A R T E – M O S T R E


Articolo e immagini di Mario Grella

Madeleine de Sinéty, une vie, al Jeu de Paume, è la prima retrospettiva dedicata a Madeleine de Sinéty (1934-2011), la cui opera fotografica è stata raramente esposta durante la sua vita. Alcuni lavori in b/n della fotografa francese furono oggetto di una mostra alla Bibliothèque Nationale de France nel 1996 e successivamente in un’altra negli Stati Uniti. Madeleine si può ben definire una poetessa del quotidiano, sia che si tratti della vita del suo quartiere d’infanzia quello intorno alla Gare de Montparnasse, o sia delle strade di New York o di un villaggio della Bretagna. Forse questa artista è qualcuno di più e di diverso da una semplice fotografa. Arriva alla fotografia relativamente tardi, dopo la sua formazione alle Arts Décoratifs e un’esperienza come disegnatrice di moda. Dagli anni Sessanta comincia a fotografare il mondo che la circonda, senza inserirsi veramente nei circuiti professionali tradizionali.

La mostra del “Jeu de Paume” a lei dedicata, curata da Jérôme Sother e Quentin Bajac, mette in luce una grande fotografa rimasta purtroppo a lungo ai margini della storia della fotografia. Il suo interesse per la vita quotidiana, per gli “invisibili”, per i contadini, per gli operai, per le famiglie povere, per le donne o per i ferrovieri, per i lavoratori, o gli abitanti di piccoli paesi, come quello di Poilley in Bretagna, dove nei suoi lunghi soggiorni l’artista vive a contatto con la popolazione fotografando feste, lavoro, bambini, case, rituali e gesti quotidiani. Naturalmente la mostra del Jeu de Paume non trascura anche altri grandi luoghi cittadini, che sono oggetto dell’interesse della fotografa parigina, a partire proprio dal quartiere dove è vissuta, il vecchio quartiere di Montparnasse che a partire dalla fine degli anni Settanta è stato oggetto di grandi trasformazioni, ruotate attorno alla Tour Montparnasse, per anni il più alto grattacielo d’Europa, la cui costruzione ha però disintegrato la vita dei suoi abitanti.

Qui Madeleine de Sinéty iniziò le sue prime esplorazioni fotografiche, lungo Boulevard Edgar-Quinet nel XIV arrondissement dove viveva, a due passi dal colossale cantiere della nuova stazione ferroviaria e dalla Tour. La zona, prima vibrante per un tessuto urbano fatto di studi di artisti, piccoli caffè e vecchi edifici, stava per essere sacrificata alla promessa della modernità, diventando poi un complesso urbano di cemento e vetro. Anche lavorando per le più mondane rivista di moda, nel suo diario (esposto in numerosi quaderni nella mostra) l’artista riassunse la sua avversione per la Torre, definendola un “punto di osservazione da incubo”. Fu proprio sotto il titolo Paris démoli che riunì queste immagini della città, dove le strade portavano ancora i segni della classe operaia, dei caffè dei lavoratori, dei bambini che giocavano, e di cui desiderava preservare la memoria; nei suoi vagabondaggi fotografici, colleziona anche riproduzioni di manifesti di gruppi di residenti, riguardanti iniziative di protesta e di lotta.

Ancora fortemente legata alla realtà urbana è la sezione New York, città dalla quale arriva il suo compagno di vita Daniel Behrman e NYC negli anni Settanta è una città stretta nella morsa della crisi economica e con un tasso altissimo di criminalità. Metropoli dai grandi contrasti, dove proprio nel 1973 si inaugurò il World Trade Center che rimodellò lo skyline di Lower Manhattan, Madeleine de Sinéty passeggiava al mattino presto, attratta in particolare dalla vivace attività del Meatpacking District. Sembra uno strano destino quello che unisce le due grandi città, Parigi e New York, poiché nella capitale francese anche il gigantesco mercato delle Halles, “ventre di Parigi” sta per essere demolito, e la de Sinety fotografa con particolare sensibilità le carcasse degli animali e la lavorazione delle carni, ma anche tutto il cibo in generale, come il carretto di un venditore carico di frutta, illuminato da una luce teatrale.

Forse la Bretagna contadina, meta di tanti soggiorni (a partire dal 1971 soprattutto nel villaggio di Lanloup), ha lasciato in lei e nella sua creatività un segno indelebile, dedicando grande attenzione ai contadini che diventeranno agricoltori e in generale all’agricoltura che sta diventando un’ industria: quel suo vecchio mondo e il suo afflato primitivo e poetico, avranno una influenza capitale sul suo modo di fare fotografia, basti pensare che nel suo archivio, vi sono più di trentamila diapositive e ventimila fotografie presenti e dedicate, in parte, alle operazioni e al “rito” della macellazione del maiale di quelle campagne. Dopo aver vissuto in seguito in California per cinque anni, Madeleine si stabilì, nel 1985, con la sua famiglia a Rangeley, nel Maine. Qui, in questo piccolo paese, la fotografa si inserì appieno nella comunità divenendone, in un certo senso, la fotografa ufficiale: una comunità rurale, anche qui, in un territorio caratterizzato da grandi foreste, laghi e rigidissimi inverni. Inutile cercare nella sua opera lo scatto eccezionale o la folgorazione di un momento, il suo corpus fotografico è molto più simile ai materiali documentali e di ricerca di una antropologa e proprio anche in questo che sta il valore di questa grande mostra parigina.

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