F O T O G R A F I A – I N T E R V I S T A
Articolo di Carolina Zarrilli
Gli scatti giapponesi di Riccardo Bonato incontrano la pittura, l’Aikido e l’intervento creativo del pubblico
Nell’aprile scorso abbiamo incontrato Riccardo Bonato nel Giardino Zen Teresa Pomodoro di Milano, dove le fotografie di Il mio Giappone – Il mio straniero componevano un percorso sospeso tra memoria, silenzio e colore selettivo (trovi qui l’articolo). Nate da un viaggio compiuto tra il 2024 e il 2025, quelle immagini avevano dato vita a un libro realizzato a mano e a un progetto espositivo.
Da allora, il progetto ha attraversato luoghi e incontrato pubblici differenti: prima la mostra collettiva al CIQ di Milano, poi l’esposizione ospitata dal Consolato Generale del Giappone. Sabato 12 settembre le fotografie torneranno nel luogo in cui erano state presentate per la prima volta, ma lo faranno in una veste nuova. Se ad aprile invitavano soprattutto a rallentare e contemplare, ora entreranno in dialogo con la pittura, il corpo, il movimento e la partecipazione diretta del pubblico.
Giappone – Luce, colore, gesto si svolgerà dalle 11:00 alle 19:00 nel Giardino Zen Teresa Pomodoro, tra le opere del maestro giapponese Kengiro Azuma. Il programma comprenderà la mostra fotografica, uno spazio interattivo, una visita guidata con l’autore, il live painting di Veronica Occhipinti e una dimostrazione di Aikido a cura dello Yume Dojo Milano.
Non sarà, dunque, soltanto una mostra, ma un’esperienza culturale partecipativa, relazionale e condivisa. I visitatori potranno intervenire sulle riproduzioni delle fotografie, scegliere quali dettagli colorare e affidare alle immagini nuovi significati, nati dal proprio sguardo e dalla propria sensibilità.

Che cosa accade, allora, quando una fotografia smette di essere soltanto osservata e diventa uno spazio da attraversare, trasformare e condividere? Lo abbiamo chiesto a Riccardo Bonato, con cui abbiamo ripercorso le tappe degli ultimi mesi, la nascita delle nuove collaborazioni e l’evoluzione da una mostra da contemplare a un’esperienza da costruire insieme.
Dalla mostra all’esperienza culturale partecipata
Quando ci siamo incontrati ad aprile, Il mio Giappone – Il mio straniero invitava soprattutto a rallentare e contemplare. Il 12 settembre le stesse immagini entreranno invece in dialogo con la pittura, il corpo, il movimento e l’intervento collettivo. Che cosa è accaduto, in questi mesi, perché il progetto si aprisse in questa direzione?
In questi mesi ho capito che il progetto non si esauriva nelle fotografie esposte e da contemplare. Le immagini potevano diventare il punto di partenza per creare incontri. Le reazioni del pubblico me lo hanno mostrato con chiarezza: ciascuno proiettava nelle fotografie ricordi, emozioni e interpretazioni diverse dalle mie.
Da qui è nata l’esigenza di aprire il progetto ad altri linguaggi. La pittura di Veronica Occhipinti, il gesto dell’Aikido e l’intervento diretto dei visitatori sono modi differenti di interrogare le stesse immagini. Il passaggio fondamentale è stato proprio questo: considerare il progetto come un’esperienza capace di accogliere anche lo sguardo degli altri.
Dopo il Giardino Zen, il CIQ e l’esposizione al Consolato Generale del Giappone, che cosa hai scoperto del tuo lavoro attraverso i luoghi e i pubblici che lo hanno accolto? C’è qualcosa che oggi guardi diversamente rispetto ad aprile?
Ho scoperto quanto il luogo possa modificare la lettura di una fotografia. Nel Giardino Zen le immagini sembravano quasi ritornare a uno spazio naturale e meditativo; al CIQ entravano maggiormente in relazione con il tema dell’incontro tra culture; al Consolato acquistavano inevitabilmente anche un valore istituzionale e rappresentativo. Anche i pubblici sono stati molto diversi. Alcune persone si soffermavano sulla tecnica del colore selettivo, altre sui luoghi rappresentati, altre ancora sui proverbi o sulle emozioni suscitate dalle immagini. Ad aprile sentivo soprattutto la necessità di raccontare il “mio” Giappone; oggi mi interessa capire che cosa quel Giappone possa diventare attraversando luoghi diversi e, soprattutto, nello sguardo degli altri.
Come è nata la collaborazione con Veronica Occhipinti e con lo Yume Dojo Milano? Che cosa ti ha fatto intuire che fotografia, pittura e Aikido potessero contribuire alla costruzione di un’unica esperienza?
La collaborazione è nata dall’incontro tra sensibilità differenti, accomunate da una particolare attenzione al gesto. Parlando con Veronica e con lo Yume Dojo è emerso un terreno condiviso fatto di ascolto, equilibrio e relazione. Nella pittura il gesto lascia una traccia sulla materia; nell’Aikido prende forma nell’incontro con l’altro; nella fotografia permette di riconoscere e trattenere un istante. Abbiamo capito che questi linguaggi potevano dialogare proprio perché nessuno dei tre è puramente descrittivo. Volevamo costruire un’esperienza nella quale ciascun linguaggio modificasse la percezione degli altri.
Definiresti la giornata del 12 settembre una mostra, un laboratorio oppure un’esperienza di produzione culturale condivisa? Quando, secondo te, un visitatore smette di essere spettatore e diventa realmente partecipante?
La definirei soprattutto un’esperienza di produzione culturale condivisa. Ci saranno una mostra, un laboratorio, una performance pittorica e una dimostrazione di Aikido, ma il significato della giornata nascerà dalle relazioni tra questi elementi e le persone presenti. Un visitatore diventa partecipante quando lascia una traccia del proprio passaggio. Può farlo colorando una copia, attribuendo un significato a un colore, ponendo una domanda o condividendo un ricordo. La partecipazione, quindi può cominciare anche quando una persona mette in relazione ciò che vede con la propria esperienza.
Parlare di evento comunitario apre una domanda: quale comunità desiderate coinvolgere? Il quartiere, la comunità italo-giapponese, gli appassionati di questi linguaggi oppure una comunità temporanea che nasce dall’esperienza condivisa?
Vorremmo coinvolgere tutte queste realtà, senza limitarci a un pubblico già specializzato. Ci interessa il quartiere, perché l’evento si svolge in un luogo che deve essere vissuto e attraversato; la comunità italo-giapponese, che può offrire uno sguardo competente e personale; gli appassionati di fotografia, pittura e discipline marziali, ma anche chi si avvicina a questi linguaggi per la prima volta. La comunità che immagino, però, è soprattutto temporanea: persone che forse non si conoscono e arrivano con motivazioni diverse, ma che per alcune ore condividono uno spazio, un gesto e una domanda. Se da quell’incontro nasceranno relazioni capaci di continuare oltre la giornata, quella comunità temporanea potrà assumere una forma più duratura.

Colore, co-creazione e autorialità
Il colore, che nelle fotografie di Bonato rappresenta una scelta autoriale precisa, diventa ora uno spazio di partecipazione. Il visitatore entra nell’immagine, seleziona ciò che desidera rendere visibile e contribuisce alla costruzione di una nuova interpretazione.
Nelle tue fotografie il color splash è una scelta molto precisa: sei tu a decidere quale dettaglio deve emergere. Nello spazio interattivo saranno invece i visitatori a colorare le opere e ad attribuire al colore un significato personale. Che cosa significa affidare agli altri una scelta che finora apparteneva a te?
Nel mio lavoro il colore selettivo indica il dettaglio nel quale, per me, si concentra il significato della scena. Affidare la stessa scelta ai visitatori significa riconoscere che quel dettaglio non è necessariamente centrale per tutti. Mi incuriosisce scoprire quali parti dell’immagine verranno evidenziate, quali colori saranno utilizzati e quali significati emergeranno. Alcuni interventi saranno probabilmente molto lontani dalla mia intenzione iniziale, ma proprio quella distanza potrà offrire all’immagine una possibilità che io non avevo considerato.
Come funzionerà concretamente lo spazio interattivo? E che cosa può trasformare l’atto di scegliere e applicare un colore in un gesto meditativo, anziché in una semplice attività ricreativa?
I partecipanti avranno a disposizione copie in bianco e nero di alcune fotografie e potranno scegliere liberamente un dettaglio e un colore. Saranno invitati a soffermarsi sul significato della loro scelta: perché proprio quella parte dell’immagine? Che cosa rappresenta quel colore? Quale emozione, ricordo o pensiero desiderano rendere visibile?
La dimensione meditativa risiede soprattutto nel tempo che precede il gesto. Non si tratta di riempire rapidamente uno spazio bianco, ma di osservare, attendere e poi scegliere. In questo senso, l’attività riprende il processo alla base delle fotografie: prima del colore viene sempre l’osservazione.
Possiamo parlare di co-creazione dell’opera oppure, più precisamente, di co-costruzione dei suoi significati? Quanto sei disposto a lasciare che lo sguardo degli altri contraddica o trasformi la tua intenzione originaria?
Parlerei soprattutto di co-costruzione dei significati. La fotografia originale conserva la propria identità e la propria struttura autoriale; le copie diventano invece territori aperti, nei quali ogni partecipante può proporre una lettura differente. Sono disposto ad accogliere anche interpretazioni che contraddicano la mia. Quando viene mostrata, un’opera entra inevitabilmente in uno spazio di relazione e non appartiene più soltanto all’autore. Questo non significa che tutte le letture coincidano con la mia intenzione, ma alcune possono rivelare aspetti che non avevo previsto. Se nasce da uno sguardo autentico, la contraddizione non impoverisce l’opera: la rende più complessa.
Che cosa accadrà alle copie trasformate dai partecipanti? Rimarranno esperienze individuali ed effimere oppure diventeranno un archivio collettivo? Ciò che emergerà potrà influenzare le successive evoluzioni del progetto?
L’idea è che gli interventi non rimangano esperienze isolate. Vorremmo documentare le opere trasformate e le riflessioni condivise, costruendo una memoria collettiva della giornata. Questo materiale potrà comporre un archivio visivo dei diversi modi in cui le fotografie sono state interpretate. Non so ancora quale forma definitiva assumerà e preferisco lasciare aperta questa possibilità: potrebbe confluire in una nuova esposizione, in una restituzione pubblica o in un’ulteriore fase del progetto. In ogni caso, mi permetterà di rileggere il mio lavoro attraverso scelte compiute da altri.
Durante il live painting Veronica Occhipinti interverrà direttamente su una tua fotografia. Come avete scelto l’immagine e quanto spazio hai lasciato alla sua interpretazione? Dove termina la tua opera e dove comincia la sua?
Abbiamo scelto un’immagine dotata di una forte identità fotografica, ma anche di spazi capaci di accogliere la pittura senza ridurla a una semplice decorazione. Era importante che Veronica potesse entrare realmente in dialogo con la fotografia. Le ho lasciato un ampio spazio interpretativo. Abbiamo condiviso il senso generale del progetto, senza stabilire in anticipo ogni elemento del suo intervento. La mia opera termina nel momento in cui consegno l’immagine; la sua comincia quando il colore e il gesto pittorico ne trasformano l’equilibrio. Il risultato, però, non apparterrà interamente né all’uno né all’altra: sarà un’opera di confine, nata dall’incontro e anche dalla tensione tra due linguaggi.

Corpo, parola e dialogo interculturale
Con il live painting e l’Aikido, il progetto supera i confini dell’immagine fotografica. La fotografia trattiene un istante, la pittura rende visibile una trasformazione, mentre il gesto marziale esiste soltanto nel momento in cui viene compiuto. A questi linguaggi si aggiunge la parola, attraverso i proverbi giapponesi che accompagnano le opere.
La fotografia ferma un istante, la pittura rende visibile una trasformazione nel tempo, mentre l’Aikido esiste soltanto mentre il gesto accade. Quale relazione vedi tra queste tre diverse forme del tempo e dell’azione?
La fotografia conserva una frazione di tempo; la pittura lo accumula nei segni e negli strati; l’Aikido lo rende percepibile attraverso un gesto che nasce e si conclude davanti a noi. Sono tre modi differenti di confrontarsi con ciò che passa. La loro relazione risiede nella presenza richiesta a chi agisce. Il fotografo attende un istante, il pittore segue la trasformazione della materia, il praticante di Aikido ascolta il movimento proprio e quello dell’altra persona. La giornata permetterà così di osservare insieme il tempo fermato, il tempo trasformato e il tempo vissuto.
Perché avete scelto proprio l’Aikido? Che cosa condividono il gesto fotografico e quello marziale: l’attenzione, la distanza, l’equilibrio, la relazione con l’altro o la capacità di attendere il momento?
L’Aikido è entrato nel progetto attraverso l’incontro con lo Yume Dojo, ma la scelta è coerente anche sul piano artistico. E’ una disciplina che richiede anche ascolto, relazione, gestione della distanza e capacità di trasformare l’energia dell’altro. Anche il fotografo deve trovare la giusta distanza, leggere ciò che sta accadendo, rispettare il soggetto e attendere il momento. In entrambi i casi si tratta di entrare in relazione con essa. Per me, la fotografia migliore nasce proprio quando smetto di cercare di dominare la scena e riesco ad ascoltarla.
Ogni fotografia è accompagnata da un proverbio giapponese. La parola serve a orientare la lettura dell’immagine, a complicarla oppure ad aprire uno spazio che ogni osservatore può interpretare personalmente?
La parola non vuole spiegare la fotografia né imporne una lettura corretta. Il proverbio funziona come una seconda soglia di accesso all’immagine: in alcuni casi crea una corrispondenza immediata, in altri introduce una distanza o una domanda. Mi interessa proprio lo spazio che si apre tra parola e fotografia. Il proverbio suggerisce una direzione, ma non la chiude; lascia a ciascuno la possibilità di costruire una relazione e trovare il proprio significato.
Il confronto con il Consolato o con visitatori giapponesi ti ha restituito interpretazioni inattese del tuo lavoro? Se sì, puoi raccontarci un episodio che ha modificato il tuo modo di guardare una fotografia o l’intero progetto?
Un episodio curioso è avvenuto durante la visita del Console alla mostra. Sfogliando il libro che avevo realizzato a mano per raccogliere le fotografie, ha osservato con un sorriso che negli archivi del Consolato c’era moltissima carta simile a quella che avevo utilizzato. Si trattava di carta di riso: io l’avevo scelta soprattutto per la sua consistenza e per la sua capacità di evocare, almeno ai miei occhi, una certa idea del Giappone; per lui, invece, richiamava qualcosa di familiare e quotidiano, quasi da archivio.
Quella battuta, nella sua semplicità, mi ha fatto riflettere sulla distanza tra il mio sguardo e quello di chi appartiene alla cultura che ho cercato di raccontare. Ciò che per me poteva apparire poetico, insolito o simbolico, per una persona giapponese poteva essere del tutto ordinario e suscitare associazioni imprevedibili.
Non considero questa distanza un limite: è, anzi, il cuore del titolo Il mio Giappone – Il mio straniero. Il progetto racconta il mio incontro con qualcosa che non mi appartiene completamente. Quel breve scambio mi ha ricordato che il mio sguardo è necessariamente personale e parziale e che proprio il confronto con gli altri può rivelare nelle opere significati che non avevo immaginato.
Nel centosessantesimo anniversario delle relazioni tra Italia e Giappone si parla spesso di dialogo tra culture. Come si costruisce un dialogo realmente reciproco e co-creativo, nel quale entrambe le culture possano contribuire, anziché diventare una semplice cornice celebrativa?
Un dialogo autentico comincia riconoscendo che nessuno possiede da solo l’interpretazione dell’altro. Non basta utilizzare simboli giapponesi o affiancare tradizioni differenti: bisogna creare occasioni nelle quali le persone possano intervenire, porre domande e modificare ciò che era stato immaginato in partenza. La reciprocità richiede ascolto e disponibilità a essere messi in discussione. Come fotografo italiano che ha lavorato sul Giappone, so che il mio è uno sguardo esterno e necessariamente parziale. Il contributo di artisti, praticanti, istituzioni e visitatori italiani e giapponesi può trasformare questa parzialità in uno spazio di confronto. La celebrazione acquista valore quando non si limita a ricordare una relazione storica, ma contribuisce a crearne di nuove nel presente.
Un progetto in divenire
Dalle risposte emerge un progetto che misura la propria riuscita nelle relazioni che riesce ad attivare. Prima di concludere, resta allora da capire quali tracce potrà lasciare la giornata e in quale direzione continuerà il percorso.
Alla fine del 12 settembre, quale segnale ti farà capire che le immagini non sono state soltanto guardate, ma hanno generato partecipazione, relazioni e nuovi significati?
Non sarà necessariamente il numero delle persone presenti. Me ne accorgerò se vedrò qualcuno soffermarsi, tornare su una fotografia, discuterne con una persona che non conosceva o sentire il bisogno di raccontare ciò che ha visto. Un altro segnale saranno le differenze tra gli interventi realizzati sulle copie. Se dalla stessa fotografia nasceranno letture molto lontane tra loro, significherà che l’immagine ha continuato a vivere oltre la mia intenzione. Il risultato più importante, però, sarebbe vedere persone arrivate per la fotografia incuriosirsi all’Aikido, o persone vicine alla pittura scoprire un nuovo modo di osservare un’immagine. In quel momento i linguaggi avranno davvero cominciato a dialogare.
Dopo questa giornata, quali saranno i prossimi passi del progetto? In che modo ciò che verrà costruito insieme ai partecipanti potrà proseguire?
ll 12 settembre non vuole essere un punto di arrivo, ma l’inizio di una nuova fase. Il primo passo sarà raccogliere e rileggere ciò che emergerà durante la giornata: gli interventi sulle fotografie, le parole dei partecipanti, il live painting e le relazioni nate dall’incontro tra linguaggi differenti.
Dal 14 al 30 settembre una selezione delle mie opere sarà inoltre esposta presso la Galleria Occhipainting di Veronica Occhipinti, in via Alessandro Tadino 52 a Milano. Sarà un’ulteriore occasione per osservare come le fotografie cambino significato entrando in un contesto diverso e dialogando più direttamente con la pittura.
Vorrei continuare a sviluppare questa dimensione partecipativa attraverso nuove esposizioni e nuovi laboratori, coinvolgendo luoghi e comunità differenti. Il progetto è nato dal mio incontro personale con il Giappone, ma la sua evoluzione consiste proprio nel superare progressivamente quel “mio”. Se, dopo il 12 settembre, le fotografie conterranno anche una parte dello sguardo degli altri, allora il lavoro avrà trovato una direzione nuova e, credo, più profonda.
Ad aprile le fotografie di Riccardo Bonato si presentavano come spazi nei quali fermarsi, rallentare e contemplare. Il 12 settembre diventeranno luoghi d’incontro, aperti agli sguardi, ai colori e ai gesti di chi vorrà attraversarli e lasciare la propria traccia. Perché una fotografia può fermare un istante, ma sono il dialogo e la relazione a rimetterlo in movimento.
Ringraziamo Riccardo per aver condiviso con noi l’evoluzione del suo progetto e non vediamo l’ora di partecipare a questa nuova esperienza.
immagini © Riccardo Bonato (Bi.Photo)





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