A R T E – M O S T R E


Articolo di Mario Grella

Dallo scorso mese di ottobre, Parigi ha l’ennesima meraviglia. Questa non sarebbe nemmeno una gran notizia, poiché le novità a Parigi sono all’ordine del giorno, soprattutto quando si parla di cultura e di arte nella fattispecie. La prestigiosa Fondation Cartier pour l’Art Contemporain ha inaugurato la sua nuova sede, proprio accanto al Louvre, nei giganteschi spazi che accolsero i primi grandi magazzini di Parigi nel XIX secolo (edificio che ospitò in seguito una sorta di centro commerciale dell’antiquariato), ridisegnati da Jean Nouvel che già concepì gli spazi della vecchia sede del Boulevard Raspail. Ma veniamo all’attuale mostra Exposition Générale nel cui catalogo, il direttore generale della Fondazione, Chris Dercon, ricorda che la Cartier opera dal 1984 muovendosi in ambiti che via via si sono ridefiniti nel tempo e il cui titolo, anche nel carattere tipografico, richiama la vecchia funzione dell’edificio quale sede dei Grands Magasins du Louvre.

La mostra raccoglie opere che fanno tutte riferimento diretto all’antropocene, alla terra, ai suoi abitanti, all’ambiente in forte sofferenza, alle migrazioni e ai movimenti dei popoli dovuti a guerre, disastri ecologici ed ambientali. Insomma la curatrice, Grazia Quaroni, ha optato per la politicamente correttissima scelta di far parlare le situazioni marginali del mondo, quelle che, in fondo, hanno ispirato molta parte della cosiddetta cultura woke che oggi sembra invisa a plutocrati, aspiranti dittatori, nazionalisti da quattro soldi. Il mondo respira insieme, sembra suggerire Exposition Générale e, mi piace ricordare ancora il fatto che la Fondation opera in stretta collaborazione con Triennale Milano di Stefano Boeri, che dell’ambiente, della sua difesa e delle popolazioni marginalizzate, ha fatto una linea di indirizzo come dimostrano le ultime esposizioni internazionali.

Ma veniamo a ciò che contiene questa straordinaria mostra parigina, dove ad accogliere il visitatore è Bodys Isek Kingelez, artista di Kinshasa con una serie di “sovra-modelli” o “architetture estreme”. Realizzato con materiali riciclati, questo prototipo brulicante di città, reinventa la capitale della Repubblica Democratica del Congo, integrandola con costruzioni immaginarie di cui la città non è dotata, ovvero stadio, scuola, università, chiesa, ospedale, stazione che l’artista considera necessarie per la qualità della vita, insomma una specie di libro dei sogni ma con un forte accento di denuncia.

Giusto accanto ecco OMG il muro-oggetto di Alessandro Mendini destinato ad accogliere i quadri di Peter Halley. Appena superata la hall di ingresso, si disvela un universo artistico di grande varietà e qui sarà possibile citare solo una minima parte di tutto ciò che è esposto in questo enorme edificio. Molto interessanti le figure del paraguaiano Alex Cerveny, quasi degli ex voto in un composito dipinto con riferimenti mitologici, biblici e storici di mondi fantastici con forti accenti di cultura popolare. Nel suo dittico, è rappresentata la farmacopea tradizionale delle culture indigene fatta di piante, semi e frutti dalle proprietà terapeutiche che fioriscono dalle due sagome di uomini nudi che sembrano diventare essi stessi piante. Le straordinarie fotografie di Lothar Baumgarten dagli anni Settanta sono una spietata critica nei confronti della storia coloniale. L’artista dal 1978 al 1980, ha trascorso lunghi periodi in compagnia del popolo Yanomami nell’alto delta dell’Orinoco in Venezuela, soggiorni in cui ha effettuato serie fotografiche, registrazioni, filmati, ed altro. Nello specifico questa serie documenta un gruppo che attraversa un fiume dopo una spedizione di caccia e raccolta, detta “wayumi”. Siamo all’interno della sezione “Essere Natura” dove protagonista è la foresta, ecosistema complesso e ricco, paradigmaticamente vicino alla complessità di un ambiente urbano. Queste collezioni di opere d’arte risuonano con paesaggi e linguaggi viventi e paesaggi sonori sono presenti in tutti gli spazi dell’edificio. Il segmento riunisce, in modo unico, opere provenienti da territori diversi, che vanno dalla regione francese della Vandea alla foresta pluviale amazzonica, dal Massiccio Centrale ai territori insulari dell’Oceania.

Tra le opere più significative ed immediate quelle degli Artisti del Gran Chaco (Paraguay) le cui realizzazioni che rappresentano  la diversità delle specie vegetali e animali che popolano la foresta e le loro tradizioni ancestrali, cercano di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla minaccia ambientale di questo spazio naturale a rischio estinzione. Raymond Hains con Brise-lames de Saint-Malo del 1994 raccoglie tronchi ritrovati sulla spiaggia del Sillon presso la città bretone, come fossero reperti archeologici. L’artista brasiliana Eliane Duarte ha sviluppato una pratica multimediale che esplora il potenziale plastico dei materiali organici riutilizzando scarti di tessuto ed elementi riciclati, ritrovati spesso in mare producendo oggetti mutanti e utilizzando tecniche artigianali ridando così vita nuova ai rifiuti. Anche Véio, al secolo Cícero Alves dos Santos, recupera forme di legno che raccoglie e trasforma in figure; in Grupo de penitentes, l’artista raffigura una processione religiosa che evoca la la sofferenza dei rituali penitenziali del Sertão. La sezione “Making Things” è invece caratterizzata da una concezione più ampia della creazione contemporanea, valorizzando le ibridazioni tra le discipline, un tentativo efficace di ridefinire  i confini tra belle arti e arti applicate.

Tra gli artisti più raffinati di questa sezione vi è certamente Olga de Amaral col suo Muro en rojos, nel quale esplorando la tridimensionalità dei tessuti, ricercandone l’autonomia, liberandoli dalla loro funzione decorativa, ridefinisce il ruolo dell’arte tessile sfidando le convenzioni per mettere in evidenza la qualità scultorea, persino architettonica del tessuto. Una creazione quasi concettual-naïf, è certamente quella dell’installazione di Vincent Beaurin del 2001; si tratta di 21 calchi in gesso, a forma di vasi rovesciati, che assomigliano a  teste senza volto con un delicato colore sulla sommità porosa che tende a sfumare verso il basso, una esplorazione materica che fa risplendere superfici e colori nello spazio, attraverso altre serie per lo più astratte che lui stesso definisce costellazioni. Con gradevole sorpresa mi imbatto poi nell’opera di Alex Cerveny, un artista brasiliano visto alla Triennale di Milano qualche anno; il suo Mondo Reale: Stop, Look and Listen è un fregio che dispiega un gruppo di figure accompagnate da un elenco di nomi di artisti. Una pittura fatta anche di parole, brevi testi, che sembrano salire come fumo sopra il paesaggio, costruendo un linguaggio che trascende i limiti del tangibile e che ricorda in qualche modo le scritture illeggibili di popoli sconosciuti di Bruno Munari.

Meravigliose le creazioni della ceramista brasiliana Izabel Mendès da Cunha che dà vita alle bonecas, figure raffiguranti scene di vita quotidiana, tradizioni e credenze popolari della sua terra: si tratta di sculture che raffigurano donne ieratiche dai corpi eleganti e dai volti espressivi, raffigurate mentre allattano i figli, o anche in pose da misteriose divinità, spesso prive di braccia con abiti cerimoniali, gioielli e copricapi. Di una bellezza assoluta la serie fotografica Rural di Raymond Depardon con con scatti della vita contadina del Massiccio Centrale, scattate tra  il 1972 e il 2018, così come la reinvenzione della pittura della comunità indiana Warli del Maharashtra, da cui proviene. Come detto è molto difficile commentare tutte le opere di questa che non è la “solita” seppur enorme collezione, qui si è operata una scelta precisa, molto oculata e mirata in profondità su una ricerca che potremmo definire etno-contemporanea e ambientale che dà la possibilità al visitatore e all’appassionato di arte contemporanea di scoprire ambiti nuovissimi ed inaspettati. Voglio ancora ricordare Joseca Yanomami, appartenente alla comunità Yanomami, un popolo indigeno che vive nella regione amazzonica del Brasile: dall’inizio degli anni 2000, l’artista disegna personaggi, scene e paesaggi tratti dal mondo del suo popolo, miti e canti sciamanici, o momenti di vita quotidiana, accompagnati da titoli in ​​lingua yanomami.

Occorrerebbe citare anche tanti altri artisti come Huang Yong Ping, Marc Couturier, Guillermo Kuitca, Luiz Zerbini, Raymond Depardon, Jivya Soma Mashe, persino Mœbius con i suoi disegni di esseri tentacolari post-umani, ma come detto, sarebbe quasi impossibile. Infine, non posso però certo sorvolare su Exit una installazione artistica e didattica commissionata dalla Fondation Cartier, per la sua mostra del 2008 Native Land, Stop Eject, curata da Hervé Chandès e suggerita da Paul Virilio a Diller Scofidio e Renfro, Mark Hansen, Laura Kurgan e Ben Rubin, in collaborazione con Robert Gerard Pietrusko e Stewart Smith. Su uno schermo circolare un grafico animato mostra i movimenti migratori delle popolazioni che fuggono dai loro paesi a causa di guerre, dittature, carestie, problemi ambientali, povertà. Ogni puntino verde rappresenta dieci rifugiati, ogni puntino rosso dieci migranti interni al paese d’origine. Il risultato è un impressionante formicaio di esseri in fuga dal sud verso il nord del mondo.

La nuova meraviglia nel cuore antico di Parigi, come tutte le altre, non può che lasciare stupefatti e piacevolmente sorpresi per l’impegno profuso, in una direzione pressoché comune, ovvero quella di mostrare attenzione al pianeta, alle sue diversità, agli abitanti che l’Occidente (anche se il termine non significa pressoché più nulla), ignora o finge di ignorare. Un messaggio profondo dal cuore della capitale mondiale dell’arte contemporanea.

Photo in primo piano © Mario Grella
Photo 1,2,3,5,6,7,8,9 © Marc Domage
Photo 4,10,11,12 © Cyril Marcilhacy

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