L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Stefania D’Egidio

C’è stato un tempo, neanche troppo lontano, in cui musica significava condivisione: compravi un vinile e, se ti piaceva, subito invitavi gli altri ragazzi del quartiere per ascoltarlo. Senza volerlo avevamo dato vita a un nostro social e i nostri unici influencers erano i musicisti, di cui copiavamo il look dopo mesi e mesi di ricerche sulle riviste specializzate, per il pop il nostro riferimento era Cioè. È stato così che, nei primi anni ’80, ho conosciuto The Culture Club: Giorgio, il fratello maggiore di una mia cara amica di infanzia, era un loro fan sfegatato e aveva contagiato anche Matilde, che, di tutto punto, ad una festa di Carnevale si era presentata vestita da Boy George con tanto di cappello e treccine. Eravamo inclusivi, noi bimbi degli anni ’80: adoravamo gli uomini vestiti da donne (Boy George, David Bowie, Martin Degville di Sigue Sigue Sputnik, Pete Burns di Dead or Alive ) e le donne vestite da uomo (la meravigliosa Annie Lennox ai tempi di The Eurythmics o la stessa Grace Jones), di problemi non ce ne facevamo, purchè la musica fosse di nostro gradimento e l’omofobia non ci sfiorava neanche da lontano, ci bastava una radio per essere felici e altro non avevamo fuorchè la musica. A volte mi domando cosa sia andato storto negli ultimi quarant’anni per averci trasformato in un popolo di rancorosi, che sputano odio su Facebook con la bava alla bocca. Purtroppo Giorgio non c’è più, un tumore se l’è portato via in poco più di due mesi, ma la sua passione è sopravvissuta in noi, così, quando ho visto che i suoi idoli sarebbero passati per Milano, mi sono detta che non potevo perdermeli.

Una serata caldissima quella del 9 luglio nel capoluogo meneghino, arrivo al ritiro accredito già sudata e mi unisco agli altri fotografi, il tempo di quattro chiacchiere e ci portiamo all’interno verso il palco. Le zanzare sono tutte là ad aspettarci, pronte a banchettare con il nostro sangue. A guardarsi attorno il Parco della Musica è pieno zeppo, età media alta, come è giusto che sia, ma anche tanti ragazzini che accompagnano i genitori. Gli aerei di Linate ci sfrecciano sulla testa, tra il pubblico qualche sosia di Boy George e tanti fans della prima ora, preoccupati di avere la visuale giusta del palco dai posti a sedere, dopo una così lunga attesa. Mancano dall’Italia ormai da decenni ed è normale che non stiano più nella pelle: alle 22.00, come da previsioni, si accendono i riflettori sul palco e la band fa il suo ingresso, accompagnata da altri otto elementi tra percussioni, chitarre, fiati, tastiere e coro.

Boy George è coloratissimo come sempre, con un vistoso cappello rosso, il caratteristico trucco e una giacca che sembra uscire dalla collezione Fiorucci del 1986, mentre Mikey Craig e Roy Hay, si nascondono sotto la visiera dei cappelli, forse per non rubare la scena al loro frontman.

L’inizio dello show è “a bombazza” con Church of The Poison/ I’m Your Man, cover di The Wham e saranno diverse le cover nel corso della serata, tutte selezionate con cura, da Purple Rain di Prince a Sympathy For The Devil di The Rolling Stones, forse anche per farci digerire l’assenza in scaletta di alcuni brani storici della band, tra cui il mio preferito, Victims, ma anche The War Song. Probabilmente una scelta ponderata, dopo tanti anni lontani dal bel paese e in questo particolare periodo storico, quella di voler donare ai fans un momento di totale spensieratezza. Si prosegue con Tall In The City Of Love e Move Away, mentre fotografo mi viene voglia di mollare la reflex e mettermi a ballare, ma mi limito a cantare i ritornelli mentre scatto fino a quando, uscita dal pit, mi mescolo alla folla per godermi lo spettacolo: il tentativo di tenere la gente seduta in ordine è fallito miseramente già dalle prime note, tutti in piedi a ballare e, del resto, come biasimarli? Pezzi come It’s a Miracle e I’ll Tumble For Ya sono fatti per questo; la ricetta del loro repertorio è sempre fresca, anche a distanza di quarant’anni: prendi una chitarra e un basso funk, li mescoli con i fiati e poi via verso la sonorità reggae di Everything I Own, altro tormentone della mia infanzia. Sono quasi tutti ultrasessantenni sul palco, ma sembra di assistere ad un’orgia di allegria e di giovinezza. Al netto della fisiologica perdita di estensione vocale, Boy George resta sempre il catalizzatore della band per presenza scenica e per simpatia, per tutta la durata del concerto infatti non smetterà mai di fare battute, di allietarci con la sua risata contagiosa e, seppur più profonda e meno squillante degli esordi, la sua è comunque una delle voci più interessanti del panorama pop. Per gli acuti poi ci si affida alla bravura dei coristi e lo show fila liscio come l’olio.

Anche Craig, a un certo punto, si prenderà la scena per ringraziare il pubblico e ricordarci quanto sia bello tornare a Milano.

Dopo Letting Things Go e King of Everything, viene il momento della seconda cover, Purple Rain: senza accorgermene alzo lo sguardo per cercare le stelle, anzi una stella, quella di Giorgio, che, lo so per certo, avrebbe apprezzato molto. Il Parco della Musica nel frattempo si è trasformato in un parco divertimento, studiato con intelligenza, con area food per rinfrancarsi dal caldo di Milano: c’è chi beve, chi mangia, chi balla e chi fa il coro tra giovani e diversamente giovani. Dopo la ballad di Prince è il momento di Children of the Revolution, altra cover della band glam rock T-Rex, del compianto Marc Bolan: per l’occasione Boy ricorderà come Londra, in quel periodo, fosse una fucina di talenti e di diversi generi musicali, dal punk al rock, dalla new wave al pop e all’elettronica; per quasi mezzo secolo il Regno Unito è stato il centro del mondo, basta vedere quante band ha sfornato, ognuna con il proprio stile inconfondibile, mentre ora sembra essersi tutto tristemente uniformato. Seguono Time (Clock of the Heart) e l’epica Do You Really Want To Hurt Me? in un’inedita versione lenta, a metà tra jazz e reggae.

Si volge verso la fine con ancora qualche colpo grosso in canna, su tutti Miss Me Blind, una carezza per l’anima, e Superstar, il brano presentato insieme alla cantante bolognese Senhit alla 5a edizione del San Marino Song Contest e all’Eurovision di Vienna. Senhit poi resterà sul palco anche per l’acclamato bis, per la lunghissima Sympathy for the Devil degli Stones che richiama tutti alle transenne, per tenere il ritmo a braccia alzate, e il gran finale di Karma Chamaleon. Lo spettacolo si chiude dopo 1 h e 45, ce ne andiamo tutti pervasi da una strana euforia, di quelle che non si assaporavano da tempo, come fossimo tornati indietro ai nostri 13 anni. Il giorno dopo si deve lavorare, ma l’unico pensiero mentre siamo in coda per uscire, è la speranza di rivederli presto a Milano, magari con l’aggiunta di Victims alla scaletta.

Setlist:

  1. Church of The Poison/ I’m Your Man
  2. Tall In The City Of Love
  3. Move Away
  4. It’s a Miracle
  5. I’ll Tumble For Ya
  6. Everything I Own
  7. Letting Things Go
  8. King of Everything
  9. Purple Rain
  10. Children of the Revolution
  11. Time (Clock of the Heart)
  12. Do You Really Want To Hurt Me?
  13. Miss Me Blind
  14. Superstar

Set 2:

  1. Sympathy for the Devil
  2. Karma Chamaleon

Immagini sonore Ⓒ Stefania D’Egidio

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