R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Ogni volta che mi capita sottomano un lavoro della A.Ma Records, non posso fare a meno di pensare ad un mezzo miracolo. I casi sono due. O il direttore dell’etichetta, Antonio Martino, è uomo molto fortunato che pesca casualmente in diverse proposte sempre interessanti ed in un certo qual modo esotiche, quasi del tutto sconosciute ai più, o invece è molto probabile che ci sia un autentico talento dietro tutto questo agire, una visione coerente e programmatica di dove e come indirizzarsi nel raccogliere nuovi artisti all’interno del variegato mondo jazzistico proveniente dall’Est Europa. Prendiamo ad esempio l’album, Hammonday del DIL trio, acronimo costituito dalle iniziali dei componenti di questa formazione di Belgrado nata nel 2020, cioè Dusan Petrovic alla chitarra elettrica, Irina Pavlovic all’organo Hammond e alla voce, con Luka Jovicic alla batteria – quest’ultimo peraltro presente anche in un brano del precedente lavoro della Pavlovic, già passato sotto la lente di Off Topic un paio d’anni fa con The Soulful Heritage (2023) – leggi qui. Questo trio incarna una perfetta sintesi tra tradizione e innovazione, operazione certo non nuova nell’ambito della musica jazz. A voler seguire il filo d’Arianna che parte proprio da questo Hammonday, arriviamo giusto nelle immediate vicinanze di The Soulful… non tanto per la scelta della strumentazione né tanto meno dello stile ma piuttosto per il riannodarsi di quei vecchi e inossidabili amori che legano questo jazz allo spirito degli anni ’60.

Mi chiedo spesso perché questo decennio e i suoi dintorni siano ancora così attrattivi per molti artisti contemporanei e non solo nell’ambito del jazz. Certo, il valore delle radici, il debito verso la tradizione, la nostalgia… Ma credo che l’elemento più trainante di tutti sia il ricordo di quel clima d’ottimismo e di speranze nel futuro che animava la vita e la cultura del Tempo, ben prima di quella serie di guerre disastrose che hanno minato tutte le certezze e che ancora continuano centinaia di chilometri più ad Est. Ecco, appunto, l’ottimismo. Questa qualità attitudinale trasuda dall’album di questo trio, anche per merito della timbrica bruna e calda dell’organo Hammond. Il sapore del suono di questo strumento ci arriva come fosse un cognac invecchiato bene che solletica le papille gustative mentali e riaccendendo vecchi amori mai sopiti per gli Hammond trio, spesso senza bassista dato che le note gravi venivano quasi sempre risolte dallo stesso organista, come appunto accade in Hammonday. Non si può, in casi come questo, non riannodare la memoria ad artisti come Jimmy Smith, Eddy Louis, Lonnie Smith, fino ai più recenti Joey DeFrancesco e John Medeski, tanto per fare qualche nome. Anche al di fuori dell’ambito più strettamente jazzistico, i miei primi personali ricordi per questi timbri risalgono a Brian Auger, Booker T& MG’s, James Taylor Quartet – il gruppo britannico, non l’omonimo folk singer bostoniano. Non includo in questo sistema il Keith Emerson dei Nice per le evidenti divergenze tematiche e stilistiche. Ma non è solo una questione di Hammond. Irina Pavlović, resta comunque l’anima del progetto avendo composto sei dei nove brani proposti nell’album – l’ultima traccia è un’alternative track – in cui si reinventa, dopo la precedente esperienza pianistica del 2023, trasformando il suo Hammond in un sistema eliocentrico attorno al quale però ruotano sia i groove raffinati di Petrović – che si muove agilmente con armonizzazioni spaziose e assoli esuberanti – e la ritmica complessa di Jovičić. Ragion per cui gli strumenti dialogano sovrapponendosi e contrapponendosi in un manifesto di vitalità creativa in cui predomina la solarità ed una certa gioia di vivere, creando un discorso musicale che seduce senza mai scadere nella prevedibilità.
Il rapido riff di You Move Me innescato dalla chitarra si evolve attraverso una forma swingante dominata inizialmente dalle luminescenze dell’organo, per poi passare la mano alla chitarra citazionista di Petrovic che si muove lungo un bebop misurato. Qualche rullata di batteria di Jovicic prelude alla ripresa del riff, riproposto prima del gran finale. Spy Walk cammina col passo felpato di un gatto, sempre servendosi del funzionale incastro melodico e armonico tra chitarra e organo. Se c’è un particolare che mi piace rilevare in questo ed in altri brani è l’assenza di compiacimento, si avverte infatti come i musicisti siano sempre sul pezzo, senza divagare inutilmente in prolungati ed esclusivi assoli. Qui è appunto la chitarra che si propone per prima, evitando puntigliosità dispersive, con la Pavlovic che segue a ruota, mantenendo lo stesso atteggiamento misurato quando tocca a lei mettersi in gioco con l’assolo planante sugli accordi e sui passaggi, senza smarrirsi nei tortuosi sentieri angolosi dei passaggi cromatici di marca be bop. Gledaj Pravo innesca un veloce ritmo latino con la chitarra che traccia un tema dal sapore d’estate e di lunghe giornate soleggiate. Ma qui, quasi paradossalmente alla suggestione della dilatazione temporale, il fraseggio chitarristico si fa più stretto e serrato mentre l’Hammond resta più trattenuto, come se volesse impegnarsi maggiormente nell’accompagnamento, lavorando anche sui tasti bassi della tastiera, simulando una sorta di botta e risposta con il batterista. Il brano, pur ottimamente suonato, rischia però di deviare verso un eccessivo clima lounge.

Lights Off è un classico slow ballabile la cui impronta tematica di soul-jazz è affidata ai toni ardenti della tastiera dell’Hammond, ben presto supportati dalla scioltezza dell’assolo di Petrovic che disegna veramente un ottimo assolo, avvolto dagli accordi dell’organo e dall’accompagnamento pop rock del batterista. Convince anche la prova solistica della Pavlovic, attenta a non incappare in fraseggi preconfezionati. This is Funky sembra proprio una dichiarazione d’intenti in una raccolta di ideogrammi sonori di marca molto sixties. In realtà il funky qui proposto è un mid-tempo piacevole ma un poco edulcorato, in cui si presta molta attenzione allo swing melodico piuttosto che non ad una maggior organizzazione della struttura ritmica, sostenuta dal drumming leggero, comunque elegante di Jovicic. Irincetovo Cukanje Na Cukovcu si annuncia con una serie di rullate di batteria e si dispiega per quello che è, cioè uno swing dalle screziature bluesy. La chitarra guizza con la solita sicurezza sotto le dita di Petrovic, con l’Hammond che ne disegna le ombre, offrendo tridimensionalità all’assolo dello stesso chitarrista. Quando interviene l’organo, come già rilevato in precedenza, si determina un ambrato corredo armonico. Ottimo l’interplay, ci si arrende senza condizioni alla gioiosa corposità della musica che scorre spontanea, senza ostacoli di sorta. Stari Grad mostra delle fattezze più blues, con un’introduzione ad effetto, interrotta da una pausa. Dopo di che il trio pensa a rallentare i tempi – ma non troppo – puntando maggiormente ad un’espressività fatta di sentimenti contrastanti. Chitarra in gran spolvero con l’organo impegnato a far le veci del contrabbasso in un adeguato walking bass che accompagna Petrovic per tutta la prima metà brano. Nella seconda parte l’Hammond si muove più guardingo, cercando d’incidere maggiormente sull’atmosfera del pezzo. Finale ben strutturato da entrambi gli strumenti che non sembrano forzare mai la mano. Segue Balkan, cantato inizialmente per un momento limitato dalla stessa Pavlovic. Questo brano è l’unico, parziale intervento, che rimandi ad un’eco popolare più orientata verso una suggestione est-europea, forse per la presenza di qualche battuta modale lungo l’evoluzione della traccia. In realtà il gruppo mescola parecchie carte, dal blues al sempiterno swing, al soul e naturalmente all’Hammond-jazz. S’infila anche un breve assolo di batteria ma mi sembra che, limitatamente a questo pezzo, l’ambizione dell’organico abbia superato il risultato che resta, a mio parere, irrisolto e anche un po’ confuso. What If veleggia molto lenta, quasi al chiar di luna, in un clima raccolto e pensoso. La sonorità si mantiene spoglia ed evanescente e nel mezzo degli accordi intensi dell’organo si liberano note blues di chitarra. Finale in dissolvenza. L’ultimo brano della sequenza è una versione alternativa di Lights Off, con l’intervento al trombone di Corey Wilcox, già presente nel precedente lavoro della Pavlovic. Nonostante il brillante curriculum e percorso artistico dello stesso Wilcox, il suo intervento mi sembra incerto e non bene intonato.
DIL Trio riesce a rendere il jazz contemporaneo senza tradirne le radici, portando avanti un’eredità che onora il passato ma guardando per contro un po’ poco al futuro. Nonostante tutto, la musica decisamente non autoindulgente che si libera da queste tracce è così piacevole e fiduciosa dei propri mezzi che risulta molto coinvolgente, una cornucopia di timbriche variegate, ben amalgamate che tradiscono voglia di fare e alta professionalità.
Tracklist:
01. You Move Me
02. Spy Walk
03. Gledaj Pravo
04. Lights Off
05. This Is Funky
06. Irinčetovo Čukanje Na Ćukovcu
07. Stari Grad
08. Balkan
09. What If
10. Lights Off (Alt.Take)






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