e con l’energia decuplicata da quella fame di vita e musica che lo divorava e alimentava insieme, una curiosità insaziabile e multiforme. Tu lo amavi già senza saperlo, per esempio quando avevi visto “Io non ho paura” di Salvatores ed eri rimasta ammaliata dalle musiche originali che guarda caso erano proprio sue, lo sapevate? Sapevate che Ezio Bosso nasce come contrabbassista di grande talento e tecnica e solo dopo l’insorgere della malattia degenerativa, sapendo cosa lo aspetta, si reinventa direttore d’orchestra e pianista, conquistando pubblico, critica e colleghi del calibro di Geoff Westley, il quale ne parla in maniera entusiasta e con una stima incondizionata? Sapevate che Ezio ha collaborato con attori come Silvio Orlando e ha perfino prestato la sua arte a un pezzo rap sulla camorra, “Il cappotto di legno”, il cui video andato in onda su MTV quando uscì fece il pieno di visualizzazioni e che contava la partecipazione di Saviano? Una ne faceva e mille ne pensava, il dolce, vulcanico, poliedrico, eccentrico e autoironico musicista e compositore. Sì, perché anche e soprattutto questo era il nostro, un fine, originale compositore che addirittura “ricomponeva” le sinfonie dei grandi del passato suonandole in maniera assolutamente inedita e sorprendente, come “Al chiaro di luna” di Beethoven che interpretava con una lentezza mai sperimentata prima per farne gustare ogni minimo dettaglio e prolungarne l’emozione e l’incanto.

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Eivind Aarset 4tet – Phantasmagoria, or A Different Kind of Journey (Jazzland Recordings, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Che tipo di strumento suona Eivind Aarset? Troppo facile rispondere che sia una chitarra. Facile e sbagliato, perché ciò che di solito emette suoni tra le mani del musicista norvegese è un animale ibrido tra il cordofono e l’elettronico. Tutto questo però almeno fino ad oggi. L’uscita di questo eccellente Phantasmagoria or a different kind of journey, infatti, dimostra un parziale cambiamento di rotta nelle sonorità volute da Aarset per ciò che riguarda l’utilizzo della sua chitarra che diventa uno strumento più riconoscibile nonostante le intense, montanti mareggiate elettroniche a cui viene sottoposto da due guastatori come Jan Bang e John Derek Bishop. Questi ultimi sono accreditati come ospiti, alla stregua del trombettista Arve Henriksen che appare in un paio di brani ma il nucleo centrale del quartetto di Aarset comprende, oltre allo stesso chitarrista, alcuni suoi vecchi amici come il bassista Auden Erlien e i due batteristi-percussionisti Erland Dhalen, che suona anche il vibrafono e Wetle Holte, quest’ultimo anche al mellotron e all’organo. Phantasmagoria è un lavoro un po’ spiazzante per i suoi continui rimandi a certo rock nordico-germanico dei ’70. Come in una spettrale successione d’immagini passano davanti ai nostri occhi gruppi come Can, Neu, Amon Duul, Agitation Free, Popol Vuh fino al riproposi di eidola come i Pink Floyd o addirittura come gli Hawkwind, tanto per non farci mancare nulla. E il jazz? Togliamoci subito il dente guasto: questo è un disco di “nuovo” rock. I jazzofili che hanno in mente il termine – orrendo – di ”avant-jazz” faranno meglio a cercare altrove. Piuttosto Aarset è un musicista contemporaneo che ha smarrito volontariamente le certezze direzionali del primo Electronique noire per portarsi in un mare aperto caratterizzato da ambigui riflessi lunari e luminescenze ipnagogiche. Siamo lontano anni luce dalla tradizione jazz ma assai più vicino al “…dove eravamo rimasti?” della fine dei ’70, quando rock ed elettronica si unirono in un matrimonio soddisfacente, pur di breve durata. Non si tratta però di una reminescenza vintage, anzi, ci troviamo di fronte ad un disco carico di elettricità, un temporale all’orizzonte che fa presagire sviluppi futuri imprevedibili pur con l’agitarsi di certi ricordi che rollano l’imbarcazione con un inquieto beccheggio.

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NU Arts and Community @ Novara – dal 23 al 26.09.21

A P P U N T I  D A  N O V A R A


Articolo di Mario Grella

Dopo un’edizione 2020 che ha registrato successo e partecipazione di pubblico, Novara ha accolto con entusiasmo il secondo NU ARTS AND COMMUNITY festival. Nato da un progetto del Comune di Novara, è stato realizzato dall’Associazione Rest-Art in collaborazione con la Fondazione Piemonte dal Vivo e le associazioni cittadine, con la direzione artistica di Ricciarda Belgiojoso. La manifestazione si è svolta in luoghi simbolici della città snodandosi tra teatro, danza, letteratura, arti visive e musica. Qui trovate un racconto di (quasi) tutto quanto è accaduto.

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Julia Bardo – Bauhaus, L’Appartamento (Wichita Recordings, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Francesca Marchesini

Every time I look into your eyes
I see the end, I read the word goodbye

(Julia Bardo, Into Your Eyes, 2021)

Ad oggi, è Brescia la città che meglio di tutte rappresenta il nuovo sound di Manchester. Lo scorso 10 settembre la cantautrice Julia Bardo, italiana di origine, ma di stanza nel Regno Unito, ha pubblicato, a distanza di un anno dagli EP Phase e The Raw, il suo primo lavoro full lenght: Bauhaus, L’appartamento. Questo album d’esordio lascia trasparire come, nonostante la passata collaborazione con la band post-punk Working Men’s Club e l’evidente ascendente della storica scena mancuniana sul percorso della musicista, la carriera solista dai toni alternative della Bardo assuma una sfumatura sempre più pop. È giunto il momento di accettare – nonostante la ricchissima e amatissima scena revival del genere – che nel Nord Ovest dell’Inghilterra non si può più sopravvivere solo portando avanti l’eredità dei Joy Division.

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Barbarisms: Un italoamericano a Stoccolma

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

I Barbarisms sono una band strana, almeno per quanto riguarda le loro origini: Nicholas Faraone, nipote di un immigrato italiano, è nato e ha vissuto a Brooklyn ma ha realizzato la sua vocazione musicale solo dopo essersi trasferito a Stoccolma, dove ha trovato in Robin af Ekenstam e in Tom Skantze dei partner perfetti per dare concretezza alla sua febbrile attività di songwriting. I Barbarisms hanno esordito nel 2014 con un disco omonimo che vantava una prestigiosa distribuzione Rough Trade e che pur mostrando un’impronta sonora fortemente debitrice dei Pavement, denotava già una scrittura matura e di alto livello, arricchita dalla spiccata personalità del loro uomo principale.
Ho avuto la fortuna di imbattermi in loro sin dagli inizi, quando grazie alla coraggiosa iniziativa dei ragazzi di Costello’s (non ricordo se all’epoca si chiamassero ancora Il cielo sotto Milano ma le persone coinvolte erano grosso modo quelle) vennero a fare un breve tour dalle nostre parti, esibendosi a Milano per la prima e unica volta nella loro carriera. Da allora è arrivato un deal con l’etichetta romana A Modest Proposal, per cui hanno pubblicato tre dischi, senza che mai l’asticella qualitativa si sia abbassata di un millimetro. L’ultimo di questi, Zugzwang, è uscito verso la fine dello scorso anno ed è il solito, bellissimo, disco dei Barbarisms: arrangiamenti scarni, melodie incisive, testi caratterizzati da immagini vivide e da un’ironia tagliente. Abbiamo raggiunto Nicholas Faraone per farci raccontare qualcosa di più di quest’ultimo lavoro e per capire se, pandemia permettendo, riusciranno finalmente a ripassare da noi…

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Jù – III (RareNoise Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Simone Catena

L’universo cosmico e sperimentale degli cresce a livello d’intensità, su una ampia scelta di suoni ricercati e strutturati con il contagocce. Il trio si forma a Budapest e va alla ricerca di habitat adatti a uno stile di vita incredibile, racchiusi da un forte impatto sonoro e complesso. Lo studio attento in fase di registrazione si mescola con la visione geniale del collettivo, in ogni passaggio. Nel nuovo lavoro in studio dal semplice titolo III, prodotto per l’etichetta inglese RareNoise Records, troviamo diverse influenze e il significato mistico del numero tre, simbolo importante di cultura. Il sound principale riflette su ritmi serrati e ambientazioni vicine al progressive, con una buona dose di free jazz e ambient. I ritmi affascinanti che si creano lasciano quel giusto mix spirituale dal gusto personale. Infine, nonostante la pandemia abbia complicato l’uscita di questo disco, la band è riuscita a inserire tutte le varie ispirazioni del momento, per un risultato enorme e di grande qualità.

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XII edizione del Festival della Fotografia Etica – Lodi – dal 25.9 al 24.10.2021

F O T O G R A F I A


Articolo di Stefania D’Egidio

Il Festival della Fotografia Etica spegne quest’anno le dodici candeline, un traguardo importante, visti i tempi turbolenti che stiamo attraversando. Nell’ultimo decennio la manifestazione, nata da un’idea del visionario gruppo Progetto Immagine, è cresciuta sempre più, grazie all’aiuto di partners importanti, attirando l’attenzione non solo degli addetti ai lavori e degli appassionati di fotografia, ma anche di quel pubblico che crede nel potere della cultura di veicolare messaggi importanti. Se all’inizio era un tipo di fotografia commissionato dalle ONG per documentare la loro attività, nel tempo è diventata un modo per raccontare le distopie di questo mondo marcio e, nello stesso tempo, dare un briciolo di speranza attraverso la bella realtà delle tante associazioni di volontariato. Il Festival è un’occasione per fare un viaggio spazio-temporale, non solo in senso figurato, perchè le oltre venti mostre sono dislocate negli edifici storici, nelle chiese sconsacrate e nei giardini della bellissima cittadina di Lodi e, quest’anno, anche nella vicina Montanaso Lombardo, dove troverete i vincitori della call Freedom, la open call promossa dall’associazione Roma Fotografia in collaborazione con la rivista Il Fotografo. Una macchina organizzativa perfetta resa possibile dagli Amici del Festival, gli oltre 350 volontari che si mettono a disposizione del pubblico. La manifestazione partirà il 25 settembre, con le mostre aperte dalle 09.30 alle 21.00, visitabili solo con Green Pass, come da normativa vigente, per concludersi il 24 ottobre: i biglietti vanno acquistati rigorosamente on line, per evitare assembramenti, con uno sconto speciale per il primo weekend e la possibilità di fare abbonamenti. Sono previsti inoltre incontri, workshop e visite guidate con gli autori , che vi sveleranno i segreti dietro ogni foto e, novità assoluta, una Book Weekend dedicata al mondo dell’editoria.

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Oasis Knebworth 1996 – di Jake Scott (Gran Bretagna, 2021)

C I N E M A


Articolo di Silvia Folatti

Non è un film sugli Oasis e sulle vicende turbolente dei fratelli Gallagher. È un docufilm su quel grande rito collettivo che noi tutti ricordiamo bene e che ci manca da morire: il concerto, non in teatro o all’aperto seduti col distanziamento ma quello col bagno di folla, il sudore, gli spintoni, la fatica ma insieme la magia, l’adrenalina, la passione, il piacere puro e la gioia assoluta di condividere all’unisono un’emozione, un sogno, un’armonia fugace e proprio per questo perfetta. Sul palco ragazzi o ex ragazzi come noi che per scommessa, cocciutaggine, ribellione e un pizzico di fortuna ce l’hanno fatta ma che senza il vero talento, coltivato con coraggio e convinzione suonerebbero ancora in qualche club indie rock di Manchester e dintorni.
Ma loro no, negli anni ’90 in pochissimo tempo sono assurti da band promettente a gruppo cult più acclamato del Regno Unito e non solo, polverizzando il successo e oscurando il prestigio di altre band consolidate e adorate da schiere di adolescenti e giovani amanti del Brit-pop.

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Spookyman & The All Nighters – Blood, Sweat And Tears (Bloos Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Antonio Spanò Greco

Spookyman è il nome d’arte utilizzato da Giulio Allegretti, bluesman romano classe 1986, che ha edito nel mese di marzo il suo secondo progetto musicale dopo cinque anni dall’esordio omonimo. Presentatosi come one man band, Giulio in questo lustro ha suonato in diversi festival blues italiani ed europei, ha aperto i concerti ad artisti di fama internazionale quali Eric Gales, Cody ChesnuTT e The Jon Spencer Blues Explosion; nel suo curriculum anche la realizzazione di musiche per opere teatrali e musical. Per Blood Sweat And Tears Giulio abbandona i panni di solista per abbracciare il proposito di suonare con una band.

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