F O T O G R A F I A
Articolo di Carolina Zarrilli
La fotografia come spazio di contemplazione
Passeggiavo nel Giardino Zen dedicato a Teresa Pomodoro, in piazza Piola, in uno di quei pomeriggi in cui la luce sembra fare metà del lavoro. Il sole cadeva diretto sull’erba e sulle stampe, e i colori brillavano più del resto.
Non era solo una mostra. O almeno, non nel modo in cui siamo abituati a pensarle.
Le persone si muovevano lentamente, fermandosi davanti alle immagini con un’attenzione rara. Quando Riccardo Bonato ha iniziato a parlare, il brusio si è spento quasi subito. Non per formalità, ma per una forma di ascolto: attivo, presente, quasi necessario.
È da qui che parte il suo lavoro. O forse, più precisamente, è qui che torna.
Perché queste immagini nascono lontano. Un viaggio in Giappone tra dicembre 2024 e gennaio 2025 che non si è esaurito nello scatto, ma ha continuato a prendere forma nel tempo, fino a diventare un libro, Il mio Giappone, Il mio straniero e poi una serie di opere.

Il libro è un oggetto che richiede tempo e riflessione già nel modo in cui esiste: fatto a mano, rilegato con tecnica giapponese a fori, stampato su carta di riso. Si apre in due direzioni. Da sinistra verso destra, da destra verso sinistra. Due modi di lettura che non sono solo formali, ma suggeriscono due sguardi diversi, che convivono senza annullarsi. Due culture che si incontrano a metà volume: occidentale e orientale.
Le fotografie seguono lo stesso principio.
Il bianco e nero è il punto di partenza. Poi, come accadeva nella tradizione giapponese di fine Ottocento, quando le immagini venivano colorate a mano per restituire profondità e vita, emerge il colore. Non ovunque. Solo dove serve. Un dettaglio, una traccia, qualcosa che guida lo sguardo senza imporsi.
È una scelta che ha a che fare con l’attenzione e con il tempo.
Tra le dieci opere esposte, ce ne sono alcune che trattengono più a lungo.


La prima è quella del giardino zen sull’isola di Miyajima.
È un’isola poco distante da Hiroshima, un luogo sospeso tra mare e spiritualità, noto per il grande torii che sembra emergere dall’acqua durante l’alta marea. Luogo di sacralità dove passeggiano indisturbati daini da una distinta eleganza.
Guardando la fotografia, si ha la sensazione di entrare in uno spazio nascosto. Il giardino del museo del folklore non si rivela subito: dall’esterno non lascia intuire la vitalità che custodisce. Poi si apre. Un piccolo ecosistema fatto di alberi, percorsi, acqua.
Nel contesto giapponese, il giardino zen non è solo uno spazio estetico, ma un dispositivo mentale: un luogo progettato per favorire la contemplazione, per ristabilire un contatto profondo con la natura e, attraverso essa, con se stessi. Un equilibrio sottile tra ordine e spontaneità, tra presenza e sottrazione.
Il centro dell’immagine è lo specchio d’acqua. È lì che il colore si accende, tra le carpe koi che si muovono lente. Non è solo un elemento visivo. Nella cultura giapponese, la koi è simbolo di perseveranza, forza, trasformazione. È il pesce che nuota controcorrente, che risale le cascate, che cambia forma. Dentro l’immagine, questo movimento continua, anche quando tutto il resto sembra fermo.


Un’altra fotografia porta a Nikko, a nord di Tokyo, uno dei luoghi più antichi e spiritualmente densi del Giappone, dove templi e natura convivono in un equilibrio antico.
Qui il tempo cambia densità.
Kanmangafuchi Abyss è un sentiero scavato dal fiume Daiya, segnato dalla presenza di una lunga fila di statue Jizō, divinità protettrici dei viaggiatori e delle anime dei bambini, rincarnazione di Buddha. Molte di queste statue sono state danneggiate, spostate, ricollocate nel tempo. Si dice che sia impossibile contarle due volte nello stesso modo, come se il luogo stesso sfuggisse a una misura precisa.
Le teste mancanti non sono solo assenze, ma tracce. I bavagli e i copricapi rossi che oggi le avvolgono diventano segni di cura, protezione, devozione.
La scena è immersa nella neve. Il bianco assorbe tutto, rende i contorni più morbidi, sospende il tempo. Poi il rosso emerge, preciso. Non rompe il silenzio, lo attraversa.
È un’immagine che non cerca il dramma, ma una forma di quiete profonda. E proprio per questo resta.


La terza opera si impone in modo diverso.
Non c’è intervento, non c’è colorazione. Rimane così com’è stata scattata.
Siamo a Hiroshima.
Le gru di carta riempiono lo spazio, leggere e insieme impossibili da ignorare. Sono legate alla storia di Sadako Sasaki, una hibakusha, una sopravvissuta alla bomba atomica, che anni dopo si ammalò di leucemia da radiazioni. In ospedale iniziò a piegare gru, seguendo un detto antico: chi ne realizza mille può esprimere un desiderio.
Sadako non riuscì a completarle.
Eppure quel gesto è diventato qualcosa che continua a esistere oltre la sua storia. Le gru sono memoria, speranza, resistenza. Intorno a Hiroshima si percepisce ancora oggi una protesta silenziosa, quasi bianca, che attraversa il tempo: un “mai più” che non ha bisogno di essere urlato.
Qui l’immagine non ha bisogno di essere modificata. Sta tutta lì.
La mostra al Giardino Zen è stata uno dei primi momenti pubblici di questo percorso, ma non è un episodio isolato. Il lavoro di Bonato si inserisce in un calendario più ampio, nato in occasione dei 160 anni di amicizia tra Italia e Giappone.
Dopo la collettiva del 25 aprile al CIQ di Milano, il progetto proseguirà con l’esposizione al Consolato Giapponese, dal 5 al 30 maggio. Un passaggio che dà continuità a questo dialogo tra luoghi, culture e tempi diversi.
Eppure, al di là delle date, quello che resta è un’altra cosa.
Guardando queste fotografie, viene naturale rallentare. Non perché lo chiedano esplicitamente, ma perché non funzionano altrimenti.
Sono immagini che non si esauriscono in uno sguardo solo. Tornandoci, qualcosa cambia. Un dettaglio emerge, un colore si fa più presente, un significato si sposta.
Ciascuna immagine diventa uno spazio in cui fermarsi, come in un giardino zen. Con una forma di attenzione che, osservando con calma, porta a vedere non solo ciò che è lontano, ma anche qualcosa di sé.




immagini © Riccardo Bonato (Bi.Photo)


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