R E C E N S I O N E
Recensione di Mario Grella
Pubblicato da Intakt Records, New Digs è stato presentato al Guimarães Jazz Festival in Portogallo dove, Michael Formanek, compositore e bassista di eccelso livello nel panorama del jazz contemporaneo, (e che ben ricordo in Splash con una straordinaria Myra Melford al pianoforte) ha convocato, intorno a questo nuovo ambizioso progetto, Alexander Hawkins che, abbandonata momentaneamente la tastiera del pianoforte, si cimenta su un organo Hammond B3. A tal proposito è opportuno ricordare che Hawkins ha una solida preparazione musicale anche sull’organo tradizionale. Attorno a Formanek, anche Mary Halvorson alla chitarra e Tomas Fujiwara alle percussioni, già facenti parte in passato della formazione denominata Thumbscrew, ed infine John O’Gallagher al sax alto, Chet Doxas al sax tenore e clarinetto e João Almeida alla tromba.

Inutile cercare nel disco quello che nel disco non c’è, ovvero una omogeneità di composizioni, volte a produrre una materia sonora unica. Qui sembra un po’ tutto il contrario, ovvero una matassa intrecciata di tanti materiali sonori e stilemi diversi che, come in un canestro di frutti prelibati sembrano provenire da latitudini diverse: questo naturalmente, non toglie che l’insieme sia perfettamente mirabile, proprio per questa estrema diversità e versatilità delle sonorità. Ad ascoltare l’attacco di New Old World, brano di apertura dell’album, sembra di andare incontro ad un groove dolce e sinuoso, tanto che l’ascoltatore è in attesa dell’ingresso di altri fiati e di un percorso musicale rilassato e in qualche modo prevedibile. Ma non è così, poiché dalle prime timide note della chitarra, ecco prospettarsi un percorso diverso, condotto dal sax e sostenuto dall’Hammond di Hawkins, e tutto fila liscio per un paio di minuti, ma poi il benigno e salutare demone dell’improvvisazione e della ricerca sembra prendere per mano i musicisti per portarli in un altrove fatto di sonorità più instabili. Ma i colpi di scena non finiscono qui, poiché, alla metà del pezzo, bruscamente tutto s’interrompe e si torna ad inseguire il fantasma di una melodia sfuggente condotta dal sax di John O’Gallagher che, per tutta la parte centrale dirige le danze, per poi di nuovo spegnersi, riaccendersi e confluire nello sbriciolamento finale dove tutti gli strumenti disintegrano qualsiasi suono intero in un pulviscolo di sonorità. In Prequel, dopo un insinuante intro d’organo, il cuore del brano è lasciato alle meditazioni su corde di Michael Formanek, “contrabbasso in purezza con disturbi d’organo” e al quasi contrappunto dei tre fiati, che si fanno eco a vicenda, costituendo un brano dei più interessanti dell’intero album.

È dolce ascoltare l’inizio di It Was, un po’ malinconico e dal taglio decisamente più classico che, come un Yellow-cab, sembra procedere su una avenue newyorkese deserta. Stesso discorso per For My Consideration, benché a turbare l’idillio di fiati e batterie ci pensi il sussulto continuo dell’organo di Hawkins. Anche Aka the Stinger scorre via veloce con ritmo e senza troppe sorprese, subito incalzata da Gone Home_Interlude for Susan Alcorn, (dedicato alla grande musicista statunitense pioniera della pedal steel guitar), con la tromba di João Almeida e l’Hammond di Hawkins ad evocare i glissanti suoni di Susan: paradossi e poesia del jazz, pianeta dalle infinite atmosfere, brano che per raffinatezza, originalità e poesia, vale tutto l’album. Ma dimenticatevi subito queste atmosfere rilassate, perché con Braxes ecco una sferzata di vento fatta di tromba e sax che liberamente si inseguono e si rincorrono con vigore. Molto originale l’attacco d’organo Hammons in Quinze, così come il suo dialogare con la tromba nella parte centrale del lungo brano, con un ammiccamento più che esplicito all’elettronica nella parte conclusiva. Successivamente si viene immersi nel buio pesto di Night Total, in una di quelle notti dove però si intravedono piccoli bagliori intermittenti, luci di lontane città, aloni di neon che sembrano scorrere dal finestrino di un’auto in corsa e sembrano condurci su strade ignote. Tutto questo, elaborato però col suono, e non con le immagini, non è cosa da poco. E che durante l’ascolto mi torni alla mente qualche viaggio sulle corde dei Kronos Quartet, non mi sembra nemmeno poi un caso… Del resto musicisti così non potevano deludere!
Tracklist:
01. New Old World (11:32)
02. Prequel (6:09)
03. It Was (5:14)
04. For My Consideration (6:50)
05. Aka the Stinger (7:31)
06. Gone Home / Interlude for Susan Alcorn (9:14)
07. Braxes (4:42)
08. Quinze (9:58)
09. Nigh Total (4:43)





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