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Mario Grella

Andrea Grossi Blend 3 + Beatrice Arrigoni – Songs and Poems (We Insist! Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Se ascoltando Songs and Poems, appena uscito per l’etichetta We Insist! Records, vi venisse la tentazione di pensare ad un disco cantato, vi sbagliereste. In realtà, come dice il titolo, l’ultimo lavoro dei Blend 3 con Andrea Grossi al contrabbasso, Michele Bonifati alla chitarra elettrica, Manuel Caliumi al sax contralto e Beatrice Arrigoni voce, è proprio quello che dice il titolo: canzoni e poesie. Forse però la distinzione tra l’una e le altre, è meno netta di quanto possa sembrare, tanto che le parole sono spesso parte della musica e la musica, descrive quasi quanto le parole. La voce, bella, sofisticata e, a tratti algida, di Beatrice Arrigoni la incontriamo già dal primo brano intitolato Low at my problem bending, dove il contrabbasso “in purezza” di Andrea Grossi introduce una melodia “basic” e dove intervengono in crescendo il sax di Manuel Caliumi e la voce di Beatrice Arrigoni che riesce a far sembrare le parole di Emily Dickinson, il quarto strumento del gruppo insieme al prezioso e sognante l’inserimento della chitarra di Michele Bonifati.

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La Marmite Infernale – Humeurs et vacillements (Arfi, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Mélissa Acchiardi, (vibrafono), Jean-Paul Autin (Sassofono, clarinetti, flauti), Olivier Bost (trombone e chitarra), Clémence Cognet (violino e voce), Colin Delzant (violoncello), Jean-Marc François (rumoristica e oggetti), Xavier Garcia (sampler, elettronica), Christophe Gauvert (contrabbasso), Clément Gibert (sassofono e clarinetto basso), Félix Gibert (sax basso), Damien Grange (voce) Guillaume Grenard (tromba), Thibaut Martin (batteria), Marie Nachury (voce), Alfred Spirli (batteria e oggetti), Antoine Läng (voce). Vi chiederete cosa sia questa torma di persone e strumenti, ed io vi rispondo subito: questo è il più bell’ammasso di musicisti, riuniti in un consesso di musica di ispirazione folk-jazz. Si tratta della travolgente ed irrefrenabile La Marmite Infernale. Ricordo bene, e con grande emozione, l’esibizione di una parte del gruppo al NovaraJazz Festival nel giugno 2019: un concerto che non si dimentica facilmente. La più azzeccata definizione della loro musica potrebbe essere lo stesso acronimo del collettivo artistico lionese di cui la band è la filiazione diretta; ARFI: ovvero “Association à la recherche d’un Folklore Imaginaire”, ma anche questa definizione potrebbe essere riduttiva. I poliedrici ed eclettici musicisti francesi in realtà suonano musica di tutti i generi jazz, folk, citazioni colte della musica classica, con la particolarità che li suonano tutti insieme! E il minestrone che ne fuoriesce è semplicemente geniale ed irresistibile. Roba per stomaci forti, s’intende, ma vale proprio la pena ascoltare il loro non-programmatico caos musicale per rendersene conto e lo si può fare approfittando del loro ultimo lavoro che si intitola, molto coerentemente Humerus et vacillements.

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Steve Harries – Octopus @ Fondazione Sozzani, Milano

A R T E – M O S T R E


Articolo di Mario Grella

Non so se Steve Harries sia un grande osservatore della natura oppure se le sue fotografie abbiano solo incidentalmente come soggetto la natura. Potrebbe sembrare una osservazione paradossale, è certamente lo è per un fotografo che ha eletto la natura a suo soggetto privilegiato. Eppure a me Steve Harries non sembra un fotografo completamente sincero, credo infatti che non sia la natura il vero oggetto del suo amore. Non c’è nulla di male o di scorretto, ma mi sembra che ad Harries interessi principalmente la composizione materica. Visitando la piccola e deliziosa mostra della Fondazione Sozzani, intitolata Octopus e allestita in collaborazione con la Webber Gallery di Londra (aperta fino al 29 maggio), ne ho avuto la conferma. Se si guarda la favolosa stampa cromogenica su alluminio, intitolata “Geological Study” e se, la si guarda bene, non si può che convenire sul fatto che i due monoliti sembrino essere presenze materiche, la cui origine naturale appare solo una casualità. Quello che conta molto di più è il loro algido isolamento da un contesto naturale, l’illuminazione o la profondità di campo.

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Finale a sorpresa – di Mariano Cohn e Gastón Duprat (Spagna, 2021)

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Finale a sorpresa di Mariano Cohn e Gastón Duprat è un metafilm, un film su di un film. A Lola Cuevas, regista eccentrica interpretata da Penelope Cruz, viene affidata la regia di un film che un miliardario, un po’ megalomane, decide di produrre per essere ricordato dai posteri. La regista scrittura allora due grandi attori, Felix Rivero (interpretato da Antonio Banderas), cliché dell’attore frivolo, con una autostima traboccante e Ivan Torres (interpretato da Oscar Martinez), prototipo dell’attore “impegnato” che considera la professione un po’ come una missione. Prima dell’inizio delle riprese, la regista sottopone i due attori ad una serie di prove di lettura del copione, di recitazione, caratteriali ed anche psicologiche, dalle quali emerge subito un evidente spirito di competizione tra i due, competizione che si trasforma in un finale comico-drammatico, dopo la morte quasi accidentale di Ivan Torres.

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New Ethic Society Sextet – Post Colonial Blues (NES, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Thomas Sankara, fu un leader rivoluzionario dello stato del Burkina Faso, ma per estensione fu leader di tutta l’Africa Occidentale. Le parole che pronunciò davanti all’Assemblea della Nazioni Unite, il 4 ottobre 1984, passarono alla storia: “Non pretendo qui di affermare dottrine. Non sono un messia né un profeta; non posseggo verità. I miei obiettivi sono due: in primo luogo, parlare in nome del mio popolo, il popolo del Burkina Faso, con parole semplici, con il linguaggio dei fatti e della chiarezza; e poi, arrivare ad esprimere, a modo mio, la parola del grande popolo dei diseredati, di coloro che appartengono a quel mondo che viene sprezzantemente chiamato Terzo mondo. Sankara, poneva l’accento su un tema sotto gli occhi di tutti, ma sempre volutamente ignorato, quello della diseguaglianza tra il nord e il sud del mondo e non solo. L’enorme ed incolmabile debito dei paesi africani aveva, secondo Thomas Sankara, una origine precisa: il colonialismo, poiché i creditori, sono gli stessi colonizzatori, in un cortocircuito tanto tragico, quanto evidente. 

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Steve McQueen – Sunshine State @ Pirelli HangarBicocca, Milano

A R T E – M O S T R E


Articolo di Mario Grella

Se appartenete alla vasta categoria di persone che credono che l’arte sia in fondo un passatempo, o solo “la ricerca” del bello come dicono ministri, sottosegretari, docenti di liceo e assessori, allora fate a meno di leggere questo pezzo e, soprattutto, fate a meno di andare al Pirelli Hangar Bicocca per vedere Sunshine State, la magnifica ed inquietante esposizione video di Steve McQueen. Se al contrario, appartenete agli “altri”, alle teste matte come me (chiamiamoli così per comodità e brevità), allora andateci con convinzione, poiché i sei video e un’opera plastica del grande film-maker britannico, sono di valore assoluto. È inutile dire che entrare in uno spazio come quello dell’Hangar Bicocca è di per sé, una esperienza esistenziale, anche se lo spazio fosse privo di opere, perché qui è l’horror vacui, provocato dal gigantesco edificio, ad essere già sempre protagonista. E Steve McQueen questo lo sa, e proprio per questo, i video sono distribuiti in maniera assolutamente magistrale all’interno dell’Hangar: a proiezioni gigantesche si alternano proiezioni minuscole, a schermi semplici se ne accosta uno a doppia faccia.

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Barry’s trio @ Nòva, Novara – 2 aprile 2022

A P P U N T I  D A  N O V A R A J A Z Z


Articolo di Mario Grella, immagini sonore © Emanuele Meschini

Come si usa dire, pubblico delle grandi occasioni sabato sera a Nova per il concerto conclusivo della stagione invernale di NovaraJazz. Va detto però che le grandi occasioni sono state davvero numerose tra lo scorso autunno e questa primavera e il Barry’s Trio non è che l’ultima perla infilata nella scintillante collana e va ricordato, en passant, che NovaraJazz è l’unica tappa italiana del tour europeo di questo straordinario ensemble.  E allora bando alle ciance, qui c’è solo da lasciarsi andare e buttarsi o lasciarsi trasportare, dal jazz più materico e travolgente. Quando sulla scena ci sono musicisti così, il piglio, le esecuzioni e l’atmosfera che si respira in sala, è sempre magnetica. Se si potesse fare un paragone con le arti visive, si potrebbe affermare che ai pezzi eseguiti si aggiunge quella che Walter Benjamin indicava come “aura”, ovvero quell’alone di mistica (o di magia), che emana l’opera e che, sempre secondo il grande filosofo tedesco, viene meno nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.

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Day & Taxi – Run, The Darkness Will Come! (Percaso Production, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Di solito quando si parte per un viaggio lo si fa alla mattina presto, così si avrà dinnanzi la luminosità del giorno. Ma non sempre i viaggi servono per arrivare da qualche parte ed è quindi ovvio che invece qualcuno preferisca correre per arrivare nell’oscurità dell’anima, ma anche dell’inconscio. L’idea non è certo nuova, anche Louis-Ferdinand Céline ha raccontato di un viaggio al termine della notte, anche Joseph Conrad era affascinato dal cuore notturno e “di tenebra”, così come i nostrani Fruttero e Lucentini si chiedevano a che punto fosse la notte. Insomma il mondo della letteratura, ma naturalmente anche quello della musica, dai “notturni” di Chopin a Verklarte Nacht di Schömberg, è stato ammaliato dal “potere conoscitivo” della notte. E allora andiamo (o meglio, lasciamoci condurre), perché l’oscurità della notte arriverà portando con sé, misteri e disvelamenti. Tutto questo “ambaradan” retorico, per introdurre il bel disco in uscita il primo di aprile, di Christoph Gallio (sax soprano, contralto e autore dei brani), Silvan Jeger (contrabbasso, voce, Shrutibox), Gerry Hemingway (batteria e percussioni), ovvero i Day & Taxi, edito dall’etichetta svizzera Percaso.

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Parigi, 13arr. – di Jacques Audiard (Francia, 2021)

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Raccontare cinematograficamente una città, utilizzando il bianco e nero, è spesso necessario, soprattutto quando la vicenda raccontata è cruda come la realtà urbana e poetica come una storia d’amore. Pare che Jacques Audiard sia rimasto favorevolmente impressionato dal cristallino bianco e nero di Roma di Alfonso Cuaron, dove, guarda caso, anche lì il film era ambientato in un quartiere di una grande città. Ma il rapporto del b/n con il cinema anche in epoca del colore, non è comunque una novità, basti pensare a Manhattan di Woody Allen del 1979 o a Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders del 1987, tanto per fare due nomi da storia del cinema. Ed è la città ad essere raccontata in Les Olympiades (titolo originale), nome con cui è conosciuta una parte del 13° arrondissement parigino, ma che il distributore italiano ha voluto, chissà poi perché, chiamare con il numero dell’intero distretto parigino. Il tredicesimo, non è proprio banlieu, diciamo che è una periferia parigina dignitosamente squallida, ma dello squallore urbano comune nelle grandi aree metropolitane e piuttosto lontana dalla banlieu violenta e truce, vista in La Haine di Kassovitz del 1995.

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