R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Non so in che misura la lontananza dalla sua terra d’origine, la Puglia, abbia condizionato Federica Lorusso nella preparazione di questo suo esordio discografico. Del resto il titolo dell’album con cui si presenta presso Abeat Records e ZenneZ Records, Outside Introspections, suggerirebbe una sorta di tensione interiore che la pianista – e brava cantante, come vedremo – ha cercato di estrovertire provando a mettere in comunicazione il suo passato vissuto in Italia con il presente attuale che la vede residente in terra olandese. Abitando ad Amsterdam, dopo aver studiato musica a L’Aia nel Royal Conservatory of the Hague, Lorusso deve aver provato almeno in parte quel sentimento nostalgico che afferra chi si trovi stabilmente lontano dai territori d’origine, qualunque ne sia il motivo del distacco. Ma il modo più corretto per legare passato e presente, almeno per un artista, è quello di trasmutare alchemicamente questi due opposti – per crucem ad rosam – e ottenere attraverso la capacità creativa una sintesi soddisfacente, un risultato che componga memoria e attualità in un unico accordo armonico. Ed è appunto di accordi e di armonie checi troviamo a scrivere in questo contesto. Lorusso è un’ottima pianista dal notevole tocco e ciò lo si avverte fin dalle prime battute, questo per mettere in chiaro da subito la caratura di questo esordio. Ma quello che mi ha in parte piacevolmente sorpreso è il canto dell’Autrice, una vocalizzazione che compare in qualche episodio dell’album e che dimostra soprattutto un’intonazione perfetta e una timbrica trasparente, molto gradevole e sicura nell’estensione vocale. Leggo infatti nella sua home page che gli studi di questa musicista vertevano originariamente proprio sul canto e che solo in un secondo tempo è nato l’interesse per il piano e per il jazz, sostenuto, in questo, dagli insegnamenti di Vito di Modugno. Non mi stupirei se in una prossima prova si potesse ascoltarla, oltre che come brillante pianista, anche come una vera e propria cantante, non più solamente occasionale come in questo contesto. Il pianismo dell’artista è piuttosto personalizzato, non riesco infatti a riscontrarvi dei chiari riferimenti diretti ma si percepisce come il suo modo di suonare porti i segni d’una ben avviata educazione jazzistica. La musica di questo album appare a larghi tratti come saldamente legata alla tradizione del jazz più classico ma in altri episodi non rinuncia ad avventurarsi in territori di confine, rivelando stati d’animo che tradiscono una certa inquietudine ed la smaniosa curiosità intellettuale degli stessi esecutori. Chi si aspettasse un’attenzione focalizzata alla melodia tipicamente mediterranea potrebbe rimanere un po’ deluso perché l’impressione che lascia questa incisione è quella di appartenere per lo più ad un’identità non necessariamente solo europea – anche se a tratti affiora giustamente qualche riflesso più italico, soprattutto nei vocalismi – sottolineando così il profilo cosmopolita di questo lavoro. I musicisti che le si affiancano formano un quartetto ben coeso e sono Claudio Jr. De Rosa al sax tenore e al clarinetto, David Macchione al contrabbasso ed Egidio Gentile alla batteria.

Il primo brano, Against the Nihilism, inizia con un tema accattivante favorito da una base introduttiva di poche note del piano, presto raddoppiate dal contrabbasso e seguite dai piatti della batteria. Ma è il sax a impostare la melodia portante, ripetuta una seconda volta prima della parentesi improvvisativa. Buona l’immediatezza del fraseggio di De Rosa, fluido ed euforizzante, seguito dal piano della Lorusso che sprizza scintille con una sequenza di veloci passaggi bebop. Ottimo il supporto ritmico, con la ripresa tematica del sax nel finale. Pensieri di una Notte di Luglio profuma un po’ d’Italia, con il sax impegnato in una melodia dal vago sentore popolare, mentre il canto della Lorusso lo seguirà a ruota, inizialmente duplicandone le note, poi procedendo con un’armonizzazione molto fresca e piacevole. L’assolo al pianoforte è pregevole, dal tocco misurato, mentre la batteria di Gentile s’impegna in una schiumosa mareggiata dai ritmi ben sostenuti in un continuo gioco di piatti. Si distende ancora una volta il velo vocale, con un finale più libero rimpallato tra sax e piano, prima della scansione ritmica al ralenty in chiusura del brano. What do I Hear? è a tutti gli effetti uno scat, pregevolmente eseguito dalla Lorusso che corre in sincrono col suo piano. Impressionante l’assoluta precisione del canto, l’intonazione al millimetro della voce, tenendo ben presente che questa tecnica vocale è di per sé estremamente complicata, soprattutto quando venga eseguita con questa implacabile accuratezza nelle progressioni melodiche. Ma non è solo questo. Il pezzo mette in evidenza anche l’aspetto ben amalgamato dei due strumenti responsabili della ritmica, il contrabbasso e l’esuberante batteria. Non si tira indietro nemmeno il saxofonista, autore di un assolo brulicante di spunti e di idee che certo non sfigurerebbe a confronto con altri colleghi più affermati e conosciuti. Arriva anche il tempo della ballad con Just Go Ahead con lo stesso sax che si fa suadente e morbido ed il piano che evoca qualche spunto alla Jarrett. Gli assoli di De Rosa e di Lorusso sono di qualità eccellente e anche se personalmente non sono solito lasciarmi trascinare da facili entusiasmi, è forte l’impressione di trovarsi di fronte ad un gruppo che nel suo complesso suona come raramente si riesce ad ascoltare in un disco d’esordio. Into the Distance si annuncia con qualche nota di contrabbasso e mentre le spesse corde dello strumento sono ancora in vibrazione, entrano piano e batteria che precedono l’intervento del sax. Quello che però avrebbe potuto sembrare l’inizio di un tema dall’aria latina si chiude presto in un grappolo di note sospese che preludono ad una parte totalmente improvvisata. Come si era già accennato in precedenza, non mancano in questo album escursioni in territori di confine e questo brano si avventura in un’anedòttica di ritmi concitati e di momenti completamente free, per poi ritornare sui propri passi recuperando col sax quell’aura tematica iniziale che mi ha ricordato la malinconica scontrosità di un Gato Barbieri.

ConTake a Breath il piano respira rallentando i tempi per acquisire una tonalità interiore, portandosi ad assurgere solitario per un lungo tratto prima che il resto del gruppo rientri in scia, questa volta con De Rosa a condurre col clarino. Il brano si presenta attraverso un lessico piuttosto elaborato ed una certa variabilità ritmica, dentro cui emergono gli assoli prima di piano e poi di clarino, entrambi ottimi come al solito. Orange v2 riprende una linea più tradizionale con un convincente assolo di contrabbasso a cui segue il momento espressivo del piano e in secondo tempo anche la ribalta del sax. Il tutto accade all’interno di un frastagliato gioco ritmico in cui il suono complessivo non dimostra alcuna smagliatura. How the Sea Sings After the Twilight è un titolo suggestivo che, nonostante il tempo incalzante, stupisce per il garbo compositivo e la sua dolcezza intrinseca. Merito anche del duttile ed aereo inserto vocale della Lorusso che in questo caso lavora solo in trio, rimanendo silente l’ancia di De Rosa. Don’t Ask Me è l’ultimo e anche il brano più lungo dell’album. Il primo minuto e mezzo è occupato da un assolo free del sassofonista ma poi il brano si svincola da questa impronta e quando entrano gli altri strumenti il clima cambia repentinamente. La lettura del brano si fa inizialmente leggera e disinvolta con un tema ancora supportato dal sax per poi aumentare di dinamica e di consistenza, mentre il piano prova qualche vertigine trasgressiva incrementando le scale prese in velocità. È ancora il sassofono che lampeggia tentazioni free, mostrando tutto il bagaglio tecnico a disposizione fino alla ripresa del tema tra un’esplosione percussiva e una serie ostinata di accordi di piano.

Non è così frequente poter ascoltare un esordio tanto ben fatto come questo Outside Introspections. Un jazz spregiudicato, senza complessi, sicuramente all’altezza della fascia medio-superiore delle produzioni internazionali. E soprattutto una pianista sorprendente, flessibile che con questa carta aggiuntiva del canto si rende ancor più interessante di quanto già non sia.

P.S.= A questo punto ci si chiede come mai molti musicisti italiani se ne debbano andare oltre confine per cercare occasioni professionali, per studiare o avere possibilità di esibirsi. Se in Italia non ci fosse qualche etichetta discografica coraggiosa disposta a rischiare su artisti poco conosciuti o esordienti, ci si domanda chi mai potrebbe suonare ancora il jazz, qui da noi, al di là dei pur bravi soliti noti.

Tracklist:
01. Against the Nihilism (04:51)
02. Pensieri di Una Notte di Luglio (06:54)
03. What Do I Hear? (06:16)
04. Just Go Ahead (05:09)
05. Into the Distance (06:50)
06. Take a Breath (05:52)
07. Orange (05:03)
08. How the Sea Sings After the Twilight (04:37)
09. Don’t Ask Me (07:31)