R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Compiendo un percorso di progressivo alleggerimento, il ventisettenne chitarrista pugliese Enrico Le Noci s’allontana dalla dimensione corposa del quintetto che l’aveva visto esordiente nel 2019 con Social Music, il riuscitissimo album d’esordio per A.Ma Recods. Come se avesse avvertito la necessità di restringere il campo d’indagine all’essenziale, Le Noci si è concentrato sulla forma triadica, rinunciando non solo alla componente fiatistica ma anche ad un vero e proprio bassista, affidandosi in sua vece alla sapienza tecnica del tastierista, l’olandese Matthijs Geerts e al supporto ritmico di Egidio Gentile. Non sceglie certo una via facile, il giovane artista di Martina Franca, lavorando in sottrazione sulle ultime composizioni, sue e altrui, di questo nuovo album Electric Nuts. Infatti, applicandosi a un numero più ridotto di strumenti, si è obbligati a cercare vie sintetiche il più efficaci possibili ed occorre quindi che i musicisti si dimostrino costantemente ancor più all’altezza delle loro pianificazioni. Le Noci è disposto a correre il rischio e a evidenziare, chitarra alla mano, la sua completa capacità gestionale di questa nuova situazione. Come giustamente riportano le note stampa che accompagnano questo album, la scelta di una struttura portante come tastiera-batteria-chitarra non è certo cosa nuova nella storia del jazz. Ci aveva provato il chitarrista Grant Green, ad esempio in Blues for Lou inciso nel ’63 e pubblicato postumo parecchi anni dopo, con John Patton all’organo, oppure ancora in Talkin’ About del ’64 con Larry Young alla tastiera. Anche il grande organista Jimmy Smith ebbe Quentin Warren alla chitarra con un trio in Jimmy Smith Plays Fats Waller del ’62 e anche in Straight Life (1961), sempre associato a Warren. Proprio da queste combinazioni testate negli anni ’60 si svilupperà il termine groove a indicare il ripetersi di una serie ritmica di battute a carattere ciclico. Insomma un ritmo coinvolgente, trascinante e sempre più fisico. Citerei, comunque, tra le influenze di Le Noci, non solo il grande libro del Blues – cercate il suono della sua chitarra con il sassofonista Elias Lapia nel suo recente Though Future – ma anche la varietà di umori legati all’acid jazz e a qualche suggestione che viene sia da George Benson che anche da Pat Metheny, soprattutto nell’utilizzo equilibrato delle note più sostenute.

Le Noci ha avuto un’educazione musicale di tutto rispetto, sia con gli insegnamenti del maestro barese Alberto Parmegiani, sia con la frequentazione all’Aia del Royal Conservatory Of The Hague – lo stesso in cui ha studiato la pianista Federica Lo Russo (qui trovate una recensione su di lei) – con infine dei corsi di perfezionamento condotti a New York. Il tono complessivo dell’album, tranne la prevedibile turbolenza con il rifacimento dell’hendrixiano Vodoo Child, è piuttosto morbido e dimostra una misurata briosità. L’Autore mantiene una certa flemma nonostante i livelli d’energia siano alti e non certo manovrati al risparmio. Inoltre tutta la sonorità prodotta viene equamente condivisa dai tre elementi del gruppo che non s’avvalgono di nessun altro aiuto esterno.
Inizia tutto con In The House, tra percussioni e interferenze elettroniche, sviluppando un tema quasi cinematografico – da pellicola italiana dei primi ’70 – che si snoda su un tempo veloce in ¾. Rhodes e chitarra si sostengono a vicenda, mentre quest’ultima si diletta in note inizialmente sostenute che si contraggono poi quando si passa nell’improvvisazione. Sono proprio questi i momenti in cui si possono maggiormente apprezzare le capacità tecniche dei tre musicisti, non ultime quelle evidenziate dal bravissimo e fantasioso batterista Gentile. Eyes to Feel potremmo definirlo uno slow tratteggiato in tono carezzevole, con una chitarra quasi pigra e un gran lavoro della tastiera sui bassi che non fa certo rimpiangere l’assenza di un bassista vero e proprio. Ed è sempre la tastiera che s’incrocia con il suono di Le Noci, trovando uno scampolo di spazio per un breve, prezioso inserto in assolo di Geerts. Anche Nuts prosegue sulla falsariga del brano precedente in un down tempo dal forte aroma lounge. La chitarra comincia tranquilla, con la solita metodica delle note prolungate, per poi salire lentamente di quota. Le Noci non ha fretta, per ora, di sciorinare il suo bagaglio tecnico, accontentandosi di un sottotesto espressivo alle spalle delle architetture elastico-elettroniche proposta dalla tastiera. Fantasia è un brano un po’ anomalo, nel senso che dopo un inizio sotto forma quasi di ballad, arricchito da un prezioso assolo del Rhodes, circa a metà percorso sfuma dando l’impressione di essere lì per finire. In realtà comincia una seconda parte completamente diversa, come sospesa, infarcita di sonorità elettroniche e apparentemente senza certa direzione. Francamente ho capito poco questa scelta e in effetti questo pezzo – o sono due? – mi sembra davvero poco convincente.

Con Cyste (Can You See the End) l’aereo riprende quota grazie ad un intro molto groovy in pieno clima acid tra tastiera simil-Hammond e batteria. La chitarra sviluppa poi un racconto tematico che l’avvicina a certi passaggi alla Metheny e pare acquisire più spazio a disposizione, sorretta dall’imprescindibile supporto ritmico di Gentile che spezza e riassetta continuamente i tempi della batteria. La sorpresa sta nell’assolo di Geerts alla tastiera che si cala pienamente nelle vesti di bassista aggiunto. Contrariamente rispetto al brano precedente che mi era sembrato piuttosto debole, questo invece s’insedia sul podio delle tracce migliori. Maiden Voyage è un brano tratto dall’omonimo Lp uscito nel 1965 dalla creatività di Herbie Hancock, forse uno dei dischi più belli e all’avanguardia – di allora – del pianista chicagoiano, circondato dal fior fiore dei jazzisti di quegli anni come Freddie Hubbard, Ron Carter, George Coleman, Tony Williams. Con una non trascurabile dose di coraggio, Le Noci affronta questo brano in trio, affidando alla sua chitarra quel tema – bellissimo – in origine gestito dall’insieme dei fiati. Un test che avrebbe piegato le ginocchia alla maggior parte dei musicisti e che invece il nostro chitarrista risolve con grande, sorprendente eleganza. Lo spirito del brano resta intatto, anche se la forma, ovviamente, si deve adattare al numero stringato di musicisti a disposizione. Con altrettanta intelligenza e secondo me anche con un pizzico d’ironia, Le Noci & C. affrontano Voodoo Child di Jimi Hendrix che viene da Electric Ladyland, il mitico doppio album pubblicato nel ’68. Viene rivalutata la componente blues di questo brano, con la quale le Noci sembra trovarsi sempre a suo agio. Poi l’occasione è unica perché fondendo insieme lo storico, sulfureo rock hendrixiano con una chitarra jazz alla Scofield si ottiene un brano gustoso come questo, superiore alle aspettative, dato il confronto scomodo di per sé. Una doverosa nota di merito alla tastiera e alla batteria, veramente una sorpresa inaspettata per me, non avendo mai ascoltato prima né Gentile né tanto meno Geerts. Ultimo atto sacrilego con cui si chiude l’album è Sky Drive, un brano che proviene dall’omonimo album di Freddie Hubbard editato nel ’72, un lavoro strapieno di stelle – da Keith Jarrett a George Benson, da Ron Carter a Billy Cobham – che la band di Le Noci affronta col solito spirito sportivo, affidandosi tra l’altro proprio all’inventiva ritmica di Gentile per sopperire all’intreccio originale di percussioni ad opera del trio Cobham-Barretto-Moreira, non so se mi spiego. Impostazione tranquilla e rilassata, flemmatica mi verrebbe da dire, ad opera della chitarra, qui molto bensoniana.
Le Noci, senza far troppe cerimonie, propone oltre ai suoi brani, anche qualche rifacimento affrontato con impavido ottimismo. La mia impressione è che questo chitarrista non abbia ancora espresso il massimo di sé a livello compositivo e che attualmente, data anche la sua giovane età, si trovi tutt’ora in una fase, direi, esplorativa. La formula a trio, ad esempio, mi sembra meno innovativa del quintetto dell’album precedente, Social Music, non riuscendo qui a tracciare un profilo più autonomo e stilisticamente maggiormente riconoscibile. D’altra parte va dato atto che Le Noci non sembra voglia accontentarsi facilmente e che, da una formula vincente come quella precedente, abbia voluto provare un’esperienza più asciutta esponendosi con coraggio e sufficiente inventiva.
Tracklist:
01. In The House (06:24)
02. Eyes To Feel (03:34)
03. Nuts (06:57)
04. Fantasia (05:05)
05. Cyste (Can You See The End) (06:34)
06. Maiden Voyage (05:53)
07. Voodoo Child (07:00)
08. Sky Dive (06:20)
Photo © Stefano Sasso






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