R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
La musica di Maciek Pysz, in questo suo ultimo album Pont de Vie, stimola un sentimento di riflessiva quiete, quasi un lenitivo abbandono verso sé stessi. Si tratta di un processo d’avvicinamento alla condizione naturale del proprio essere che non passa giocoforza attraverso l’insistenza ipnotica di melodie reiterate. Anzi, questo quarantaquattrenne chitarrista polacco – uno dei pochi autodidatti rimasti nell’ambito del jazz – rifugge dalla seduzione commerciale e dall’esclusiva nonché relativa maggior semplicità dell’armonia modale, muovendosi invece tra variazioni tonali con luccicanza melodica e una guizzante policromia spesso non facilmente prevedibile. Restiamo comunque a distanza di sicurezza da eventuali situazioni fortemente dissonanti, dato che Pysz sembra muoversi preferibilmente all’interno delle possibilità offerte dall’armonia funzionale, senza indulgere in idee tirate per i capelli. Diciamo subito che questa scelta non forzatamente avanguardista si rende possibile anche per l’assidua compartecipazione di Daniele Di Bonaventura al bandoneon e al pianoforte – leggi qui i numerosi articoli a lui dedicati da Off Topic – e del contrabbassista Yuri Goloubev – vedi qui – molto bravo, tra l’altro, con l’archetto e presente anch’egli al pianoforte nel brano finale.

I due sodali sostengono l’ispirazione dell’Autore con una misurata partecipazione, contribuendo a creare un equilibrio sonoro che risuona di classicismi e suggestioni folk. Pysz firma nove brani su tredici e trova un titolo molto azzeccato per il suo nuovo album, suggerendo l’idea di un passaggio possibile tra le varie sponde dell’esistenza. Del resto, leggendo la sua biografia, di ponti deve averne attraversati parecchi, dalla sua terra polacca fino a Londra, passando per esperienze in Francia e in Italia, quasi respirando lungo il percorso fragranze parigine e uno spleen latino che riaffiora qua e là nelle sue composizioni. Proprio a Cavalicco (UD), sotto l’egida di Stefano D’Amerio, egli ha registrato il suo primo album Insight (2013) ed è negli stessi studi friulani che è stato prodotto questo Pont de Vie, che – se non sbaglio – rappresenta il suo quinto lavoro complessivo. L’Autore si sposta con naturalezza dalla chitarra classica a quella acustica con corde metalliche, facendo vibrare i suoi strumenti e mantenendo integro il loro timbro risonante, senza peraltro mai tradire la propria ispirazione né concedersi momenti di calo creativo. Le sue influenze pescano in un ambito vastissimo, dalla musica latina cogliendo qua e là intriganti frammenti argentini e brasiliani, fino a toccare il cuore dell’Europa e delle malinconiche armonie iberiche. Certamente la formazione jazz si fa sentire, così come il ricordo della tradizione nobile della musica classica, ma lo stile fluido, tranquillo, senza ansie di questo chitarrista, si esprime con una calda personalità avvolgente, intrisa di uno sfocato sentimento nostalgico. ll trio sembra coltivare i propri pensieri musicali come fossero fiori di serra, proteggendoli da eccessi e da eventuali dispersioni. Bisogna infatti procedere al loro ascolto con cautela per coglierne ogni sfumatura e cercare di comprenderne il tocco emotivo che li ha generati. Senza smarrire la strada melodica – vera via maestra delle composizioni di Pysz – l’ascolto si sviluppa come un percorso coerente, amichevole, capace di sospendere il tempo e restituire uno sguardo al nostro vivere più intimo. L’Autore sembra porsi in una dimensione laterale in cui la moderazione dei ritmi diventa valore e l’ascolto richiede accortezza ma non rigida concentrazione, anzi, la bellezza di questo album sta soprattutto nel fatto che ci si possa lasciare andare, facendosi attraversare dalla musica con naturalezza. Un lavoro che, al netto di qualsiasi proclama, riesce a costruire un piccolo mondo ponderato e ricco di umanità.
Ed è uno squisito intro di chitarra che presenta Into the Forest, primo brano dell’album. Compare subito il supporto grave del contrabbasso, presto seguito dal bandoneon. Goloubev s’alterna fra pizzicato ed uso dell’archetto, con l’erratico mantice di Di Bonaventura che illanguidisce il brano, stratificandovi un velo di memorie latine. La melodia portante è una sequenza ripetuta di note giocate su intervalli di terze minori mentre i musicisti si scambiano le parti assumendo ciclicamente ruoli di breve e studiato solismo. Il seguente It Should Have Happened s’annuncia con un incedere classicheggiante per mezzo dell’arco espressivo di Goloubev che anche in questo caso passa successivamente al pizzicato. Di Bonaventura si presenta al pianoforte in supporto al contrabbasso, qui impegnato in un intenso assolo. Pysz interviene poi con un equilibrato ed introspettivo soliloquio di chitarra che dirada le primitive atmosfere classiche per far assumere al brano connotazioni più mediterranee. Anche il pianoforte insiste sull’aspetto melodico ma nelle ultime battute introduce qualche nota blues, portando la traccia in un territorio più jazzato. L’impressione è che il trio si sia organizzato in un corpo unico, muovendosi seguendo un’estetica di integrazione reciproca e non di contrapposizione. Un leggero incremento ritmico l’abbiamo con Flow, titolo che rende bene l’immagine di un flusso di note guidato da un arpeggio iniziale di chitarra, irrobustito dal duttile contrabbasso pizzicato di Goloubev. Interviene poi, ad allargare lo spazio sonoro, il saluzziano bandoneon di Di Bonaventura, con le sue congrue, ariose inserzioni malinconiche. Arriva anche l’assolo di chitarra, come sempre molto pulito, seguito dal ritorno all’archetto del contrabbassista, questa volta però sovrainciso sul pizzicato stesso.

La Chanson d’Hélène è un brano scritto nel 1970 da Philippe Sarde, compositore francese di colonne sonore. Questo brano toccante faceva parte del soundtrack del film Les Choses de la Vie di Claude Sautet che in realtà, pur partendo da altre visuali, ripropone il tema delle scelte di vita e dei legami intercorrenti, legandosi simbolicamente al titolo dell’album di Pysz. Un ruolo importante in questo brano, oltre alla chitarra dell’Autore, è da attribuirsi sia all’arco sul contrabbasso che imposta la rassegnata indolenza della melodia sia all’espressivo pianoforte di Di Bonaventura. Beija Flor è una composizione targata 1968 del brasiliano Nelson Cavaquinho traboccante di saudade. L’abbrivio lavorato in combutta tra chitarra e Goloubev con la sua cavata piena, apre la strada ad una sequenza di assoli, in primis il contrabbasso stesso, seguito dall’atmosferico bandoneon e a sua volta dalla chitarra di Pysz. In realtà c’è un continuo scambio di ruoli e di momenti tra gli elementi del trio che si comportano come parti di un cromatico mosaico, sempre perfettamente inseriti uno accanto all’altro. Con Woke Up & Sang, Pysz riprende in mano la successione delle composizioni. La traccia, armonicamente più ardita delle precedenti, si crea su una base di accordi chitarristici arpeggiati su cui si sovrappongono il bandoneon e il contrabbasso. Il brano rimanda al Piazzolla meno tanghèro e più inquieto ed è uno tra i momenti più introvertiti di tutto l’album. The Bridge (Intro) è un avvenente passaggio di sola chitarra classica in cui la morbidezza delle corde e il calore della loro voce melodiosa sembra accennare ad un tratto di carattere bucolico. Ottimo il tocco delicatamente deciso di Pysz. Il tono complessivo di questo brano confluisce nel seguente Le Pont de Passage. L’impressione complessiva però non cambia, le caratteristiche già evidenziate nei brani precedenti tendono a corroborarsi e a ripetersi. Servirebbe una scossa? Questa arriva parzialmente in Paris Dreams, aperta dal susseguirsi ritmico delle note di contrabbasso che tendono i capi del filo lungo cui scorre il brano, ricco d’influenza un po’ flamenche ed un poco sudamericane. Un moderato samba sembra reggere l’impiantito sonoro su cui i tre strumenti si avventurano con umorale vitalità. Sogno di Primavera è invece una notevole composizione di Di Bonaventura completamente affidata alla chitarra di Pysz. Se da un lato il brano evidenzia la profondità creativa del suo autore, dall’altro non può che rimarcare l’abilità d’esecuzione del chitarrista, la sua capacità di rendere lo strumento talora evanescente ed in altre parti dotato di un carattere quasi puntiforme, conoscendo il valore emotivo delle pause, l’energia misurata degli attacchi e distribuendo il tutto con un valido vocabolario sintattico. Heart prende una strada diversa, puntando ad un’orecchiabilità più vicina al pop, arricchita dai controllati e melodici interventi di pianoforte. Surrender si mantiene anch’essa in un clima più misurabile da canoni cantabili ed interventi argentini del bandoneon, qui, secondo me, vero assoluto protagonista caratteriale del brano. Ultimo pezzo è Cjavalì, firmato da Goloubev. Rimarcabile rarefazione sonora dall’aria traditional, dove si scopre la versatilità del contrabbassista che questa volta conduce al pianoforte un gioco a due con Pysz. Impressiona la versatilità dei due musicisti, la loro comunicazione quasi inconscia, il terreno résonnant del brano che sembra scavare non solo tra ricordi personali ma anche all’interno di ataviche lontananze territoriali.
Maciek Pysz sembra operare una scelta controcorrente, non tanto quella di innovare a tutti i costi, quanto di approfondire, di scavare il cuore un linguaggio dato, per restituirne una versione intimamente rielaborata e autentica. La sua poetica si fonda sull’equilibrio tra rigore formale e abbandono lirico, tra controllo e naturale espansione del suono. Ne deriva una musica che non cerca di sorprendere, ma di sedimentarsi lentamente nell’ascoltatore. In questo senso, il lavoro del trio assume quasi una valenza etica prima ancora che estetica, per cui le scelte timbriche, le articolazioni dinamiche, gli sviluppi melodici appaiono orientati verso un’attenta misura, una responsabilità della costruzione musicale che rifugge l’eccesso e privilegia la relazione. Pont de Vie non è soltanto un attraversamento biografico o geografico, ma è un mezzo simbolico che allude al passaggio, alla trasformazione, alla possibilità di abitare simultaneamente più spazi emotivi e culturali. La musica diventa allora luogo di mediazione, superficie assorbente in cui si incontrano tradizioni, memorie e sensibilità differenti, confrontandosi ed integrandosi. Come in precedenza già accennato, questo album richiede un ascolto non distratto, ma neppure forzato, disposto più ad accogliere che non tanto a decriptarne le sue motivazioni più profonde.
Tracklist:
01. Into The Forest (4:51)
02. It Should Have Happened (8:32)
03. Flow (5:21)
04. Le Chanson D’Helene (5:45)
05. Beija Flor (5:24)
06. Woke Up & Sang (5:35)
07. The Bridge (Intro) (1:51)
08. Le Pont De Passage (5:31)
09. Paris Dreams (5:11)
10: Sogno Di Primavera (2:55)
11. Heart (3:53)
12. Surrender (4:45)
13. Cjavali’ (3:56)




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