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Mountain Caller – Chronicle I: The Truthseeker (New Heavy Sounds, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Simone Catena

Esordio discografico d’impatto per i Mountain Caller, progetto molto interessante nato a Londra. Il loro è un progressive sperimentale, tutto rigorosamente strumentale, che trascina la mente in viaggi cosmici ai confini del mondo. Chronicle I: The Truthseeker, viene prodotto per l’etichetta New Heavy Sounds ed è un sorprendente biglietto da visita, per qualcosa di nuovo e orecchiabile. Nelle loro sonorità troviamo un’infinità di riff macchinosi, che strizzano l’orecchio ai monumentali Sleep, ma ci sono anche i paradisi immensi e incantevoli degli scozzesi Mogwai. La band non ha nessun problema a ricevere paragoni scomodi, mescolando tutto il lavoro in studio con grande gusto musicale, accumulato in così poco tempo, band dalle enormi potenzialità.

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Ron Miles – Rainbow Sign (Blue Note Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Per approcciare Rainbow Sign, cioè l’ultimo lavoro del cornettista Ron Miles, bisogna avere l’accortezza di superare i primi novanta secondi di musica perché questi potrebbero indurci a formulare considerazioni completamente distopiche, almeno fino a quando tre o quattro delicati intermezzi di rullante e piatti non ci aprano la strada facendoci intuire la giusta direzione. Quei primissimi suoni iniziali che sembrano così rarefatti e casuali si organizzano ben presto in un insieme pieno di fascino, dopo aver richiesto al blues e a volte al rock tutti gli stimoli e i guizzi propositivi necessari per intraprendere la giusta strada. In effetti, Miles ha collaborato non solo con colleghi jazzisti ma anche con personalità provenienti dal mondo del rock, come Ginger Baker – chi non si ricorda dei Cream? – e come Joe Henry. Pulsa forte, il cuore di questo lavoro. Se ne avvertono i battiti affiorare sottopelle, se ne intuisce il flusso melodico. Si parla di momenti di grande, raffinata bellezza e di astratta rarefazione armonica.

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Max De Aloe Quartet – Just for one day (Barnum for Art, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Era inevitabile che prima o poi la pandemia influenzasse direttamente la creazione musicale e artistica in senso lato. Max De Aloe è un armonicista che ha attraversato, o meglio, è stato attraversato dal virus, come racconta lui stesso nel comunicato stampa che accompagna l’uscita di Just for one day, edito da Barnum for Art e registrato con il Max De Aloe Quartet composto, oltre che dallo stesso De Aloe, da Roberto Olzer al piano, Marco Mistrangelo al contrabbasso e Nicola Stranieri alla batteria. Una esperienza negativa che, come spesso accade per gli spiriti creativi, si trasforma in una positiva, fatta di coraggio e voglia di cimentarsi con la difficoltà. Alla base del disco, l’idea di omaggiare un mostro sacro della musica come fu David Bowie, un’operazione tuttavia lontanissima dall’idea di “riadattare” la musica di Bowie, ma molto vicina all’idea di “consonanza” con il grande musicista pop e rock. Anche se alla base del lavoro c’è l’omaggio a un personaggio come Bowie, è estremamente difficile costruire un disco che abbia come struttura portante l’armonica cromatica.

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Lory Muratti – rallentare il tempo per creare corrispondenze…

I N T E R V I S T A


Articolo di Luci 

Trasformare un momento, quello in cui le nostre vite si son dovute fermare di schianto, in qualcosa che potesse valere la pena ricordare. È nata così una storia pubblicata a puntate sul web da Lory Muratti durante l’isolamento della scorsa primavera. Nella serie di video realizzati le parole scorrono sullo schermo accompagnate da una colonna sonora originale. Presupposto ideale per dare origine a delle canzoni, otto per l’esattezza, che durante l’estate sono diventate il concept-album Lettere da altrove, uscito a fine ottobre.
Questa avventura musicale, letteraria e visiva ha per protagonisti due amanti, che, a causa di una misteriosa epidemia, si ritrovano inaspettatamente imprigionati in un vecchio ricovero barche affacciato su un lago dove l’orizzonte non si spinge oltre la collina sull’altra sponda. La dimensione profondamente intima del progetto ci ha molto incuriositi per cui abbiamo contattato l’autore ponendogli alcune domande in proposito…

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Enrico Pieranunzi Jazz Ensemble – Time’s Passage (Abeat Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Si va sul velluto con questo nuovo disco di Enrico Pieranunzi. Il tempo trascorre, come suggerisce il titolo dell’album ma il pianista romano ci passa attraverso con elegante sicurezza, quella certezza compositiva (sei brani su nove sono di suo pugno) e soprattutto esecutiva che l’ha sempre caratterizzato e stigmatizzato come uno dei pianisti più grandi al mondo. Nonostante l’Italia abbia posseduto e possieda tuttora molti pianisti jazz di levatura internazionale, con Pieranunzi il discorso si fa più serio, sia per il numero di grandi musicisti con cui ha suonato nella sua vita, sia per l’assoluta considerazione di cui egli è oggetto all’estero. Credo, infatti, che sia ancora l’unico musicista italiano ad essere stato invitato allo storico Village Vanguard di New York e che in quel prestigioso locale abbia potuto incidervi un disco dal vivo, quel famoso Live targato 2013 (ma registrato tre anni prima) insieme a Marc Johnson e al compianto Paul Motian, un’autentica esplosione di energia, forse uno dei dischi live più belli mai registrati nell’ambito del trio jazz.

© Soukizy.com

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Sun Ra Arkestra – Swirling (Strut Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Luci stellari, pianeti, satelliti, vortici, mondi galattici e magiche alchimie cosmiche. Inutile, far finta di nulla, è di tutto ciò che la musica di Sun Ra si nutre. Sembra che senza la sua “filosofia cosmica”, non si possa nemmeno fare musica. Eppure la sua musica ha una esistenza “ontologica” che è difficile non rilevare, anche sganciata da tutte le sue astruse ed originalissime teorie. Però a lui piaceva così e deve piacere così anche a noi. È una delizia sopraffina ascoltare questo magnifico Swirling, nuovo scintillante lavoro della Sun Ra Arkestra, registrato al Rittenhouse Soundworks di Philadelphia, che sotto la direzione del maestro Marshall Allen, porta avanti l’eredità spiritual-musicale del grande Sun Ra; e lo facciamo magari cominciando dal pezzo che da il titolo all’album.

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Marco Parente – Life (Blackcandy Produzioni, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Elena Di Tommaso

La raffinatezza come nota distintiva del cantautorato di Marco Parente si coglie anche nel nuovo album intitolato Life, che arriva dopo sette anni dalla pubblicazione del precedente lavoro discografico Suite love.
L’esigenza creativa è ben evidente in tutti e dieci i brani che, come “oggetti galleggianti”, compongono un quadro armonioso e coinvolgente, pur rimanendo tra loro indipendenti e autosufficienti. “(…) Anche se ne conosco e ne ho curato ogni singola molecola, –spiega l’ex batterista dei C.S.I.- non saprei raccontarne più la provenienza. So solo che stanno a galla nonostante le forti correnti, il sole a picco, le navi alla deriva e le acrobazie dei delfini. Loro galleggiano, con una certa consapevolezza. Tutto qui».
In questo disco l’artista toscano racconta con compostezza vocale ed incisività musicale le mille contraddizioni della vita e della quotidianità a cui inevitabilmente e con non poca fatica ci si abitua, per andare avanti. I testi infatti sono spogli di abbellimenti, asciutti e mai banali, musicalmente è un disco ricco di dettagli, a tratti iperprodotto, in cui si evince la ricerca sonora e l’efficacia accattivante degli arrangiamenti.

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King Gizzard & The Lizard Wizard – K.G. (Flightless, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Simone Catena

I King Gizzard & The Lizard Wizard sono un super collettivo sperimentale australiano, formatosi a Melbourne nel 2010. Tornano sulle scene con il 16°album in studio dalle tinte psichedeliche e fuori dal normale. Un ennesimo salto estremo nelle sonorità acide e viaggianti, dopo l’enorme successo ottenuto lo scorso anno con un tour incendiario, che li ha portati sulla vetta delle classifiche underground di tutto il mondo. La band si è guadagnata una grande fetta di pubblico, sempre più affascinata ad entrare nel loro mondo cosmico e distopico. Nel nuovo lavoro troviamo qualcosa di innovativo e all’avanguardia, oltre ogni aspettativa.

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The Zen Circus – L’ultima casa accogliente (Polydor/Universal, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cinzia D’Agostino

Ogni volta che ascolto un nuovo disco, soprattutto italiano, mi immergo a pensare a come renderà dal vivo, poi mi ricordo del periodo storico in cui viviamo e mestamente mi ridirigo sui binari della realtà e provo a concentrarmi su questi nuovi meccanismi. La promo oggi non può di certo essere lo showcase, gli album escono in punta di piedi dai social, dove scopro da un post che introduce il singolo Appesi alla Luna che un nuovo lavoro degli Zen sta uscendo, mentre imperversano gli ascolti su Spotify o Amazon Music. E intanto che cerco consolazione perché non so quando potrò di nuovo sudare in mezzo alla folla di un live, la trovo commuovendomi mentre la voce di Andrea Appino mi grida nelle orecchie un po’ di rabbia, un po’ di chirurgica analisi della realtà, un po’ di ricordi di fanciullezza e di illusioni di libertà a cui siamo ancora immancabilmente aggrappati.
Non sono mai stata una fan estrema del Circo Zen, sebbene io li abbia sempre apprezzati e seguiti, quanto una grande estimatrice del cantautore Appino, il grande paroliere, il ragazzo dal sorriso ammaliante e dall’accento squisitamente e odiosamente toscano, dalla voce inconfondibile che mi procura sempre una stretta al cuore ed un brivido lungo la schiena non appena le mie orecchie ne percepiscono il timbro.

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