L E T T U R E
Recensione di Alessandro Tacconi
Franco Bergoglio si è preso un bel rischio con questo lavoro: rimettere le mani e la penna addosso a uno dei sassofonisti più amati e affascinanti della storia del jazz nel volume Alla scoperta di Charlie Parker. Eredità culturale e storia di un gigante del jazz, pubblicato da Shake Edizioni. Il sassofonista che tra rigore, genio e sregolatezza ha contribuito a un cambio di paradigma nella seconda metà degli anni Quaranta. Che cosa poteva scrivere di nuovo il saggista e scrittore su di una figura tanto affascinante quanto decantata e rappresentata in millemille libri di prosa e poesia, graphic novel, pellicole cinematografiche e iconografia varia e assortita?

L’autore tratteggia il quadro entro il quale nasce il genere bebop di cui Charlie Parker e Dizzie Gillespie sono gli artefici. È altresì vero che per comodità si stabilisce che proprio quell’anno e quel concerto o registrazione abbiano determinato la nascita di un genere o di un altro. Le cose di solito non sono così nette. Si tratta comunque di arte, qualcosa di fluido che da un contenitore finisce in un altro, un travasamento creativo che da un invaso va a riempire un’ansa fino a quel momento ancora asciutta. Come ha scritto lo stesso autore: “Occuparsi di Charlie Parker significa spingersi nel cuore del canone del pantheon jazz: un luogo dove il campione del bebop è stato scolpito, anno dopo anno, in puro marmo. Vuol dire prendersi la responsabilità di confrontarsi con il tema del ‘canone’ per riuscire a illuminare qualche margine”.
Il bebop è musica congestionata, declamatoria, che schiaffeggia l’ascoltatore e il critico. I brani dei bopper sono come i manifesti delle avanguardie artistiche europee che criticano il passato mettendo in evidenza i punti di dissidio non solo musicale ma anche sociale. Gli standard, ad esempio, vengono ripresi, destrutturati e risuonati in modo spiazzante per l’epoca. Questa evoluzione nella musica jazz del linguaggio tradizionale diventa un modo per affermare la propria identità afroamericana in contrapposizione, ad esempio, allo swing che si connota come musica da intrattenimento suonata soprattutto dalle big band bianche. Le leggi razziali ponevano dei grossi limiti ai musicisti di colore, che potevano suonare in certi luoghi e non in altri. Le miserande vicende del razzismo americano sono state immortalate in diversi film: Green book, 12 anni schiavo, Malcolm X, BlacKkKlansman, Il colore viola, Il diritto di contare, Mudbound…

I bopper non suonano per compiacere il pubblico. Non sono al servizio del divertimento degli spettatori, ma si vedono come ricercatori di una nuova modalità espressiva, che possa raccontare anche la propria “negritudine”, che sfocia negli anni Cinquanta e Sessanta nelle lotte per i diritti civili. I musicisti suonano in piccoli ensemble di preferenza trio, quartetto, quintetto, si svincolano dal look della divisa imposto all’interno delle orchestre, indossano occhiali scuri e cappello (il celebre pork pie hat!) e non si curano affatto del pubblico. Il massimo rappresentante della ricerca estetica e dello snobismo nei confronti degli spettatori è Miles Davis, che alla fine degli anni Quaranta incrocia il cammino di Bird sia in studio che in turné.
Il racconto di Franco Bergoglio si fa ancora più interessante nella seconda parte del volume nei capitoli La maschera di Parker, Rispettabilità borghese o vagabondaggio nel jazz-dharma?, Il Daimon del sax… dove si approfondisce l’ontologia stessa dell’essere nella pelle di Charlie Parker. Che luogo angusto e pieno di sofferenza è questo! Scisso tra urgente creatività e urgente tossicodipendenza. Allora una maschera può fare al caso! Chi c’è dietro l’aura acrobatica e funambolica del superbo sassofonista? Il musicista ispirato e tutti i cliché che si porta appresso il solito discorso su genio & creatività. Allora che noia la pelle e la/e maschera/e di Bird! Certo affascinanti, certo intriganti, certo… che il mito dell’artista dannato continua a mietere interesse. Dizzie Gillepsie non ha avuto bisogno per fortuna dei suoi eccessi. Ha giostrato la propria carriera con meno spregiudicatezza e più a lungo.

Consigliamo vivamente la lettura di questo necessario testo sul sassofonista Charlie “Bird” Parker per comprendere quale e quanta influenza abbia avuto non solo sui musicisti coevi e successivi, ma anche su scrittori, poeti, pittori, rapper e rocker.




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