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Mario Grella

Josh Johnson – Freedom Exercise (Northern Spy Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Josh Johnson è un musicista di Chicago trasferitosi a Los Angeles circa otto anni fa; questa potrebbe essere la solita nota biografica sull’autore che quasi tutti leggono distrattamente. Forse lo è anche, ma questo trasferimento non è solo un trasloco, ma anche la traccia di un percorso musicalmente piuttosto simbolico da una città del jazz per eccellenza ad una città con una tradizione musicale più variegata. Un percorso verso la novità ma anche verso l’ignoto che qualche rischio lo fa correre anche agli artisti più valenti. Come è andato il viaggio di Josh Johnson? A dar conto all’album in uscita proprio in questi giorni per l’etichetta newyorkese Northern Spy e dal titolo, Freedom Exercise, sembra proprio sia stato un proficuo viaggio.

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Minus_Collettivo d’improvvisazione – Round (Tempo Reale Collection, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Secondo la Kabbalah, l’universo e quindi la vita nacquero quando Dio trattenne il respiro. È come se Dio si fosse ritirato per dare spazio alla vita. Questa contrazione della divinità si chiama tzimtzum. Credo, che anche se un po’ irriverente, questo concetto possa spiegare l’ultimo lavoro del collettivo Minus per la collana discografica Tempo Reale, del centro di ricerca e didattica musicale fondato a Firenze da un mostro sacro della musica contemporanea, quale fu Luciano Berio. Cosa c’entra il ritrarsi di Dio con questa produzione? C’entra poiché il metodo di lavoro di questo straordinario collettivo è un metodo che opera per sottrazione. Per abbreviare potremmo anche chiamarla “improvvisazione”, nella musica ce n’è tanta (e non alludo solo al jazz…), ma in realtà è qualcosa di molto più complesso. Attraverso un sistema di costruzione e moduli di diversione, dove i singoli musicisti lasciano  spazi vuoti agli altri musicisti. Si potrebbe dire anche “suonare meno, suonare tutti”.

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Roberto Ottaviano – Resonance & Rhapsodies (Dodicilune, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Partiamo dicendo che Roberto Ottaviano è un musicista di esperienza, anzi di grande esperienza; per meglio dire di eccezionali esperienze (plurale) e, a leggere la sua biografia artistica, c’è davvero da restare incantati: Dizzy Gillespie, Art Farmer, Mal Waldron, Albert Mangelsdorff, Chet Baker, Enrico Rava, Barre Phillips, Keith Tippett, Steve Swallow, Irene Schweizer, Kenny Wheeler, Henry Texier, Paul Ble, Tony Oxley, Misha Mengelberg, Han Bennink, Trilok Gurtu, Pierre Favre, Gianluigi Trovesi, Theo Jörgensmann, Georg Gräwe, Ran Blake, Paolo Fresu sono alcuni dei musicisti con i quali  ha collaborato. Chi ama il jazz potrebbe fermarsi qui, per chi lo sta per amare, consiglio di andare a cercare nel web qualcuno di questi nomi, per rendersi conto di chi stiamo esattamente parlando.

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Giulia Damico – Evidence – anteprima video e intervista

I N T E R V I S T A


Articolo curato da Mario Grella

Nello scorso mese di luglio abbiamo avuto modo di raccontare il magnifico lavoro di Giulia Damico dedicato a Thelonious Monk intitolato Spherical Perceptions.
L’uscita del video di Evidence, che vi presentiamo in anteprima, è
l’occasione per approfondire la sua conoscenza e toglierci qualche impellente curiosità (prima di tutto mia)…

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Threadbare – Silver Dollar (NoBusiness Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Certo è strano, oppure è l’ironia della sorte che una un disco che si intitola Silver Dollar sia prodotto da una etichetta che si chiama No Business Records. Cose che capitano, ma a cui non ci si fa troppo caso se poi, una volta incominciato l’ascolto, non ci si riesce più a schiodare da questa musica, così poco definibile che sta in quell’arcipelago magnificamente ambiguo tra Jazz, Metal, Progressive Rock e anche qualche altra cosa. Il disco, uscito nel maggio scorso, è davvero ben confezionato soprattutto dal punto di vista strumentale con un non troppo consueto ensemble; si sono messi davvero d’impegno Jason Stein al clarinetto basso, in ottima compagnia con due musicisti diplomati al Conservatorio del prestigioso “Oberlin College” di Chicago, come Ben Cruz (alla chitarra), ed Emerson Hunton (alla batteria), trio ribattezzato per l’occasione col nome abbastanza evocativo di Threadbare, che creano il giusto scompiglio nelle nostre menti con manie catalogatorie.

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Takuya Kuroda – Fly Moon Die Soon (First Word Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Takuya Kuroda è un trombettista giapponese di Kobe che ha studiato jazz alla “New School” di Union Square a New York City, uno spirito inquieto e un ricercatore musicale dinamico e curioso, attratto non solo dalla musica in senso stretto, ma dall’intero universo sonoro e questo suo nuovo album, Fly Moon Die Soon, non fa che confermarlo. Non è una novità che il jazz sia divenuto un genere musicale senza una precisa codifica, e le famose “contaminazioni” lo hanno portato su una strada che, se non è difficile seguire da un punto di vista sonoro, è certamente molto più arduo sul piano linguistico. Termini come “hard-bop”, “groovy classico” o “funk e hip hop contemporanei”, significano ormai poco e risultano essere più etichette di comodo che non descrizioni plausibili di ciò che si va ad ascoltare. Nell’ottica della catalogazione è evidente che è comunque il grande respiro groove a fare da collante ad una interessantissima serie di input musicali. 

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Sara Jane Ceccarelli @ Castello Visconteo Sforzesco, Novara – 8 agosto 2020

A P P U N T I  D A  N O V A R A J A Z Z


Articolo di Mario Grella

Ormai il jazz è come una cometa, contiene ghiaccio, gas, polveri e materiali vari. Non so se questo sia un bene o un male, almeno non lo so come “principio”. Certo che quando si ascoltano i risultati di questa contaminazione, come è successo questa sera al Castello di Novara con Sara Jane Ceccarelli, non si può che esserne felici. Una intro un po’ celtica e un po’ folk, d’altri tempi, accompagna l’entrata in scena di una voce votata alle atmosfere intense che sembrano subito Be human. Difficile collocare la musica di Sara Jane, difficile, ma bello cercare al suo interno tutte le influenze di cui è pregna. Colors primo brano scritto da Sara Jane Ceccarelli, riassume e racconta  piuttosto bene di un mondo multiforme, un po’ Jonathan Sweet un po’ Tim Burton, e non solo nella forma musicale.

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Fabio Mina, Aniki – The Shiv (Bandcamp, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Dobbiamo ancora abituarci, ma di sicuro esisterà, forse già esiste, una “letteratura dell’era Covid” e una “musica del/dal lockdown”. Di quest’ultima fa certamente parte, per stessa ammissione dei suoi autori, l’interessantissimo lavoro dei fratelli Fabio e Luca Mina (aka Aniki), flautista, sassofonista, compositore e molto altro il primo, musicista elettronico, producer e mago del mixaggio il secondo. The Shiv, questo il tiolo del disco, che nel gergo delle galere americane, allude ad un coltello auto-costruito dai detenuti. Nella grammatica musicale e semantica dei due musicisti, il riferimento chiaro è alla capacità della musica di essere tagliente, cruda, anche spietata, ma sempre autentica e nello stesso tempo, a questa convinzione, soggiace il desiderio di portare l’attenzione su una questione esiziale del comportamento umano: la perenne voglia di rinchiudere, di incarcerare, e, perché no, di punire (come ricordava Michel Foucault, se mi si passa la citazione “da vecchio”).

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Francesco Chiapperini – On the bare rocks and glaciers @ Castello Visconteo Sforzesco, Novara – 6 agosto 2020

A P P U N T I  D A  N O V A R A J A Z Z


Articolo di Mario Grella

Chi fosse stato presente al concerto di Francesco Chiapperini e del suo “Extemporary Vision Ensemble”, nell’ambito di NovaraJazz del lontano 2015, un progetto sulle marce funebri che si suonano a Molfetta in occasione del venerdì Santo, non si sarebbe stupito più di tanto nell’ascoltare questa sera, nel cortile del Castello di Novara, “On the bare rocks and the glaciers” (eseguito per la prima volta in pubblico per NovaraJazz Summer). Con un po’ di attenzione, e una certa capacità di “intelligere”, è facile riconoscere nel titolo del nuovo progetto di Francesco Chiapperini il primo verso della famosa e celebrata “Preghiera dell’Alpino”. Cosa può legare due ambiti apparentemente distanti, se non proprio contrapposti, come il mondo degli alpini e il jazz? Io credo che il trait-d’union possa essere uno e uno solo: l’intelligenza. 

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