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Josh Sinton – Book of Practitioners, Vol. 1 “H” (Form is Possibility Recordings, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Aldo Del Noce

Steve Lacy (al secolo Steven Norman Lackritz) permane, in estrema sintesi, un autore e performer di profilo del tutto personale, inizialmente evolutosi lungo la linea creativa di Thelonious Monk, ma alla lunga fautore di uno stile e soprattutto una legacy di carattere unico, attore di un travagliato ed alterno corso vitale, ospite anche del nostro paese durante un difficile periodo degli anni ’70 (che lo videro tra l’altro quale preziosa ‘guest star’ nell’album Maledetti degli Area), forte di un importante sodalizio con il pianista Mal Waldron e alla testa di svariate formazioni a propria regia, nonché un’innumerevole serie di produzioni in solo.

Queste ultime ne rappresentano probabilmente l’alveo creativo maggiormente identitario, ora oggetto di studio e riproposizione da parte di titolati emuli ed epigoni: pertanto la presente iniziativa non perviene unica, anzi ricordiamo una recente trasposizione per clarino basso ad opera di Nino Locatelli (WeInsist! 2018) ed una, più recente ed analoga, a firma di Jon Raskin ancora al baritono (Temescal, 2021).

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Tom Harrell – Oak Tree (High Note Records, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Chi conosce, anche a grandi linee la biografia del compositore e trombettista Tom Harrell, sa che questi ha sempre vissuto in un mondo interiore disagiato. Nonostante ciò – persino a volte proprio per questo – la sua musica è sempre stata un’esplosione emotiva, un intrico di ombre e di luci che ha attraversato molti generi nell’ambito del jazz e che l’ha accompagnato attraverso numerose esperienze diversificate, come quelle condivise nell’ambito delle grandi orchestre – di Stan Kenton e Woody Herman le più famose – e come altre condotte all’interno di affermati quintetti, ad esempio quelli di Horace Silver e di Phil Woods. Inoltre, partecipando ad un numero imprecisato di collaborazioni e concerti con alcuni colleghi tra i più grandi a livello internazionale, Harrell si è scavato nel tempo e a buon diritto, una nicchia personale nella storia del jazz moderno. Stiamo parlando di un musicista che dagli anni’80 ad oggi ha pubblicato a suo nome oltre una trentina di dischi e partecipato come co-leader a quasi una quarantina di produzioni. Da questa centrifuga di occasioni ed impegni, Harrell riemerge ora, alla bella età di 75 anni, con una nuova uscita discografica. Questo suo ultimo lavoro Oak Tree, viene quindi pubblicato in quartetto con il pianista venezuelano di nascita ma newyorkese d’adozione Luis Perdomo, il contrabbassista Ugonna Okegwo – vecchia conoscenza di Harrell con cui ha condiviso almeno una decina di pubblicazioni – e il batterista Adam Cruz, altro collaboratore di lunga data. A dir la verità la registrazione di questo disco risale a due anni fa, in tempi di lockdown, ed è avvenuta al Sear Sound di New York, uno tra gli studi d’incisione più in vista della Grande Mela. Nella storia personale di Harrell notiamo come l’amore per il suo strumento risalga alla sua infanzia, mentre ascoltava le incisioni di Louis Armstrong e percepiva che “…da quella tromba fuoriusciva qualcosa di dorato e prezioso, qualcosa che al tempo stesso richiamava la Terra e il Paradiso…” [cit. Olindo Fortino- Sound Contest 2014]. Però non c’è la pressione d’aria di Armstrong, nel modo di suonare di Harrell, piuttosto troviamo sia la levigatezza di Chet Baker che l’hard bop di Clifford Brown o di Freddie Hubbard, ma in questo Oak Tree è la vicinanza con il Baker del 1957, quello di Chet Baker & Crew per intenderci, che mi pare essere preponderante. Il soffio di Harrell, ormai diventato un riferimento per tutti i giovani trombettisti, è veloce, pulito, capace di morbida e luminosa grazia quanto invece di pungente precisione nelle sue frasi più articolate in puro stile hard-bop.

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Nagual – Italocarioca (Caligola Records, 2022)

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Recensione di Lucio Vecchio

Italocarioca è il quarto album da protagonista del sassofonista veneziano Nagual, alias Giovanni Ancorato (il nome è tratto dalla tradizione indigena del Messico), e arriva dopo il debutto Quintessenze (Caligola), Private Dancer (Alfa Music) e Sketches (Caligola), uscito tre anni fa. Anche in questo lavoro tutti i brani, composti da Nagual, sono caratterizzati da una sintesi di jazz e musica brasiliana. L’apertura alle culture africana, asiatica e latinoamericana è sempre stata una caratteristica del jazz di Nagual, un sassofonista veterano che le ha distillate nelle registrazioni, rendendole tutte preziose. Nagual entra in studio di registrazione solo quando sente di avere davvero qualcosa da dire. In questo caso rivela apertamente e spudoratamente tutto il suo grande e viscerale amore per la musica popolare brasiliana, non solo samba e bossanova.

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NU Arts and Community: Elisabetta Consonni e Mario Mariotti, Sofia Donato, Jonas Mekas @ Novara – 02.10.22

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Articolo e immagini di Mario Grella

Comincia al mattino la giornata finale del festival Nu Arts and Community con la performance singolare e suggestiva, di Elisabetta Consonni (coreografia) e Mario Mariotti (tromba), Il secondo paradosso di Zenone (che tutti ricorderanno dai tempi della scuola). Un astronauta e un trombettista, camminano (e suonano) con esasperante lentezza nel centro della città, tra passanti incuriositi e divertiti, come se esplorare e “sondare” il mondo fosse cosa ridicola. Mentre Elisabetta scruta da presso panchine, segnali stradali, muri, porte, la tromba di Mario Mariotti si cimenta non solo con lo spazio-tempo, comune per un musicista, ma anche con lo spazio urbano fatto di barriere, passaggi, percorsi. La performance si conclude nel giardino del Museo Faraggiana dove ad aspettarli, per il secondo appuntamento della giornata, ci sono grandi pagine di Hayden, Chopin, Liszt, interpretati da una ultra-talentuosa diciassettenne bolognese, Sofia Donato che letteralmente incanta l’attento pubblico di Nu.

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NU Arts and Community: Irene Russolillo ed Edoardo Sansonne, Ghenadie Rotari @ Novara – 30.09-01.10.22

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Articolo e immagini di Mario Grella

Una sera uggiosa di inizio autunno, l’interno di una antica chiesa sconsacrata, due danzatori/musicisti/performers: dove potrebbe essere più profondo quello che Marcel Dufrenne chiamava “il senso del poetico”? Quello che stanno per mettere in scena Irene Russolillo (danza, canto, voce) e Edoardo Sansonne/Kawabate, (elettronica) si intitola “Dov’è più profondo” e, benché in un caso si tratti di architetture e atmosfere e nel secondo di canti e corpi, di suoni e musica, anche qui si tratta di “profondità” abissali che ci ritemprano della banalità del mondo. Anche venerdì quindi, per la terza giornata del festival di Nu Arts and Community, raffinate emozioni e godimenti non solo estetici. Uno spettacolo dove danza/suono/parola/immagine sembrano appartenere ad una stessa scaturigine.

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NU Arts and Community: Stefano Invernizzi e Instabili Vaganti @ Novara – 29.09.22

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Articolo e immagini di Mario Grella

La seconda giornata del festival di Nu Arts and Community è incominciata ieri nel tardo pomeriggio con la presentazione, al Circolo dei lettori, nella sua nuova sede all’interno del Castello visconteo-sforzesco di Novara, del volume di Emidio Clementi dal titolo Gli anni di Bruno (Playground), cronaca famigliare fatta di dubbi e sentimenti inespressi. Successivamente il vernissage di Stefano Invernizzi con la sua personale dal titolo Electricity presso la sede di Rest-Art e di NovaraJazz nel cuore antico della città. Introdotto dall’appassionato intervento del curatore Marco Tagliafierro, la mostra presenta una serie di acrilici originali e freschi. Una pittura “Super realista”, più che iperrealista (anche se all’iperrealismo deve effettivamente molto), come ha ricordato il curatore. Piuttosto originali le raffigurazioni di oggetti del nostro universo tecnologico come macchine fotografiche, tablet, ecc, sovradimensionati rispetto agli umani circostanti che sembrano schernirli o prendersi gioco di loro.

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Keith Jarrett – Bordeaux Concert (ECM Records, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Non credo esista, attualmente, un altro musicista del calibro di Keith Jarrett capace di un channeling così efficace con il proprio inconscio. Il pianista americano si è sempre raccontato, in solitaria o in formazione, attraverso il suo daimonion fatto di note, anziché di parole. Lo ritroviamo in questo concerto live mai così asciutto, rigoroso, assoluto nel suo sapersi muovere come nessun altro – e ribadisco nessuno – tra brani atonali, melodici, illuminanti ideogrammi sonori, echi di tradizioni lontane, inaspettati romanticismi ed ectoplasmici blues. Jarrett non è solo un jazzista, è un pensatore laterale dal tocco pianistico fatato, cioè un artista che arrivato a questi livelli può permettersi di lavorare sulle armonie aggirandone le logiche pre-costituite per riordinarle, adattandole alle sue umane tensioni interiori, in una forma così elegante e perfetta da ridimensionare fortemente ogni altro suo emulo – e sono parecchi… Ad un compositore come lui possiamo perdonare molte cose, soprattutto quella certa proverbiale bizzosità caratteriale – dato peraltro comune anche ad altri leggendari pianisti come A.B.Michelangeli e G.Gould, ad esempio. E dobbiamo anche saper considerare le dolorose traversie personali dovute ad uno stato di salute spesso precario, non ultime le conseguenze di un ictus recidivo che attualmente gli impedisce di suonare. Questa registrazione ECM, Bordeaux Concert, riporta l’esibizione finale della sequenza di apparizioni compiute in Europa nel 2016. Off Topicsi era già occupata del precedente lavoro, il Budapest Concert uscito nel 2020 troverete la recensione qui che a sua volta avevaseguito Munich 2016, altra tappa del tour europeo dello stesso anno. Chissà se ECM pubblicherà, prima o poi, le altre due serate di quella medesima avventura che si svolsero a Vienna e a Roma.

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NU Arts and Community: Remix The Cinema e Nosferatu musicato da Arsenale Ensemble @ Novara – 28.09.22

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Articolo e immagini di Mario Grella

Il trailer di un film, o come si chiamava un tempo in maniera più prosaica, il “prossimamente” è un genere a sé. Si potrebbe dire che il trailer è il riassunto di un film, ma in realtà non è così. Potremmo dire che è una sequenza di illuminazioni allusive sul contenuto stesso della pellicola. Gli “Action 30” che aprono la terza edizione del festival NU Arts & Community nel cortile di Casa Bossi a Novara, fanno qualcosa di ancora diverso. Si potrebbe dire che mettano un film sotto una pressa facendone una versione lillipuziana, ma con un risultato grandioso. Il collettivo di artisti, fotografi, grafici, musicisti, filosofi, disegnatori e videomakers opera una alterazione per sottrazione del film, associando ad esso un’inedita colonna sonora elettronica di grande impatto che in qualche modo “ricolloca” le pellicole in altro ambito, rispetto al contesto entro cui sono nate. Casa Bossi (o quel che ne resta) è un ambiente quanto mai adatto a questo tipo di performance.

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The Afghan Whigs – How Do You Burn? (BMG, 2022)

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Recensione di Antonio Sebastianelli

Questo è un periodo particolarmente fortunato per chiunque ami gli Afghan Whigs. Un nuovo disco (solido, essenziale e soprattutto necessario, di cui parleremo a breve) una tournée europea con date anche in Italia e addirittura un libro, smilzo ma intrigante, per i tipi di Arcana (!).
Gli Afgani liberali sono sempre stati, nonostante un relativo buon successo nei lontani ‘90, un gruppo singolare e financo di nicchia. Dentro e fuori dal proprio tempo. Non erano così distanti dal Grunge e dai gruppi coevi, ma allo stesso tempo si abbeveravano a piene mani alle fonti sorgive della Black Music: Soul, Funk, teatralità e pathos a quintalate. Un front man, Greg Dulli (di cui avevo già avuto il piacere di parlare qui), che scavava nel pozzo senza fondo della sessualità maschile come mai prima d’ora. 

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