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Mario Grella

Damon Locks Black Monument Ensemble – Now (International Anthem, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

“Il tempo è solo la differenza tra il conoscere ora e non conoscere. Perché se conosci tutto ora, significa che è trascorso presente e futuro”. È con questa citazione “sessantottina” di Mattie Humphries, che Damon Locks, “sound and visual artist from Chicago Illinois” apre il comunicato stampa che accompagna questo interessantissimo lavoro intitolato Now e realizzato con il collettivo BME, acronimo di Black Monument Ensemble. Disco di difficile narrazione (e questo è un male) e assolutamente non etichettabile (e questo è un bene). Se c’è qualcosa di facilmente riconoscibile in questo lavoro musicale è certamente il suo “brodo di coltura”, che altro non poteva essere che la scena jazz-sperimental-transgressive di Chicago. Artista poliedrico, più che musicista puro, Damon Locks propone un lavoro denso di emozioni, pulsioni, concetti a cominciare proprio dalle parole (suoi i testi), dal loro significato e dal loro suono, spina dorsale di tutto il disco, magistralmente fuse e con/fuse, in un flusso sonoro dalle mille suggestioni che vanno dal jazz di ricerca, all’underground, al punk. Cosa ci raccontano le parole? Le dominanti tematiche del disco sono certamente le proteste e le rivendicazioni, suscitate dagli ultimi episodi di violenza poliziesca nei confronti dei cittadini afro-americani, che molto spesso si sono configurate come violenze di stampo razziale. Questa è la materia concettuale del disco, coniugata e declinata attraverso una vena musicale di altissimo livello, che fa del “collage sonoro” e del linguaggio di molte avanguardie, lo strumento di trasformazione poetica e musicale di una materia tanto scottante.

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Bloop – Proof (Lumo Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

“Non posso ascoltare musica troppo spesso…” Secondo quanto affermato da Don Campbell, queste parole le pronunciò Lenin e il perché ve lo svelerò alla fine. Nemmeno io posso ascoltare musica troppo spesso nonostante le forti sollecitazioni di James Cook, deus ex-machina di questa bellissima rivista on line alla quale mi onoro di collaborare e cerco quindi di prendere la musica a piccole dosi, o almeno a dosi moderate. Lo faccio perché temo molto l’effetto assuefazione; mi piace ascoltare la musica con attenzione e con concentrazione, senza dedicarmi ad altro. Magari al buio e con le cuffie sulle orecchie per consentire quell’effetto-straniamento che è fondamentale per un buon ascolto. Tutta questa introduzione, per giustificare il fatto che metto mano solo ora al commento sul secondo lavoro di Lina Allemano (Bloop) Proof, edito anch’esso da Lumo Records e uscito qualche giorno fa, insieme al già commentato Vegetables. “Bloop Proof” in lingua inglese significa a prova di sbavatura ed è così, senza sbavature che si presenta questo straordinario, lungo, ininterrotto dialogo-confronto tra la tromba di Lina Allemano e i lunari (ma anche terreni), effetti elettronici di Mike Smith.

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Lina Allemano Four – Vegetables (Lumo Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Suonare la tromba è, nell’immaginario popolare, sempre un segno di allegrezza. Sono allegre le trombe delle bande civiche e di quelle militari, era allegra la tromba delle orchestrine circensi… Perché non dovrebbe essere allegra una tromba jazz e anche free jazz? Certo occorre fare i conti con trombe nobili, come quelle di Louis “Satchmo” Armstrong, di Dizzy Gillespie o di Sua Maestà Miles Davis, ma fatti anche questi conti, la tromba resta uno strumento che crea allegria, pur sapendo suscitare anche malinconie cosmiche, urbane o metafisiche. La tromba di Lina Allemano non fa eccezione e il suo nuovo lavoro intitolato Vegetables, edito dall’etichetta Lumo Records la cui uscita è prevista per il prossimo 11 aprile, non è che la lampante dimostrazione che con la tromba ci si possa divertire molto.

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Big Monitors – Knots And Notes (Auand Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Potremmo definire Knots and Notes un esperimento, ma in fondo tutti i lavori musicali ed artistici, in senso lato, sono degli esperimenti, il cui esito positivo o negativo sarà disvelato, non solo e non tanto per il successo che il disco o il concerto avrà presso il pubblico, quanto per il tempo in cui sarà ricordato. Giancarlo Tossani, pianista, compositore e, se possiamo dirlo, sperimentatore sociologico-musicale con Auand Records, etichetta discografica che dell’esplorazione alla ricerca di nuovi talenti ha fatto la sua stessa ragione d’essere, hanno provato a riunire cinque musicisti di generazioni diverse attorno ad un nome importante del jazz, ovvero quello del grande contrabbassista free William Parker. Così Gabriele Mitelli (tromba, filicorno contralto, synth), Tobia “Bobby” Bondesan (sax alto), Michele Bondesan (contrabbasso), Andrea Grillini (batteria), Amanda Noelia Roberts (alla voce in due pezzi), si sono cimentati in questo “esperimento di laboratorio”.

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Igort – Quaderni Ucraini (Oblomov edizioni, 2021)

L E T T U R E


Recensione di Mario Grella

Ci sono nel mondo migliaia di conflitti grandi e piccoli dei quali non siamo a conoscenza o, comunque, che non destano in noi un particolare interesse. Scriveva qualcuno che le tragedie ci interessano solo se sono attuali e a casa nostra o vicine ad essa. L’Ucraina non è un paese vicino all’Italia, ma per molti aspetti è un paese molto legato all’Italia che vive un rapporto assai difficile con la confinante Russia. Le radici di questo antico conflitto sono analizzate, raccontate e illustrate con grandissima efficacia e suggestione dalla graphic novel Quaderni Ucraini di Igort, edito da Oblomov Edizioni. Come è facile immaginare, all’origine del peccato originale, c’è sempre l’imperatore del male Stalin.
Il racconto si dipana attraverso le storie di diversi personaggi incontrati dall’autore, a cominciare da Andrey, figlio di Misha un ufficiale dell’aviazione sovietica incontrato da Igort nell’estate del 2008, in un luogo da incubo come Dnepropetrovsk, città-arsenale dell’ex impero sovietico che qualcuno chiama a ragione “Rocket City”.

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Fire! – Defeat (Rune Grammofon, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Si intitola Defeat l’ultima fatica discografica dei Fire!, ovvero Mats Gustafsson (al flauto, sax baritono, elettronica), Johan Berthling (basso elettrico), Andreas Werliin (batteria) e con la collaborazione di Goran Kajfes (tromba), Mats Aleklint (trombone e corno), che porta il trio ad assomigliare ad una piccola orchestra. Ma prima che dal titolo dell’album pubblicato dall’etichetta Rune Grammofon, partiamo dal nome del gruppo che non sembra lasciare adito a dubbi, però ad interpretazioni certamente sì. Di quale fuoco si tratta? Non certo di un fuoco da arma, difficile pensare al fuoco di un incendio, e nemmeno a un fuoco sacro. Il fuoco di Mats Gustafsson è certamente il fuoco di Efesto, il fuoco della fucina nel ventre di un vulcano (l’Etna secondo la mitologia greca), dove lavorava coi suoi aiutanti, i Ciclopi. Ecco, se mi fosse concessa una metafora mitologica, mi servirei di questa per ambientare il bellissimo disco, dove il flauto di Mats Gustafsson è certamente paragonabile al martello di Efesto che batte una materia metallurgica e aurea per forgiarne oggetti sonori simili a gioielli. Sono oggetti che non si vedono e che sono difficili da descrivere poiché attengono a due categorie: l’udibile e il metafisico.

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Johnny Lapio & Arcote Project – Antroposophie (DDE Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Devo ammettere di non avere grande passione per la teosofia e per l’antroposofia sua derivata e questo potrebbe sembrare ininfluente quando si deve scrivere qualcosa su un lavoro musicale che potremmo etichettare come “jazz” (sempre che abbia ancora un senso etichettare generi musicali, cose o persone). Invece l’antroposofia in questo caso c’entra poiché Antroposophie è il titolo dell’ultimo, magnifico lavoro di Johnny Lapio, appena uscito per l’etichetta inglese DDE Records. Nella fattispecie l’elaborazione musicale di Lapio prende spunto proprio dall’opera di un grande studioso di teosofia (e teosofo lui stesso), ovvero Rudolph Steiner, autore di una delle tante teorie degli elementi. Ma non è di teosofia che devo scrivere, ma di musica, poiché teosofia o non teosofia, la musica di Johnny Lapio e del suo Arcote Project, collettivo musicale torinese fondato nel 2009, è molto di più che una teoria antroposofica, è emozione palpabile, ricerca raffinata, eccellente materia sonora.

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Enzo Favata – The Crossing (Niafunken, 2021)

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Recensione di Mario Grella

Non poteva che intitolarsi così, The Crossing appunto, l’ultimo intenso e denso lavoro di Enzo Favata e del suo gruppo che ha scelto di chiamarsi con lo stesso nome, e non credo per mancanza di fantasia, ma per affinità concettuale con il disco stesso. Si tratta di Pasquale Mirra al vibrafono, marimba midi e Fender Rhodes, Rosa Brunello al Fender Bass, Marco Frattini, batteria e percussioni ed Enzo Favata al sax, theremin, samples e arrangiamenti.
Un altro “caso non fortuito” è che il brano di apertura si intitoli Roots (radici), nell’album che si intitola “Incroci” (Crossing). Qualche volta i titoli sono anche qualcosa di più che didascalie, sono mappe concettuali e questo ne è certamente un caso. Di quali radici parliamo? Di quelle jazz- rock, visto che Roots è un brano di Ian Carr’s Nucleus, grande interprete del genere, o di quelle elettroniche, l’altra componente fondamentale del lavoro? Potremmo rispondere alla fine, dopo aver ascoltato le sei tracce musicali tutte d’un fiato e che sembrano finire in un battibaleno, tanto il disco è ben costruito e intensamente popolato di suggestioni musicali.

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Marco Colonna – Offering. Playing The Music Of John Coltrane (Niafunken/Setola di Maiale, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Vorrei incominciare questo commento al suggestivo lavoro di Marco Colonna, dal titolo Offering. Playing the Music of John Coltrane uscito per Niafunken, con una considerazione molto personale. Ho sempre amato soffermarmi nelle chiese, nella basiliche, nelle cattedrali, ma anche nelle pievi o nelle chiesette di campagna, al di là della mia fede personale, anche per poterne gustare i silenzi. Ognuna ha un suo silenzio particolare, come sapevano John Cage e tantissimi altri grandi compositori e musicisti, anche i silenzi “suonano”. Un tempo nelle chiese si poteva ascoltare praticamente un solo ed unico strumento, l’organo insieme a canti liturgici e gregoriani. Qualcuno poi però ha cominciato ad usare le chiese per i concerti, riconoscendone un luogo anche di “spiritualità” in senso lato e non solo in senso strettamente religioso. Sono comparsi i violini, qualche flauto, persino tromba, trombone e saxofono. Non posso anche qui fare a meno di citare, i tanti concerti della rassegna NovaraJazz di Corrado Beldì e Riccardo Cigolotti che si sono tenuti (e speriamo si tengano ancora), nella grande  basilica di San Gaudenzio, sotto l’imponente e misteriosa Cupola antonelliana, luogo, come confermano i musicisti, dall’acustica eccezionale. 

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