A R T E – M O S T R E
Articolo di Mario Grella
In pieno clima di avanguardie artistiche, ovvero tra il primo decennio del Novecento e la metà degli anni Trenta, gli ateliers degli artisti sembrano diventare non strettamente necessari poiché Futurismo, Cubismo, Dadaismo e Surrealismo portano, molto spesso, l’arte a contatto con ambienti esterni, tanto che le opere vengono influenzate dal movimento, dalla velocità, dalla febbrile vita urbana, avendo poi anche rapporti diretti con la danza, con il teatro, con il cinema, con la fotografia. Del resto era già capitato, anche con l’impressionismo, che le tele fossero portate en plein air. Insomma gli ateliers, tranne alcune mirabili eccezioni come quello di Costantin Brancusi e del picassiano Bateaux-Lavoir sulla Butte di Montmartre, persero, mano mano, un po’ della loro feticistica importanza.

Questo noioso preambolo era necessario per scrivere di una minuscola, ma raffinatissima, mostra alla Fondation Giacometti di Parigi (aperta fino al prossimo mese di marzo), dal titolo Giacometti/Morandi, Moments Immobiles che prende in esame due artisti che invece dell’atelier hanno continuato a fare il loro luogo di elezione (o la loro “comfort zone” come si dice oggi), per indagare il mondo: Alberto Giacometti e Giorgio Morandi. Due artisti accomunati anche dalla scarsa propensione a viaggiare, tanto che i loro mondi, quello della consunzione della materia della figura umana e quello intimo e domestico delle bottiglie, delle tazze e dei barattoli, sono mondi nati esclusivamente in atelier, principalmente quello parigino di Giacometti e quello di Grizzana, sull’Apennino bolognese per Morandi. Benché contemporanei i due artisti non si conobbero mai, eppure entrambi si trovarono ad operare nella stessa temperie artistica e culturale intersecando i linguaggi di Cubismo, Futurismo, Surrealismo, Metafisica. Probabilmente Giacometti vide a Parigi i lavori di Giorgio Morandi, in occasione delle esposizioni sull’arte italiana del Petit Palais e poi al Jeu de Paume.

Simile lo spirito che li mosse: Giacometti a Parigi mise in opera la più febbrile attività di “consumazione” della materia concentrando il suo sguardo esclusivamente sulla figura umana, Morandi, con la sua intimità domestica, propose una pittura e un’incisione specularmente opposte all’arte di regime, trionfalistica e piena di roboante retorica. Anche il lavoro sulle modelle viventi (prima fra tutte la compagna Annette) costrinse Giacometti ad un lavoro principalmente legato al proprio atelier. Come Morandi fece per gli oggetti, Giacometti operò una copia analitica dell’essenza della modella e questa lettura restò lontana da un senso generale di lavoro “compiuto”, a vantaggio di una raffigurazione che scavò oltre l’aspetto puramente esteriore. Anche per Morandi il discorso è molto simile: interrogato da un giornalista sull’astrazione e sulla surrealtà (argomenti estremamente attuali negli anni Trenta) Morandi rispose che “per lui niente era più surreale e niente era più astratto che la realtà”. Ed è indubbiamente questo il senso ultimo della sua pittura. Insomma, se una chiave di lettura della mostra si vuol trovare, questa non può essere che l’intima adesione dei due artisti “solitari” alle grandi tematiche della pittura delle avanguardie artistiche, tematiche che portavano ad una lettura della realtà attraverso l’analisi meticolosa e la rilettura di forma, colore, movimento attraverso un modo di fare arte non meramente mimetico.
Il confronto tra i due è certamente una prospettiva stimolante per ribadire la loro appartenenza a quel periodo di grandi trasformazioni artistiche e culturali. Per chi passasse in zona Boulevard Raspail (Montparnasse) oltre a questa delizia, a pochi metri dalla Fondation Giacometti, troverebbe alla Fondation Cartier la grande bellezza della mostra di Olga de Amaral, alla quale dedicherò qualche commento nei prossimi giorni. Come si dice, per ora da Parigi è tutto…





Photo © Mario Grella (1,2,6,7), © Succession Alberto Giacometti, ADAGP Paris 2024 (3,4,5,8)





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