R E C E N S I O N E
Recensione di Monica Gullini
11 settembre 2026. Esce Contours of Texture, nuovo album di Kjetil Husebø. Ho avuto l’onore di ascoltare in anteprima molti suoi lavori, variegati e splendidamente evocativi. Kjetil è un raffinato compositore, un abile pianista e pochi al mondo sono in grado di incastonare suoni come lui. Nel suo mondo c’è il freddo della Norvegia ma anche il calore di quella luce che in Scandinavia fatica ad arrivare. Contours of Texture è sia spiraglio luminoso che ombra: composto nei primissimi mesi dell’anno, l’album affronta un evento doloroso, un lutto devastante, inimmaginabile. Husebø perde il fratello Andres mentre Contours of Texture è poco più che un pensiero nella mente del creatore. Inevitabilmente, l’opera rispecchia il dolore e lo sconforto del momento. Il compositore norvegese parla così, a proposito dell’ultimo lavoro: “Ho voluto creare musica che potesse esprimere bellezza, chiarore, oscurità e vulnerabilità ma che allo stesso tempo dimostrasse forza e instabilità“.

Muovendo verso la luce attraverso il buio, il disco riflette non solo l’esperienza personale ma anche il disagio dei tempi moderni. Creata in un momento storico solcato da forte instabilità politica e incertezza, l’opera porta con sé fragilità e scompiglio. L’ordine è sovvertito: lo capiamo subito ascoltando la rarefatta Microstate, accogliente come il liquido amniotico che culla e protegge, e rimaniamo poi stupefatti di fronte al ribaltone teatrale di Retrigger. La distesa armoniosa dell’inizio scompare a perdita d’animo di fronte a cigolii, balbettii sonori, pianti in lontananza: Retrigger, riattivare qualcosa che non lascia scampo, che toglie il respiro, come il dolore incessante, come il senso di perdita che impedisce il sonno, come rimanere sott’acqua senza ossigeno. Come se quel liquido non esistesse più e ci trovassimo ad agitare le braccia in mezzo al nulla. La canzone si fa sempre più oscura e opprimente, la mente tace, è un concentrato di tristezza e ricordi che dilaniano. Soffocante è il terzo brano, Sfumato, dai contorni abbozzati come i passi insicuri nell’ignoto. È la presa di coscienza di un mondo che non tornerà, è la tristezza che ci assale quando pensiamo a ricordi sigillati nel tempo e a voci ridotte ormai a echi lontani. Nulla è fisso, ogni cosa è incostante, instabile, aleatoria, fugace. L’unica certezza, nel mondo reale, nel qui e ora, è che Andres non c’è più: gli sguardi, le parole dolci e la complicità che solo due fratelli sanno regalarsi rivivono nella meravigliosa Confluence. Campionamenti e giochi elettronici rendono tangibile il dolore, sembra quasi di toccarlo con mano, è vivo e ci parla dalle manopole e dai cursori, ma che fine fa tutta la sofferenza che squarcia in due? È grazie a In Front Of che Husebø affronta il tema della perdita e guarda in faccia il lutto. Un arpeggio domina l’intera traccia e teneri riverberi fanno capolino qua e là, come ad annunciare l’assenza corporea e la presenza di spirito. È un iperuranio benevolo quello che accoglie i morti e guarda i vivi andare avanti nonostante tutto, permettendo ai primi brevi incursioni nella quotidianità e ai secondi di mantenere vivide le abitudini. È come sedere a tavola sapendo che manca il commensale preferito con la certezza che lui è lì, nel piatto in cui mangiamo e nel vaso di fiori sopra la credenza all’ingresso, nella bellezza del creato e nella pace del proprio raccoglimento. E mentre penso e poi scrivo la parola “fiori” vedo l’immagine delle nature floreali di Robert Mapplethorpe, così intime, delicate e sensuali, vedo la famosa calla estendersi come un corpo umano che riprende vita e allora capisco che la musica di Husebø è luce che si staglia sopra il buio, è speranza nell’incertezza ma al tempo stesso ci inchioda al momento che stiamo vivendo. Tante domande in un solo istante, si rincorrono schivando i riverberi di Passage e le note sembrano uscire da mille archi distorti: la consapevolezza arriva, fredda come il marmo. La vita è questione di attimi, bagliori e oscurità ed è proprio verso il finale che Passage rasenta l’eternità. L’accettazione del lutto passa inevitabilmente attraverso il bianco della calla e sprofonda dietro la superficie nera, suggerisce Grief, la traccia più enigmatica dell’intero album. Distorsioni di poco più di tre minuti costellano il brano, la confessione di un dolore immenso, inimmaginabile, sconfinato. Suoni metallici rendono il distacco imponente, sembra di soffocare di fronte a una melodia che non concede aperture ma si rituffa nel buio più denso. La vita è un susseguirsi di instabilità e certezze, come i tempi che stiamo vivendo, che si avviano ad ampie falcate verso l’oscurantismo. Ed Edge of View, la traccia che chiude il disco, non tradisce primavera alcuna. I sintetizzatori impazziscono, le manopole girano su se stesse mantenendo lo stesso incedere: a primo impatto è un lamento, i suoni si infrangono per poi ricompattarsi in una preghiera che invoca benevolenza.
Si chiude così Contours of Texture, un’opera dura, difficile, che tanto è costata al suo creatore. Kjetil non si risparmia affatto: ogni frammento, ogni accenno di synth, ogni campionamento è dotato di vita propria. Il compositore norvegese confeziona un lavoro autentico sia dal punto di vista del suono che del sentimento, muovendosi magistralmente tra luce e ombra. È senz’altro l’opera alla quale presta più il fianco, quella che lo tocca più nel profondo in quanto lo vede protagonista in prima persona. Allo stesso tempo, mentre ascoltavo ho avuto un solo pensiero in testa: “non sono mai stato tanto attaccato alla vita”. Come Ungaretti che osserva il commilitone morto, ho sentito feroce l’urgenza di resistere. Il più grande bardo del Galles diceva che “siamo ancora restii a rinunciare a ciò che resta, sentendo il vento sul capo che non rinfresca E sulle labbra l’arida bocca della pioggia.”
Perché la vita, signori e signori, è un gioco che non si può scegliere, e quando morde forte con la rabbia dei ricordi, dobbiamo mordere più forte di lei. E solo allora torna la luce.
Tracklist:
01. Microstate (5:00)
02. Retrigger (5:19)
03. Sfumato (4:58)
04. Confluence (5:57)
05. In Front (5:22)
06. Passage (3:14)
07. Grief (4:40)
08. Edge of View (4:56)
Photo © Jo Michael de Figueiredo
Cover design: Lucas Dietrich, Berlin.






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