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Abeat Records

Claudio Fasoli 4et – Next (Abeat Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Aldo Pedron

Claudio Fasoli è sassofonista, compositore, docente che collabora con riviste musicali scrivendo testi teorici, articoli e recensioni. Nato a Venezia ma milanese d’adozione è in attività dal 1970. La sua popolarità gli giunge quando inizia a far parte del quintetto Perigeo, uno dei gruppi più celebri in assoluto di sperimentazione jazz negli anni 70, assieme a Franco D’Andrea e Giovanni Tommaso e realizzano molti dischi superbi ed interessanti per la RCA che tuttora sono assai ricercati dai collezionisti. Una band che si fa notare ed apprezzare oltretutto con un numero infinito di performance dal vivo. La band si scioglie nel 1978. Claudio Fasoli insegna alla Civica scuola di musica “Claudio Abbado” di Milano.

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Luca Meneghello & Michele Fazio – Crossover (Abeat Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Musicalmente parlando, Luca Meneghello e Michele Fazio sembrano fatti l’uno per l’altro. Non solo perché sono accomunati da una lunga gavetta, soprattutto a fianco di grossi nomi della musica leggera – stiamo parlando di Mina, Patty Pravo, Enzo Jannacci, Antonella Ruggiero, Fabio Concato ecc… insomma mica nomi qualunque – ma anche perché l’allineamento planetario che li ha portati a collaborare insieme ha fatto sì che i due manifestassero una reciproca complementarietà, dato non necessariamente così scontato nei rapporti professionali tra musicisti. Lavorando a contatto con cantanti famosi che sono, di regola, abituati a produzioni non risparmiose e a esigenze diverse, Meneghello e Fazio devono aver appreso l’arte della sintesi, la capacità di sbrigarsela con poche e convincenti note nei loro interventi, quelle che servono a sostenere una canzone normalmente di tre-quattro minuti. Niente mi toglie dalla testa però che, vuoi per formazione, vuoi per naturale disposizione, in entrambi alloggi una decisa caratura jazzistica, con un modo di pensare, di sentire la musica, di scorrerla sotto le dita che ha lo swing tra le proprie sillabe e nell’articolazione del loro linguaggio. Con gli opportuni distinguo, però. Se Meneghello tradisce nei suoi fraseggi l’aver digerito anche la lezione di gran parte dei guitar hero della storia della fusion e del rock – e non solo gli insegnamenti del grande Joe Diorio che leggo tra i suoi maestri – Fazio, dal canto suo, con un curriculum che l’ha visto autore di importanti colonne sonore, mantiene un’impronta molto melodica, quasi romantica, ed è la componente più zuccherina della salsa agro-dolce che assaggiamo in questo disco, Crossover, appena sfornato dalla cucina della Abeat.

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Igor Caiazza – Blu (Abeat Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Aldo Pedron

La Abeat Records di Mario Caccia di Solbiate Olona (Va) è una delle più attente ed importanti etichette discografiche nell’ambito jazz, sempre pronta a scoprire nuovi talenti e confermare artisti di valore già affermati. Una politica quella della Abeat Records dedita a sostenere e promuovere giovani talora spesso esordienti e talentuosi musicisti soprattutto italiani. Rispetto ad altre etichette Abeat non segue una linea editoriale omogenea o ristretta ad una unica tipologia di genere o di stile ma tende a promuovere progetti con una propria e forte identità. Un catalogo notevole che vi invito a sfogliare e visitare.

Igor Caiazza è un brillante compositore, arrangiatore, percussionista classico e vibrafonista jazz. Ha un passato giovanile di batterista, suonando rock, pop e hip-hop, ma poi la musica classica lo ha stregato e catturato. Così, approfondendo lo studio del vibrafono e della marimba, oltre all’adorato Bach ha scoperto Astor Piazzolla, le cui composizioni, non a caso, erano un mix tra la musica classica e la musica argentina. Piazzolla è stato, quindi, il ponte tra la classica e il jazz ma di quest’ultimo non si è più liberato!

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Carmine Ioanna – Ioanna Music Company (Abeat Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Strumento caratterizzato da forti contrasti chiaroscurali, la fisarmonica – o accordion – è uscita da molti anni allo scoperto, dimostrandosi decisamente più duttile rispetto a quell’aura un po’ campagnola a cui era stata tradizionalmente legata fino alla seconda metà dei ’50, almeno in Italia. Dobbiamo innanzitutto questa rivalutazione nostrana alla figura mai sufficientemente riconsiderata di Gorni Kramer, virtuoso dello strumento e direttore d’orchestra, che già negli anni ’30, nonostante l’ostracismo di regime, se ne andava in giro per il Paese a suonare il vietatissimo jazz. Le numerose trasmissioni televisive a cui partecipò tra i ’50 e i ’60 fecero conoscere lui e la sua agile fisarmonica al grosso pubblico. Da lì in poi, lasciando da parte le influenze straniere di Piazzolla, Galliano, Saluzzi, ecc…anche in Italia si è assistito ad un confortante aumento di fisarmonicisti e penso, senza voler far torto a nessuno, a coloro che hanno cercato, tra gli altri, di allargare al jazz e ad altro ancora il suono del loro mantice. Così mi vengono in mente i nomi di Gianni Coscia, del funambolico Antonello Salis, di Giuliana Soscia, di Biondini, Zanchini ed altri ancora. Adesso è la volta di Carmine Ioanna, musicista irpino non certo alle prime armi – questo Ioanna Music Company è il suo terzo lavoro da solista – che vanta nel suo curriculum, oltre a innumerevoli concerti in ogni parte del mondo, diverse collaborazioni con Luca Aquino e Francesco Bearzatti (che ritroviamo peraltro anche in questo contesto).

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Trio Kàla – Indaco Hanami (Abeat Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Quando capita tra le mani un lavoro come questo Indaco Hanami del Trio KàlaRita Marcotulli, Ares Tavolazzi, Alfredo Golino – sappiamo in partenza che ci troveremo a tu per tu con un’opera consistente, non fosse altro per la caratura eccezionale dei tre musicisti che vi s’impegnano. Le personalità più tassonomiche che siano interessate alle numerose note biografiche degli artisti sopra menzionati possono sfogare le loro pulsioni girovagando per Wikipedia e raccogliendo un mondo d’informazioni al riguardo. Quello che possiamo aggiungere è che ci troviamo di fronte a musicisti con tanta esperienza e conoscenza musicale sulle spalle che dilungarsi in cronologie e presentazioni sarebbe a questo punto superfluo. La parola kàla, che qualifica il nome del gruppo, mi ha inizialmente causato qualche imbarazzo pensando fosse un termine greco. Invece il posizionamento dell’accento sulla prima sillaba ne suggerisce la provenienza dal sanscrito. I due significati che questo vocabolo possiede ci portano verso interpretazioni diverse ma tutto sommato complementari. Il primo suggerimento ci conduce a tradurre kàla con l’italiano indaco e guarda caso il titolo dell’album riporta proprio questo colore accanto al vocabolo giapponese Hanami che si riferisce alla contemplazione e al piacere della vista delle fioriture primaverili. Del resto l’immagine di copertina pare abbastanza eloquente al riguardo. Il secondo aspetto del termine kàla riguarda il concetto di Tempo, non nell’usuale senso diacronico che siamo soliti attribuirgli, ma con una sfumatura che lo porta ad assomigliare al greco kairos cioè il “tempo opportuno”, il momento in cui accade qualcosa di unico e speciale. E forse è da considerarsi così questo evento musicale, come un incontro esclusivo consacrato alla Bellezza, un appuntamento primaverile che ha scelto il proprio tempo e modo più opportuno per realizzarsi.

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MiCO – MiCO (Abeat Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Mentre il Mondo ci assilla con la brutalità delle sue notizie c’è chi, per fortuna nostra, possiede ancora il coraggio necessario per regalarci una buona dose di ottimismo distensivo. Che non significa fare il gioco delle tre scimmiette, bensì evitare tutte quelle distorsioni percettive a cui siamo esposti sotto il continuo tambureggiamento dei mezzi d’informazione che spesso diventano strumenti invasivi. Michele Santoriello, quarantatreenne musicista marchigiano, decide di scegliere il basso elettrico per esprimere tutta la propria vitalità e vigoria, ben percepibili attraverso gli umori espliciti di questo disco, MiCO, edito da poco dalla Abeat. Già la scelta di uno strumento paradigmatico come il basso elettrico suggerisce l’idea dell’indirizzo musicale che prevalentemente interessa Santoriello. Sono i territori della jazz-fusion e del funk a coinvolgerlo primariamente, anche se il percorso, in questo caso, si fa più eterogeneo inglobando misurati elementi di musica popolare e di pop-rock, come vedremo più esplicitamente. Diciamo subito che, pur essendo MiCO un lavoro privo di fantasmagoriche novità, la struttura ritmica ed armonica è assai ben sviluppata, arricchita da un preciso insieme che ne garantisce l’invidiabile fluidità di percorso. Non ci sono inutili complicazioni formali né incursioni dentro alcun lato oscuro della creatività: anzi, è proprio una certa solarità ed una visione positiva dell’esistenza che rincuora il nostro sistema emotivo durante l’ascolto.

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Michele Fazio Trio – Free (Abeat Records, 2020)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Molte volte cerchiamo nella musica carezze emotive anziché complesse costruzioni armoniche, ritmi tribali, stati d’animo stridenti o cupe catabasi di certi artisti maledetti. Andiamo in cerca semplicemente di un po’ di piacevolezza e questo è forse, per molti di noi, il primo obiettivo che ci si aspetta dall’arte. Di certo non è sbandando tra le contraddizioni che ci si cala nel cuore dell’espressione artistica. Sono le accettazioni, le riflessioni, le sensazioni e le emozioni a cui ci abbandoniamo che guidano la comparsa dello stupore e della sorpresa. L’ascolto di questo quinto lavoro di Michele Fazio ci può regalare tutte le emozioni di cui abbiamo bisogno. Il pianista pugliese vanta nel suo curriculum numerose collaborazioni con artisti che provengono dalla musica leggera (parliamo tra gli altri di Patty Pravo, Francesco Tricarico, Antonella Ruggero, Fabio Concato) e con registi cinematografici come Rubini e De Cataldo per i quali ha firmato le colonne sonore dei loro film.

Photo © Roberto Cifarelli

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Enrico Pieranunzi Jazz Ensemble – Time’s Passage (Abeat Records, 2020)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Si va sul velluto con questo nuovo disco di Enrico Pieranunzi. Il tempo trascorre, come suggerisce il titolo dell’album ma il pianista romano ci passa attraverso con elegante sicurezza, quella certezza compositiva (sei brani su nove sono di suo pugno) e soprattutto esecutiva che l’ha sempre caratterizzato e stigmatizzato come uno dei pianisti più grandi al mondo. Nonostante l’Italia abbia posseduto e possieda tuttora molti pianisti jazz di levatura internazionale, con Pieranunzi il discorso si fa più serio, sia per il numero di grandi musicisti con cui ha suonato nella sua vita, sia per l’assoluta considerazione di cui egli è oggetto all’estero. Credo, infatti, che sia ancora l’unico musicista italiano ad essere stato invitato allo storico Village Vanguard di New York e che in quel prestigioso locale abbia potuto incidervi un disco dal vivo, quel famoso Live targato 2013 (ma registrato tre anni prima) insieme a Marc Johnson e al compianto Paul Motian, un’autentica esplosione di energia, forse uno dei dischi live più belli mai registrati nell’ambito del trio jazz.

© Soukizy.com

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We Kids Quintet – We Kids Quintet (Abeat Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Certo che un disco che si apre con una Epigrafe potrebbe far pensare a qualcosa di vagamente funereo, nell’ipotesi peggiore, o che i musicisti abbiano una troppo alta opinione di loro stessi, nell’ipotesi migliore. Voglio fugarvi ogni dubbio: nessuna delle due è quella valida, anche se la seconda ipotesi potrebbe essere simpatica e vicina alla realtà. Avrebbero tutte le ragioni a nutrire la propria autostima i We Kids Quintet: Giuseppe Bagnoli al pianoforte, Stefano Zambon al contrabbasso, Giovanni e Matteo Cutello al sax e alla tromba e Stefano Bagnoli, Maestro delle arti percussive, come ama definirsi.

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