R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Alcune musiche, per una motivazione difficile da spiegare, sembrano rivolgersi a una regione più profonda al di là della nostra coscienza, nella quale il pensiero razionale perde progressivamente la propria funzione ordinatrice e lascia affiorare associazioni imprevedibili, con immagini inaspettate, ricordi e strane inquietudini. Avendo avuto professionalmente a che fare con il concetto d’inconscio – das Unbewusste, appunto, l’Inconoscibile – ho imparato, almeno credo, che ciò che non risulta immediatamente percepibile non coincide affatto con il criterio di non esistenza. Anzi, spesso è proprio quello che rimane sotto la superficie a determinare la direzione del nostro movimento. È una considerazione che mi è tornata alla mente ascoltando Wanderlust, esordio discografico del trentaduenne torinese Mattia Zanlorenzi. Perché questo è un album che sembra nascere precisamente in quella zona di confine dove le forme non hanno ancora assunto una struttura definitiva, in cui un suono può essere contemporaneamente presenza e assenza, e ogni percorso pare non possedere una meta precisa.

La musica di Zanlorenzi non racconta l’inconscio, naturalmente, ma ne assume piuttosto la modalità di funzionamento. Essa procede per associazioni simboliche, analogismi, deviazioni e ritorni con improvvise illuminazioni e zone d’ombra. Forse anche per questo il titolo Wanderlust appare particolarmente appropriato. Non indica semplicemente il desiderio di viaggiare, ma una necessità più difficile da circoscrivere, cioè quella di allontanarsi da un punto conosciuto senza sapere con precisione quale sarà quello d’arrivo. E il viaggio di Zanlorenzi ha una meta ancora più complessa, perché attraversa la memoria del grande batterista Paul Motian per cercare qualcosa che non appartenga più soltanto allo stesso musicista americano. Il confronto con Motian costituisce infatti il presupposto intellettuale e musicale dell’intero progetto, ma non ne determina il risultato. Zanlorenzi conosce profondamente quella lezione, l’ha studiata anche in ambito accademico, l’ha osservata nelle sue diverse incarnazioni e nelle collaborazioni che hanno contribuito a definire una delle personalità più singolari del jazz contemporaneo. Ma conoscere una lingua non comporta necessariamente volerla parlare allo stesso modo. Talvolta significa piuttosto scoprire, attraverso quel linguaggio, che cosa si abbia realmente da dire. Da questo punto di vista, Wanderlust è un disco sul movimento. Non soltanto su quello fisico evocato dal titolo, ma soprattutto a riguardo dell’istinto musicale, nel suo procedere laterale, fatto di deviazioni, improvvise aperture e zone d’ombra. Zanlorenzi sembra sapere che la fedeltà più autentica a un grande musicista non consiste nella riproduzione del suo modello espressivo, bensì nella disponibilità a raccoglierne l’inquietudine e a portarla altrove. È una distinzione decisiva, perché evita al progetto il rischio più prevedibile di ogni omaggio, quello del manierismo. La presenza di Motian è naturalmente esplicita nelle quattro riletture dei suoi pezzi originali ma attraversa anche le composizioni di Zanlorenzi come una corrente sotterranea. E qui emergono, oltre alla conoscenza della produzione solistica del batterista di Philadelphia, anche le tracce di quelle esperienze che ne hanno definito la sua poetica in seguito ai rapporti con Bill Evans, Keith Jarrett e Paul Bley, solo per citare alcuni tra i grandi jazzisti con cui Motian ha collaborato. Non è dunque un riferimento circoscritto alla batteria ma è un’intera concezione dell’interplay a entrare nel campo semantico di Zanlorenzi. La musica prende così le distanze dall’idea di trio come meccanismo gerarchico. Batteria, chitarra e basso non sembrano occupare tre ruoli prestabiliti, ma condividono uno spazio nel quale le rispettive funzioni possono continuamente ridefinirsi. Zanlorenzi non è un batterista che accompagna gli altri sodali – il navigato Claudio Lodati alle chitarre e alle elettroniche con Danilo Gallo al basso elettrico, leggi qui – ma è una voce strumentale dal denso vibrato emotivo, capace di incidere sul racconto anche attraverso ciò che sceglie di non suonare. Il suo drumming non cerca la continuità rassicurante del beat, preferisce disseminare il tempo di segnali, accenti, sospensioni e piccoli spostamenti di prospettiva, per cui il ritmo non viene meno ma cambia semplicemente natura. Il tempo non è più una griglia sulla quale collocare gli eventi, ma una materia elastica che può dilatarsi, restringersi, interrompersi e riprendere vita in un punto inatteso. Le poliritmie di Zanlorenzi non hanno il sapore dell’esercizio tecnico. Nascono dall’esigenza di rendere instabile la percezione, di impedire all’ascoltatore di adagiarsi su una previsione. I piatti, soprattutto, acquistano una funzione quasi narrativa, suggerendo traiettorie anziché scandire semplicemente una misura. In questo scenario la chitarra di Claudio Lodati assume un’importanza tutt’altro che ornamentale. È una chitarra molto presente, ma non ingombrante, capace di passare dalla definizione melodica alla pura materia timbrica. Talora appare avvolta da timbri notturni, altre volte sembra acquisire toni liquidi e riflettenti, nei quali il suono perde i propri contorni e si fa ambiente. Danilo Gallo, dal canto suo, rappresenta una sorta di cerniera mobile. Il suo basso non si limita a saldare il disegno armonico, ma introduce deviazioni, densità e contrappesi. L’uso di effetti elettronici amplia ulteriormente il campo semantico del trio, inserendo nella materia acustica una componente quasi fantasmagorica. Il risultato è una musica terrigna e, nello stesso momento, sorprendentemente astratta che possiede un peso fisico, ma tende continuamente a liberarsene.
Enigma costituisce un’apertura esemplare. La composizione introduce immediatamente quella particolare tensione fra ordine e indeterminazione – a partire da quella dissonanza operata dalla chitarra in apertura – che caratterizzerà l’intero lavoro. Il brano non procede attraverso una successione rassicurante di temi e sviluppi, sembra piuttosto osservare il materiale musicale da diverse angolazioni, come se ogni frase potesse condurre a una nuova possibilità. Le melodie assumono talvolta una gravità quasi funerea – quella certa cadenza di basso che compare dopo i primi quattro minuti e trenta, mi ha ricordato addirittura la tensione dei Pink Floyd in Careful With That Axe Eugene… Quando arriva Sod House, dall’album Tribute (1974), Motian non viene trattato come una reliquia. Zanlorenzi, Lodati e Gallo entrano nella composizione come in un territorio già abitato, rispettano in gran parte il tracciato melodico originale e la tonalità d’impianto in La Bemolle ma decidono di esplorarne soprattutto le zone periferiche. Nella seconda parte entra una distorsione e la chitarra viene sovrapposta in fase d’incisione, ma del resto in Tribute c’erano due chitarristi, Sam Brown e Carlos Ward. La struttura diventa un luogo di negoziazione, nel quale le singole voci possono allontanarsi e poi ritrovarsi. L’omaggio smette di essere solo filologico e diventa invece autentica reinterpretazione. Corsa modifica la temperatura dell’album. Il movimento diventa velocemente più nervoso, l’apporto ritmico tocca l’apice in un potente assolo di Zanlorenzi. Importante il ruolo del basso che contrappunta la chitarra filtrata – o l’apporto di una tastiera che sia. Sono i saliscendi dinamici a determinare la traiettoria, più che il numero degli impulsi melodici messi in gioco complessivamente.

Psalm, dall’omonimo album del 1981 attribuito a Paul Motian Band, porta il trio verso una dimensione più meditativa. La scrittura di Motian conserva una sua riconoscibile solennità, tra l’originale chitarra di Bill Frisell e il sax di Joe Lovano, ma viene qui filtrata attraverso un trattamento sonoro che privilegia gli spazi vuoti e le risonanze. Il blues è prevalentemente inconscio, sembra emergere tra le pliche non come linguaggio dichiarato bensì come memoria implicita, con una certa gravità emotiva che continua a esistere anche tra gli spazi di rarefazione dello sviluppo musicale. Con Beyond Time, Zanlorenzi mette a fuoco uno dei nodi centrali della propria poetica. Qui il titolo non è soltanto indicativo, la composizione quasi di stampo progressive ricorda gli svincoli dall’armonia prestabilita operata da band come i King Crimson e sembra interrogare la possibilità stessa di percepire il tempo quando gli eventi cessano di essere organizzati secondo una successione prevedibile. Le cellule emergono, si sovrappongono, scompaiono. La forma non viene abolita, ma diventa un organismo in continua trasformazione. In the Year of the Dragon è in origine un brano che, più o meno in questo aspetto formale, lo si ritrova nell’album live del 1989, The Montreal Tapes registrato da Motian insieme alla pianista Geri Allen e al contrabbassista Charlie Haden. La versione del batterista torinese amplia ulteriormente la prospettiva intravista nella traccia precedente. Il brano possiede una maggiore riconoscibilità tematica, ma viene attraversato da una pulsazione irregolare che ne impedisce la stabilizzazione. Lodati trova alcune delle sue aperture melodiche più eloquenti, mentre Gallo e Zanlorenzi lavorano nel sottosuolo ritmico. La composizione sembra dunque contenere due movimenti simultanei, quello della superficie relativamente leggibile, e quello più profondo, continuamente sottoposto a mutazione. Assenza procede per rarefazione strutturale. Il silenzio non è più solo una pausa tra due elementi significativi ma diventa esso stesso materiale compositivo. È una scelta che potrebbe facilmente condurre ad una forma di autocompiacimento ma Zanlorenzi evita il pericolo mantenendo sempre un certo grado di tensione interna. L’assenza, in altre parole, non è solo un silenzio prodotto da una mancanza o da una perdita ma diventa un’aspettativa dinamico-tensiva nel cuore di una misurata essenzialità. India proviene dall’album It Should’ve Happened a Long Time Ago (1985) forse il passaggio nel quale il confronto con Motian raggiunge la maggiore complessità. Il trio non tenta di riprodurne l’identità originaria, ma ne conserva l’energia rituale, trasformandola in un’esperienza più libera e circolare. Il tempo sembra perdere il proprio orientamento frontale e la musica gira intorno a un centro che non viene mai completamente dichiarato. Affiorano lungo il percorso suoni aggiuntivi di cordofoni e sovrapposizioni di chitarre, probabilmente un’acustica ed un’elettrica, mentre la batteria si trasforma in un regno percussivo quasi sciamanico. A questo punto risulta evidente come i brani di Zanlorenzi e quelli di Motian non costituiscano due sezioni separate. Si alimentano reciprocamente. È quasi come se le composizioni del maestro fornissero alcune domande e quelle del discepolo provassero a cercare delle opportune risposte. Altrove, in chiusura, conferma questa impressione. L’inizio tematico parrebbe voler condurre Il titolo verso una destinazione ma la progressione del brano si rifiuta di offrirla. Il viaggio non conduce a un luogo definitivo, semmai produce una diversa percezione dello spazio dal quale si è partiti. Qualche eco germanico, ad esempio nei Popol Vuh più sperimentali o addirittura nelle arrampicate cosmiche dei Tangerine Dream. È una conclusione che in verità non conclude, perché lascia aperta la possibilità di ulteriori deviazioni.
Zanlorenzi è un tessitore di miti contemporanei, ma non costruisce monumenti. Prende una figura enorme della storia del jazz e la riporta dentro un presente nel quale le categorie sono ormai porose, dove la scrittura può convivere con l’improvvisazione e il silenzio può possedere la stessa forza di un fraseggio strumentale. La musica diventa un continente che appare e scompare, una geografia continuamente ridisegnata dall’ascolto. Gli eventuali errori di bias — il rischio di interpretare ogni scelta alla luce dell’influenza dichiarata, di cercare Motian anche là dove Zanlorenzi sta semplicemente diventando lui stesso — vengono progressivamente neutralizzati dalla qualità della scrittura. Non c’è nulla del drab style di certe produzioni contemporanee che confondono la rarefazione con la mancanza di idee. Persino quando il suono sembra diradarsi, qualcosa continua a muoversi sotto la superficie. E allora Wanderlust può essere letto non tanto come il ritratto di un musicista che ha trovato una formula, ma quello di un artista che ha compreso quanto sia necessario perderla, di tanto in tanto, per poter ricominciare. Il viaggio di Zanlorenzi passa attraverso Motian, ma non termina in Motian. Attraversa il suo pensiero, le sue intuizioni sul tempo, il suo modo di lasciare respirare il suono ma poi se ne allontana. Alla fine restano tre musicisti, uno spazio aperto e una musica che continua a cercare il proprio centro senza avere troppa fretta di trovarlo. Forse è questo il significato più autentico della wanderlust, non la semplice tensione romantica del voler partire ad ogni costo ma l’impossibilità di considerare definitivo il luogo nel quale ci si trova. E quando un album riesce a trasformare questa inquietudine in forma, allora il viaggio non è più soltanto un tema ma diventa una necessità.
Tracklist:
01. Enigma
02. Sod House
03. Corsa
04. Psalm
05. Beyond Time
06. In The Year Of The Dragon
07. Assenza
08. India
09. Altrove
Riccardo Talamazzi è un insopportabile vecchiaccio che vuol sempre aver ragione su tutti e tutto. Va avvicinato con le dovute cautele perché morde. E non ama essere contraddetto.






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