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Damon Locks Black Monument Ensemble – Now (International Anthem, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

“Il tempo è solo la differenza tra il conoscere ora e non conoscere. Perché se conosci tutto ora, significa che è trascorso presente e futuro”. È con questa citazione “sessantottina” di Mattie Humphries, che Damon Locks, “sound and visual artist from Chicago Illinois” apre il comunicato stampa che accompagna questo interessantissimo lavoro intitolato Now e realizzato con il collettivo BME, acronimo di Black Monument Ensemble. Disco di difficile narrazione (e questo è un male) e assolutamente non etichettabile (e questo è un bene). Se c’è qualcosa di facilmente riconoscibile in questo lavoro musicale è certamente il suo “brodo di coltura”, che altro non poteva essere che la scena jazz-sperimental-transgressive di Chicago. Artista poliedrico, più che musicista puro, Damon Locks propone un lavoro denso di emozioni, pulsioni, concetti a cominciare proprio dalle parole (suoi i testi), dal loro significato e dal loro suono, spina dorsale di tutto il disco, magistralmente fuse e con/fuse, in un flusso sonoro dalle mille suggestioni che vanno dal jazz di ricerca, all’underground, al punk. Cosa ci raccontano le parole? Le dominanti tematiche del disco sono certamente le proteste e le rivendicazioni, suscitate dagli ultimi episodi di violenza poliziesca nei confronti dei cittadini afro-americani, che molto spesso si sono configurate come violenze di stampo razziale. Questa è la materia concettuale del disco, coniugata e declinata attraverso una vena musicale di altissimo livello, che fa del “collage sonoro” e del linguaggio di molte avanguardie, lo strumento di trasformazione poetica e musicale di una materia tanto scottante.

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A River Crossing – Forsaken (Antigony Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Arianna Mancini

Ci troviamo in Svizzera, Lucerna. È da qui che nel 2008 il progetto musicale A River Crossing muove i suoi primi passi, fondato da Jonas Nissen, tutt’ora chitarrista della band e Michael Portmann attuale cantante dei Cold Reading, band indie punk di Lucerna. Saranno necessari un po’ di anni e vari cambi di formazione per arrivare ai nostri giorni. Oggi A.R.C. sono Felix Baumann (voce e chitarra), Jonas Nissen (chitarra), Livio Meister (basso) e René Scherer (batteria). La band ha trovato il suo equilibrio ed è così che definisce il proprio sound: “Atmosfere fluttuanti, melodie orecchiabili, ritmi complicati e riff avvincenti”. Il loro mondo si snoda su una solida base post rock tinta da articolate contaminazioni post punk, shoegaze e rock. Il viaggio non è mai adrenalinico o aggressivo anche se non mancano a tratti passaggi robusti e consistenti, ma è sempre avvolto da una passionale ed energica malinconia, qualcosa che scava nel profondo. Non è fuoco che arde, incendio, ma acqua che scorre e luna.
Forsaken, secondo album studio della band, è uscito il 26 marzo per Antigony Records a quattro anni di distanza da Sediment (viaggio certosino incastonato da sette pezzi di mosaico in cui perdersi). È stato registrato presso i Soma Studios di Zofingen da Dave Hofmann e Reto Burrell con mix e mastering a cura di Mike Watts dei VuDu Studios di New York. In occasione della presentazione la band scrive “…Forsaken descrive la vita da un punto di vista incerto. Un frammento sui pensieri di umani abbandonati, ma anche su immaginazioni cariche di speranza. Le canzoni sono storie singole, intessute in una rete che illumina la vita da diverse angolazioni. L’essenza è la realizzazione di non perdere l’attenzione sull’essenziale: La vita stessa…”. 

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Tingvall Trio – Dance (Skip Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Non c’era bisogno di aspettare la loro ottava uscita discografica per capire che Tingvall Trio non sono certo un gruppo di alfieri dell’ortodossia jazz. Gli scaffali della loro cultura musicale sono riempiti da partiture classiche, pop, rock, folk, impilate una di fianco all’altra, anche se il jazz ne costituisce in qualche modo il motivo conduttore. Un trio come questo composto da un pianista svedese – Martin Tingvall – un contrabbassista cubano come Omar Rodriguez Calvo e il batterista tedesco Jurgen Spiegel, già si presenta come un chiasma di confluenze ritmiche e melodiche eterogenee per natura. Il Tingvall Trio piace un po’ a tutti e questo risulta evidente. Storcono il naso solo i puristi a oltranza ma tutto cambia e la musica come qualsiasi altra forma d’arte s’adegua allo spirito dei tempi. Il jazz, forse  più d’ogni altro, ha raccolto intorno a sé odori e sapori provenienti da ogni dove e in questi ultimi anni, diciamo grosso modo da una quindicina a questa parte, esso si è decisamente reso più appetibile ai gusti del grande pubblico. Ovviamente non c’è nulla di male nel cercare di raggiungere quanta più audience possibile, a patto di mantenere costantemente una buona qualità nella proposta musicale, effetto che il Tingvall Trio raggiunge agevolmente. In questo Dance, come il titolo suggerisce, si è cercato di raccogliere prevalentemente un insieme di suggestionilegate alla danza, facendo riferimento a Paesi lontani e differenti, come il Giappone, il Medio Oriente, la Spagna, Cuba.

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An Early Bird – Holding Onto Hope (2021)

I N T E R V I S T A


Articolo di James Cook

La storia di An Early Bird è iniziata circa tre anni fa, quando Stefano De Stefano ha intrapreso la carriera solista, dopo aver archiviato l’esperienza con i Pipers. Il suo songwriting raffinato, che si muove nel territorio di un alt folk intimista, ci ha portato in diverse occasioni a segnalare le sue produzioni. Dopo due dischi, un ep e qualche singolo, sempre contraddistinti da una scrittura poetica intimista e ricca di grazia, ha pubblicato in questi giorni una nuova canzone – Holding Onto Hope – secondo singolo per l’etichetta indipendente berlinese Greywood Records. Il brano, contraddistinto da una certa malinconia di fondo stemperata da un’indole personale immancabilmente dolce e raffinata, è supportato da un video particolarmente accattivante, che ha per protagonista un irresistibile felino bianco.
Abbiamo fatto a Stefano qualche domanda per approfondire…

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Greta Van Fleet – The Battle at Garden’s Gate (Universal Music, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

Quando ci si accinge a recensire i Greta Van Fleet si corre il rischio di inciampare nella trappola dei paragoni scomodi: infatti già con il precedente lavoro del 2018, Anthem of The Peaceful Army, erano stati massacrati, dal punto di vista mediatico, per la somiglianza della voce di Josh Kiszka con quella di un altro famoso cantante di una nota band (di cui, di proposito, non farò il nome), quasi fosse un crimine anziché una botta di culo che madre natura ti concede. In tanti li avevano accusati di essere squallidi cloni in cerca di identità, così che questo secondo album è arrivato forse troppo carico di aspettative. Uscito il 16 aprile per Universal Music in cd e vinile colorato Tie Dye in edizione limitata, già al primo giorno di ascolto ha sollevato un vespaio, dividendo il popolo del rock, pertanto mi limiterò a parlarvi di The Battle at The Garden’s Gate per quello che è, una raccolta di 12 brani di sano rock’n’roll in stile anni ’70, con incursioni nella psichedelia e, a tratti, nel progressive. Registrato nell’arco di un anno e mezzo a Los Angeles sotto l’abile guida del produttore Greg Kurstin (lo stesso di Foo Fighters, Paul McCartney e Adele), scelto per la sua camaleontica capacità di lavorare a qualsiasi genere, è stato concepito dalla band come qualcosa di grandioso, con l’intento di scrivere la colonna sonora di un film non ancora realizzato, ispirandosi ai loro artisti preferiti, in primis The Kinks e Ennio Morricone.

Gli ingredienti per la riuscita della ricetta ci sono tutti: chitarre acustiche, come in Tears of Rain, e chitarre rocciose, in Built By Nations, in Caravel, il mio pezzo preferito, e in Age of Machine, bel trip rock psichedelico sull’uso della tecnologia, assoli da manuale, fantastico quello del pezzo di chiusura, The Weight of Dreams, sezione ritmica imponente, il tutto benedetto da una voce al di fuori dal comune.
Volevano fare della musica che andasse dai bassi più bassi agli alti più alti e l’obbiettivo è stato centrato in pieno: si va dalle ballad come Heat Above, Broken Bells (e per favore smettetela di dire che assomiglia a Stairway To Heaven) e Light My Love, lento rubacuori con accompagnamento di pianoforte, che mette d’accordo le groupies di ieri e di oggi, a brani dal piglio più frizzantino, come My Way, Soon e Stardust Chords, fino alla psichedelia orientaleggiante di The Barbarians e ai cori celestiali di Trip The Light Fantastic.

Cos’altro si potrebbe desiderare? Forse testi meno semplici e banali, a detta di qualcuno, ma a volte un pò di leggerezza è d’obbligo, specie di questi tempi: provate a immaginare le schiere di analfabeti funzionali, di cui pullulano i social, che tentano di interpretare i testi esoterici e mitologici delle band anni ’70… Inutile girarci attorno: i quattro di Frankenmuth sanno padroneggiare gli strumenti, hanno un innato talento per gli arrangiamenti e una passione per i suoni analogici, anche solo per questo andrebbero lodati e supportati, specie da noi nostalgici; lo avevo già detto a proposito dei Maneskin, lo ripeto per loro: ben venga tutto ciò che serve ad arginare l’avanzata dei barbari trappisti o a risvegliare il rock! Forse The Battle at The Garden’s Gate non sarà l’album che consentirà loro di scrollarsi di dosso l’etichetta di cloni, però ribadisce qual è la strada che vogliono percorrere, già battuta da altri, ma non per questo meno interessante; che vi piaccia o no i Greta Van Fleet sono così, nessuno vi obbliga ad ascoltarli, eppure sarebbe un vero peccato, per gli amanti del genere, lasciarseli scappare per questione di pregiudizi, del resto loro stessi, a chi li critica, rispondono che non gliene frega un c…o: amano fare musica, amano i loro fan e amano anche gli haters, che alla fine sono utilissimi per attirare l’attenzione dei media.

Tracklist:
01. Heat Above
02. My Way, Soon
03. Broken Bells
04. Built By Nations
05. Age of Machine
06. Tears of Rain
07. Stardust Chords
08. Light My Love
09. Caravel
10. The Barbarians
11. Trip The Light Fantastic
12. The Weight of Dreams

 

 

 

 

Scatola Nera – Terra Senza pioggia [anteprima]

I N T E R V I S T A


Articolo di James Cook e Lucia Dallabona

La scatola nera è notoriamente un apparato progettato per resistere alle condizioni che si possono creare a causa di in un incidente grave; preserva le registrazioni permettendoci così di entrare in contatto con le testimonianze del passato.
Scatola Nera è anche il nome di un progetto originale che nasce dalla collaborazione e dall’amicizia decennale tra Giacomo Carlone, produttore milanese, e il musicista e autore Luca Barbaglia. Grazie all’incontro con il pianista e saxofonista Gaetano Pappalardo e il chitarrista Simone Sigurani, è iniziato un lungo viaggio di arrangiamento, registrazione e produzione che ha dato vita ad una serie di canzoni.
Le atmosfere di Scatola Nera sono legate ad un passato non ben definito, che porta con sé i segni del tempo, i suoni dei graffi e della polvere. È una memoria che cerca di rimettere insieme i ricordi, così come il tentativo di riappropriarsi di un vissuto lontano, attraverso frammenti letterari e musicali.
Oggi vi presentiamo in anteprima il primo singolo, Terra senza pioggia. Approfittando dell’occasione, abbiamo contattato Luca Barbaglia per fargli alcune domande in merito a questa interessante proposta…  

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Piers Faccini – Shapes Of The Fall (Nø Førmat!/Beating Drum, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Roberto Bianchi

Piers Faccini, nato in Inghilterra e cresciuto in Francia, ha pubblicato da pochi giorni il suo settimo disco, Shapes Of Fall. Il nuovo lavoro aggiunge un importante tassello al connubio tra Folk, Blues, sonorità Nord Africane e tradizioni Mediterranee. L’interessante percorso di ricerca dell’Artista, iniziato con il precedente I Dreamed An Island del 2016, si è affinato evolvendosi fino a creare un equilibrio di grande fascino. “Le Forme dell’Autunno” rappresentano secondo l’autore la caduta di quello che stiamo vivendo, il collasso di quanto ci circonda. L’album è stato concepito nella casa di Piers, un luogo bucolico circondato dalla natura del Parco Nazionale delle Cavenne, vicino al massiccio centrale francese.  
La narrativa e l’impianto musicale sono cresciuti gradualmente, Faccini ha modulato la propria voce mettendola in sintonia con tutti gli elementi della natura: il grido di dolore degli alberi, degli animali, delle radici, delle foglie e dei minerali è stato ascoltato con sensibile attenzione ed elaborato come il Canto della Terra.

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London Grammar – Californian Soil (Virgin Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Simone Catena

Dopo quattro anni di assenza il trio inglese London Grammar torna sulle scene con il terzo album in studio California Soil, confermando di essere una delle realtà più interessanti sul panorama indie, a tinte dream pop. Dopo l’ultimo anno molto difficile da affrontare, questo disco è una boccata di aria nuova e originale, per un salto nelle sonorità calde e intense. L’album – prodotto per l’etichetta made in UK Ministry of Sound Recordings (per l’Italia Virgin Records) – nel suo insieme accarezza paesaggi oscuri ma estivi, con una passione ricercata, avvolti dalla voce incantevole della cantante Hannah Reid. Nelle sue canzoni la cantautrice illustra uno spaccato della società e dei giorni che si abbandonano in maniera lenta e delicata, per poi riprendere la propria vita e tutto quello che abbiamo perso in questo silenzio infinito. La band nell’arco delle dodici tracce che compongono quest’opera impreziosisce il proprio stile, con atmosfere uniche e l’aggiunta di elettronica sensibile che non guasta il suo ascolto; un risultato sicuro e compatto, che prende la giusta direzione personale.

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Vijay Iyer – Uneasy (ECM Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Mette quasi soggezione parlare di Vijai Iyer. Laureato in matematica e fisica alla Yale, insegnante ad Harvard, ha condotto e pubblicato studi sulla psicologia cognitiva che riguardano nello specifico la capacità psico-fisica di comprendere e reagire ai vari linguaggi musicali. Insignito nel 2013 del prestigioso premio “Mc Arthur Genius Grant” che come suggerisce la denominazione non è un riconoscimento dato a chicchessia, Iyer è arrivato, con questo Uneasy, al ventiquattresimo disco da titolare, più una quarantina e passa di collaborazioni, partiture e composizioni sinfoniche di stampo classico ed elettronico eseguite anche da altri musicisti e orchestre sparse nel mondo. Dulcis in fundo, Iyer è un pianista jazz di eccezionale levatura e qui non temo di esagerare affermando che ci si trova di fronte a un vero e proprio genio. Nato ad Albany da genitori indiani di etnia dravidica Tamil, Vijai ha cinquant’anni e ha trascorso una vita piena di soddisfazioni professionali colma di premi e riconoscimenti internazionali. Però, in base alla legge dell’ambivalenza che caratterizza l’esistenza umana, una stella che brilla finisce per essere oggetto d’invidia, un disvalore ahimè molto diffuso soprattutto tra quelli che vivono come una dolorosa frustrazione il successo degli altri. Quindi il nostro ha dovuto subire una certa malevolenza non solo da una parte anche importante della critica musicale statunitense ma soprattutto da diversi gruppi di suoi colleghi musicisti. Le accuse? La non conoscenza della tradizione nera americana, l’essere un musicista freddo ed eccessivamente “matematico”, come se il suo corso di studi avesse potuto condizionarlo rigidamente nel suo approccio creativo ed esecutivo. Nessuna di queste critiche rancorose può definirsi azzeccata.

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