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Daniel Villareal – Panamá 77 (International Anthem, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Mettete insieme un collettivo di una quindicina di musicisti sotto il riferimento tutelare di Daniel Villarreal, batterista originario di Panama e deejay residente attualmente a Chicago.  Aggiungete una piena manciata di stili riconoscibili come il jazz, il dub, il rock, la cumbia, l’hip-hop, il funky, la psichedelia, l’afro beat e quant’altro. Immaginate un lavoro registrato principalmente tra la stessa Chicago e Los Angeles in cui solide strutture musicali si sovrappongano a libere improvvisazioni, difformità ritmiche africane e latine si diluiscano in un flusso lisergico d’altri tempi, danze sudamericane e beat anni ’60 si sposino generando timide sperimentazioni elettroniche. Ebbene, se siete riusciti a figurarvi tutto questo, siete solo a metà dell’opera. Perché quello che resta da aggiungere è la parte più preponderante, cioè la giocosa energia del suono sprigionato dalla musica di Panama 77, opera prima da assoluto titolare di Villarreal. Raramente mi diverto in questa misura, trovandomi ad ascoltare il disco di un esordiente. In effetti il “piacere” nella sua forma più immediata e vitalistica, è il termine più adatto che riesca a trovare per definire al meglio questo album. Ma non si creda si tratti di un divertimento solo superficiale. La musica di questi brani riesce a scavare una strada nel corpo e nella mente, distribuendo in egual misura componenti ritmiche che invitano alla danza ed altre puramente ludiche ed emozionali. In effetti la storia personale di Villarreal è piuttosto indicativa riguardo la natura della sua proposta artistica. Avendo avuto un inizio come batterista punk rock – e da questo punto di vista più di qualcosa gli è rimasto tra le bacchette –  è solo dopo il suo trasferimento negli USA che la natura eclettica di Villarreal si è potuta maggiormente estrinsecare. Innanzitutto migliorando la sua tecnica esecutiva e testando le sue capacità in alcuni importanti gruppi musicai, tra cui i Dos Santos che appaiono come l’ensemble di punta tra tutte le sue ulteriori collaborazioni. È proprio rispetto a quest’ultima, apprezzata band latina formata da elementi messicani, portoricani e panamensi, a cui Villarreal sembra maggiormente riferirsi, addirittura a tratti esasperandone il clima e immettendovi, per l’occasione, un pizzico in più di jazz e facendo avvertire la sua lunga esperienza di deejay. Forse è stato proprio questo mestiere che l’ha aiutato a comprendere le relazioni tra generi musicali diversi, trovando i passaggi giusti per sfumare un disco nell’altro e utilizzando questo “trucco” nel suo album, dove si ha  spesso l’impressione di un flusso unitario di musica con pochi angoli acuti. Così l’ascolto finale del disco diventa un continuo passaggio tra stili eterogenei in un’opera aperta e sincretica dai tratti assolutamente contemporanei, comunque sempre fresca, divertente ed eccitante.

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Ivan Radivojevic – In Plain View (A.Ma Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

L’autoconsapevolezza, ovvero la coscienza di sé, è qualcosa che si crea giorno dopo giorno. Un’ontogenesi faticosa, fatta di stimoli, tentativi, ricusazioni e riproposizioni, fino a quando si sviluppa la certezza di esserci, di saper fare, di poter incidere nel mondo con i propri mezzi. Prendiamo ad esempio uno splendido trombettista come Ivan Radivojevic, di Belgrado. Nel suo curriculum, prima di aver partecipato alle importanti incisioni discografiche di Sanja Markovic – Ascension (2020 – recensione qui) – e di Max Kochetov – Altered Feelings (2022 – recensione qui), compaiono varie partecipazioni, ad esempio col rapper serbo Marcelo o con il pop-rocker Marco Mandic. Evidentemente, vuoi per motivi e interessi diversi ma anche di crescita musicale, Radivojevic ha provveduto a crearsi un substrato di esperienze differenti e di contatti culturali con tutto ciò che appartiene al Mondo attuale ad alla sua e(de)-voluzione. Ma non posso credere che questo trombettista non sia jazzista dentro, perché il modo in cui si esprime attraverso il suo strumento, gli atteggiamenti personali che non seguono formule, anche e persino qualche apparente indecisione nel suo soffiare sono quelle qualità che contribuiscono a fare di lui un uomo, se non consacrato, almeno devoto alla musica improvvisata che costituisce l’anima del jazz. La tromba di Radivojevic ha una qualità che spicca sopra le altre, possiede infatti quel timbro morbido che in questo suo esordio da titolare per A.MA records, In Plain View,ricorda da vicino Chet Baker o anche Paolo Fresu con opportune eccezioni che rimarcheremo progredendo nell’ascolto. È questione di qualità sonora, più che del tipo di fraseggio. Non parliamo di un suono magro o asciutto, alludiamo invece ad una rotondità plastica, con solo sporadici spigoli qualora si rendano necessari. Una tromba già maturata, al di là dei trent’anni o poco più del giovane musicista. Il tono complessivo dell’album è tranquillo, meditativo ma non sognante. La musica che ascoltiamo è riflessiva, non ci porta verso altri mondi ma aiuta ad un approccio più speculare con la realtà che viviamo e questo lo si deve non solo all’indubbia bravura del trombettista ma anche alla compartecipazione essenziale del gruppo che lo accompagna, cioè di Andreja Hristić al piano, Boris Sainović al contrabbasso, Bogdan Durđević alla batteria con le ospitate di Luka Ignjatović al sassofono contralto in Loving You In Reverse e di Andreja Stanković – guitar in Slipping Into The Night.

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Selezione Speciale – Ritmo Sincopato: il jazz in Italia

P O D C A S T


Articolo di James Cook

Quando DJ Gas mi ha chiesto se mi sarebbe piaciuto preparare una puntata di Selezione Speciale ho risposto subito con entusiasmo. Seguo sempre con molto interesse le puntate di Ritmo Sincopato: il jazz in Italia e l’idea che mi è venuta per creare il mix era di selezionare brani di jazz italiano, recenti, di progetti che vorrei contribuire a far conoscere. Insomma avevo in mente una puntata normale del podcast condotto da DJ Gas, senza notizie ed interviste. Ecco la mia selezione:

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Marco Pacassoni Trio – Life (Giotto Music, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Con Marco Pacassoni possiamo dire che il processo di ristrutturazione dei “quartieri periferici” del jazz si stia avviando verso un deciso miglioramento estetico. L’Europa non è più, da tempo, la sorella minore del jazz contemporaneo. Pacassoni può quindi scegliersi addirittura degli illustri compagni di avventura americani come il contrabbassista John Patitucci e il batterista Antonio Sanchez, progettare un disco come questo Life e registrarlo a New York facendolo conoscere al mondo intero. Solo qualche anno fa queste imprese erano rare, piuttosto si assisteva al processo inverso, per cui molti jazzisti americani venivano invitati in Italia, si organizzavano con gruppi estemporanei anche di ottimi musicisti nostrani per fare concerti e spesso incidere dischi. Si viveva una sorta di benevolo colonialismo culturale, giustificato forse dal gap tra due diversi modi d’intendere la musica, sia per storia che per tradizione. Il quarantunenne vibrafonista Pacassoni sta ora vivendo indubbiamente un’avventura affascinante che l’ha portato dalle Marche, dopo il diploma di Conservatorio conseguito a Pesaro, fino al Berklee di Boston e poi all’insegnamento musicale sia negli stessi USA che qui in Italia. Noi di Off Topic ci eravamo già occupati di questo artista e potete quindi trovare la recensione del suo precedente lavoro Hands & Mallets (2021) – presentato insieme ad Enzo Bocciero – proprio qui. Attraverso una numerosa serie di esperienze discografiche, iniziate nell’anno 2000 con Vibrafonia, poi passate attraverso una girandola di collaborazioni e progetti fino al Matteo Pacassoni Quartet & Group – dal 2011 al 2018 – il vibrafonista marchigiano s’impegna ora in una vera e propria esperienza quintessenziale, un lavoro come Life ben rifinito dai suoi collaboratori americani che seguono le strade melodiche impostate da Pacassoni senza mai costringerlo all’angolo, anzi, dimostrando una cura ed un rispetto per la sua musica quasi al di là delle normali aspettative.

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Anteloper – Pink Dolphins (International Anthem, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Cominciamo dal Pink Dolphin e non solo perché è il titolo o perché è raffigurato in maniera psichedelica e naif sulla copertina del disco (continuo ostinatamente a chiamare disco ogni prodotto musicale anche su altri supporti), ma anche perché è una creatura incredibile, nel senso che è difficile credere alla sua esistenza e, non so perché, mi sembra somigliare molto a Jaimie Branch. Un delfino di acqua dolce che vive (almeno per ora) e risale i fiumi dell’Amazzonia. A dire la verità Jason Nazary e Jaimie sembrano anche loro essere “bestie rare“: entrambi hanno una “militanza” nella musica e nella cultura punk ed entrambi sembrano “pesci fuor d’acqua”. Sì, lo so il delfino è un mammifero, ma diversamente la metafora non stava in piedi. Nuotano in acque che stanno tra il jazz e qualcos’altro, anzi tra qualcos’altro e il jazz, ma questo importa solo a chi vende i dischi e non sa dove collocare lo splendido Pink Dolphins loro ultima fatica, con Jaimie Branch alla tromba, elettronica, percussioni e voce, Jason Nazary alla batteria e synth e Jeff Parker al basso e chitarra. L’antilope è un’altra creatura che per ragioni diverse attrae i due musicisti, che detto per inciso saranno al Teatro dell’Arte di Milano il prossimo ottobre. L’antilope è meno socievole del delfino, ma è anch’esso un animale gentile.

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My Hellgren & Peter Söderberg – Plucked and Bowed (FRIM Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Aldo Del Noce

Suggestiva, comunque non scontata, l’idea del cimento in un contesto improvvisativo del violoncello (che non ne è affatto attore impensabile) con tre cordofoni dalle distinte vicissitudini in quest’ambito. Fuor di discussione le attitudini della chitarra, così come per l’arabico oud (del cui idioma l’espressione istantanea è parte integrante) ma certamente inattesa riesce l’impiego della tiorba, decadente quanto attrattiva evoluzione del liuto; ma anche i classicisti si facciano una ragione, ché non soltanto alla scrittura erano affidate le espressioni di liutisti e tiorbisti nel relativo periodo, a cavallo tra Sei e Settecento, in testa gli autori del barocco made in France.

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Aura Nebiolo – A Kind of Folk (Abeat Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

In una piacevole tavolata tra amici mi capitò di sostenere – complice il vino che induceva giocoforza ai dialogoi – che piccoli gruppi cameristici, sia nell’ambito classico che nel jazz, costituivano una teorica modalità perfetta di ascolto. Pochi strumenti, meno distrazioni, più capacità di seguire lo svolgimento della musica. Al che uno tra i commensali mi fece riflettere sul misterioso, abbacinante effetto di un’orchestra. Magicamente, strumenti di natura diversa che svolgono parti differenti come trombe e tromboni, archi e flauti, s’intrecciano in una sorta di danza erotica, avvicinandosi e allontanandosi in un altalena continua tra eccitazione e malinconia. “La differenza” – sosteneva l’amico – “sta tutta nel colore”. A distanza di tempo devo convenire che un gruppo orchestrale, considerato nel suo insieme, si trova realmente su un altro pianeta. Se poi le partiture sono scritte con cognizione di causa e in una modalità cosi pura e lineare come nel caso di questo A Kind of Folk, seconda uscita discografica della compositrice e cantante astigiana Aura Nebiolo, allora può scattare veramente una sorta di seduzione verso tutto ciò che riguarda un’orchestra e il potenziale della sua tavolozza di sfumature. Il titolo dell’album, come racconta la stessa autrice, si rifà ad un brano del trombettista Kenny Wheeler, appunto Kind of Folk, che si trova in Still Waters uscito nel 2005. Paradossalmente questa traccia è eseguita in duo – oltre alla tromba di Wheeler c’è anche il piano di Brian Dickinson – ma tra gli spazi sonori e le suggestioni armoniche create dai due musicisti, la Nebiolo potrebbe averci letto degli spunti, delle idee nuove dalla cui elaborazione è nato un disco come questo pubblicato per Abeat. L’artista piemontese, diciamolo subito, è una più che piacevole sorpresa. Da quello che avevo compreso nel suo disco precedente, una raccolta di standard dedicati a George & Ira Gershwin, pubblicato solo l’anno scorso, mi era sembrata una brava cantante jazz e poco di più, alle prese tra l’altro con una formazione ridottissima (vibrafono e contrabbasso, rispettivamente degli ottimi Maurizio Vespa ed Enrico Ciampini). Francamente, non avrei potuto prevedere questa evoluzione che ora la vede nella triplice veste di cantante, autrice ed arrangiatrice e in grado di condurre elegantemente gli undici elementi della sua orchestra – li citerò tutti, come conviene, in coda alla recensione –  inserendosi tra loro con la sola voce.

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Enrico Pieranunzi – Something Tomorrow (Storyville Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Ogni volta che esce un nuovo disco di Enrico Pieranunzi non si tratta più di capire se sia un buon lavoro o meno ma piuttosto di prendere atto del costante livello di eccellenza del pianista romano. A dire il vero, nella sua lunga carriera concertistica e discografica, Pieranunzi si è sempre espresso a livelli altissimi e personalmente ritengo il suo disco dal vivo, il Live at Village Vanguard del 2013, una delle espressioni massime della sua arte. Quella musica tesa, fremente, stracolma di energia realizzata con Marc Johnson e Paul Motian, dovrebbe essere presa ad esempio di come si possa suonare al top pur nella essenziale nudità della formazione a trio, senza rimpiangere i numerosi esempi lasciati da Bill Evans e Keith Jarrett, per parlare solo dei più famosi e rappresentativi. Se la musica è equilibrio tra emozione (l’ispirazione compositiva) e ragione (la geometria strutturale)  Pieranunzi dimostra anche in quest’ultima uscita Something Tomorrow di possedere l’arte della conciliazione tra i due fattori. In questo disco, realizzato in studio e quindi al di fuori del clima torrido di un’esibizione live, non si ascoltano funambolismi particolari e del resto non ce ne sarebbe bisogno. Bastano i pochi accordi iniziali di Those Days per renderci conto del mulinare d’idee perfettamente sotto controllo, frutto della collaborazione con la batteria di André Ceccarelli – una vecchia conoscenza con cui Pieranunzi ha suonato dal 1996 in sei precedenti lavori –  e del contrabbasso di Thomas Fonnesbæk, che aveva già affiancato il pianista  in un disco del 2018, Blue Waltz e in New Visions del 2019. I brani di Something Tomorrow sono quasi tutti di Pieranunzi, ad eccezione della traccia 6 ad opera di Fonnasbaek e dell’ultimo This is new la cui musica fu composta da Kurt Weil con parole di Ira Gershwin, fratello di George, in pezzo pubblicato nel 1941 e facente parte originariamente del musical Lady in the Dark.

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Tommaso Moretti – Inside Out (Bace Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Quando mi sono trovato ad ascoltare i file in anteprima di Tommaso Moretti mi sono interrogato più o meno come fece Don Abbondio riguardo a Carneade. Poi, scorrendo le note stampa accluse a questo Inside Ou, mi è balzata agli occhi la chiave dell’enigma. Un nome, quello dei Tribraco. Una formazione italiana fondamentalmente rock ma decisamente sporta verso l’avanguardia, uno tra i miei gruppi preferiti nell’ambito di quello che oggi si definisce genericamente “avant”, appellativo che precede altri attributi variabili come rock, jazz, punk, usati singolarmente o fantasiosamente mescolati tra loro. Per farla breve, Moretti è stato – o è ancora? – l’eccellente batterista di questa band romana. Lo stesso Moretti si è trasferito, non so quanto definitivamente, a Chicago nel 2013. L’ultimo suo album esce quindi per un’etichetta indipendente statunitense, la Bace Records. Il profilo di questo lavoro appare piuttosto lontano dal suono dei Tribraco e si presenta assumendo dei connotati più marcatamente jazz, con musicisti americani – uno solo brasiliano – producendo una musica assai interessante, arricchita da numerose influenze diversificate che provengono dal mondo latino americano e anche dall’Italia. Moretti non dismette, semmai controlla maggiormente le sue naturali esuberanze percussive, prestando attenzione al delicato lavoro d’insieme che la costruzione di questo album ha reso necessaria. Vitalità, inventiva, frequenti cambi direzionali: il risultato ottenuto conserva comunque una propria omogeneità di stile ed una marcata ricercatezza delle sfumature. Non è un suono di pancia, per intenderci, quello che complessivamente si ottiene. Ma bensì una miscela sonora dovuta alla mescolanza di diverse istanze culturali, germogliate nella mente di Moretti e definitivamente fiorite con il contributo della sua band. Un settimanale quotato come il Chicago Reader sottolinea con una certa enfasi un “joyful spirit and a taste of Italy”. In effetti qualcosa d’italiano affiora qua e là nel discorsivo fluire di questo album, forse alludendo a tratti alla colonna sonora di qualche “italian movie” rimasto nella memoria degli americani. O forse, più verosimilmente, per via del rifacimento di Era de Maggio, la storica canzone napoletana di fine ‘800, resa in modo così ammiccante da ricordare le musiche di Nino Rota. L’iconico brano napoletano viene affrontato senza timore reverenziale dalla voce di Moretti – probabilmente anche con una certa provocatoria incoscienza – ma rendendolo comunque spoglio di quell’aspetto formale che ci saremmo aspettati di ascoltare.

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