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I migliori dischi rap / trap italiani del 2020

R E C E N S I O N E


Articolo di Cristiano Carenzi

Il 2020 è stato un anno strano ma direi che lo abbiamo già sentito abbastanza dunque passiamo direttamente alla musica. Ecco i 5 dischi italiani che ho trovato particolarmente interessanti per quanto riguarda il rap e la trap: un elenco che potrebbe anche aiutare chi non conosce il genere ma vorrebbe farsi un’idea senza perdere troppo tempo ascoltandosi i tantissimi dischi usciti in un anno. Un’osservazione prima di iniziare: è uscito anche Merce funebre di Tutti Fenomeni che si sarebbe meritato il primo posto ma ho preferito non metterlo essendosi allontanato, sia musicalmente che tramite le sue parole, dal genere in questione. 

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Classifica dei 50 migliori album del 2020

R E C E N S I O N E


Ci siamo. Siamo arrivati al panettone. Superate le festività natalizie, puntuale come le tasse, ecco il consueto appuntamento con la classifica di fine anno. Tradizione, per noi, vuole che il “listone” sia affidato alla competenza e alla curiosità di Simone Nicastro che ci accompagna in questo viaggio a ritroso lungo un 2020 particolarmente complicato. Isolamento, paura e incertezza hanno rischiato di metterci all’angolo. Abbiamo però una certezza: la musica è un’amica fedele che sa starci vicino anche e soprattutto nei momenti difficili. Cibo per l’anima, ristoro per cuori affamati. C’è tanta buona musica in giro, tanta da affollare ogni nostra giornata. Una classifica è necessariamente parziale e soggettiva, la musica non è una scienza esatta e le emozioni che trasmette sono individuali, però ci auguriamo che sia uno stimolo al confronto. Se ciò avviene abbiamo raggiunto il nostro obiettivo. Vi lasciamo perciò alle parole di Simone. Buona lettura e buona musica!

La redazione

Articolo di Simone Nicastro

Come ogni anno (da un bel po’ di anni ormai) inizia qui il mio percorso di memoria personale e valutazione totalmente soggettiva dell’anno discografico appena trascorso. Anno che, ahimè, sappiamo tutti essere stato fin troppo pieno di dolore e sacrifici. Mai come in questi 12 mesi ringrazio il cielo di essere riuscito ad alimentare, ancora una volta, il desiderio inesauribile di ascoltare e confrontarmi con l’arte musicale, di farmi trasportare da essa e, infine, di non esserne mai sazio.

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Julius Project – Cut The Tongue (JM Distribution, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Aldo Pedron

Dopo 40 anni (il primo brano fu concepito il primo gennaio del 1978) è uscito Cut The Tongue, primo album prog di Julius Project, dalla mente del tastierista (e avvocato leccese) Giuseppe Chiriatti. Un’opera che Julius pubblica insieme a storici nomi del prog nazionale e mondiale, dall’arrangiatore Paolo Dolfini a Richard Sinclair, leggenda della scena inglese di Canterbury, passando per l’ex Maxophone Marco Croci. Alla voce solista e nei cori c’è Bianca Berry, la figlia di Julius (con tanto di narratore, Profeta, Boy e family friend a parlare e cantare). Un album dalla genesi travagliata ed un progetto intenso che racconta in 18 brani e quasi 60 minuti di musica senza interruzioni il percorso interiore del giovane protagonista Boy, interpretato dalla voce di Bianca Berry. Boy è un ragazzo che si sente annebbiato perché la sua vita non ha senso: dapprima si chiude in sé stesso, poi, su indicazione di un amico di famiglia, si affida ad un “profeta” che gli decanta le meraviglie della ricchezza e l’importanza dell’apparenza, fino a quando, la notte di San Silvestro, Boy non si rende conto che si tratta soltanto di false illusioni. All’alba, in una dimensione onirica, ascolta la voce di uno spirito guida che gli raccomanda di “tagliare la lingua” (Cut The Tongue) ai falsi profeti… Alla fine Boy, troverà il significato della sua esistenza, accettando la solitudine come virtù (a tratti mi ricorda l’idea del fenomenale doppio LP del 1969 Tommy degli Who, una delle prime opere rock in assoluto della storia).

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Michele Fazio Trio – Free (Abeat Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Molte volte cerchiamo nella musica carezze emotive anziché complesse costruzioni armoniche, ritmi tribali, stati d’animo stridenti o cupe catabasi di certi artisti maledetti. Andiamo in cerca semplicemente di un po’ di piacevolezza e questo è forse, per molti di noi, il primo obiettivo che ci si aspetta dall’arte. Di certo non è sbandando tra le contraddizioni che ci si cala nel cuore dell’espressione artistica. Sono le accettazioni, le riflessioni, le sensazioni e le emozioni a cui ci abbandoniamo che guidano la comparsa dello stupore e della sorpresa. L’ascolto di questo quinto lavoro di Michele Fazio ci può regalare tutte le emozioni di cui abbiamo bisogno. Il pianista pugliese vanta nel suo curriculum numerose collaborazioni con artisti che provengono dalla musica leggera (parliamo tra gli altri di Patty Pravo, Francesco Tricarico, Antonella Ruggero, Fabio Concato) e con registi cinematografici come Rubini e De Cataldo per i quali ha firmato le colonne sonore dei loro film.

Photo © Roberto Cifarelli

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Maria Devigili – Superstiti [anteprima video]

I N T E R V I S T A


Articolo di Angela Todaro 

Maria Devigili, trentina di nascita, per molto tempo bolognese di adozione, a cinque anni già suonava pezzi suoi su una pianola e a nove circa ha iniziato a comporre canzoni con la chitarra classica, imparando a suonarla da sola. La musica è quindi una passione che l’accompagna da sempre e l’ha portata, negli anni, ad esibirsi in lungo e in largo sia in Italia che all’estero. Laureata in filosofia, idealista, convinta che un artista abbia un ruolo sociale importante, propone un genere essenzialmente pop rock che si caratterizza per una vibrante, contagiosa energia sonora. Dopo il suo ultimo lavoro Io, tu e le cose, la cantautrice torna con uno splendido video girato negli USA tra febbraio e marzo, durante il periodo in cui era rimasta bloccata a Las Vegas. Superstiti, questo è il titolo del brano, a proposito del quale abbiamo avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con Maria, facendoci anche anticipare qualcosa dei suoi progetti futuri… 

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Cristian Marin Trio – Shape (Ultra Sound Records, 2020)

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Recensione di Aldo Pedron

Cristian Marin (Tradate, 12-9-1976) è uno dei chitarristi più poliedrici e fantasiosi in circolazione. A 16 anni la decisione di intraprendere gli studi classici al Conservatorio dove si diplomerà nel 2004 in Componimento Superiore di chitarra classica 10° anno presso il Conservatorio Statale G. Nicolini di Piacenza. Ha studiato chitarra, armonia e storia della musica. Collabora stabilmente con il M° Emanuele Segre con il quale coordina una Masterclass dal 2004. Intensa è la sua attività di insegnamento: Jardin Musical di Lugano, Bellinzona, Morbio (CH) dove è docente di chitarra classica, moderna, armonia e teoria musicale e dove coordina il corso per band e musica d’insieme; al Liceo Civico Musicale R. Malipiero di Varese è titolare della cattedra di chitarra classica; al Mondo Musica di Varese è invece docente di chitarra moderna e classica, inoltre è Commissario Esterno durante gli esami di chitarra classica presso il Conservatorio G. Verdi di Como.

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Joel Ross – Who Are You? (Blue Note Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Un giovane vibrafonista di circa vent’anni che si fa accompagnare da musicisti altrettanto giovani, più o meno suoi coetanei ed ex compagni di studi, tra cui la persona più anziana – si fa per dire – è l’arpista Brandee Younger di trentasette anni. Questo è l’importante biglietto da visita di Joel Ross, un artista a tutto tondo, esperto batterista ed anche pianista ma che proprio col vibrafono è arrivato al suo secondo lavoro edito dalla benemerita Blue Note. Dopo il bell’esordio Kingmaker dello scorso anno è ora la volta di questo nuovissimo Who are you? in cui Ross si fa sostenere, tra gli altri, da Immanuel Wilkins al sax, autore da par suo di un pregevole lavoro d’esordio (Omega). Joel Ross viene da Chicago ma è nel calderone vitale di New York che comincia a suonare e a selezionare i musicisti che lo accompagneranno nei suoi due album. Non ci vuole molto a risalire alle influenze di questo artista che, per sua stessa ammissione, segnala Milt Jackson come principale ispiratore del suo approccio allo strumento.

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Marco Colonna & Alexander Hawkins – Dolphy Underlined (Fundacja Słuchaj Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Per fare certe cose ci vuole coraggio, nella musica, come in tante altre attività. Celebrare un musicista come Eric Allan Dolphy, non richiede solo coraggio, ma anche convinzione di poterlo fare e, naturalmente, occorre avere talento. A dire la verità c’è anche chi si butta a capofitto in una impresa avendone la vocazione, ma non possedendone gli strumenti. Quando chi ha la vocazione, ha anche gli strumenti per farlo (e non parlo degli strumenti musicali, naturalmente), allora il gioco è fatto. È questo il gioco del grande clarinettista Marco Colonna e dello straordinario pianista Alexander Hawkins, capaci di cimentarsi con la memoria di un mostro sacro della musica (non solo del jazz) come Eric Dolphy, anche se questo gioco era altamente pericoloso. Lo è prima di tutto per l’incontenibile ecletticità del musicista e la sua inimitabile originalità, ma il clarinetto basso è anche il pane quotidiano di Marco Colonna e l’idea di rendere omaggio a Dolphy in compagnia di un pianoforte, molto “pensato” come quello di Hawkins, non poteva che essere una soluzione adeguata. Da questo incontro, “Bello come l’incontro di un ferro da stiro e di una macchina da cucire su di un tavolo anatomico” aveva scritto Lautremont, definizione assai adatta alla musica del grande clarinettista americano che potrebbe anche piacere ai nostri due musicisti, scaturisce un disco di eccezionale bellezza, di misurata originalità e di raffinato pregio: “Dolphy Underlined” uscito nello scorso mese di ottobre.


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Assalti Frontali – 1990-2020 (Daje Forte Daje Tutti Rec, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Stefania D’Egidio

Correva l’anno 1990, facevo il V ginnasio: in Medio Oriente scoppiava la prima guerra del Golfo, in Sudafrica veniva liberato Nelson Mandela, moriva Sandro Pertini e venivano ritrovate le lettere di Aldo Moro; tutto questo mentre nella nostra capitale, dalle ceneri del collettivo musicale Onda Rossa Posse, nascevano gli Assalti Frontali. Un periodo di grande fermento artistico per le autoproduzioni e la distribuzione indipendente, soprattutto grazie alla spinta dei centri sociali tanto che, in breve tempo, scoppiava il fenomeno delle Posse, a Roma come nel resto dello stivale, tutte accomunate dall’interesse per l’attualità politica, la controinformazione, l’impegno civile, la cittadinanza attiva e con una forte connotazione antifascista. Dal punto di vista musicale un bel pout purri di rock, punk, funk, reggae e rap che trovò in 99Posse, Africa Unite, Almamegretta, Ustmamò e Casino Royale i maggiori interpreti. Per gli Assalti Frontali dopo due anni dalla nascita arrivò l’album del debutto, Terra di Nessuno, primo Lp rap in italiano, venduto a un prezzo politico di 17.000 lire, quasi mi viene una botta di nostalgia a ripensarci…

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