Cerca

Off Topic

Solo contenuti originali

Autore

Off Topic Redazione

Voci fuori dal coro

Greta Van Fleet – The Battle at Garden’s Gate (Universal Music, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

Quando ci si accinge a recensire i Greta Van Fleet si corre il rischio di inciampare nella trappola dei paragoni scomodi: infatti già con il precedente lavoro del 2018, Anthem of The Peaceful Army, erano stati massacrati, dal punto di vista mediatico, per la somiglianza della voce di Josh Kiszka con quella di un altro famoso cantante di una nota band (di cui, di proposito, non farò il nome), quasi fosse un crimine anziché una botta di culo che madre natura ti concede. In tanti li avevano accusati di essere squallidi cloni in cerca di identità, così che questo secondo album è arrivato forse troppo carico di aspettative. Uscito il 16 aprile per Universal Music in cd e vinile colorato Tie Dye in edizione limitata, già al primo giorno di ascolto ha sollevato un vespaio, dividendo il popolo del rock, pertanto mi limiterò a parlarvi di The Battle at The Garden’s Gate per quello che è, una raccolta di 12 brani di sano rock’n’roll in stile anni ’70, con incursioni nella psichedelia e, a tratti, nel progressive. Registrato nell’arco di un anno e mezzo a Los Angeles sotto l’abile guida del produttore Greg Kurstin (lo stesso di Foo Fighters, Paul McCartney e Adele), scelto per la sua camaleontica capacità di lavorare a qualsiasi genere, è stato concepito dalla band come qualcosa di grandioso, con l’intento di scrivere la colonna sonora di un film non ancora realizzato, ispirandosi ai loro artisti preferiti, in primis The Kinks e Ennio Morricone.

Gli ingredienti per la riuscita della ricetta ci sono tutti: chitarre acustiche, come in Tears of Rain, e chitarre rocciose, in Built By Nations, in Caravel, il mio pezzo preferito, e in Age of Machine, bel trip rock psichedelico sull’uso della tecnologia, assoli da manuale, fantastico quello del pezzo di chiusura, The Weight of Dreams, sezione ritmica imponente, il tutto benedetto da una voce al di fuori dal comune.
Volevano fare della musica che andasse dai bassi più bassi agli alti più alti e l’obbiettivo è stato centrato in pieno: si va dalle ballad come Heat Above, Broken Bells (e per favore smettetela di dire che assomiglia a Stairway To Heaven) e Light My Love, lento rubacuori con accompagnamento di pianoforte, che mette d’accordo le groupies di ieri e di oggi, a brani dal piglio più frizzantino, come My Way, Soon e Stardust Chords, fino alla psichedelia orientaleggiante di The Barbarians e ai cori celestiali di Trip The Light Fantastic.

Cos’altro si potrebbe desiderare? Forse testi meno semplici e banali, a detta di qualcuno, ma a volte un pò di leggerezza è d’obbligo, specie di questi tempi: provate a immaginare le schiere di analfabeti funzionali, di cui pullulano i social, che tentano di interpretare i testi esoterici e mitologici delle band anni ’70… Inutile girarci attorno: i quattro di Frankenmuth sanno padroneggiare gli strumenti, hanno un innato talento per gli arrangiamenti e una passione per i suoni analogici, anche solo per questo andrebbero lodati e supportati, specie da noi nostalgici; lo avevo già detto a proposito dei Maneskin, lo ripeto per loro: ben venga tutto ciò che serve ad arginare l’avanzata dei barbari trappisti o a risvegliare il rock! Forse The Battle at The Garden’s Gate non sarà l’album che consentirà loro di scrollarsi di dosso l’etichetta di cloni, però ribadisce qual è la strada che vogliono percorrere, già battuta da altri, ma non per questo meno interessante; che vi piaccia o no i Greta Van Fleet sono così, nessuno vi obbliga ad ascoltarli, eppure sarebbe un vero peccato, per gli amanti del genere, lasciarseli scappare per questione di pregiudizi, del resto loro stessi, a chi li critica, rispondono che non gliene frega un c…o: amano fare musica, amano i loro fan e amano anche gli haters, che alla fine sono utilissimi per attirare l’attenzione dei media.

Tracklist:
01. Heat Above
02. My Way, Soon
03. Broken Bells
04. Built By Nations
05. Age of Machine
06. Tears of Rain
07. Stardust Chords
08. Light My Love
09. Caravel
10. The Barbarians
11. Trip The Light Fantastic
12. The Weight of Dreams

 

 

 

 

Evanescence – The Bitter Truth (BMG, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

Dal dolore a volte possono nascere anche cose positive, se non ci si lascia sopraffare: lo sa bene Amy Lee, cantante e leader degli Evanescence, che ha trasformato la devastazione provocata dalla morte del fratello in energia creativa, buttando anima e cuore nella realizzazione di The Bitter Truth, quinto album in studio della band, pubblicato lo scorso 26 marzo da BMG, a ormai dieci anni di distanza dal precedente lavoro, se escludiamo lo sperimentale Synthesis del 2017.

Un titolo che riflette le storture della società moderna e che, al tempo stesso, vuole essere un invito a prendere di petto la vita e a non sprecare neanche un attimo; una copertina home made, che sa tanto di anni ’90, quelli della formazione musicale per Amy Lee, con l’immagine di una pillola, che diventa metafora della vita, come a dire “ingoia questa pillola e vai avanti!”. La lavorazione dell’album era iniziata, a onor di cronaca, prima che scoppiasse questo guazzabuglio di pandemia, con la registrazione di appena quattro brani e il tutto avrebbe potuto anche perdersi nel nulla, data la distanza geografica che separa i vari componenti del gruppo, ognuno residente in posti diversi degli States e con la chitarrista Jen Majura, alla prima esperienza in studio con gli Evanescence, addirittura in Germania, ma la determinazione di portare a termine il progetto è stata più forte di ogni avversità: tutti in studio di registrazione, dopo aver effettuato tampone, ciascuno con il proprio mezzo di trasporto, in modo da creare una bolla covid free, e le tracce di chitarra spedite dall’Europa.

The Bitter Truth inoltre non è solo un progetto musicale perchè a giugno sarà accompagnato dalla pubblicazione di una collana di graphic novel, intitolata Echoes From The Void, ispirata a brani vecchi e nuovi, partorita dalle mani di diversi illustratori, che si alterneranno in storie di 20-30 pagine ciascuna. Dieci anni possono sembrare un’eternità per un gruppo che di album ne ha fatti pochi, ma a volte la vita prende pieghe impreviste, anche per i musicisti: Amy Lee ha dovuto lottare con le unghie e i denti per arrivare dove è arrivata, non senza lasciare cadaveri lungo il cammino, visto che è l’unico membro superstite della formazione originale, sgomitando per farsi strada in un ambiente, quello metal, prettamente maschile, e scrollandosi di dosso l’immagine di clone femminile dei Linkin Park.

12 tracce in tutto che segnano un ritorno alle origini, sia dal punto di vista strumentale che dei testi, molto personali, quasi catartici e arricchiti di messaggi positivi di lotta e resilienza: un album dal tipico sound gothic metal, infarcito di suoni elettronici, come in Artifact/The Turn o in Better Without You, con un tocco di epicità, come in Part of Me, il mio brano preferito. A volte si strizza l’occhio alla musica pop, in Yeah Right, ispirato forse dall’ascolto di artisti come Billie Eilish e Bjork, di cui Amy è una fan sfegatata, altre si picchia duro tra chitarre distorte e percussioni tribali, come in The Game is Over, nella cupissima Feeding The Dark o in Take Cover. C’è spazio però anche per il sentimentalismo, con due ballad davvero belle: Wasted on You, un pò in stile Radiohead, e la struggente Far From Heaven, con intro di pianoforte cui si aggiungono gli archi e una voce celestiale, delicata, ma al tempo stesso potente di Amy, che, oltre alle corde vocali, ci mette tutto il cuore nel ricordare il fratello, scomparso prematuramente nel 2018. Non poteva mancare anche un pizzico di impegno sociale, con Use My Voice, che inizialmente doveva essere il racconto di una storia di abusi sessuali, ma poi ha assunto connotati politici, dettati dalla drammatica esperienza di essere governati, in un periodo terribile, da un pazzo come Trump, costringendoli a scendere in campo e ad esortare tutti i fan a far sentire la propria voce per cambiare il mondo: non a caso c’è una sovrapposizione di voci e cori con chitarre grintose e una sezione ritmica esplosiva, quasi a voler risvegliare le coscienze da un lungo torpore…

Voto: 9/10 perché sincero e capace di scatenare forti emozioni.

Tracklist:
01. Artifact/The Turn
02. Broken Pieces Shine
03. The Game Is Over
04. Yeah Right
05. Feeding the Dark
06. Wasted on You
07. Better Without You
08. Use My Voice
09. Take Cover
10. Far from Heaven
11. Part of Me
12. Blind Belief

 

 

 

 

The Rumjacks – Hestia (Four/Four ABC Music, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

Il giorno di San Patrizio è passato da un po’, eppure sento ancora quella nostalgia canaglia che mi fa desiderare di ballare e alzare una pinta con gli amici, sarà perché ho passato la Pasqua a ficcare tamponi nel naso delle persone, perché nell’ultimo anno abbiamo visto andar via troppi, senza neanche il tempo di salutarli, o perché ogni santo giorno si è tempestati di brutte notizie e non se ne può più: a volte ci vuole una sana dissociazione dalla realtà per poter sopravvivere.
Mi scollego per un’ora dal mondo e mi ascolto Hestia l’ultimo album dei The Rumjacks, un quintetto folk punk multietnico, seppur originario di Sydney: basta scorrere i nomi dei componenti per capire che i loro nonni non sono nati tra canguri e koala, sarà per questo che la loro musica, come quella dei più famosi Pogues, dei Dropkick Murphys e dei Flogging Molly, ricorda più i suoni tradizionali irlandesi o scozzesi che il rock australiano. Un tripudio di note che affondano le loro radici nelle melodie celtiche, fatte di strumenti non convenzionali come mandolino, banjo, fisarmonica e cornamusa, dalla grande vitalità e che denota un autentico e orgoglioso attaccamento alle proprie origini.

Continua a leggere “The Rumjacks – Hestia (Four/Four ABC Music, 2021)”

Joe Strummer – Assembly (Dark Horse Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

L’uovo di Pasqua 2021 ci porta in dono Assembly, una raccolta pubblicata lo scorso 26 marzo dalla Dark Horse Records, la casa discografica fondata da George Harrison nel 1974 e portata avanti dagli eredi, che abbraccia l’intera carriera di Strummer, al secolo John Mellor.
L’album è stato anticipato dall’uscita del singolo Junco Partner, in una versione acustica casalinga, che ha accompagnato tutta la sua carriera, dagli esordi con la prima band, The 101ers, poi inclusa nel 1980 nell’album Sandinista dei The Clash e, infine, colonna portante della scaletta live dei Mescaleros negli anni 2000. Scoperto nei sotterranei del leggendario artista su una cassetta etichettata a mano, Junco Partner vede Strummer in solo con la sua acustica, restituendoci un adattamento intimo di questo classico R&B degli anni ’70, con la sua voce inconfondibile e il tocco ritmico della sua telecaster.

Continua a leggere “Joe Strummer – Assembly (Dark Horse Records, 2021)”

a/lpaca: Psych Rock dalla Bassa Padana – Intervista

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Mantova non è esattamente il posto che ti aspetteresti come centro di incubazione di una scena musicale fervente, eppure a quanto pare le cose stanno in modo diverso. Neanche due anni dopo aver parlato coi submeet tocca ad un altro giovane act esordire sulla lunga distanza con un disco. Gli a/lpaca sono in quattro (Christian Bindelli alla voce e alla chitarra, Andrea Verrastro al basso, Andrea Fantuzzi alle tastiere e Andrea Sordi alla batteria) e sembrano ben poco interessati a Trap, Hip Pop e affini. Il loro suono prende le mosse dalla psichedelia e dal Kraut Rock, guarda a numi tutelari come Can e Soft Machine ma appare più immediatamente debitore alle declinazioni contemporanee che ne fanno The Oh Sees e King Gizzard & The Lizard Wizard, questi ultimi forse l’influenza più evidente ad un ascolto superficiale. Ma in Make It Better si respira anche l’aria dei Club europei, con il Beat spesso in primo piano, oltre ad una certa ruvidezza delle chitarre ad evocare, neanche troppo casualmente, la scena Garage Punk. Un esordio decisamente valido, a certificare come nel nostro paese, al di là delle mode sonore di questi ultimi anni, esistano anche realtà che non hanno nulla da invidiare a quanto succede in Europa. Abbiamo raggiunto al telefono Christian Bindelli per farci raccontare qualcosa di più

Continua a leggere “a/lpaca: Psych Rock dalla Bassa Padana – Intervista”

Måneskin – Teatro d’Ira-Vol. I (Sony Music, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

Noi italiani siamo un popolo che si divide su tutto e non è una novità, la storia ce lo insegna, quasi fosse insito nel nostro DNA sindacare e litigare: i social non hanno fatto altro che amplificare il fenomeno e portare al “tutti contro tutti”, dando voce a schiere di frustrati, invidiosi e odiatori seriali che, di volta in volta, spostano le loro attenzioni su questo o quell’altro. Una settimana si vomita sui poteri forti o su Big Pharma, la successiva tocca al personale sanitario o agli artisti di Sanremo. Quest’anno è stato il turno di Achille Lauro e, appunto, dei Måneskin: confesso che ho sorriso anch’io nel vedere il loro post su Instagram in cui dichiaravano di “andare a fare la storia”, ma dal sorridere al riempirli di insulti ce ne corre, apriti cielo quando poi hanno trionfato con Zitti e Buoni, gente che urlava addirittura allo scandalo, io stessa mi sono dovuta ricredere, tifavo per l’accoppiata Dimartino-Colapesce, per il fatto che il loro brano mi sembrava più in linea con la tradizione, ma quando l’indomani ho appreso della loro vittoria, mi sono detta che qualcosa di storico era successo per davvero, un brano rock al posto delle solite litanie neomelodiche. L’uscita di Teatro d’Ira – Vol.I il 19 marzo ha scatenato poi una mezza sommossa popolare: “che cazzo c’entrano con il rock?/sono delle fighette parioline/stanno al rock come la fica sta a Malgioglio”, questo il tono dei commenti letti su internet, anche da parte di addetti del settore che dovrebbero mantenere, a mio parere, un certo contegno, insomma, chiunque si è sentito in diritto di inveire contro questi ragazzi, assurgendo al ruolo di critico musicale o esperto di rock.

Continua a leggere “Måneskin – Teatro d’Ira-Vol. I (Sony Music, 2021)”

Sting – Duets (Virgin Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Stefania D’Egidio

Tra i personaggi più amati della musica, Sting vanta un curriculum vitae lungo come la muraglia cinese e una carriera costellata di successi e riconoscimenti. Musicista, scrittore, autore teatrale e attivista: dagli anni ’70 ad oggi ha venduto oltre 100 milioni di album (tra Police e avventura solista), vinto 11 Grammy, ricevuto 4 nomination agli Oscar, organizzato eventi benefici per le associazioni che supporta, ma, soprattutto, sembra aver fatto un patto con il diavolo per l’energia che ancora sprigiona sul palco e per la continua voglia di andare avanti con progetti sempre nuovi. Nel 2019 si era imbarcato in un tour mondiale per promuovere l’album My Songs da cui, successivamente, aveva tirato fuori undici tracce live, poi, in autunno, avrebbe dovuto pubblicare Duets, la raccolta di duetti collezionati dal 1992 ad oggi, ma, a causa della pandemia, il tutto era stato posticipato al 19 marzo 2021 ed ecco finalmente i diciassette brani a ripercorrere il lungo cammino fatto da Sumner dopo lo scioglimento dei Police, che lo ha portato con la sua inconfondibile voce ad esplorare tutte le possibili sfumature della musica, dal pop al rock, dal reggae al jazz.

Alcune di queste tracce le conoscevo già, altre le ascolto per la prima volta, tutte mi sorprendono per la delicatezza con cui ti arrivano al cuore. Storie di lunghe amicizie, come quella che lo lega a Zucchero fin dai tempi del Pavarotti and Friends, o quella con Shaggy di cui condivide il management e la passione per la sua terra natia, la Jamaica, dove Sting aveva scritto Every Breath You Take, brano insignito lo scorso anno del BMI Pop Awards come la canzone più trasmessa di sempre dalle radio americane (oltre 15 milioni di passaggi).

Continua a leggere “Sting – Duets (Virgin Records, 2021)”

Austin Meade – Black Sheep (Snakefarm Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Simone Catena

L’artista eclettico americano Austin Meade, torna con un nuovo album Black Sheep prodotto per l’etichetta inglese Snakefarm Records, molto attiva sulla nuova scena musicale del momento. Il cantautore fa il suo esordio nel lontano 2014, con Chief of the Sinners dal sound diretto rock n roll. Nell’arco degli anni successivi l’artista cresce a livello culturale, sfornando album sempre più particolari e interessanti, dalle forti influenze country folk rock, lasciando una bella impronta su un percorso grezzo e dalle grandi emozioni.

In questo nuovo lavoro si cerca di seguire il mondo contraddittorio che lui stesso inserisce nelle canzoni e su storie urlate alla luna piena, in una calda notte d’estate. Le influenze musicali sono diverse, con una grande ricchezza al suo interno, molto incentrate sulla narrazione e sulle sonorità alternative dark, fino ad arrivare a percorsi più melodici a tratti e tendenti al metal classico stile Judas Priest e Whitesnake. Non a caso Meade in un periodo della sua vita si è trovato a fare il batterista, spostandosi in orizzonti più duri ma con risultati notevoli. Adesso ha trovato la sua dimensione con uno studio approfondito sulla voce e questa nuova fatica ne è la chiara dimostrazione.

Continua a leggere “Austin Meade – Black Sheep (Snakefarm Records, 2021)”

Michel Portal – MP85 (Label Bleu, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Ci troviamo a festeggiare, in questa occasione, il compleanno di un gigante del jazz che ha stigmatizzato i suoi anni sulla copertina dell’ultimo lavoro con l’acronimo MP85, cioè Michel Portal, accanto al numero delle sue primavere… È un dato di fatto che ultimamente ci troviamo di fronte ad una riscossa di grandi vecchi nel campo del jazz, coraggiosamente guidata da musicisti come Archie Shepp, Pharoah Sanders, Joe Chambers ed ora Michel Portal. La cosa più importante è che i lavori di questi artisti non sono banali obblighi contrattuali o zoppicanti riempitivi di fine carriera ma si tratta di musica cresciuta dal cuore, un profluvio di fantasia e di potente, sorprendente senso creativo. Un’arte che se la ride della decadenza fisica e che rivela un’anima giovanile, arricchita dall’esperienza di chi ha veramente assorbito tutti gli umori possibili di questi ultimi cinquant’anni di musica. Per chi non conoscesse il clarinettista e sassofonista francese dobbiamo ricordare che ha alle spalle una sterminata serie di tracce discografiche, sia a titolo personale che in ambito collaborativo con artisti di area jazz, leggera e “colta” contemporanea, e, in quest’ultima dimensione, annotiamo le sue partecipazioni come esecutore a musiche di Poulenc, Berio e Boulez, tra gli altri.

Continua a leggere “Michel Portal – MP85 (Label Bleu, 2021)”

WordPress.com.

Su ↑