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A.MA Records

Giovanni Angelini – Freedom Rhythm (A.Ma Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Ero rimasto decisamente impressionato dal primo lavoro di Giovanni Angelini A Tratti uscito in quartetto ormai sette anni fa. Quell’album dimostrava una maturità compiuta, proponendo un jazz in parte “quasi” tradizionale, manifestando però tensioni e dinamiche più contemporanee, a dimostrazione che il carattere smanioso del giovane batterista, allora trentenne, sembrava mal digerire le atmosfere rassicuranti di un limitante e abituale conformismo musicale. Così, con una formazione senza contrabbasso, venivano affrontati temi piuttosto lineari alternati ad altri tutt’altro che accondiscendenti, ad esempio in Scatole Blu o com’è successo con l’atmosfera chicagoiana di People in Yellow, fino ad arrivare a lambire lo spirito della Liberation Music Orchestra di Charlie Haden. Sembrava che Angelini avesse voluto ripercorrere alla sua maniera una gran parte della storia del jazz, soprattutto quella sviluppatasi dagli anni’70 in poi. Da quella prima esperienza a Freedom Rhythm sono cambiate un po’ di cose anche se non in maniera così radicale. Innanzitutto sono aumentati i collaboratori. Ci sono infatti otto musicisti che lo affiancano e della primaria formazione a quartetto è rimasto solo Vince Abbracciante, qui al piano elettrico. Stavolta il basso c’è, e si sente, ed è quello elettrico di Dario Giacovelli. C’è inoltre una chitarra suonata da Alberto Parmegiani e soprattutto compare una sezione di fiati con Gaetano Partipilo al sax contralto – considero un suo vecchio lavoro del 2013, Besides, un piccolo gioiello che spesso mi piace riascoltare – Giuseppe Todisco alla tromba e Antonio Fallacara al trombone. Chiudono la formazione il violoncello di Giovanni Astorino e l’intervento vocale di Simona Severini. Dato che Angelini è un musicista molto eclettico, nei suoi dischi si possono avvertire disparate influenze che ne attraversano la musica, senza che per questo l’Autore debba deviare verso eccessi didascalici o peggio ancora trasformarsi in un musicista che suoni “alla maniera di…” È per esempio fuor di dubbio, come del resto ammesso dallo stesso Autore, che una certa componente rock abbia animato – ed anima tuttora, più in questo disco che nel precedente – le sue bacchette quando cercano ritmiche apparentemente più aggressive. Anzi, a voler essere più specifici si avverte molto dell’epoca progressive, periodo che tra l’altro continua storicamente tuttora, facendo affidamento al grande numero di appassionati in circolazione che ancora seguono questo genere. Ma sarebbe troppo semplicistico parlare di un ibrido jazz-rock perché questa musica non lo è, o almeno, non dimostra di essere soltanto questo. Il jazz di Angelini è un prodotto composito, brillantemente policromo.

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Ivan Radivojevic – In Plain View (A.Ma Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

L’autoconsapevolezza, ovvero la coscienza di sé, è qualcosa che si crea giorno dopo giorno. Un’ontogenesi faticosa, fatta di stimoli, tentativi, ricusazioni e riproposizioni, fino a quando si sviluppa la certezza di esserci, di saper fare, di poter incidere nel mondo con i propri mezzi. Prendiamo ad esempio uno splendido trombettista come Ivan Radivojevic, di Belgrado. Nel suo curriculum, prima di aver partecipato alle importanti incisioni discografiche di Sanja Markovic – Ascension (2020 – recensione qui) – e di Max Kochetov – Altered Feelings (2022 – recensione qui), compaiono varie partecipazioni, ad esempio col rapper serbo Marcelo o con il pop-rocker Marco Mandic. Evidentemente, vuoi per motivi e interessi diversi ma anche di crescita musicale, Radivojevic ha provveduto a crearsi un substrato di esperienze differenti e di contatti culturali con tutto ciò che appartiene al Mondo attuale ad alla sua e(de)-voluzione. Ma non posso credere che questo trombettista non sia jazzista dentro, perché il modo in cui si esprime attraverso il suo strumento, gli atteggiamenti personali che non seguono formule, anche e persino qualche apparente indecisione nel suo soffiare sono quelle qualità che contribuiscono a fare di lui un uomo, se non consacrato, almeno devoto alla musica improvvisata che costituisce l’anima del jazz. La tromba di Radivojevic ha una qualità che spicca sopra le altre, possiede infatti quel timbro morbido che in questo suo esordio da titolare per A.MA records, In Plain View,ricorda da vicino Chet Baker o anche Paolo Fresu con opportune eccezioni che rimarcheremo progredendo nell’ascolto. È questione di qualità sonora, più che del tipo di fraseggio. Non parliamo di un suono magro o asciutto, alludiamo invece ad una rotondità plastica, con solo sporadici spigoli qualora si rendano necessari. Una tromba già maturata, al di là dei trent’anni o poco più del giovane musicista. Il tono complessivo dell’album è tranquillo, meditativo ma non sognante. La musica che ascoltiamo è riflessiva, non ci porta verso altri mondi ma aiuta ad un approccio più speculare con la realtà che viviamo e questo lo si deve non solo all’indubbia bravura del trombettista ma anche alla compartecipazione essenziale del gruppo che lo accompagna, cioè di Andreja Hristić al piano, Boris Sainović al contrabbasso, Bogdan Durđević alla batteria con le ospitate di Luka Ignjatović al sassofono contralto in Loving You In Reverse e di Andreja Stanković – guitar in Slipping Into The Night.

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Ipocontrio feat. Seamus Blake – Children’s Soul (A.Ma Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Una filigrana molto trasparente separa i salernitani Ipocontrio dal desiderio di sperimentare da un lato e di restare adesi alla tradizione dall’altro. Bruno Salicone al piano, Francesco Galatro al contrabbasso e Armando Luongo alla batteria non si discostano poi molto dal moderno concetto del classico trio jazz. Le sonorità moderate del piano fanno si che Salicone rimanga il perno principale della musica ma senza un eccessivo protagonismo, rimanendo in un rapporto paritario o quasi con gli altri due strumentisti. C’è qualcosa che però subito si nota nell’equilibrio di questo trio. Mentre il pianismo di Salicone è piuttosto melodico, rifuggente da facili estremismi solistici e tendente ad un linguaggio espressivo venato da atteggiamenti introversi, la ritmica si fa ben avvertire, spesso con tempi sostenuti senza essere rumorosa ma innestando tra le linee melodiche pianistiche un supporto vitalistico che mi ha ricordato, almeno per intenzione ed efficacia, la coppia DeJohnette-Peacock di jarrettiana memoria. In questo loro ultimo album intitolato Children’s soul – la terza uscita nella storia di Ipocontrio ma la seconda per l’intraprendente A.MA Records – il trio si avvale del numinoso apporto del grande tenorsaxofonista Seamus Blake, nato a Londra ma cresciuto in Canada e poi sistematosi negli Stati Uniti. Si tratta di un musicista che tra dischi firmati come titolare e altre numerose collaborazioni ha lasciato sul campo oltre una novantina di incisioni. Il suo apporto, su quattro delle otto tracce complessive dell’album, se da una parte immette una componente sonora brillante, briosa e non accademica, dall’altra evidenzia come anche in sua assenza il trio mantenga una propria, originale personalità. Questo Ipocontrio è infatti un gruppo ben rodato, che ha maturato una certa autostima e che sa rendersi perfettamente autonomo attraverso la proposta di una musica scorrevole che non presenti smagliature né discontinuità. Semmai, si avverte una certa timidezza nell’osare qualcosa in più e forse è il timore di perdere contatto con gli elementi tradizionalmente consoni per un jazz- trio che impedisce a questi musicisti di sviluppare in modo più finalizzato molte delle loro idee, come vedremo nell’analisi dei brani.

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Max Kochetov Quartet – Altered Feelings (A.Ma Records, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Quando riesco ad ascoltare qualche momento poetico nell’ambito del jazz contemporaneo tutto il resto passa, per me, in secondo piano. Questo lavoro del saxofonista ucraino Max Kochetov, originario di Kiev – la città natale di Bulgakov – ma residente in Serbia, viaggia su almeno due livelli poetici distinti. Infatti Altered Feelings, terza uscita discografica di Kochetov – ma la prima per A.Ma Records – tocca sentimenti profondi non solo direttamente attraverso melodie nobili, come quelle maggiormente evidenti nel brano di apertura e chiusura ma anche per vie secondarie, ad esempio quelle della memoria. Questo perché il lavoro di Kochetov ci fa ritornare a tutto ciò che di più bello e vitale ha prodotto il jazz dal dopoguerra in poi. Altered Feelings non rappresenta un’analisi critica “stricto sensu” né un semplice revivalismo classico ma una riproposizione dei termini fondamentali del jazz, sia nei suoni che negli sviluppi armonici. Tutto questo non può non farci pensare a quei caldi quartetti e quintetti che hanno riempito il cuore di ogni appassionato jazzofilo, soprattutto dalla seconda metà degli anni ’50 fino agli inizi dei’70. Passano davanti ai nostri occhi nomi classici, da Jackie McLean a Charlie Rouse, da Stanley Turrentine al trombettista Freddie Hubbard, fino a sfiorare la figura di Coltrane. Musicisti e gruppi, insomma, portatori di temi veri, arrangiamenti raffinati e costrutti melodici ben definiti, proprio come in questa occasione realizzata da Kochetov e compagni. La struttura di questo gruppo si accentra oltre che sui sax dello stesso Kochetov anche sul pianoforte di Andreja Hristic, il contrabbasso di Boris Sainovic e la batteria di Milos Grabatinic, con due ospiti di livello come Ivan Radivojevic e Samuel Blaser rispettivamente alla tromba e al trombone. L’insieme di questi artisti costituisce una vera e propria sorpresa capace di stupire per la notevole effervescenza sonora, mantenendo un rigore esecutivo molto pulito e utilizzando geometrie basilari perfette – da rimarcare anche la qualità dell’incisione di ottimo livello, particolare da non trascurare mai…

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Milena Jancuric – Shapes And Stories (A.Ma Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Le “sinestesie” sono dei fenomeni sensoriali-percettivi per cui un certo stimolo provoca una sensazione diversa da quella normalmente sperimentata. Può accadere ad esempio, che un suono possa essere inteso simultaneamente anche come colore o viceversa. Il flauto, per chi sa cogliere questa suggestione, evoca colori pastellati, un azzurro chiaro o un verde primaverile. Milena Jancuric è una giovane flautista serba, con alle spalle studi classici e un’attenzione via via sempre più calamitata dal jazz e da altri suoni contemporanei. Le tonalità azzurrine del suo strumento sfiorano con gentilezza diversi territori musicali che vanno da una moderna visione jazzistica a rimembranze classiche, da soffi più aggressivi – alla Roland Kirk, per intenderci – a paesaggi modali che evocano lontane tradizioni popolari. Un tocco di Debussy, un grammo di romanticismo e solo un velatissimo accenno alla sperimentazione, aiutano a comprendere meglio quest’artista e il suo primo disco da titolare, Shapes and Stories, uscito per l’etichetta pugliese A.Ma Records. La Jancuric è una flautista pura, i suoi studi, come leggo dalle note stampa, sono stati condotti sia a Belgrado che al Berklee College negli USA. La sua musica ha comunque un respiro vasto, extra-accademico e si muove disinvoltamente tra diverse punteggiature senza sentimentalismi, anzi conducendo le sue linee melodiche con asciutto nitore, delineando complessivamente un’immagine di rigorosa sostanza strutturale. L’album realizzato gode di una piacevole, appassionante luminosità, garantendo una freschezza che non appassisce nemmeno dopo ripetuti ascolti. I musicisti che accompagnano la Jancuric sono Alexandar Dujin al pianoforte, Petar Radmilovic alla batteria, Ervin Malina al contrabbasso. Compaiono poi con interventi estemporanei Milan Jancuric al sax tenore, Lazar Novkov alla fisarmonica e per finire la cantante Aleksandra Denda.

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Ugljesa Novakovic – Reflections (A.Ma Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

A noi, divoratori di musica, piace tanto trovar la pappa pronta. Così non ci preoccupiamo di cose di cui, invece, dovremmo interessarci. Per esempio, chi permette ai musicisti di esibirsi, di incidere dischi o pubblicarli sui vari streamer. Chi produce il loro lavoro, chi ci scommette sopra e soprattutto chi si industria per farceli conoscere. Allora permettetemi di elevare dei peana a tutte quelle etichette discografiche (e sono incredibilmente più di quanto si sospetti) che come questa A.Ma si prende la briga – ma io la chiamerei piu “missione” – di promuovere musica poco conosciuta ad un pubblico vasto. Mentirei se vi dicessi di conoscere il sassofonista Ugljesa Novakovic. Prima d’ora confermo che non ne avevo mai sentito parlare. Questo artista viene dalla Serbia, terra di cui ricordo solo qualche nome di musicisti che mi stanno comodamente sulle dita di una mano: Dusko Gojkovic (ma questo è troppo facile!), Bojan Z. (altrettanto semplice) Dusan Bogdanovic, (per le sue eterogenee esperienze nella musica classica e jazz) e Sanja Markovic, peraltro pubblicata da questa stessa etichetta pugliese A.Ma. So inoltre del festival di Nisville che si tiene ad agosto da quelle parti ma solo perché me ne parlò l’amico d’un amico che vi era andato a curiosare. Manifestando perciò la mia ignoranza ne approfitto, come si suol dire, per mettere le mani avanti ed espormi ad una recensione un po’ senza rete per la quale non potrò avere che pochissimi riferimenti precisi.

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Gianluca Vigliar – Plastic Estrogenus (A.MA Records, 2019)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Ed eccoci a parlare di un’altra produzione della piccola, ma prolifica, etichetta A.MA Records; si tratta di ‘Plastic Estrogenus’, nuovo album del quintetto del sassofonista Gianluca Vigliar. Ancora una volta si parla, anzi “si suona”, di ambiente e di ecologia, che ormai sembrano essere diventati il leitmotiv di una galassia di lavori musicali (ma anche artistici in senso lato), degli ultimi anni e che, insieme ai temi della migrazione dei popoli e delle radici della musica etnica, hanno popolato anche la scena del jazz contemporaneo. E’ ovvio che non essendoci, nella musica in particolare, uno specifico nesso semantico tra significante e signifcato, i brani proposti dal quintetto di Gianluca Vigliar, vadano giudicati per quel che sono al di là delle ormai consuete intenzionalità politiche (nel senso più nobile del termine). E il giudizio per questo lavoro non può che essere positivo. 

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Sanja Markovic – Ascension (A.MA Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Non è certo facilissimo trovare una jazzista che, oltre alla voce, utilizzi anche due strumenti, il sax tenore e il sax soprano. È il caso di Sanja Markovic, con il suo Ascension, composto da sette pezzi molto intensi e ben confezionati, dei quali due solo strumentali. Testi di grandi sentimenti umani per una musica ricercata che non nasconde la sua terra di origine, la Serbia. Ascension apre un lavoro musicale molto articolato e variegato, sia per la multiforme componentistica strumentale, una vera e propria orchestra, sia per i colori sonori, gli arrangiamenti e i pattern ritmici che formano un prezioso e multiforme bouquet di sonorità.

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