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Mario Grella

Nanda Vigo Incontri ravvicinati. Arte, Architettura, Design @ Fondazione Sozzani, Milano

A R T E – M O S T R E


Articolo di Mario Grella

La Fondazione Sozzani di Milano, presenta fino al prossimo primo novembre, una singolarissima mostra sull’opera di un’altrettanto singolarissima artista, Nanda Vigo, dal titolo Incontri ravvicinati. Arte, architettura design. Nanda Vigo, compagna di Piero Manzoni, è una figura molto particolare e molto “milanese” come, detto per inciso, è molto “milanese” la Fondazione Sozzani, che sa proporre con garbo e sapienza uno sguardo acuto sul mondo della moda, del design e della fotografia, soprattutto, campi artistici in cui Milano “la sa lunga” e dimostra di essere sempre all’altezza di una platea internazionale. Al mezzanino dello scrigno di Corso Como Dieci, ecco ricostruito l’Ambiente Cronotopico del 1968, piccolo ambiente “immersivo”. Si tratta di una struttura metallica dove sono inserite lastre di vetro industriale trasparente attraversate dalla luce. Non per nulla la prima sezione della piccola ma preziosa esposizione presenta Nanda Vigo come “maestra della luce”. “La luce va seguita senza opporvi resistenza” dice in quegli anni Nanda Vigo, anni in cui è intensa la sua collaborazione con Lucio Fontana che di luce effettivamente qualcosa sapeva…

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Nala Sinephro – Space 1.8 (Warp Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Iniziamo con una confessione: ho sempre avuto un debole per i dischi (sì, insomma, una volta si chiamavano dischi, ed io continuo a chiamarli così), che al posto dei titoli contengono numeri o serie. Parte quindi con un piccolo vantaggio Space 1.8 dell’arpista Nala Sinephro. Ma appena fatta partire la prima traccia che si intitola Space 1, il vantaggio semantico-linguistico dei titoli, è davvero irrilevante di fronte alla straordinaria notazione musicale che ci risucchia (o ci fa sprofondare), in un mondo “altro”, fatto di risonanze profonde, create dall’arpa di Nala e dal circostante mondo vagamente elettronico-oriental-equatoriale, fatto di suoni da foresta pluviale; ricordiamo che Nala Sinephro è originaria della Martinica, ed è una cittadina belga che vive a Londra.

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NU Arts and Community @ Novara – dal 23 al 26.09.21

A P P U N T I  D A  N O V A R A J A Z Z


Articolo di Mario Grella

Dopo un’edizione 2020 che ha registrato successo e partecipazione di pubblico, Novara ha accolto con entusiasmo il secondo NU ARTS AND COMMUNITY festival. Nato da un progetto del Comune di Novara, è stato realizzato dall’Associazione Rest-Art in collaborazione con la Fondazione Piemonte dal Vivo e le associazioni cittadine, con la direzione artistica di Ricciarda Belgiojoso. La manifestazione si è svolta in luoghi simbolici della città snodandosi tra teatro, danza, letteratura, arti visive e musica. Qui trovate un racconto di (quasi) tutto quanto è accaduto.

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Piranha – Piranha (Habitable Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Lo scorso dieci settembre è uscito Piranha per l’etichetta Habitable Records, un progetto nato nel 2017 con Federico Calcagno ai clarinetti, Filippo Rinaldo al pianoforte e Stefano Grasso alla batteria e vibrafono. Piranha è un esperimento di polistrumentismo e, come ormai è quasi consuetudine nel jazz, un esercizio di ibridazione. È cosa nota che i confini tra generi musicali vadano stretti sia ai jazzisti che ai musicisti di tutti i generi musicali, anzi potremmo ormai considerarli “ex-generi”. Persino nella musica classica, negli ultimi anni, abbiamo assistito a contaminazioni, sconfinamenti, intrusioni. E se volete il mio parere, non sempre con risultati fausti; sembra però che questo ormai non si possa più dire, pena essere tacciati di conservatorismo. Il jazz è però un ambito diverso, dove la sperimentazione è sempre stata di casa e dove l’improvvisazione e lo sconfinamento sono l’essenza stessa di quella musica, almeno del jazz venuto dopo il cosiddetto “free jazz”. Questo ben amalgamato trio è particolarmente a suo agio nell’ibridare le composizioni, ma senza confondere le idee all’ascoltatore riuscendo a confezionare un prodotto musicale originale, senza strafare e dove la contaminazione non raggiunge mai quei “punti di non ritorno” che spesso rendono la materia sonora di non facile digeribilità.

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Dominique Pifarély – Suite: Anabasis (Jazzdor Series, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Chissà perché l’anabasi, ovvero il risalire dalla costa verso l’interno di un territorio, ci sembra sempre qualcosa di più innaturale dell’azione contraria, ovvero l’andare da un territorio interno verso la costa e il mare (catabasi). Forse perché consideriamo il viaggio verso il mare, come un viaggio verso la libertà. Ma a Dominique Pifarély le cose facili non sembrano piacere, tanto che in questo disco dal titolo Suite: anabasis, sceglie una via stretta, tortuosa e difficile per arrivare alla poesia. Un po’ come la parola “contrappuntistica” di Paul Celan, altro spirito-guida di questo raffinato e non facilissimo album edito dalla etichetta Jazzdor Series. A cimentarsi con lui, nella risalita anabasica, ci sono Valentin Ceccaldi al violoncello, Sylvaine Hélary ai flauti, Matthieu Metzger al sax soprano e contralto, François Corneloup al baritono, Antonin Rayon al pianoforte e all’elettronica, François Merville alla batteria, Bruno Ducret al violoncello, oltre che Dominique Pifarély al violino.

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L’Effet Vapeur – Ring (Arfi, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Cos’è il destino? Una prospettiva? Una concatenazione di eventi a cui solo successivamente si può attribuire un senso? Un groviglio di fatti? È un tema sul quale ho spesso riflettuto senza mai trovare nella filosofia o nella letteratura, una risposta, non dico esaustiva, ma nemmeno lontanamente soddisfacente. Ho scoperto poi che la cercavo in ambiti, per così dire “sbagliati”. Mi sono invece imbattuto, non del tutto casualmente, in una risposta molto più stimolante quando ho incominciato ad ascoltare Les douze cordes du destin, pezzo di apertura dell’eclettica formazione L’effet Vapeur, dal loro ultimo lavoro intitolato Ring. E così mi si è rivelato cos’è il destino: un insieme di armonie e disarmonie, stridore e ritmo, alti e bassi, un movimento disomogeneo come il corso delle nostre vite, che magari vorremmo diverse, ma che in fondo, ascoltando con attenzione (sia le vite che il pezzo), possono rivelarci tante sfaccettature e tanti momenti diversi.

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Damien Hirst – Cerisiers en Fleurs @ Fondation Cartier, Parigi

A R T E – M O S T R E


Articolo di Mario Grella

Avevo prenotato la mostra prima di partire per Parigi, ma senza troppa convinzione. Trattandosi di Damien Hirst e conoscendo la sua produzione artistica, mi chiedevo quale bizzarria avesse architettato per far parlare ancora di sé. Dopo essere diventato gallerista (ricordiamo che è di sua proprietà la Newport Street Gallery di Londra), ed aver esposto la produzione più recente del suo amico Jeff Koons, pensavo che fossero venute meno molte frecce alla sua faretra. E invece appena ho visto spuntare, sul Boulevard Raspail il gigantesco manifesto della mostra ospitata nella Fondation Cartier pour l’Art Contemporaine, ho intuito che quel diavolo di Damien, l’avesse davvero combinata grossa. E la rivelazione si manifesta appena entrati nella grande sala espositiva del piano terra dalle pareti di cristallo che lasciano intravedere la “nature sauvage” del giardino della Fondation.

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Alessandro Carrera – La voce di Bob Dylan (Feltrinelli, 2021)

L E T T U R E


Recensione di Mario Grella

Sintetizzare o commentare un libro ciclopico è un esercizio vano, poiché un post altrettanto ciclopico non servirebbe a nulla e certo non potrebbe sostituire la lettura di questo tomo fondamentale per la comprensione di un monumento vivente della storia della musica quale è Bob Dylan. E allora, cercando di essere parchi e misurati, vi dirò che, se non leggerete questo libro, difficilmente potrete avere la misura esatta della complessità del menestrello di Duluth. Del resto il suo autore, Alessandro Carrera non è nuovo a simili imprese: vale la pena ricordare le traduzioni di tutti i testi di Bob Dylan in più volumi, editi qualche anno fa sempre per Feltrinelli. Bastava leggere quei volumi di testi, ma soprattutto le note (che occupano ben più dei testi stessi delle canzoni), per rendersi conto che ogni parola scritta da Mr. Zimmerman è una piccola monade, in un universo di riferimenti di estrema complessità. Questo libro non fa che confermare quei riferimenti con l’aggiunta che si tratta di una magnifica narrazione, che oltre coinvolgere la poesia dylaniana, racconta fatti, relazioni, aneddoti e riporta interviste, dichiarazioni e discorsi che Carrera ha “confezionato” con ineguagliabile rigore, precisione e logica.

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Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp – We’re OK. But We’re Lost Anyway (Bongo Joe Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Sembra ormai che sfuggire alla definizione classica di jazz, sia diventata la preoccupazione principale di ogni jazzista o gruppo che si rispetti. Il problema semmai sta nel fatto che, se tutti cercano si chiamarsi fuori, il concetto stesso di jazz sembra non avere più ragione d’essere e così ci troveremmo in presenza di un contenitore, usiamo la metafora del vaso, per fare un esempio, vuoto. I fiori che conteneva hanno deciso di non essere più fiori, l’acqua è evaporata e il vaso è rimasto lì come un significato senza significante. Ma la storia è più complicata poiché finora non è stato coniato un termine onnicomprensivo che racchiuda in sé generi musicali che confinano sempre più con qualcos’altro, ma che sono difficili da definire. Insomma il vaso-jazz è l’unico contenitore che permetta a tanti fiori diversi tra loro di trovare un luogo adatto per essere accolti. Tutto questo bel “pippone” per introdurre un disco di un gruppo a cui, come tantissimi altri, la definizione di jazz va stretta, ma che è anche l’unica possibile. Sto parlando della formazione svizzera denominata Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp (OTPMD), e del loro ultimo lavoro che si intitola We’re Ok. But We’re Lost Anyway.

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