L I V E – R E P O R T
Articolo e immagini sonore di Riccardo Bonato (Bi.Photo)
Musica, tradizioni e comunità nel bosco del Peuterey
Per arrivare a Celtica bisogna lasciarsi alle spalle, almeno per qualche ora, l’idea tradizionale di festival. Il primo impatto non è quello con un palco, ma con una valle: il profilo delle montagne, i larici del Bosco del Peuterey, il prato attraversato da persone in kilt, abiti medievali e vestiti quotidiani. In mezzo, una grande struttura di legno destinata a diventare il centro simbolico della festa. La musica è già presente, ma non arriva da un solo punto: cammina, si sposta, compare tra le bancarelle e si perde nei sentieri.
Dal 2 al 5 luglio 2026 Celtica Valle d’Aosta ha nuovamente trasformato la Val Veny in un luogo sospeso tra concerto, rito collettivo, rievocazione e incontro. Nata nel 1997 dall’iniziativa del Clan della Grande Orsa, la manifestazione immaginava inizialmente poche centinaia di partecipanti; alla prima edizione, nonostante la pioggia, ne arrivarono più di mille. Da quel fine settimana quasi improvvisato il festival è cresciuto fino a superare, secondo l’organizzazione, le diecimila presenze per edizione, sostenuto da una comunità di volontari che continua a essere parte essenziale della sua identità.

Il bosco come palcoscenico
Il merito principale di Celtica è la capacità di usare il paesaggio senza ridurlo a semplice fondale. Il bosco non circonda la manifestazione: ne determina il ritmo. Durante il giorno si passa dal mercatino artigianale alle rievocazioni, dai laboratori ai Fianna Games, dalle lezioni di danza alle esibizioni itineranti. Le cornamuse attraversano i percorsi sterrati, le percussioni richiamano il pubblico da una radura all’altra, mentre i concerti più raccolti sfruttano la luce naturale filtrata dagli alberi.

In questa dimensione l’ascolto cambia. Un’arpa e un violino possono avere la stessa forza di un grande impianto perché il silenzio del bosco offre loro spazio; pochi minuti dopo, la massa sonora di una pipe band riempie ogni passaggio e trasforma il cammino in una parata. Celtica funziona proprio grazie a questa alternanza: contemplazione e festa, precisione musicale e spontaneità, pubblico seduto tra gli alberi e folla compatta davanti al Palco Grande.

Vincenzo Zitello e Fulvio Renzi: corde nel silenzio del bosco
Tra i momenti più raccolti di Celtica 2026, il concerto di Vincenzo Zitello e Fulvio Renzi ha mostrato quanto la musica acustica possa dialogare con il paesaggio senza forzarlo. L’arpa e il violino non hanno cercato di sovrastare il bosco: ne hanno seguito il respiro, lasciando che pause, risonanze e fruscii entrassero nell’ascolto. Il programma del festival li ha proposti anche nella Cerimonia dei Cristalli al Lago del Miage, insieme a Riccardo Taraglio, rafforzando il legame tra suono, narrazione e dimensione rituale.
Zitello è stato tra i primi protagonisti della diffusione dell’arpa celtica in Italia: compositore e polistrumentista, dal 1977 ne approfondisce il linguaggio attraverso lo studio della tradizione bretone, sviluppando poi una scrittura personale capace di unire memoria, simbolo e ricerca timbrica. Al suo fianco, Fulvio Renzi porta un violino dalla formazione classica ma aperto a territori non convenzionali. Nato a Viterbo nel 1974, violinista, compositore e produttore, ha collaborato con artisti internazionali e con Zitello dalla fine degli anni Novanta. Nel loro dialogo non c’è una semplice divisione tra accompagnamento e melodia: le due corde si inseguono, si sostengono e costruiscono una musica sospesa, perfettamente adatta alla luce filtrata dagli alberi del Peuterey.

Dal giorno al grande fuoco

Passaggio decisivo resta però l’accensione del Grande Fuoco. Le fiaccole si avvicinano alla struttura centrale, le persone formano un cerchio e la musica assume un carattere cerimoniale. È un momento semplice e spettacolare insieme: non serve conoscere il significato di ogni simbolo per percepire la forza di una comunità che si riconosce nello stesso gesto. Le fiamme illuminano il prato e riportano l’attenzione su ciò che, al di là dei concerti, tiene insieme Celtica: la condivisione.

Dalle radici alle contaminazioni: tradizione in movimento
Quando la luce diminuisce, il festival cambia pelle. Sul palco il folk si apre al rock, all’elettronica e alle contaminazioni internazionali: il programma del 2026 ha accostato il repertorio galiziano di Óscar Ibáñez & Tribo, il folk elettronico dei Green Lads, l’attitudine punk e irlandese degli Uncle Bard & The Dirty Bastards, il “pagan speed folk” dei PerKelt e il bagrock dei Red Hot Chilli Pipers. Non si tratta di difendere una tradizione immobile, ma di mostrarne la capacità di trasformarsi.

La dimensione fisica dei concerti è evidente: violini suonati come strumenti rock, flauti lanciati sopra ritmiche serrate, cornamuse che dialogano con batterie e tastiere. Il pubblico risponde ballando, alzando le braccia e, nei momenti più accesi, sostenendo letteralmente gli artisti sopra la folla. In questa cornice anche gli elementi scenografici – fumo, luci verdi e rosse, il grande volto disegnato sul fondale – diventano parte di una narrazione che unisce immaginario antico e spettacolo contemporaneo.

AAINJAA: il tamburo come trasformazione
Tra le presenze più potenti dell’edizione 2026, AAINJAA ha portato dalla Colombia uno spettacolo in cui il tamburo non accompagna la scena: la costruisce. Le percussioni sono suonate con il corpo intero, dentro coreografie che incorporano danza, teatro, grida e continui cambi di formazione. Il risultato è immediato, ma non improvvisato: dietro l’esplosione visiva si riconoscono disciplina, ascolto reciproco e un controllo rigoroso del movimento.

AAINJAA nasce a Bogotá nel 2013 per iniziativa di Homero Cortés. Dopo gli studi a Barcellona in arti plastiche, interpretazione teatrale e musica moderna, Cortés ha lavorato per sette anni con La Banda del Surdo e ha maturato esperienze internazionali come percussionista, formatore e direttore artistico. Tornato in Colombia, ha dato forma a un progetto che unisce spettacolo e trasformazione sociale, collaborando nel tempo con realtà e produzioni legate, tra gli altri, a Cirque du Soleil, Comediants, La Fura dels Baus e Cimarrón.

La scuola AAINJAA è quindi molto più di una scuola di tamburi. La formazione comprende percussione, danza e teatro, con percorsi rivolti ai bambini, ai giovani e agli artisti professionisti. Il metodo di Homero insiste su autodisciplina, tolleranza, coscienza sociale e liberazione del potenziale creativo. Anche gli “AAINJEROS Steps”, esercizi sviluppati nel corso di circa vent’anni, lavorano su tempo, controtempo, coordinazione, percussione corporea e dissociazione. L’obiettivo non è soltanto imparare a colpire correttamente una pelle, ma costruire una persona capace di stare nel gruppo.
Visto sul palco di Celtica, questo principio diventa evidente. Ogni percussionista mantiene una forte individualità – nei gesti, nell’espressione, nella presenza scenica – ma l’energia nasce soltanto dall’insieme. È una forma d’arte collettiva che parla una lingua diversa da quella celtica e proprio per questo entra perfettamente nello spirito del festival: tradizioni lontane che si incontrano senza perdere la propria identità.
Una comunità prima di un festival
Celtica non è priva di contrasti. Convivono ricostruzione storica e fantasy, spiritualità e intrattenimento, ascolto acustico e grandi volumi. Ma è proprio questa libertà a renderla riconoscibile. Non pretende di ricostruire un passato puro; crea piuttosto un presente in cui simboli, musiche e pratiche provenienti da epoche e luoghi differenti possono essere condivisi.
La sensazione più forte, osservando il pubblico, è quella di un’appartenenza temporanea ma autentica. C’è chi arriva per seguire un gruppo, chi per la danza, chi per l’artigianato o per le cerimonie; molti tornano ogni anno perché riconoscono il luogo, i gesti e le persone. Volontari, artisti e spettatori non occupano mondi rigidamente separati: si incontrano lungo i sentieri, condividono gli stessi spazi e si ritrovano davanti al fuoco o sotto il palco.
Questa dimensione comunitaria raggiunge il suo momento più intenso durante “Greenlands – Inno delle Nazioni Celtiche”. È tradizione che tutti gli artisti che hanno partecipato al festival si riuniscano sul palco per interpretare insieme il brano. Non si tratta soltanto di un saluto finale, ma di uno dei riti più attesi e commoventi di Celtica.
Il ritornello viene ripreso più volte, ogni volta con una voce, un arrangiamento o una sensibilità differente. Gli artisti si alternano, si accompagnano e si ascoltano, restituendo al brano sfumature sempre nuove. Il pubblico riconosce immediatamente quelle parole e si unisce al canto: non rimane davanti al palco come semplice fruitore dello spettacolo, ma ne diventa parte.
È proprio nella ripetizione del ritornello che l’emozione cresce. Le voci degli artisti e quelle delle persone presenti finiscono per confondersi, creando un unico coro. Molti cantano, altri si abbracciano o si commuovono. La distanza tra palco e platea sembra dissolversi e la musica torna a essere ciò che Celtica cerca di rappresentare fin dalla sua nascita: un’esperienza condivisa.

La fotografia più fedele del festival, allora, non è quella di un singolo concerto, ma quella di una moltitudine raccolta attorno alla stessa melodia. Celtica riesce ancora a far percepire la musica non soltanto come qualcosa da ascoltare, ma come uno spazio dentro cui entrare. Quando le luci si spengono e il bosco torna al silenzio, resta l’impressione di aver attraversato non semplicemente un evento, ma una comunità provvisoria capace, per alcuni giorni, di riconoscersi nella stessa voce.
Galleria fotografica
Una selezione completa delle immagini realizzate durante Celtica Valle d’Aosta 2026.








Immagini sonore © Riccardo Bonato (Bi.Photo)





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