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Finale a sorpresa – di Mariano Cohn e Gastón Duprat (Spagna, 2021)

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Finale a sorpresa di Mariano Cohn e Gastón Duprat è un metafilm, un film su di un film. A Lola Cuevas, regista eccentrica interpretata da Penelope Cruz, viene affidata la regia di un film che un miliardario, un po’ megalomane, decide di produrre per essere ricordato dai posteri. La regista scrittura allora due grandi attori, Felix Rivero (interpretato da Antonio Banderas), cliché dell’attore frivolo, con una autostima traboccante e Ivan Torres (interpretato da Oscar Martinez), prototipo dell’attore “impegnato” che considera la professione un po’ come una missione. Prima dell’inizio delle riprese, la regista sottopone i due attori ad una serie di prove di lettura del copione, di recitazione, caratteriali ed anche psicologiche, dalle quali emerge subito un evidente spirito di competizione tra i due, competizione che si trasforma in un finale comico-drammatico, dopo la morte quasi accidentale di Ivan Torres.

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Parigi, 13arr. – di Jacques Audiard (Francia, 2021)

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Raccontare cinematograficamente una città, utilizzando il bianco e nero, è spesso necessario, soprattutto quando la vicenda raccontata è cruda come la realtà urbana e poetica come una storia d’amore. Pare che Jacques Audiard sia rimasto favorevolmente impressionato dal cristallino bianco e nero di Roma di Alfonso Cuaron, dove, guarda caso, anche lì il film era ambientato in un quartiere di una grande città. Ma il rapporto del b/n con il cinema anche in epoca del colore, non è comunque una novità, basti pensare a Manhattan di Woody Allen del 1979 o a Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders del 1987, tanto per fare due nomi da storia del cinema. Ed è la città ad essere raccontata in Les Olympiades (titolo originale), nome con cui è conosciuta una parte del 13° arrondissement parigino, ma che il distributore italiano ha voluto, chissà poi perché, chiamare con il numero dell’intero distretto parigino. Il tredicesimo, non è proprio banlieu, diciamo che è una periferia parigina dignitosamente squallida, ma dello squallore urbano comune nelle grandi aree metropolitane e piuttosto lontana dalla banlieu violenta e truce, vista in La Haine di Kassovitz del 1995.

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Damien Hirst – Cerisiers en Fleurs @ Fondation Cartier, Parigi

A R T E – M O S T R E


Articolo di Mario Grella

Avevo prenotato la mostra prima di partire per Parigi, ma senza troppa convinzione. Trattandosi di Damien Hirst e conoscendo la sua produzione artistica, mi chiedevo quale bizzarria avesse architettato per far parlare ancora di sé. Dopo essere diventato gallerista (ricordiamo che è di sua proprietà la Newport Street Gallery di Londra), ed aver esposto la produzione più recente del suo amico Jeff Koons, pensavo che fossero venute meno molte frecce alla sua faretra. E invece appena ho visto spuntare, sul Boulevard Raspail il gigantesco manifesto della mostra ospitata nella Fondation Cartier pour l’Art Contemporaine, ho intuito che quel diavolo di Damien, l’avesse davvero combinata grossa. E la rivelazione si manifesta appena entrati nella grande sala espositiva del piano terra dalle pareti di cristallo che lasciano intravedere la “nature sauvage” del giardino della Fondation.

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Nous les arbres – Fondation Cartier, Parigi

A R T E – M O S T R E


Articolo di Mario Grella

È da qualche tempo la Fondation Cartier, verrebbe da dire “anche” la Fondation Cartier, ha orientato le sue scelte verso le grandi tematiche ambientali, termine che va interpretato in senso lato, poiché in esso oltre all’ecologia, alla deforestazione, alla destrutturazione del mondo animale e vegetale, vanno comprese anche le grandi migrazioni umane, spesso dettate proprio dalla distruzione degli ambienti naturali e dallo sfruttamento delle risorse.
Nous les Arbres, titolo della grandiosa esposizione della Fondation, sembra lasciare pochi dubbi. 

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Sally Mann – A Thousand Crossings @ Jeu de Paume, Parigi

A R T E – M O S T R E


Articolo di Mario Grella

“…Ho una sensibilità da XIX secolo…”
È lei stessa ad affermarlo in un video a corredo della magnifica mostra del Jeu de Paume di Parigi aperta fino al 22 settembre prossimo. Sally Mann non è la solita brava fotografa, forse non è nemmeno una fotografa, Sally è una poetessa della fotografia, come potevano esserlo stati André Kertész, Alfred Stieglitz o Joseph Sudek. Le sue sono fotografie fortemente elegiache ed esplorano temi fondamentali dell’esistenza: la memoria, la morte, i legami famigliari, l’indifferenza sovrana della natura. I suoi luoghi d’elezione sono pochi migliaia di ettari di territorio nel sud-est degli Stati Uniti, dove è nata nel 1951, una terra alla quale è profondamente legata e nella quale attraverso le sue eccezionali fotografie, riesce a cristallizzarla come fosse un intero universo senziente.

Sally Mann

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