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Mario Grella

Tim Berne | Gregg Belisle-Chi – Mars (Intakt Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Quando si sente parlare di chitarre in un disco jazz, spesso si storce il naso. Quando poi, invece di sentir solo parlare, si sente la chitarra suonare, allora il discorso cambia. Quasi sempre cambia in meglio, forse perché il chitarrista conosce le difficoltà a cui sta andando incontro e sa che lo sposalizio tra “chitarra” e “jazz” potrebbe essere problematico, con qualche grandiosa eccezione che porta i nomi di Django Reinhardt, Franco Cerri, Pat Metheny, Bill Frisell e una manciata di altri musicisti. A questi nomi celeberrimi e a qualche altra decina, possiamo ora aggiungere anche il nome del giovane chitarrista newyorkese Gregg Belisle-Chi, astro nascente della chitarra acustica e profondo conoscitore della musica di Tim Berne e, va da sé, che allora questo matrimonio “s’aveva da fare”. Ci ha pensato David Torn ad officiare il rito, ovvero produrre questo magnifico disco, dal titolo Mars.

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Alexander Hawkins Mirror Canon – Break a Vase (Intakt Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Derek Walcott, poeta premio Nobel per la letteratura nel 1992 di cui forse troppo presto ci si è dimenticati, nel discorso di accettazione del premio ebbe a dire: “Rompi un vaso e l’amore che ricompone i frammenti sarà più forte dell’amore che dava per scontata la sua simmetria quando era integro”. A ricordarcelo è Kevin Le Gendre, nelle note di copertina che accompagnano l’ultimo, straordinario lavoro di Alexander Hawkins, grande pianista e non vorrei aggiungere di che genere, poiché le sua composizioni non sono strettamente imbrigliabili in un solo genere. Il disco, appena uscito per l’etichetta Intakt Records, si intitola appunto Break a Vase dove Alexander porta a spasso sugli infiniti ed inesplorati territori, straordinari musicisti: Neil Charles al contrabbasso, Stephen Davis, alla batteria, Richard Olátúndé Baker alle percussioni, Shabaka Hutchings ai sax e al flauto, Otto Fischer alla chitarra elettrica. L’ensemble, allargato rispetto al consueto trio con cui suona abitualmente Hawkins, si chiama Mirror Canon. Non si tratta di una stramberia, di una trovata originale, ma di un preciso riferimento, un riferimento (colto, come colto è Alexander Hawkins) ad un dispositivo contrappuntistico, il “canone a specchio” appunto, creato dalla geniale mente matematico-musicale di Johan Sebastian Bach. Proprio una raffinata ed instancabile ricerca musicale contrappuntistica sta alla base della composizione dei brani di questo disco e in generale dei percorsi di ricerca di Alexander Hawkins, compositore che alla ricerca più libera ha sempre associato il massimo rigore formale.

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Tania Bruguera – La verità anche a scapito del mondo @ PAC, Milano

A R T E – M O S T R E


Articolo e immagini di Mario Grella

Si potrebbe dire che Tania Bruguera è un’attivista politica più che un’artista, ma proprio per questo, una grande artista, certamente una delle più influenti nel mondo dell’arte contemporanea. Per chi volesse entrare nella materia viva della sua arte, al PAC di Milano fino al prossimo 13 febbraio le performance e le opere di La verità anche a scapito del mondo. Le performances di Tania Bruguera non sono però meri esercizi estetici o stramberie concettuali, sono atti partecipativi che hanno le loro radici nella denuncia della violazione dei diritti umani e in particolare, soprattutto in questa mostra del Pac, di quelli del popolo cubano e dei migranti. “Fiat veritas et pereat mundus” è la citazione latina che la filosofa Hannah Arendt pronunciò in risposta al giornalista Gunther Gaus alla televisione tedesca negli anni Sessanta: sia detta la verità anche a scapito del mondo, appunto. Verità difficili da ammettere, ma anche più difficili da nascondere. E proprio in omaggio ad Hannah Arendt si apre la mostra: nella stanza uno una sedia a dondolo sulla quale sedersi e dare lettura di un fondamentale testo della della Arendt, “Le origini del totalitarismo”, così come fece la Bruguera il 20 maggio del 2015, aprendo la sua casa a L’Avana e dalla cui esperienza nacque l’INSTAR, ovvero l’Instituto dell’Artivismo Hanna Arendt” che porta avanti una sorta di alfabetizzazione civica contro ogni dittatura.

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Dino Rubino – Time of silence (Tǔk Music, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

È il silenzio la condizione necessaria, ma non sufficiente perché la musica prenda vita. Mi hanno sempre affascinato i musicisti che sanno “far suonare il silenzio”, ovvero le cui pause silenziose o cui intervalli temporali, riempiti di silenzio, sono parte integrante del brano, della sinfonia, della sonata. È un esercizio estremamente difficoltoso, i cui risultati sono percepiti solo dalle orecchie e dalle menti degli spettatori più attenti. Come è noto, anche John Cage teorizzò molto sul silenzio, tanto da considerarlo il brodo di coltura del suono liberato dalla sua storia, dallo stile, persino dal gusto. Insomma il silenzio è molto fecondo per la musica, direi che musica e silenzio sono lo Yin e lo Yang dell’universo della sensibilità sonora.

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Aquaserge – The Possibility of a New Work for Aquaserge (Crammed Discs, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Se è piuttosto normale imbattersi in formazioni jazz che, per mania citatoria, per omaggiare un compositore o per ricerca musicale, si cimentano in riscritture o reinterpretazioni di brani di musica classica, è assai meno comune incappare in una formazione di radici classiche e di avant-rock che si voglia cimentare nella trasmigrazione di autori classici verso il jazz. È il caso degli Aquaserge dei quali è uscito, nello scorso mese di ottobre The Possibility of a New Work for Aquaserge, per l’etichetta Crammed Discs nella collana Made To Measure, (arrivata al volume 46). Un giorno un organizzatore di concerti chiese a Morton Feldman: “Hai un nuovo pezzo da aggiungere al programma?” Rispose Feldman: “Beh, ci sarebbe la possibilità di un nuovo pezzo per chitarra.” La risposta del compositore diventò un brano da cui oggi è stato mutuato la base del titolo di questo straordinario lavoro. Potremmo anche sbrigativamente dire che il disco è un omaggio a quattro musicisti classici, ovvero Giacinto Scelsi, György Ligeti, Edgard Varèse e Morton Feldman, ma sarebbe una indebita, anche se comoda, semplificazione. In realtà il lavoro degli Aquaserge, ovvero Audrey Ginestet (voce, basso), Benjamin Glibert (chitarra, tastiere), Julien Gasc (voce, synth), Manon Glibert (clarinetti), Julien Chamla (batteria, percussioni), e i nuovi arrivi Camille Emaille (percussioni), Marina Tantanozi (flauto), Robin Fincker e Olivier Kelchtermans (sax), è un lavoro assai più complesso e strutturato.

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World Press Photo 2021 @ Fondazione Sozzani, Milano

F O T O G R A F I A


Articolo di Mario Grella

The First Embrace di Mads Nissen è stata giudicata foto dell’anno del World Press Photo 2021. La si può vedere alla Fondazione Sozzani di Milano fino al prossimo 9 gennaio. La foto l’avrete certamente già vista in televisione o sui giornali: si tratta dell’immagine di un’anziana donna che viene abbracciata da un uomo attraverso una tenda di plastica. Direi che era probabile e, anche un po’ scontato, che una foto del genere potesse essere premiata come foto dell’anno. Gli elementi c’erano tutti: le due persone desiderose di abbracciarsi dopo il lockdown, la composizione e l’effetto del telo che sembra formare le ali di un angelo immaginario. Nulla da dire, tranne che se fossi stato tra i giudici, avrei puntato su un soggetto meno sfruttato e su una composizione meno “iconica”, come si usa dire oggi. Ma sono gusti personali, ovviamente.

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Wadada Leo Smith, Jack DeJohnette, Vijay Iyer – A Love Sonnet for Billie Holiday (Tum Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Non è raro, anzi direi che è piuttosto comune nel jazz, che compositori, gruppi, ensemble, dedichino loro produzioni, concerti, happening, persino residenze artistiche ad altri jazzisti. È altrettanto comune che studino i loro lavori, ne reinterpretino brani, ne ripropongano, con arrangiamenti diversi, interi cd e dischi in un gioco di rimandi e di rispecchiamenti continuo, articolato, quasi infinito che crea intrecci e tessuti musicali sempre nuovi. Questo succede poco nella musica classica, dove non è consueto trovare una riscrittura di un altro autore o una sua rivisitazione; succede ancora meno nel rock, dove esistono certo i “tributi”, ma sono sempre circoscritti ad una ricorrenza speciale in serate “dedicate” e, quasi per niente, nella musica leggera, mondo musicale fatto di ripicche, invidie, plagi, dove questo accadde solo “a babbo morto” per ricordare chi non c’è più. Non è quindi una sorpresa leggere il titolo di questo stupendo lavoro, A Love Sonnet for Billie Holiday confezionato alla perfezione da tre prestigiosissimo nomi del jazz contemporaneo, ovvero Wadada Leo Smith, Jack DeJohnnette e Vijay Iyer, uscito lo scorso novembre.

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hackedepicciotto – The Silver Threshold (Mute Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Forse non tutti si ricordano di Alexander von Borsig, meglio conosciuto con lo pseudonimo di Alexander Hacke. Certo, ora si è un po’ imbolsito e, forse con l’età, si è anche un po’ addolcito. Ha smesso di “far crollare edifici”, è diventato sofisticato col tempo che passa e in più ha sposato anche una raffinata musicista americana e questo ha avuto un certo peso. Ha cominciato ad esplorare ambienti, a riflettere sul liminare, a camminare sull’acqua, a cavalcare il tempo. Però, date retta a me, l’impronta del suono industrial-berlinese anni Ottanta è rimasta presente (anche se Berlino è sempre stata la meno industriale tra le città tedesche, ma questo poco importa). I lettori più attenti (o i più masochisti), avranno già capito che stiamo parlando di uno degli esponenti di spicco del più sconvolgente gruppo di “industrial music” che mai si è presentato sulla scena europea (ed anche mondiale), ovvero gli Einstürzende Neubauten. Certo la presenza al suo fianco in questo disco, nei precedenti e anche nella vita, di Danielle De Picciotto, perfomer americana di origine italiana che vive a Berlino, lo hanno, se non proprio “ammorbidito”, almeno intellettualizzato. Naturalmente tutto è relativo, perché anche in questo magnifico The Silver Threshold (ovvero la soglia d’argento), le chiavi di lettura sono il paesaggio e il passaggio sonoro attraverso l’inquieto e l’inquietudine, soglie da superare che dischiudono nuovi ambienti.

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È stata la mano di Dio – di Paolo Sorrentino (Italia, 2021)

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Non credo sia un caso che due dei più grandi registi italiani viventi, Mario Martone e Paolo Sorrentino, siano nati a Napoli (per la cronaca il terzo, Nanni Moretti, è nato a Roma). Aggiungiamoci che anche uno dei più grandi attori italiani, Toni Servillo, è nato a Napoli e potremmo cominciare ad avere un numero di dati che possono non essere del tutto casuali. Napoli è una città che esprime talenti ed è una città molto cinematografica messa in pericolo da due rischi: la tendenza alla retorica e quella al folklore. È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino, non è un film su Napoli, non è un film su Maradona e forse non è nemmeno solo un film su Paolo Sorrentino, è piuttosto un film sulla dialettica, se posso mutuare un termine hegeliano, e in particolare sulla dialettica della vita dove gioia e dolore (tesi e antitesi), dànno luogo alla consapevolezza (sintesi). E dove, meglio che a Napoli, questi accadimenti possono trovare picchi emozionali estremi nel bene e nel male? Città capace di grandi emozioni, di grandi entusiasmi, di grandi disincanti, di grandi tragedie e di grandi commedie.

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