A R T E U R B A N A


Articolo e immagini di Stefania D’Egidio

Non sono caduto da solo, ho trascinato con me 81 respiri, con i loro bagagli di sogni, speranze, passioni, con la loro disarmante innocenza. Inopportune presenze finite nel cielo sbagliato. Il mio corpo smembrato è tutto quello che rimane di loro. Per questo sono tornato, perché la memoria mantenga vivo il ricordo “. Per lo stesso motivo bisogna andare a Bologna, in via di Saliceto 3/22, dove il 27 giugno 2007 ha aperto al pubblico il Museo per la Memoria di Ustica, ad un anno esatto dall’arrivo in città del relitto del DC-9 Itavia: dieci minuti a piedi dalla Stazione Centrale, laddove prima sorgeva la Tramvia Bolognese, fortemente voluto dall’Associazione dei Parenti delle Vittime della Strage di Ustica, presieduta da Daria Bonfietti, sorella di uno di loro, nata nel 1988 con lo scopo di “accertare la verità e quindi le responsabilità civili e penali della Tragedia di Ustica, con tutte le iniziative possibili”, come recita lo statuto, prima associazione in Italia a cui è toccato l’onere della prova.

Un luogo che trasmette apparentemente serenità, circondato da un bel parco dove la gente passeggia con i propri amici a quattro zampe, ma, all’interno di un vecchio capannone restaurato, riposa, con il suo carico di dolore indescrivibile, un gigante ingombrante, un gigante che era nato per volare, ma che una volontà ignota ha inabissato in un mare di menzogne. 15 tonnellate per 31 metri di lunghezza, recuperate, pezzo per pezzo, in quattro anni di immersioni e depositate presso l’aviorimessa di Pratica di Mare, insieme a oggetti personali appartenenti ai passeggeri: scarpe, orologi, macchine fotografiche, bambole, tutto accuratamente catalogato, circa 2500 pezzi in tutto.

Entrando nel museo ci si trova di fronte al relitto, ricostruito attorno ad un’impalcatura di metallo, sotto la luce soffusa di 81 lampadine, tante quanti i morti che, quel maledetto 27 giugno 1980, dovevano raggiungere l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo. Lumi che si accendono e spengono lentamente, come a segnare il ritmo cardiaco di chi le osserva, luci flebili, ma che non si spengono mai. Il gigante riposa proprio nel posto in cui doveva essere, non si poteva permettere che fosse rottamato una volta concluse le indagini, per il dolore arrecato da questa tragica vicenda e per il dovuto rispetto alle vittime: così l’idea di riportarlo nella città da cui era partito per l’ultimo volo e di affidare l’allestimento ad un artista contemporaneo, Christian Boltanski, deceduto nel 2021, nella convinzione che l’arte debba avere un ruolo di testimonianza civile nella società.

Un’impresa mastodontica il trasporto da Pratica di Mare, per cui era stata chiusa persino l’autostrada, come in un lungo corteo funebre che conduce il feretro nel luogo del riposo eterno, in quel di via Saliceto, dove ancora corrono i binari della tramvia, e non si poteva scegliere una location migliore perché anche le carrozze, come il DC-9 Itavia, trasportavano le persone da una parte all’altra, per piacere o per necessità. Un luogo altrimenti dismesso fino al 2006, avvolto da un silenzio assordante e in balia di una fitta vegetazione, sottoposto ad un massiccio intervento di restauro per accogliere le spoglie dell’aereo, abbassando il pavimento di un metro, recuperando i mattoni originali e il porticato con le colonne, calando la coda dall’alto con gli elicotteri, prima ancora che fosse realizzato il tetto dell’edificio. Un progetto dell’architetto Gian Paolo Mazzuccato, pensato come un rito di passaggio a conclusione di una dura battaglia per la verità lunga ben ventisei anni.

Ripulito centimetro per centimetro dalla salsedine e riassemblato meticolosamente, il DC-9 ci invita a guardarlo per capire fin dove possa arrivare la perversione umana con le sue menzogne, unico testimone sopravvissuto ad una strage di stato. Non dev’essere stato facile per Boltanski accettare un incarico del genere, probabilmente non sapeva neanche da dove iniziare, se non osservare in silenzio e mettersi in ascolto: del resto, chi meglio di un artista può capire il dolore? Chi, meglio di un artista, sa cosa significhi cadere e rialzarsi? “L’Arte, come la Verità, non si trova in superficie, ma bisogna cercarla sul fondo“, recita un video proiettato nella sala accanto all’esposizione e proprio da questo video sono partita per scrivere la mia recensione, in fondo quel 27 giugno io ero una bambina, esattamente come gli undici malcapitati, che si inabissarono nelle acque di Ustica, e sarebbe potuto capitare a me così come a voi che state leggendo, perché quelli erano anni difficili in Italia, anni in cui bastava salire sul treno o sull’aereo sbagliato, andare a manifestare in piazza o, semplicemente, trovarsi nella banca sbagliata, per andare incontro al proprio ineluttabile destino. Persone come noi quindi, quelle ricordate negli 81 specchi neri, distribuiti lungo il perimetro del capannone, neri come il fumo dell’aereo abbattuto, neri come le acque profonde tra Ponza e Ustica, neri come il mare di menzogne che ha accompagnato questa storia fin dall’inizio, con l’ipotesi del cedimento strutturale causato dalla mancata manutenzione. Passando accanto a questi specchi frasi sussurrate di quotidianità, frammenti di vita che ci avvicinano ancor di più alle vittime, straziante quello della bambina…

Volgendo lo sguardo in basso, adiacenti ai rottami del velivolo, si notano nove scatole nere: al loro interno gli oggetti rinvenuti, tolti dal pavimento in segno di rispetto, ma allo stesso tempo sottratte alla vista e a qualsivoglia voyeurism, tutti impaginati in un opuscolo, con fotografie volutamente piccole e sgranate, disponibile all’ingresso dell’edificio, insieme a libri e magliette con cui potrete, tramite una donazione, sostenere l’Associazione dei Parenti, che si autofinanzia. Potrete così mantenere in vita il ricordo di quanto avvenuto, nella speranza che questo vergognoso capitolo della nostra storia trovi finalmente un colpevole. Era nato per volare, ma si è trovato nel posto sbagliato, al momento sbagliato, insieme a 81 di noi.

Per informazioni e visite guidate: MAMbo-Museo d’Arte Moderna di Bologna

tel +39 051.6496627

mamboedu@comune.bologna.it

One response to “Museo per la Memoria di Ustica, Bologna.”

  1. L’arte crea senso laddove sembra che le cose di senso non ne abbiano. Magnifica l’ambientazione di Christian Boltanski. Grazie del bel pezzo.

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