R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Da parecchio tempo interessato ad espressioni artistiche non solo musicali ma anche multi-disciplinari, il pianista e compositore bergamasco Claudio Angeleri torna con il suo abituale, misurato pathos, a raccontare un interessante intreccio di eventi biografici di personaggi illustri che hanno fatto parte della Storia dei luoghi e dei territori di Bergamo e Brescia. Ovviamente, tutto questo non avviene per un qualche sussulto regionalista ma fa parte di un omaggio dell’Autore alla nomina delle due città lombarde come Capitali italiane della cultura per il 2023. In realtà questo album Concerto, registrato live nel maggio di quest’anno all’Auditorium Modernissimo di Nembro (BG) – città natale di Gianluigi Trovesi che partecipa attivamente all’album così come indicato nel sottotitolo in copertina – è solamente la traccia strumentale di un’idea progettuale di Angeleri che prevede non solo la presenza dal vivo dei musicisti ma anche gli interventi del musicologo Maurizio Franco ad introdurre e spiegare i brani e le immagini del pittore Gianni Bergamelli proiettate da Adriano Merigo.

Angeleri, dall’alto di un intenso curriculum professionale arricchito da oltre una ventina di pubblicazioni come titolare e altrettante come collaboratore – il suo esordio discografico risale al 1977 con il gruppo Ziggurat – non è nuovo al coinvolgimento in questi propositi ad ampio raggio che s’allargano oltre i confini prettamente musicali per affacciarsi al campo della letteratura e del teatro. La sua innata curiosità e disponibilità ad arrischiarsi in discipline complementari al proprio ambito professionale l’hanno portato ad affrontare ad esempio alcune rappresentazioni musicali e teatrali come Il Principe Felice, lavoro del 1997, tratto da una novella di Oscar Wilde, oppure come Alfonsina Vestita di Mare del 2005, dedicato alla poetessa argentina Alfonsina Storni, o ancora Bird Lives! del 2021 con la recitazione di Cochi Ponzoni. Questi sono solo alcuni esempi dell’eclettismo di Angeleri, a cui possiamo aggiungere le due opere d’ispirazione letteraria dedicate ad Italo Calvino, Musiche dalle Città Invisibili (2004) e il più recente Music Frome the Castle of Crossed Destinies (2020). Per quello che riguarda più nello specifico l’ultimo album Concerto, i personaggi che vi sono narrati, che hanno dato comunque lustro alle attuali capitali culturali italiane, rappresentano un ventaglio di figure che provengono dal mondo delle Scienze, come il matematico Niccolò Tartaglia e l’architetto Giacomo Quarenghi, dalla Musica, come Gaetano Donizetti e Arturo Benedetti Michelangeli, dalla Pittura come il Caravaggio e dalla Lettere come Torquato Tasso – nato a Sorrento e morto a Roma, residente per un breve periodo a Bergamo, la cui famiglia aveva comunque origini in Val Brembana. Completano il quadro l’esploratore Giacomo Costantino Beltrami – lo scopritore delle sorgenti del Mississippi – mentre l’ultimo spazio è un omaggio riservato alle donne che hanno combattuto la Resistenza in Italia. Concerto è un lavoro collettivo e anche dal punto di vista strettamente tecnico non dobbiamo aspettarci nessuna usuale performance come quella di un pianista accompagnato da un gruppo di valenti musicisti, bensì un prodotto organizzato in un caleidoscopio di idee dall’assetto orchestrale e/o cameristico nel quale emerge un’unità d’intenti complessiva, non certo solamente la singola visibilità dell’Autore o di un qualsiasi altro esecutore. La musica si compone d’istanze differenti ma ben assemblate tra loro, grazie alla profonda conoscenza musicale di Angeleri e alla sua abilità nel cucire insieme le varie parti strumentali, per cui risulta naturale la convivenza tra jazz, improvvisazione, riferimenti classici, elementi contemporanei e altri più tradizionali. Il risultato finale è comunque estremamente coerente e significante, e tutto questo al netto del fatto che l’idea di Concerto non nasca, come già accennato, in un’unica forma espressiva solamente musicale. La line-up presente nell’album è costituita, oltre che dal pianoforte di Angeleri, da Gianluigi Trovesi ai clarinetti, Giulio Visibelli – già collaboratore anche di Dino Betti van der Noot – al sax soprano e al flauto, Gabriele Comeglio al sax contralto e al flauto, Paola Milzani alla voce e alla direzione del coro Golden Guys Choir, Marco Esposito al basso elettrico, Matteo Milesi alla batteria e Nicholas Lecchi al sax tenore.
Il triangolo di Tartaglia è il brano di apertura che racconta del matematico omonimo Niccolò Fontana Tartaglia, così soprannominato in conseguenza di una ferita cranica che gli causò la difficoltà nell’articolazione della parola. All’inizio è presente una piccola sequenza cromatica di note al piano con un tema puntiglioso, quasi scorbutico, a metà tra Monk e Mingus, dove il piano s’intercala coi fiati. La batteria frammenta il tempo, il sax contralto esacerba le angolature del brano fino a metà dello stesso, quando il dialogo tenderà a svolgersi tra flauto e clarino puntando verso una direzione free. Il pezzo trasmette comunque una certa inquietudine dai caratteri un po’ ossessivi. Lacrimosa è tratta dalla Messa da Requiem opera 37 di Gaetano Donizetti e, a mio giudizio, è la traccia che resta più impressa di tutto l’album. Un’introduzione lenta di piano crea lo spazio per l’inserimento del clarino di Trovesi, scuro come la tenebra ma jazzato come forse non ci si aspetterebbe dal senso di un brano come questo. E dall’oscurità ma con un andamento estremamente dolce emerge il coro, immerso in un arrangiamento di pianoforte che non tradisce quello che è il baricentro jazz del brano. La batteria swinga insieme al clarino ed è stupefacente come modernità e tradizione melodica italiana riescano a intersecarsi con così grande gusto ed equilibrio. Molto merito va al Golden Guys Choir che costruisce delle precise onde dinamiche vocali per rimarcare i tratti più drammatici del testo latino. Il pezzo è dedicato alle vittime della recente pandemia che ebbe tra i suoi massimi epicentri proprio il territorio bergamasco.

Arturo è il titolo che sottintende ovviamente a uno dei più grandi esecutori pianistici della storia della Musica del’900, cioè Benedetti Michelangeli. Un impetuoso arpeggio di piano, contrappuntato da un bel basso elettrico, tende a risolversi tra i fiati e la voce della Milzani. Si mette in mostra il flauto di Visibelli con un assolo incantevole che ne precede un secondo altrettanto eclatante di Angeleri al piano. Non aspettatevi niente di molto classico, anzi, qui siamo in pieno clima jazz, con una ritmica che sostiene l’andamento brillante delle note ma qua e là qualche arpeggio insistito di pianoforte allude forse, almeno nell’intenzione, alla personalità del grande pianista a cui il brano è dedicato. Light and Dark propone già nel titolo i contrasti tra le sciabolate di luce obliqua e le ombre sature dei dipinti del Caravaggio. Come spesso accade in questo album è il piano di Angeleri che imposta una base sulla quale è la voce pulita e melodiosa della Milzani a tracciare una sorta di ballad, caratterizzata dal clarino di Trovesi che le gira attorno con note ora scure, ora rischiarate da impennate cromatiche. Il piano si fa molto melodico con qualche brivido più jazzy e un’iridescente serie di note che viaggiano in lungo e in largo per la tastiera su una ritmica quasi soft-rock. Sul finale rientra la base iniziale di piano e il cantato della Milzani, col suo lirismo sospeso ed introspettivo. Armida è uno dei personaggi della Gerusalemme Liberata del Tasso, coinvolta nel suo conflittuale amore verso Rinaldo. Il coro parte subito, in un insieme che mi ha ricordato il modello dei franco-britannici Swingle Singers, con una melodia accomodante sostenuta inizialmente dal piano e dalla ritmica e poi con la partecipazione dell’insieme dei fiati. In un secondo momento i tempi si fanno inaspettatamente più latini e leggeri, con uno scambio dialogante tra il flauto di Visibelli e il contralto di Comeglio, seguito dalla coppia Trovesi e Angeleri, rispettivamente clarino e piano, che mantengono sempre un’atmosfera luminosa e quasi scanzonata. In chiusura si torna all’intervento corale, con la riproposizione del pianoforte e dei fiati. Proseguendo nell’ascolto, si gioca con lo swing in un jazz piuttosto vicino alla tradizione in Ermitage, dedicato all’architetto Giacomo Antonio Domenico Quarenghi, autore neoclassico che a S.Pietroburgo realizzò, sotto il regno di Caterina II, il teatro dell’Ermitage, il Palazzo delle Scienze e della Banca di Stato. Di nuovo il coro che swinga come i Manhattan Transfer in un brano mosso da fulminante vitalità quasi dixieland, dove la batteria di Milesi e il basso di Esposito si scavano entrambi piccoli spazi in assolo, seppur eseguiti in momenti diversi. Roots omaggia ancora la tradizione, questa volta quella del blues, nel brano dedicato all’esploratore Giacomo Costantino Beltrami, che nella prima metà dell’800 viaggiò in America e percorse a piedi l’intero tratto del Mississipi fino alle sorgenti. E in effetti, quale miglior momento per suonare blues se non in un brano che parla appunto di radici? S’intravedono, durante gli assoli dei fiati e in particolar modo del contralto, momenti che rimandano a fotografie coltraniane, dove anche il piano di Angeleri viaggia su binari alla McCoy Tyner. Il brano è intriso completamente di jazz-blues e costituisce una tra le migliori trame dell’album, dove forse si ascolta il più bell’assolo di Angeleri, fluido, fantasioso cerimoniere di questa seconda e ultima parte di Concerto. La chiusura è affidata a Ritratti, dedicato alle donne impegnate nella Resistenza. Il coro inizialmente innesta un clima gospel andando poi a confluire in una situazione più profana e legata ad un blues che è anche occasione di maggior libertà improvvisativa per i tre fiati – Trovesi, Visibelli, Comeglio – più l’aggiunta del sax tenore di Lecchi, presente solo in quest’ultimo frangente. Si chiude con un bell’assolo di basso avvolto dalla riproposizione del coro.
Angeleri è artista navigato che presenta una musica non facilmente perimetrabile ma tra le cui note s’intuisce l’intensa, onnipresente materica essenza del jazz. L’album si concede qualche oasi di momento più lirico ma le mutue relazioni strumentali, gli sviluppi tematici e l’incessante elaborazione ritmica propendono sempre per le fibrillazioni jazzistiche di stampo nero-americano. Tuttavia l’indubbio eclettismo dell’Autore non si avventura in spregiudicate intemperanze sonore, la musica è sempre molto tonale e armonicamente consonante. Colpisce il risultato d’insieme, una massa strumentale sempre ben gestita e capace di ritrarre, certo con l’aiuto di un po’ di immaginazione anche da parte dell’ascoltatore, una serie di personaggi storici tra loro così diversi e creativi, accomunati dalla nascita nel medesimo territorio lombardo, che è anche poi quello dello stesso Autore.
Tracklist:
01. Il triangolo di Tartaglia (05:18)
02. Lacrimosa (04:46)
03. Arturo (05:27)
04. Light and dark (06:32)
05. Armida (06:26)
06. Ermitage (04:02)
07. Roots (09:18)
08. Ritratti (08:00)




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