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Roberto Ottaviano | Alexander Hawkins – Charlie’s Blue Skylight (Dodicilune, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Ricordo quel gelido pomeriggio dell’inverno del 1979 quando Charlie Mingus morì. Collaboravo allora in una di quelle che un tempo si chiamavano radio libere, Radio Kabouter di Novara per la precisione. Alla consolle c’era il mio amico Fabio che ne annunciò la morte. Fino ad allora non avevo mai sentito il nome di Mingus, ma rimasi molto colpito dal racconto della sua vita, tra poesia e psicofarmaci, che ne fece Fabio. Da allora ogni volta che mi imbatto nel nome di Mingus, alzo le antenne per recepire qualcosa di lui che mi fosse sfuggito. Anche in occasione dell’uscita di questo magnifico lavoro a quattro mani, Charlie’s Blue Skylight ad opera di Roberto Ottaviano e Alexander Hawkins, le mie antenne hanno percepito un magnetismo molto particolare. Il disco, prodotto dalla lungimirante etichetta pugliese Dodicilune, è un piccolo capolavoro, anzi un “capolavoro” e basta poiché, come giustamente notava il premio nobel Peter Handke, non esistono capolavori “piccoli”. Tutti i brani sono di Mingus e, credo, non potesse essere diversamente per due grandi musicisti come Ottaviano e Hawkins che, per omaggiare Charlie Mingus, hanno preferito l’interpretazione di sue partiture anziché un tributo fatto con composizioni originali. Rispetto per Mingus? Modestia? Credo solo presa di coscienza. Andare oltre Mingus sarebbe stato rischioso e Roberto Ottaviano e Alexander Hawkins lo avevano capito e così hanno preferito una strada diversa, quella di mantenere in essere le composizioni di Mingus e cercare di rileggerle seguendo le proprie inclinazioni musicali, esperite nelle loro lunghe e prestigiose carriere.

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Andrea Massaria | Davide Barbini | Andrea Fabris – Atelier (Dodicilune, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Aldo Del Noce

Formazione peculiare, ma in linea con i più aggiornati combo dell’odierna scena improvvisativa, in cui circa cinquanta minuti di libero suono sono delegati ad un duo di chitarre elettriche ed un set percussivo, con importante (e non del tutto artificioso) ruolo dell’effettismo.

Andrea Massaria è consistente e gallonato sperimentatore triestino, formatosi anche nelle orbite, al fianco o alla testa di svariate identità, tra cui appaiono salienti almeno nomi come Butch Morris o Evan Parker, abbuonando la variegata lista di confratelli ed analoghi, non mancando allievi quali il qui arruolato chitarrista Davide Barbini, entrambi in libera ed equanime associazione con il batterista Andrea Fabris.

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Francesco Del Prete – Cor cordis (Dodicilune, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

La focalizzazione dello sguardo creativo del violinista Francesco Del Prete si concentra sul titolo del suo ultimo album, Cor Cordis, nel quale si allude a un livello di realtà “oltre la realtà”, mirando al cuore dei sentimenti, al di là del mondo dell’apparenza. Cosa c’è sotto il velo di Maya? Del Prete, da artista, non si perde giustamente in elucubrazioni filosofiche-scientifiche ma cerca di colpire nel profondo l’ascoltatore, almeno nelle intenzioni. Esponendosi con il suo gruppo in una musica eclettica, piena di suggestione, propone una trama sonora variopinta e intessuta di numerosi riverberazioni interculturali. La prima impressione che ho avvertito, concentrandomi su questo Cor Cordis è quasi quella di un ”ritorno a casa”, cioè verso molte di quelle sonorità progressive che da ragazzi ci riempivano le giornate. Non nascondo che mi son venuti alla memoria ricordi della Mahavishnu Orchestra, di Jean-Luc Ponty, di David La Flamme fino ad arrivare persino a certi lavori degli Area.o dei Renaissance. Ci sono anche gli imprinting dovuti alla musica classica, come nel bellissimo SpecchiArsi, dove si possono cogliere spunti cameristici del primo ‘900. E, naturalmente, c’è molto jazz. Non quello che conosciamo del mainstream – qui troviamo poco bebop e solo un  pizzico di swing – ma invece una visione moderna di quel jazz che volente o nolente, insieme al rock, è stata la più diffusa e masticata musica “colta” dagli anni ’70 fino ad oggi. Un tempo lo si chiamava jazz-rock, ora giustamente gli stimoli e le influenze si sono moltiplicate, stratificate, e quell’attribuzione, oggi, sarebbe scorretta e limitante, soprattutto per la musica di Del Prete. Ci troviamo di fronte, invece, ad un lavoro pieno di tante risorse diverse, da momenti trascinanti ad altri più meditativi e lirici.

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Javier Girotto | Vince Abbracciante – Santuario (Dodicilune, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Nel suo viaggio a ritroso, dall’Argentina alla Puglia terra dei nonni, Javier Girotto deve aver ritrovato l’antica cartografia delle sue origini. Una mappa sentimentale che gli ha consentito probabilmente di ampliare i propri riferimenti culturali e di sovrapporli a quelli già acquisiti dalla sua terra natale. Una nostalgica esistenza sui generis, quindi, che non si abbandona agli struggimenti ma che cerca di tatuare immagini nuove sulla pelle dei ricordi, ottenendo così, com’è stato per altri versi con gli Aires Tango, degli ibridi anfibi, pronti ad adattarsi sia alle malinconie di Cordoba che alle terre pugliesi, vivendo con la stessa intensità emotiva entrambi i luoghi. Per questo viaggio ulteriore tra Argentina e Italia del Sud, Girotto si accompagna con Vince Abbracciante, uno dei più validi fisarmonicisti presenti sulla scena europea. Insieme, uno come ombra dell’altro, scelgono una musica profondamente “semplice”, non gravata da esigenze particolarmente moderniste, tenendosi anche ai margini del jazz per vivere un folk un po’ sornione, spesso leggibile con garbata ironia, dove si ascoltano suoni mediterranei, balcanici, echi di tango, improvvisazioni piene di fuoco e di salate malinconie. La coppia Girotto-Abbracciante, in questo Santuario, procede in solitaria, concedendosi solo l’occasionale cambio dei fiati di Girotto, che si altalena tra il sax soprano, quello baritono e il flauto andino. Abbracciante, da par suo, pur lavorando solo sul proprio strumento, offre un’intensa gamma di variazioni di colori e di emozioni passando da momenti più vulcanici – che ricordano l’impeto di un altro fisarmonicista suo conterraneo come Antonello Salis – a frangenti più delicati, addolciti dalla naturale, ombrosa allegria propria della fisarmonica.

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Giancarlo Schiaffini | Sergio Armaroli – Deconstructing Monk in Africa (Dodicilune, 2021)

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Recensione di Mario Grella

C’è un sottile e misterioso filo che lega indissolubilmente le culture tribali africane e le avanguardie artistiche. In arte, quel filo prese le forme della cosiddetta “Art Négre” che legò, per esempio, un artista come Amedeo Modigliani all’arte tribale. Ma fitti legami formali corrono anche tra l’arte africana primitiva e moltissimi altri artisti della prima metà del Novecento, a cominciare dal mostro sacro di tutte le avanguardie, ovvero Pablo Picasso, ma certamente non furono immuni da questa forte e significativa contaminazione, artisti come Matisse, Braque, Giacometti, Brancusi, Arp e tanti altri. Anche le avanguardie musicali hanno un debito di riconoscenza con l’Africa, a cominciare dal jazz naturalmente, e non solo per motivi puramente anagrafici, ma anche per motivi strettamente concettuali. Dovremmo necessariamente partire da qui per commentare un lavoro assolutamente straordinario come Deconstructing Monk in Africa del duo (che sembra in realtà essere una intera orchestra), formato da Giancarlo Schiaffini al trombone e Sergio Armaroli a tutto il resto, ovvero balafon cromatico, water drum, calebasse, talking drum, mbira, shaker(s), bull-roarer, percussioni. 

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Roberto Ottaviano – Resonance & Rhapsodies (Dodicilune, 2020)

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Recensione di Mario Grella

Partiamo dicendo che Roberto Ottaviano è un musicista di esperienza, anzi di grande esperienza; per meglio dire di eccezionali esperienze (plurale) e, a leggere la sua biografia artistica, c’è davvero da restare incantati: Dizzy Gillespie, Art Farmer, Mal Waldron, Albert Mangelsdorff, Chet Baker, Enrico Rava, Barre Phillips, Keith Tippett, Steve Swallow, Irene Schweizer, Kenny Wheeler, Henry Texier, Paul Ble, Tony Oxley, Misha Mengelberg, Han Bennink, Trilok Gurtu, Pierre Favre, Gianluigi Trovesi, Theo Jörgensmann, Georg Gräwe, Ran Blake, Paolo Fresu sono alcuni dei musicisti con i quali  ha collaborato. Chi ama il jazz potrebbe fermarsi qui, per chi lo sta per amare, consiglio di andare a cercare nel web qualcuno di questi nomi, per rendersi conto di chi stiamo esattamente parlando.

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Gabriele Fava Group – I can see the darkness fall (Dodicilune, 2020)

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Recensione di Mario Grella

Non è raro che il jazz ritorni alla terra. Sempre più spesso mi capita di ascoltare gruppi o solisti che sentono forte questo richiamo ancestrale. A ben vedere, tutta la storia del jazz è legata in maniera indissolubile alla terra, non solo per i numerosi richiami a suoni primordiali, ma anche per le sue origini storiche e sociologiche. Anche l’interessantissimo progetto del Gabriele Fava Group, una suite di otto brani dal titolo I can see the darkness fall, che allude ai riti legati al tentativo di vincere una delle paure ancestrali dell’uomo, come quella del buio, con particolare riferimento alla cultura contadina dell’Italia Settentrionale.

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