C I N E M A
Articolo di Mario Grella
Quando uscì il film di François Truffaut Effetto Notte, ricordo bene il titolo della recensione che ne fece il quotidiano La Repubblica ovvero Effetto cinema. Alla proiezione di Nouvelle Vague, l’originale e prezioso film di Richard Linklater, mi è sovvenuto quel titolo così efficace che potrebbe essere indicato anche per questo meta-cinema, forse meno rarefatto di quello di Truffaut, e più documentaristico, ma che curiosamente riguarda proprio quel periodo in cui si trovò ad operare non solo Truffaut, ma anche Claude Chabrol, Robert Bresson, Jaques Rivette, Agnès Varda, Eric Rhomèr, Alan Resnais, Louis Malle, tanti altri e lui, il protagonista del film di Linklater, ovvero Jean-Luc Godard. Il film sul film tratta proprio di À Bout de Souffle il capolavoro assoluto di Godard (in Italia conosciuto col titolo di Fino all’Ultimo Respiro) uscito nel 1960, ma ancora oggi un’opera assolutamente mirabile.

Ultimo a manifestarsi tra i registi della Nouvelle Vague e del gruppo dei “Cahiers du Cinema”, Godard sembra mosso dall’urgenza di fare un film e, soprattutto di fare un film rivoluzionario, realizzato grazie alla fiducia (e alla pazienza) concessagli dal produttore Beauregarde. A questo punto si è combattuti se parlare del film di Linklater o piuttosto del caposaldo della storia del cinema di Godard. La tentazione di tornare a scrivere di À Bout de Souffle è forte, benché tanto, o forse tutto, sia già stato scritto su quella memorabile pellicola. Ma non sarebbe né giusto né corretto, conviene invece spendere qualche parola sull’eccellente lavoro, ripeto, quasi documentaristico di Nouvelle Vague. Non era facile mettere sulla scena Jean Paul Belmondo e Jean Seberg, protagonisti del film di Godard e farli recitare (anzi non-farli-recitare, come avrebbe voluto Godard) e non era nemmeno facile ricreare la Parigi degli anni Cinquanta e Sessanta (che ha richiesto più di 300 effetti visivi di post-produzione, visti i cambiamenti urbani avvenuti nella capitale francese dal 1959 ad oggi), non era facile trovare attori così somiglianti ai veri protagonisti di quella indimenticabile avventura, ma tutti i pezzi del puzzle sembrano essere alla fine essere andati a posto magicamente.

Cosa non funziona nel film? Nulla, a patto che lo spettatore non pensi di andare a vedere un film girato con gli stilemi, anzi con gli anti-stilemi, dei registi d’avanguardia oggetto del lungometraggio. Nouvelle Vague è un omaggio formalmente tradizionale ad un film fondamentalmente anti-tradizionale, girato quasi tutto con una camera a mano, un montaggio in cui nessuna immagine venne scartata da Godard e dove l’imperfezione andava a far parte di diritto della poetica del film. Godard fa improvvisare le battute alla giovane Jean Seberg (diva americana capricciosa e viziatella), che fino a quel momento aveva girato film solo con Otto Preminger, regista abituato ad imporre agli attori ogni movenza e ogni espressione. Una bella differenza rispetto al giovane Godard, secondo il quale tutto è cinema, anzi è la realtà stessa che può esser tematizzata solo dal cinema. L’afflato di approccio poetico di Godard è riscontrabile in gran parte dei registi della Nouvelle Vague ed è insito già nella teorizzazione dei “Cahiers”, con la sovraintendenza del grande critico, forse il più grande, André Bazin. Mi piace qui ricordare che Richard Linklater, ha voluto sottolineare l’imprimatur che Roberto Rossellini volle dare a tutto il gruppo, come una sorta di benevola benedizione ad un cinema sostanziato di pensiero oltre che di immagini: stiamo parlando di un cinema che sembra non esistere più e anche in questo senso il film di Linklater, può essere letto solo come un omaggio più che mai doveroso a maestri veri ed irripetibili.






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