R E C E N S I O N E


Recensione di Sabrina Tolve

The Ground Above affiora lentamente da strati di memoria, esperienza e tempo – il nono album di Beth Orton, a più di trent’anni dall’inizio della sua carriera, è un lavoro che raccoglie folk, jazz, soul, elettronica e songwriting d’autore in un suono organico, ampio e profondamente umano. È il secondo album consecutivo autoprodotto da Orton dopo Weather Alive, eppure non ne è una prosecuzione. The Ground Above è più terreno, fisico, consapevole del peso del tempo e delle ferite che lascia dietro di sé. Pubblicato il 26 giugno 2026 da Partisan Records. Beth Orton ha collaborato con musicisti come Shahzad Ismaily, Sam Beste, Vishal Nayak, Chris Vatalaro, Tom Herbert e Christos Stylianides.

Il titolo stesso contiene una delle chiavi di lettura dell’album: un’immagine quasi impossibile, un terreno che sta sopra, come se vita, perdita e rinascita potessero occupare contemporaneamente lo stesso spazio. Orton canta della sopravvivenza, della maternità, dell’identità, dell’amore e del lutto, senza trasformare però queste esperienze in un semplice diario personale. Il privato diventa una lente attraverso cui osservare il tempo e il modo in cui continuiamo a vivere nonostante tutto ciò che abbiamo perso.

La prima cosa che colpisce di questo album è la straordinaria qualità del suono. Beth Orton lascia che le canzoni abbiano spazio, che gli strumenti possano entrare e uscire dal quadro senza la necessità di sottolineare ogni passaggio. Rhodes, pianoforte, basso, batteria, tromba e chitarre elettriche costruiscono una materia fatta di grana, attrito, improvvisazione e momenti nei quali la musica sembra cercare la propria direzione mentre procede. La voce di Orton è fondamentale. Più roca, spezzata e vissuta rispetto al passato, diventa parte integrante della sua espressività. È una voce che può sussurrare, raccontare, incrinarsi e poi improvvisamente aprirsi in un grido. Il risultato è un disco intimo ma monumentale, attraversato da una sorprendente energia vitale nonostante sia pregno di malinconia. Di fatto, è un album che riguarda principalmente tutto ciò che riusciamo a fare del dolore.

The Ground Above, che dà anche il nome al disco, lo apre con quasi nove minuti che hanno tutto il tempo necessario per costruire il proprio mondo. L’ingresso della voce arriva dopo una lunga introduzione strumentale. Basso liquido, pianoforte, batteria, tromba e chitarre si muovono in una dimensione sospesa. È una partenza imponente, che lascia spazio a Before I Knew, che ci porta verso una dimensione più raccolta. Cigarette Curls è uno dei brani nei quali il passare degli anni diventa più evidente. La voce ruvida di Orton acquista qui un peso particolare, mentre l’arrangiamento mantiene la tensione jazzistica che caratterizza tutto l’album. Waiting cambia passo. È più luminosa, quasi estiva, ma dietro questa superficie rimane una pressione sotterranea.

Segue Celestial Light, con cui si torna a una dimensione più rarefatta. La batteria procede con delicatezza mentre la voce si muove tra immagini di luce, amore e memoria. È uno dei momenti più vicini alla Beth Orton che abbiamo imparato a conoscere, ma il suo folk non è più quello degli esordi. In I’ll Miss You la musica accompagna il testo senza sovrastarlo e il risultato è una delle pagine più apertamente malinconiche del disco. Love You Right trova un equilibrio magnifico tra eleganza soul, jazz e scrittura pop, confermando quanto Orton sappia ancora costruire melodie immediate senza rinunciare alla complessità dell’arrangiamento. Chiude Otherside, e lo fa allargando definitivamente lo sguardo. Il ritmo ondeggia, gli ottoni sembrano muoversi in uno stato quasi ebbro e la voce di Orton assume una forza sorprendente. È una conclusione che riunisce molti dei temi ascoltati fino a questo momento: maternità, sopravvivenza, libertà, amore e il desiderio di continuare a vivere nonostante ciò che il tempo porta via.

The Ground Above è un album sulla permanenza, sulla capacità delle esperienze di continuare a vivere dentro di noi, ed è questo che rende particolarmente efficace il rapporto tra il suono e la scrittura. È un disco radicato, consapevole, con grandi aperture, ma anche momenti di attrito, silenzi, improvvise deviazioni. Il limite, se proprio se ne vuole individuare uno, è che questa nuova fase stilistica di Orton è diventata riconoscibile. Il disco non possiede l’effetto di sorpresa di lavori come Sugaring Season o Kidsticks, ma è difficile considerarlo un vero difetto quando il risultato è tanto maturo e coerente.

Beth Orton non sembra avere più bisogno di dimostrare qualcosa. Può permettersi di rallentare, lasciare che una canzone duri otto minuti, far entrare una tromba nel momento meno prevedibile, lasciare che una voce stanca diventi più potente proprio perché stanca. The Ground Above è il suono di un’artista che ha attraversato abbastanza tempo da sapere che la vulnerabilità non è il contrario della forza, e diventa quindi una forma di forza e speranza.

Tracklist:
01. The Ground Above (08:34)
02. Before I Knew (06:21)
03. Cigarette Curls (06:41)
04. Waiting (04:38)
05. Celestial Light (05:22)
06. I’ll Miss You (05:47)
07. Love You Right (05:04)
08. Otherside (04:50)

Photo © Kasia Wozniak


Sabrina Tolve è con Off Topic dagli esordi, ha scritto di libri e teatro. Oggi si occupa di musica, prediligendo quella politica e sociale. Vive in Irlanda.  

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