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Coma_Cose – Nostralgia (Asian Fake/Sony Music, 2021)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cristiano Carenzi

Poco più di un mese dopo la loro partecipazione a Sanremo i Coma_Cose hanno pubblicato il loro secondo disco: Nostralgia.
Ammetto che questa recensione doveva essere scritta prima, quindici giorni per scrivere di (di fatto) cinque brani che in totale durano appena 20 minuti sono parecchi ma per assurdo è proprio questo ad avermi bloccato.
Un disco così breve non riesce a costruirsi un’identità (o meglio, è molto più difficile), non riesce ad avere degli alti e dei bassi particolarmente marcati, non riesce a darti indicazioni chiare sul percorso intrapreso dagli artisti. Anzi, forse su questo qualcosa ci dice: il continuo ricorrere alla forma canzone, l’eliminazione delle tipiche particolarità testuali e la forzata voglia di cantare anche quando non si è particolarmente bravi danno un’idea ben chiara di una direzione maggior nazional popolare che hanno deciso di seguire.

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Guè Pequeno, Dj Harsh – Fastlife 4 (Island, 2021)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cristiano Carenzi

A nove anni dal precedente episodio della saga Gué Pequeno, dopo essersi riavvicinato al produttore dj Harsh decide di pubblicare un nuovo capitolo di Fastlife e nella skit di apertura decide di mettere le cose in chiaro fin da subito affermando che “le liriche che state per ascoltare potrebbero urtare la vostra sensibilità […] per tutti i fake rapper e fake gangster: se la vita veloce non fa per voi, non provate a rifarlo a casa, ma limitatevi a sognare ascoltando il flow che non avrete mai […] ogni strofa che state per ascoltare è stata registrata da Guè con un solo take” insomma, apre le porte ad un progetto che sembra riservarci tanto.
La prima vera traccia si intitola Lifestyle e su una base abbastanza minimale per quanto comunque cruda Guè si lascia andare al racconto dello sfarzo e dei soldi che ama sperperare per quello che è appunto il suo stile di vita. Ad essa seguono i primi di molti featuring: Lazza e Salmo, i quali lo accompagnano in Alex che risulta essere la traccia meno interessante del progetto poiché nessuno dei tre spicca per la strofa e il ritornello suona abbastanza banale.

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Hedvig Mollestad Trio – Ding Dong You’re Dead (Rune Grammofon, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Simone Catena

Gli Hedvig Mollestad Trio, progetto esplosivo norvegese tornano di gran carriera sulle scene, con un evoluzione emotiva geniale, carica di maturità e impatto sonoro definitivo. Dopo il disco precedente Smells Funny che li ha consacrati nel panorama underground, su una buona dose di sperimentazione già affrontata negli esordi del lontano 2011. Sono pronti a rimettersi in gioco e, durante questo periodo strano da affrontare, la chitarrista Hedvig Mollestad Thomassen fondatrice del gruppo, si è cimentata con una carriera da solista con l’album di debutto Ekhidna. In questo nuovo e prezioso album Ding Dong You’re Dead, prodotto per l’etichetta Rune Grammofon, la band esplora un percorso fatto di jazz rock e tanta psichedelia, per un risultato finale da togliere il respiro durante tutta la sua durata.

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Enzo Favata – The Crossing (Niafunken, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Non poteva che intitolarsi così, The Crossing appunto, l’ultimo intenso e denso lavoro di Enzo Favata e del suo gruppo che ha scelto di chiamarsi con lo stesso nome, e non credo per mancanza di fantasia, ma per affinità concettuale con il disco stesso. Si tratta di Pasquale Mirra al vibrafono, marimba midi e Fender Rhodes, Rosa Brunello al Fender Bass, Marco Frattini, batteria e percussioni ed Enzo Favata al sax, theremin, samples e arrangiamenti.
Un altro “caso non fortuito” è che il brano di apertura si intitoli Roots (radici), nell’album che si intitola “Incroci” (Crossing). Qualche volta i titoli sono anche qualcosa di più che didascalie, sono mappe concettuali e questo ne è certamente un caso. Di quali radici parliamo? Di quelle jazz- rock, visto che Roots è un brano di Ian Carr’s Nucleus, grande interprete del genere, o di quelle elettroniche, l’altra componente fondamentale del lavoro? Potremmo rispondere alla fine, dopo aver ascoltato le sei tracce musicali tutte d’un fiato e che sembrano finire in un battibaleno, tanto il disco è ben costruito e intensamente popolato di suggestioni musicali.

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Structure – XX (Riff Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Articolo di Claudia Losini

XX da non confondersi con “ventesimo”, indica in genetica il cromosoma femminile. Stefano Giovannardi, in arte Structure, che nel suo percorso unisce sempre musica e biologica, in questo nuovo lavoro esplora tutte le sfumature dell’essere donna.
Per andare a fondo in questa ricerca, si affida a 10 protagoniste che apportano la loro individualità e la loro personalità, scegliendo testi e lingua delle canzoni: Barbara Cavaleri Chiara Castello, Ely Nancy Natali, Francesca Bono, Francesca Palamidessi, Laura Boccacciari , Manuela Pellegatta, Maria De Vigili, Silvia Caracristi, Verdiana Raw.

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Marco Colonna – Offering. Playing The Music Of John Coltrane (Niafunken/Setola di Maiale, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Vorrei incominciare questo commento al suggestivo lavoro di Marco Colonna, dal titolo Offering. Playing the Music of John Coltrane uscito per Niafunken, con una considerazione molto personale. Ho sempre amato soffermarmi nelle chiese, nella basiliche, nelle cattedrali, ma anche nelle pievi o nelle chiesette di campagna, al di là della mia fede personale, anche per poterne gustare i silenzi. Ognuna ha un suo silenzio particolare, come sapevano John Cage e tantissimi altri grandi compositori e musicisti, anche i silenzi “suonano”. Un tempo nelle chiese si poteva ascoltare praticamente un solo ed unico strumento, l’organo insieme a canti liturgici e gregoriani. Qualcuno poi però ha cominciato ad usare le chiese per i concerti, riconoscendone un luogo anche di “spiritualità” in senso lato e non solo in senso strettamente religioso. Sono comparsi i violini, qualche flauto, persino tromba, trombone e saxofono. Non posso anche qui fare a meno di citare, i tanti concerti della rassegna NovaraJazz di Corrado Beldì e Riccardo Cigolotti che si sono tenuti (e speriamo si tengano ancora), nella grande  basilica di San Gaudenzio, sotto l’imponente e misteriosa Cupola antonelliana, luogo, come confermano i musicisti, dall’acustica eccezionale. 

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La Rappresentante di Lista – My Mamma (Woodworm, 2021)

R E C E N S I O N E


Voglio provare ad esistere
La mia natura è resistere

(La Rappresentante di Lista, Resistere, 2021)

 

Recensione di Francesca Marchesini

My Mamma è il quarto album pubblicato dal duo queer pop La Rappresentante di Lista. Questo nuovo lavoro in studio nasce dalla creatività di Veronica Lucchesi e Dario Mangiaracina; la significativa collaborazione dei musicisti Enrico Lupi, Marta Cannuscio, Erika Lucchesi e Roberto Calabrese, però, fa sì che La Rappresentante di Lista assuma sempre più i tratti di un collettivo artistico con l’obiettivo di promuovere, attraverso la musica, i principi di fluidità e libertà. La copertina del disco (Manuela Di Pisa) si ispira al dipinto L’origine del mondo di Gustave Courbert e vuole richiamare i temi del femminismo contemporaneo che My Mamma racconta, con i suoi arrangiamenti nervosi e le sonorità sempre più elettroniche.
L’album, uscito il 5 marzo, contiene il singolo Amare; un brano che, in un flusso di coscienza á la Virginia Woolf, narra della passione amorosa e la sua idealizzazione. Con Amare, il gruppo ha partecipato al Festival di Sanremo 2021 classificandosi undicesimo; durante la kermesse sanremese, inoltre, La Rappresentante di Lista ha duettato con Donatella Rettore sulle note di Splendido Splendente, ritornando a parlare del rapporto con il proprio corpo come aveva già fatto nel suo terzo album. Quest’ultimo si intitola Go Go Diva (Woodworm, 2018) e, nonostante l’interessante eccentricità di My Mamma, rimane -a oggi- il miglior lavoro in studio della band.

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Alice Cooper – Detroit Stories (earMusic, 2021)

R E C E N S I O N E


Articolo di Stefania D’Egidio

Tra i personaggi più autoironici e istrionici del folle mondo del rock, i suoi spettacoli sono vere e proprie pieces teatrali, Alice Cooper è arrivato a 73 anni sopravvivendo ai tempi cupi delle droghe e dell’autodistruzione e, in barba alla pandemia, ha dato alla luce il suo ventunesimo album da solista, Detroit Stories, uscito lo scorso 26 febbraio per earMusic. Un omaggio alla sua città d’origine, dove ha vissuto fino all’età di 12 anni, quando la sua famiglia si trasferì a Phoenix; famosa per l’industria automobilistica e per la casa discografica Motown, Detroit è anche il posto dove Alice, al secolo Vincent Fournier, si rifugiò con la sua band dopo gli insuccessi del periodo californiano: il secondo album, Easy Action del 1970, fu considerato, infatti, poco più che mediocre dalla critica. Il ritorno nella città natale invece segnò una svolta perchè firmarono un contratto con la Warner Bros e incontrarono il produttore Bob Ezrin, con il quale si rinchiusero in una fattoria fatiscente a Pontiac per realizzare Love It to Death, quello che, con il singolo I’m Eighteen, divenne disco d’oro nel 1971.

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Kings of Leon – When You See Yourself (RCA Records/Sony Music, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Simone Catena

Il ritorno in grande stile per il progetto Kings of Leon con il loro attesissimo ottavo album, i fan si aspettano un ennesimo capolavoro dopo il grande successo del precedente Walls nel 2016. A distanza di quattro lunghi anni, dove oltre alla pandemia mondiale, la band ha ampliato il suo sound per composizioni più personali e mature. Il nuovo When You See Yourself per l’etichetta RCA Records è il capitolo più importante che segna la loro evoluzione interiore, l’attenzione viene rivolta su una tematica importante come la condizione dei lavoratori nel mondo dello spettacolo. Infatti i ragazzi di Franklin hanno messo su una campagna crowfounding per dare l’anteprima del disco solo a pochi fortunati e ricavare una raccolta fondi, per aiutare questo settore colpito duramente. Caleb Followill cantante e frontman del gruppo, ha espresso il suo pensiero sul grande lavoro che c’è stato sotto le 11 tracce che compongono questa perla. Il risultato è qualcosa di sicuro e preciso, con un grande studio fatto di piccoli dettagli per un sound energico e molto analogico. Le loro influenze maggiori si sposano con band storiche del calibro di Pink Floyd e Beatles, infatti la strumentazione rispecchia quel periodo e sembra proprio suonare come un album anni 70. Nei testi c’è una buona dose d’intimità e molti riferimenti alla vita personale. Con i primi due singoli ascoltiamo subito il marchio di fabbrica unico a tinte indie rock del progetto, che ha catturato l’attenzione del pubblico di tutto il mondo. 

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