R E C E N S I O N E


Non credo che l’accesso alla celebrità sia la principale preoccupazione del Bassism Trio. Del resto, il loro lavoro Dreams Must Explain Themselves sembra evidenziare il concetto con una certa chiarezza. Affiora, in questo album, la volontà di costruire un lessico autonomo, sottratto alle convenzioni dell’ensemble jazzistico tradizionale, dove il peso specifico del registro grave diventa qui materia narrativa anziché semplice fondamento ritmico. Il progetto riunisce Errico De Fabritiis – vedi qui – al sax baritono, sax contralto e kalimba, Alberto Popolla al basso elettrico e al clarinetto basso – leggi qui – e Ferdinando Faraò – fondatore della Artchipel Orchestra, leggi qui – alla batteria e alla voce, con la partecipazione della figlia Naima Faraò che interviene vocalmente nella title track. Dal tipo di formazione e dalla sua impostazione si può intuire come questo gruppo non utilizzi strumenti armonici ma si giochi tutto abbinando basso elettrico, sax baritono e clarino basso in un contesto ritmico ed elettronico in cui le note più gravi costituiscono il principale riferimento – non certo l’unico – del loro percorso musicale.

De Fabritiis e Popolla fanno anche parte dei Roots Magic, gruppo assai stimolante di cui Off Topic si occupò nel 2020 recensendo Take Root Among the Stars – leggi qui. L’amore per una certa letteratura americana di questi due musicisti è evidente, dato che sia il titolo di quell’album dei Roots Magic sia Dreams…, fanno riferimento a due scrittrici americane di science-fiction. Nello specifico, tutto questo nuovo album è un omaggio esplicito all’immaginario letterario dell’americana Ursula K. Le Guin (1929-2018), conosciuta al grande pubblico non solo per i suoi racconti di fantascienza ma anche per raccolte di saggi politico-filosofici. Proprio da una di queste selezioni è stato preso il titolo per l’opera in questione del Bassism Trio. Ciò che colpisce è l’essenzialità di questa musica. Un jazz turgido, ruvido senza eccedere, tra avanguardia ed alcuni elementi che richiamano la tradizione africana, non privo di un certo, personale swing. Ogni episodio pare costruito come fosse un esperimento sul comportamento del suono qualora venga privato di qualsiasi rete di protezione armonica e questo accentua quel rischio che è parte integrante del linguaggio del trio. Bassism Trio riesce comunque ad evitare le paludi delle improvvisazioni estreme grazie a una scrittura ponderata, spesso appoggiata a percorsi armonici modali. ll paesaggio timbrico tende spesso all’ipocromatismo, pochi colori, sfumature ridotte all’essenziale, una tavolozza che rende ancora più incisive le minime variazioni dinamiche. La musica s’accomoda spesso su ostinati di base in cui ritmi funky, groove ed effetti elettronici si organizzano in moduli asciutti, con linee tematiche circolari, improvvisazioni quasi ascetiche, refrattarie ai facili melodismi. La sensazione dominante è che nessuno reclami il centro della scena e che ciascuno intervenga quando il discorso collettivo lo richiede. L’album possiede inoltre un incedere carico di energia che evita però di trasformarsi in eccessiva enfasi muscolare, preferendo manifestare una forza quasi trattenuta in cui gli interventi strumentali sembrano brillare di una qualche combustione interna. L’effetto che si ottiene con questo controllo energetico è sorprendentemente e paradossalmente trofotropo, cioè una musica che a tratti sembra rallentare il metabolismo percettivo e indurre un ascolto meno impulsivo, quasi ipnotico. ll richiamo alla già citata Ursula K. Le Guin non rappresenta solamente un semplice omaggio letterario – potete tra l’altro ascoltare la sua voce riportata nel penultimo brano dell’album, Kesh Valley Part Two. Tutta l’opera sembra condividere con la scrittrice una disposizione a perdersi dentro geografie immaginarie, accettando che ogni deviazione possa rivelarsi più significativa della meta. Emerge, inoltre, una riflessione implicita sul presente. Viviamo immersi in una sorta di retromania che spesso scambia la citazione per invenzione propria. Invece questo lavoro dichiara esplicitamente una fonte ispirativa letteraria, mostrando nel contempo di saper definire un vocabolario musicale originale, invece di limitarsi ad ispirarsi altrove o addirittura a replicare altri linguaggi già collaudati.

Si inizia con la title track Dreams Must Explain Themselves, dove il canto congiunto dei Faraò padre e figlia allunga su una implacabile base ritmica, in sincrono con il sax di De Fabritiis. Il brano s’imposta su un funky groove deflagrante ma circa a metà percorso gli spazi s’allargano. Le voci riportano a cori d’origine nordafricana, la batteria si divide in sistemi percussivi che sostengono la natura un po’ esotica di questo intermezzo. Poi qualche intervento elettronico, mentre il sax sembra proiettarsi in una dimensione parallela fino a quando ritorna il groove iniziale a chiudere i giochi. Una traccia carica di energia che si sporge verso un inaspettato cosmic jazz. Kesh Valley Part 1 è un titolo che si riferisce ad un contenuto del romanzo firmato dall’onnipresente autrice Ursula K.le Guin, Always Coming Home. Si tratta di un’etnografia fittizia sul popolo Kesh, gente di un futuro lontano (?) che vive in una Napa Valley post apocalittica. Un brano inquietante costruito su un drone fisso, con continui segnali elettronici che vagano nello spazio, pulsars provenienti da stelle ormai morte, misteriosi segnali radio tutti da decifrare.

Hampstead Heat è una brughiera che si estende come territorio protetto nei pressi di Londra. La Le Guin lo ritrasse in un acquerello, probabilmente alterandone in modo immaginifico la mappa, come lei era solita fare, un po’ come per le topografie immaginarie disegnate da Tolkien. Il brano comincia dallo stesso drone che ha accompagnato il pezzo precedente ma prende una strada diversa, indirizzandosi verso un tema funky dove sembrano sovraincisi sia il sax contralto che il baritono. La linea basso-batteria si adagia su un riff circolare, lasciando campo aperto al baritono che spazia liberamente, recuperando qualche clima un po’ free. Tuttavia la ritmica lo tiene saldamente ancorato a terra prima di tornare al tema coi due sax di De Fabritiis. Foggy mi sembra il brano migliore della sequenza. Inizia infatti in modo un po’ sornione con il clarino che sostituisce il basso elettrico, costruendo un ipnotico riff insieme alle fantasiose percussioni di Faraò. Ed è sempre il sax baritono che approfitta di questa base reiterata per viaggiare in molteplici, controllate direzioni. Ma il momento migliore l’abbiamo quando da tutto questo si isolano il clarino basso e il sax baritono – c’è sempre una nota elettronica costante di bordone – intrecciandosi e dialogando tra loro in modo indipendentemente lirico, offendo insieme una deliziosa parentesi di riflessi e ombre. Con Kesh Valley Part 2 ci si rimmerge nel clima elettronico della Part 1 ma stavolta possiamo ascoltare un estratto parlato della stessa Le Guin. Shake si concretizza all’inizio in uno scambio a due di idee condivise tra batteria e clarino. Il ritmo imposto da Faraò è volutamente semplificato e in un secondo tempo compare anche il baritono di Fabritiis. Questo ultimo breve pezzo potrebbe essere anche interpretato, così come suggerisce il titolo,nel senso più danzereccio del termine, chiudendo l’album con un lieve tocco ironico.

Dreams Must Explain Themselves riesce a sottrarsi tanto al situazionismo di certe avanguardie quanto alla rassicurante riconoscibilità della tradizione, scegliendo invece uno spazio liminare nel quale la composizione e l’improvvisazione diventano strumenti di una medesima indagine collaborativa. In questo senso il Bassism Trio sembra suggerire che il vero atto creativo non consista tanto nell’inventare un linguaggio completamente nuovo – illusione che la storia della musica ha più volte smentito – bensì nel riorganizzare la memoria sonora in una forma capace di produrre nuovi significati. Il riferimento a Ursula K. Le Guin assume un valore che travalica la semplice citazione. Come nei suoi racconti, anche questa musica inventa mondi alternativi per interrogare quello reale. L’album diventa così un esercizio di immaginazione critica, dove il registro grave degli strumenti non è soltanto una scelta timbrica ma una prospettiva filosofica, un punto d’osservazione da cui il paesaggio sonoro appare meno spettacolare e più essenziale, meno incline all’esibizione e più disposto ad essere ascoltato.


Riccardo Talamazzi è un insopportabile vecchiaccio che vuol sempre aver ragione su tutti e tutto. Va avvicinato con le dovute cautele perché morde. E non ama essere contraddetto.

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