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Classifica dei 50 migliori album del 2021

 

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“L’anno vecchio è finito, ormai, ma qualcosa ancora qui non va” direbbe il buon Lucio Dalla. Le sue parole sono quasi profetiche e ben si adattano a questi anni complicati e incerti. “Il nuovo anno porterà una trasformazione e tutti quanti stiamo già aspettando”, noi ce lo auguriamo vivamente, anzi, ci crediamo, i segnali della ripresa ci sono già, si comincia a intravedere la proverbiale luce in fondo al tunnel. Noi di Off Topic non ci scoraggiamo e, covid o non covid, continuiamo imperterriti ad ascoltare buona musica e a diffonderla, soprattutto quella che più ci ha colpito e incuriosito. È tempo di bilanci e, come di consueto, di classifiche. Anche questa volta sono le parole di Simone Nicastro ad accompagnarci nella retrospettiva del 2021 appena concluso. I 50 dischi elencati da Simone fotografano un anno ricco di spunti interessanti in cui la buona musica non è sicuramente mancata. Le classifiche sono per loro natura parziali e soggettive, ma sono un ottimo stimolo al confronto, perciò fateci sapere cosa ne pensate, dite la vostra, commentate! Vi lasciamo alla lettura non senza augurarvi e augurarci un 2022 il più possibile sereno, ne abbiamo davvero bisogno. Buona musica e buona vita!

La redazione

Articolo di Simone Nicastro

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Crass – Normal Never Was-Revelations-The Remix Compilation (One Little Independent Records, 2022)

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Recensione di Stefania D’Egidio

In un mondo che gira al contrario, in cui tutti, ma proprio tutti, si sentono in diritto di dire la propria anche su cose di cui non sanno una beata cippa, a volte sento la necessità di un “sano isolamento domiciliare”, con la musica come unica arma di distrazione dalle miserie umane: ed è così che mi capita tra le mani una bizzarra cartella stampa di una raccolta di brani remixati di una band mai sentita, i Crass. Perchè bizzarra? perchè una compilation di quaranta brani, sì avete capito bene, quaranta brani, non l’avevo ancora vista. Comincio ad ascoltare distrattamente e resto subito folgorata, cerco spasmodicamente su wikipedia e scopro che si tratta di un collettivo punk anarchico, nato nel ’77 nell’Essex, famoso per aver coniato lo slogan “DIY” (Do it Yourself). Un gruppetto bello corposo, originariamente formato da nove membri (due chitarristi, tre cantanti, un bassista, un batterista, una disegnatrice grafica e un ingegnere delle luci), tutti viventi all’epoca in una comunità. Mea culpa non averli incrociati prima, anche se per ovvi motivi anagrafici, essendo stati pionieri del genere anarcopunk, e tra i primi a scrivere canzoni contro fascismo, razzismo, sessismo, guerre e sfruttamento, temi, ahimè, ancora attuali. Musica di protesta, ma anche fortemente propositiva, oltre i semplici proclami, fini a se stessi, di gruppi come i Sex Pistols; anarchia non per seguire la moda del momento, ma come vero e proprio modus vivendi.

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Andrew Cyrille, William Parker & Enrico Rava – 2 Blues for Cecil (Tum Records, 2022)

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Recensione di Mario Grella

Per ricordare Cecil Taylor, grande pianista jazz scomparso nel 2018, si sono messi insieme tre grandi musicisti ovvero il flicornista e trombettista Enrico Rava, il batterista Andrew Cyrille e, il più giovane dei tre, il bassista William Parker. Non si tratta però di un “matrimonio di puro interesse”, poiché i tre hanno già fatto parte della ”Cecil Taylor Unit” e di altri ensemble a cui diede forma Cecil Taylor. Da questo fruttuoso incontro nasce 2 Blues for Cecil, disco registrato dopo il concerto del trio tenutosi il 31 dicembre 2020 e intitolato “Tribute to Cecil Taylor” nell’ambito del festival “Sons d’hiver” a Parigi. Come poteva incominciare un disco così? Naturalmente, vista la natura dei tre, anzi dei quattro musicisti, con Improvisation no. 1, dove le spazzole fugaci come un battito d’ali di Andrew Cyrille e il suono apparentemente accennato e in cerca di appoggi di Enrico Rava, dicono subito su quale terreno ci troviamo a muovere.

[Foto Luciano Rossetti © Phocus Agency]
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Yard Act – The Overload (Zen F.C., 2022)

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Recensione di Andrea Notarangelo

L’esordio sulla lunga distanza degli Yard Act, band di Leeds che riporta in auge un certo rock impegnato, va detto sin da subito, è esplosivo. Il quartetto post-punk, ricorda ai più i Clash, ma a mio modesto parere, i padri putativi di questo interessantissimo progetto vanno cercati da altre parti. I The Pop Group di Mark Stewart, ad esempio, contemporanei dei Clash, ma all’epoca già con i piedi ben piantati nella new wave e nella mescolanza di generi quali il dub, il funk e ovviamente il punk, vero e proprio motore di protesta che, dal momento della sua accensione a metà anni ‘70, non si è mai più spento. The Overload, anticipato l’anno scorso dall’eponimo esordio Dark Days, è un disco compatto nel quale i quattro riescono ad abbinare a un sound ruvido, una patina accattivante e che costringe l’ascoltatore a cantare e declamare i versi dell’opera.

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Abdullah Ibrahim – Solotude (Gearbox records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

L’ultimo lavoro di Abdullah Ibrahim, il chiaroscurale, anziano pianista ribattezzato nientemeno che il “Mozart Sudafricano” da Nelson Mandela, si presenta con un titolo che è già programmatico, sia dal punto di vista formale che contenutistico, cioè Solotude. Giocando sulla deformazione grammaticale del termine “solitude”, Ibrahim intende riferirsi non solo all’esperienza di un teatro svuotato dalla pandemia – dove è stato registrato l’album – ma anche alla sua performance condotta e registrata da solo con il proprio pianoforte. Interessante, però, è anche il sottotitolo dell’album, My Journey, My Vision, che sembra raccontare non solo una condizione esistenziale ma rappresentare anche il sunto di un lungo viaggio attraverso ottantasei anni di musica, partendo dal gospel e dalla tradizione nera fino ad arrivare al jazz. Questa ultima incisione, realizzata dal vivo in un teatro tedesco – la Hirzinger Hall – senza pubblico, ha permesso giocoforza a Ibrahim di collocarsi all’interno di una dorata solitudine, con un raccoglimento e una concentrazione tali da potersi reinventare molte sue precedenti composizioni e riproporle nell’essenzialità sonora del piano-solo. Musica dello Spirito, sia ben chiaro. Nessun demone, nessuna carnalità, niente ego. Rabbia e rivendicazioni se mai ci siano mai state in lui, in questa occasione non trovano posto, lasciando invece che una luce crepuscolare avvolga i suoi suoni velandoli di malinconia e di ricordi. In poco meno di 45 minuti di esecuzione scorrono venti brani – tra i quali solo due nuovi –  spesso quasi cuciti insieme come un unico racconto, un canto omerico in cui le immagini del Mito sono quelle di una terra d’origine martoriata per tanti anni dalla segregazione razziale e dall’isolamento culturale. Tra le dita di Ibrahim scorrono le suggestioni di Duke Ellington, con cui collaborò negli Stati Uniti, mentre scompaiono in questo frangente live le dissonanze di Monk, altro musicista che a dire dello stesso Ibrahim fu una delle sue maggiori influenze. Solotude vibra sulle note di una quieta memoria, di un abbandonarsi al sentimento in una lunga meditazione sul mal di vivere ma anche, all’opposto, sulla gioia dell’amore e della vita, anche quando questa mostri le sue pieghe più amare.

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Baba Sissoko with Jean-Philippe Rykiel, Madou Sidiki Diabate, Lansinè Kouyatè – Griot Jazz (Caligola Records, 2021)

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Recensione di Aldo Pedron

Il progetto Griot Jazz nasce in maniera curiosa e quasi occasionale durante la residenza per l’allestimento dell’opera musicale Le Vol Du Boli al Teatro di Chatelet di Parigi, in cui sono coinvolti tre musicisti maliani (del Mali), Baba Sissoko (voce, ngoni, tama) e Lansiné Kouyaté (balafon), già noti in Europa (il primo vive in Italia, il secondo in Francia) ed il più giovane tra loro Madou Sidiki Diabate (kora), che risiede ancora in Mali. I tre per un certo periodo suonano sempre assieme, tutti i giorni, sia prime delle prove che durante le pause dello spettacolo, e dopo un mese Baba Sissoko ha già scritto abbastanza materiale da sentire l’esigenza di registrarlo prima che ciascuno torni alla propria casa. Lansiné, che vive a Parigi, prenota quindi lo studio di registrazione di un amico musicista francese, il tastierista Jean-Philippe Rykiel, classe 1961, cieco dalla nascita, che ascoltandoli provare, sente il desiderio di sedersi al piano e suonare con loro. Le sue tastiere sembrano integrarsi alla perfezione con la musica del trio, tanto che gli viene chiesto di aggiungersi al gruppo. La grande libertà mostrata nell’interpretare la musica africana, le tastiere creative di Rykiel, così come il grande spazio lasciato all’improvvisazione, sembrano avvicinare molto la musica del Mali al jazz, e non è un caso che il brano che dà il titolo all’album Griot Jazz, sia forse il più riuscito esempio di questa brillante fusione. Seppur nato fortuitamente, il progetto e il disco non sembrano così casuali.

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Violent Scenes – Rebirth (Sac Recordings, 2022)

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Recensione di Andrea Notarangelo

I Violent Scenes, band post rock pugliese emergente, presenta un nuovo EP denominato Rebirth. La rinascita è un riferimento al loro precedente album Know by Heart del 2017, un disco, opera prima, al quale sono molto legati e per il quale hanno deciso per un lungo addio. Le nuove tracce dai titoli essenziali, Unit-01, Unit-02 e Unit-03, sono rielaborazioni in chiave elettronica di tre canzoni afferenti al loro debutto sulla lunga distanza.

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Drone San – Drone San (Horribly Loud Records, 2022)

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Recensione di Claudia Losini

Drone San è una astronave non ben identificata, capitanata da Andrea Sanna e Nicola Pedroni, avvistata sui cieli italiani e pronta a farci atterrare su pianeti sconosciuti.
Drone San è anche il titolo del loro primo album, autoprodotto per l’etichetta da loro stessi fondata Horribly Loud Records, un album che si compone di musica elettronica “suonata” e che fa riferimento alla scena post-jazz contemporanea. Pedroni e Sanna si sono incontrati casualmente in un jazz club e hanno composto e arrangiato l’album su una base improvvisativa su cui hanno strutturato la scrittura vera e propria, utilizzando strumenti analogici e digitali come batterie montate, tagliate e rimontate in layer con drum machine vintage, Fender Rhodes, software, oggetti come vecchi pianoforti, corde, molle e giocattoli amplificati con microfoni piezoelettrici o ripresi all’interno di suggestive location naturali. Il disco è stato infatti registrato in Sardegna non solo all’interno dello studio di registrazione, ma addentrandosi tra boschi e nelle tipiche domus de janas, tombe preistoriche scavate nella roccia.

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Tommaso Sgammini | Filippo Macchiarelli – Stànzia (Abeat Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Dato che la legge dell’ambivalenza domina il Mondo, anche in una disgraziata deriva come l’epidemia da Covid ci si può trovare un elemento – almeno uno – vantaggioso. Quindi, si prendano due musicisti bravi, chiudendoli necessariamente in una stanza coi loro “giochi” – in questo caso un pianoforte e un contrabbasso – per tenerli lontano quanto possibile dai virus e si potrà ottenere qualcosa di bello e inaspettato, ad esempio un lavoro come questo Stànzia, uscito qualche settimana fa per la Abeat. I due musicisti in questione sono giovani e con adeguati studi sia classici che jazz alle spalle. Tommaso Sgammini al piano è alla sua prima prova da titolare mentre Filippo Macchiarelli, il contrabbassista, ha già nel carniere due precedenti album, un lavoro uscito nel 2019, About songs registrato in solitudine con voce e basso elettrico e un altro disco più recente in quintetto, il maturo Il vento è fuori, di cui ricordo volentieri oltre alla musica una suggestiva foto di copertina. C’è da rimarcare inoltre la presenza aggiuntiva in tre brani di Camilla Battaglia, cantante dall’escursione vocale straordinaria – ma quante ottave copre? – e figlia di Stefano Battaglia e Tiziana Ghiglioni, due nomi già di per sé luccicosi nel panorama del jazz italiano. La Battaglia ha esordito giovanissima con il Renato Sellani Trio nel 2010 e ha proseguito il suo percorso ufficiale con l’etichetta Dodicilune in due lavori usciti nel 2016 e nel 2018, rispettivamente Tomorrow-2 more Rows of Tomorrows e Emit:Rotator Tenet. I tre attori di questo Stànzia non sono quindi certo alle prime armi e rappresentano parte di quella “meglio gioventù” del jazz italiano che di mese in mese, qui su Off Topic, riusciamo a recensire con sempre grande piacere. I due musicisti percorrono questa uscita discografica tra diversi brani originali e due standard, più il rifacimento di una composizione appartenente al soundtrack del film ll Maratoneta del 1976. Al di là dell’orecchio necessariamente ben temperato che questa musica richiede all’ascolto, con la sua struttura ricca di sorprese, ricordi classici e di memorie jazz-mainstream, occorre che in questa circostanza ci si lasci andare emotivamente a seguire l’immaginazione di questi musicisti, pensandoli in una stanza confortevole, che si scambino impressioni, sensazioni, risoluzioni melodiche, dando fondo al loro bagaglio ricco di sentimenti ed espressività. Non bisogna aver timore della formazione scarna, qui non si ascoltano esuberanze strumentali maniacali – del tipo “senti come son bravo” – ma nemmeno momenti di malinconica accidia. Se c’è una qualità su cui mi sentirei di scommettere, questa è la sincerità d’intenti, a metà tra uno sforzo introspettivo e la pura, semplice gioia “fanciullesca” di suonare, senza particolari rimuginazioni intellettualistiche.

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Tim Berne | Gregg Belisle-Chi – Mars (Intakt Records, 2022)

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Recensione di Mario Grella

Quando si sente parlare di chitarre in un disco jazz, spesso si storce il naso. Quando poi, invece di sentir solo parlare, si sente la chitarra suonare, allora il discorso cambia. Quasi sempre cambia in meglio, forse perché il chitarrista conosce le difficoltà a cui sta andando incontro e sa che lo sposalizio tra “chitarra” e “jazz” potrebbe essere problematico, con qualche grandiosa eccezione che porta i nomi di Django Reinhardt, Franco Cerri, Pat Metheny, Bill Frisell e una manciata di altri musicisti. A questi nomi celeberrimi e a qualche altra decina, possiamo ora aggiungere anche il nome del giovane chitarrista newyorkese Gregg Belisle-Chi, astro nascente della chitarra acustica e profondo conoscitore della musica di Tim Berne e, va da sé, che allora questo matrimonio “s’aveva da fare”. Ci ha pensato David Torn ad officiare il rito, ovvero produrre questo magnifico disco, dal titolo Mars.

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