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CINEMA

Lory Muratti – rallentare il tempo per creare corrispondenze…

I N T E R V I S T A


Articolo di Luci 

Trasformare un momento, quello in cui le nostre vite si son dovute fermare di schianto, in qualcosa che potesse valere la pena ricordare. È nata così una storia pubblicata a puntate sul web da Lory Muratti durante l’isolamento della scorsa primavera. Nella serie di video realizzati le parole scorrono sullo schermo accompagnate da una colonna sonora originale. Presupposto ideale per dare origine a delle canzoni, otto per l’esattezza, che durante l’estate sono diventate il concept-album Lettere da altrove, uscito a fine ottobre.
Questa avventura musicale, letteraria e visiva ha per protagonisti due amanti, che, a causa di una misteriosa epidemia, si ritrovano inaspettatamente imprigionati in un vecchio ricovero barche affacciato su un lago dove l’orizzonte non si spinge oltre la collina sull’altra sponda. La dimensione profondamente intima del progetto ci ha molto incuriositi per cui abbiamo contattato l’autore ponendogli alcune domande in proposito…

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Luca Onyricon Giglio: un artigiano tra musica e altre forme d’arte

I N T E R V I S T A


Articolo curato da Luci e James Cook

Siamo entrati in contatto con Luca Giglio poiché ha diretto il videoclip che accompagna il brano Evidence di Giulia DamicoCi ha incuriosito il suo stile, legato ad un’estetica analogica.
Abbiamo scoperto che, oltre ad essere videomaker è compositore, musicista, polistrumentista e manipolatore di immagini.
Nell’occasione della presentazione in anteprima della “long version” di
Evidence, un vero e proprio cortometraggio, gli abbiamo rivolto alcune
domande per approfondire la conoscenza delle sue attività artistiche…

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77a Mostra del Cinema di Venezia – 02/12 settembre 2020

C I N E M A

 

Articolo di Stefania D’Egidio


Sarà per forza di cose un’edizione diversa dal solito la 77a  Mostra del Cinema di Venezia, in programma dal 2 al 12 settembre.
Le misure di prevenzione della diffusione del Sars-Cov-2 hanno reso necessaria una riduzione del numero complessivo dei film della selezione ufficiale, benché siano state confermate le sezioni Venezia 77, Orizzonti, Fuori Concorso e Biennale Collage Cinema.

Cate Blanchett Presidente di Giuria

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1917 – di Sam Mendes (Gran Bretagna, 2019)‎

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Cosa abbiamo in comune io e Sam Mendes? Alcune cose, per esempio io scrivo di un film girato da lui, cosa credo rilevante per me ma non per lui, ma abbiamo anche in comune anche i racconti della Grande Guerra fatti dai nostri nonni. Gran bella storia quella raccontata nel film 1917, che Mendes ha avuto in eredità dal nonno Alfred, impegnato sul fronte delle Fiandre. Due giovani caporali britannici Schofield (George MacKay) e Blake (Dean-Charles Chapman), vengono incaricati di portare un messaggio, alla prima linea del fronte, che ordina al battaglione Devon di rinunciare ad un attacco già programmato contro i tedeschi, poiché è pronta per loro un’imboscata da parte dell’esercito nemico.

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Jojo Rabbit – di Taika Waititi (Germania, 2019)‎

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Per una volta cominciamo dalla colonna sonora. Può un film sul nazismo incominciare con “I want to hold your hand” dei Beatles, comprendere in sé Tom Waits e chiudersi con “Helden”, ovvero la versione tedesca di “Heros” di David Bowie? Sì, può, ma il regista deve essere in odore di genialità e il neozelandese Taika Waititi lo è. “Jojo Rabbit”, tratto dal romanzo “Caging Skies” della scrittrice belga-neozelandese Christine Leunens, racconta in maniera grottesca ed ironica la storia di  Jojo Bletzer, un ragazzino di dieci anni, appartenente alla “Gioventù hitleriana”, che ha la “facoltà”di parlare direttamente con Hitler, come il  Calvin di Bill Watterson parla col la sua tigre Hobbes.

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Sorry we missed you – di Ken Loach (Gran Bretagna, Francia, Belgio, 2019)‎

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Vedere un film di Ken Loach è una sorta di rito. I suoi film hanno, quasi esclusivamente, un solo soggetto: il proletariato urbano inglese. Non stupitevi troppo se uso questo termine “marxiano” (e marxista), Ken Loach resta profondamente marxista, nelle tematiche, nelle poetiche, probabilmente anche nelle aspirazioni. È questa la sua cifra stilistica. Sorry, we missed you è uguale a tutti gli altri suoi film, solo che non ci sono più le miniere del Galles e le “Colliery Bands”, le grandi manifatture, i pubs, ma al loro posto ci sono i lavoratori atipici dei nostri giorni, un corriere con il suo furgone, sua moglie assistente domiciliare e i loro figli con qualche problematica.

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La dea fortuna – di Ferzan Ozpetek (Italia, 2019)‎

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Quando vedo Stefano Accorsi a me viene la malinconia; Stefano Accorsi mi sembra un primo cugino di Fabio Volo e un parente alla lontana di Fabio Fazio (personaggi che a loro volta mi mettono molta malinconia, se mi passate la digressione). Posso anche precisare di che malinconia si tratta. È la malinconia per il grande cinema italiano, quello di De Sica, di Rossellini, di Pasolini, di Fellini, di Leone, di Rosi, di Ferreri, di Bertolucci, dei fratelli Taviani, di Scola, di Olmi, di Sorrentino e di pochi altri. E così divento malinconico perché, da allora, il grande cinema italiano è diventato il cinema italiano e basta.

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Parasite – di Bong Joon-ho (Corea del sud, 2019)‎

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Scomodando nientemeno che Lao Tse, potremmo ricordare che “L’anello più debole della catena è anche il più forte, perché spezza la catena”. Questa potrebbe essere la chiave di lettura con cui etichettare uno dei pochi film-capolavoro di questa stagione invernale, Parasite del coreano Bong Joo-Ho, vincitore della Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes. Molti, e intrecciati tra loro, i livelli di lettura del film: il dualismo mondo di sopra-mondo, il dramma psicologico, ma anche la scelta estetico-rappresentativa. Un’opera cinematografica complessa ed articolata tanto da riuscire difficile, se non impossibile, definire il film come “thriller”, “dramma piscologico” o altro.

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La Belle Époque – di Nicolas Bedos (Francia, 2019)‎

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Diciamolo subito l’odore della Madeleine proustiana è un modello irraggiungibile e Nicola Bedos, regista de La Belle Époque, ce la mette tutta per trovare una formula che possa portare a termine l’operazione memoria e in parte ci riesce con un’idea originale anche se è un po’ artificiosa. La macchina del tempo si chiama “Time Traveller” ed è una agenzia specializzata nella ricostruzione di ambienti e soprattutto di epoche passate, dove facoltosi “viaggiatori” si fanno proiettare per saziare la loro nostalgia, anzi forse la loro voglia di nostalgia.

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