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Javier Girotto | Vince Abbracciante – Santuario (Dodicilune, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Nel suo viaggio a ritroso, dall’Argentina alla Puglia terra dei nonni, Javier Girotto deve aver ritrovato l’antica cartografia delle sue origini. Una mappa sentimentale che gli ha consentito probabilmente di ampliare i propri riferimenti culturali e di sovrapporli a quelli già acquisiti dalla sua terra natale. Una nostalgica esistenza sui generis, quindi, che non si abbandona agli struggimenti ma che cerca di tatuare immagini nuove sulla pelle dei ricordi, ottenendo così, com’è stato per altri versi con gli Aires Tango, degli ibridi anfibi, pronti ad adattarsi sia alle malinconie di Cordoba che alle terre pugliesi, vivendo con la stessa intensità emotiva entrambi i luoghi. Per questo viaggio ulteriore tra Argentina e Italia del Sud, Girotto si accompagna con Vince Abbracciante, uno dei più validi fisarmonicisti presenti sulla scena europea. Insieme, uno come ombra dell’altro, scelgono una musica profondamente “semplice”, non gravata da esigenze particolarmente moderniste, tenendosi anche ai margini del jazz per vivere un folk un po’ sornione, spesso leggibile con garbata ironia, dove si ascoltano suoni mediterranei, balcanici, echi di tango, improvvisazioni piene di fuoco e di salate malinconie. La coppia Girotto-Abbracciante, in questo Santuario, procede in solitaria, concedendosi solo l’occasionale cambio dei fiati di Girotto, che si altalena tra il sax soprano, quello baritono e il flauto andino. Abbracciante, da par suo, pur lavorando solo sul proprio strumento, offre un’intensa gamma di variazioni di colori e di emozioni passando da momenti più vulcanici – che ricordano l’impeto di un altro fisarmonicista suo conterraneo come Antonello Salis – a frangenti più delicati, addolciti dalla naturale, ombrosa allegria propria della fisarmonica.

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Igor Caiazza – Blu (Abeat Records, 2021)

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Recensione di Aldo Pedron

La Abeat Records di Mario Caccia di Solbiate Olona (Va) è una delle più attente ed importanti etichette discografiche nell’ambito jazz, sempre pronta a scoprire nuovi talenti e confermare artisti di valore già affermati. Una politica quella della Abeat Records dedita a sostenere e promuovere giovani talora spesso esordienti e talentuosi musicisti soprattutto italiani. Rispetto ad altre etichette Abeat non segue una linea editoriale omogenea o ristretta ad una unica tipologia di genere o di stile ma tende a promuovere progetti con una propria e forte identità. Un catalogo notevole che vi invito a sfogliare e visitare.

Igor Caiazza è un brillante compositore, arrangiatore, percussionista classico e vibrafonista jazz. Ha un passato giovanile di batterista, suonando rock, pop e hip-hop, ma poi la musica classica lo ha stregato e catturato. Così, approfondendo lo studio del vibrafono e della marimba, oltre all’adorato Bach ha scoperto Astor Piazzolla, le cui composizioni, non a caso, erano un mix tra la musica classica e la musica argentina. Piazzolla è stato, quindi, il ponte tra la classica e il jazz ma di quest’ultimo non si è più liberato!

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Andy Emler – No Solo (La Buissonne, 2020)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Che disco meraviglioso è questo!!. Da quanto tempo non si ascoltava un lavoro da cinque stelle ”secche” come No solo di Andy Emler? Una musica fatta per pensare, scendendo uno a uno i gradini della coscienza fino ad arrivare al confine del Grande Mare. Una musica fuggevole come la traccia luminosa lasciata dai fari di un auto. Andy Emler è un pianista e organista parigino che nella sua vita ha scritto molta musica, oltre una cinquantina di partiture per vari strumenti con indirizzi musicali diversi. Ha inciso inoltre più di una trentina di dischi, in parte da titolare, in parte con varie combinazioni tra cui la sua creatura più cara, il MegaOctet, una band composta da vari musicisti che amano improvvisare all’insegna di un affascinante eclettismo sonoro. In questo No Solo Emler è al piano, spesso in solitaria – tanto per smentire parzialmente il titolo dell’opera – accompagnato altre volte da una serie di ospiti che citeremo mano a mano nell’ascolto dei singoli brani dell’album. L’impostazione pianistica, almeno in questo disco, risente moltissimo della impronta classica, con numerosi richiami in filigrana del musicista da Emler preferito, cioè Maurice Ravel a cui dedicò nel 2013 un uscita discografica intitolata My Own Ravel. Aggiungerei un bagaglio di suggestioni ”ambient” che fungono però solo da fondale. Il proscenio è animato, infatti, da una continua invenzione melodica, una raffinata sintassi di periodi assolutamente tonali, quasi senza dissonanze. Insomma non si sconfina mai in acque limacciose, mostrando invece parecchi salti di registro dinamico alternati ad eteree rarefazioni sonore. Teniamo presente che non si tratta di un lavoro onirico né di un viaggio nella pura fantasia ma di una salutare meditazione su sé stessi, un colloquio a tu per tu con il nostro daimon, un open focus che tutti dovremmo organizzare, ogni tanto, riguardo alla nostra essenza più interiore.

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Hank Roberts Sextet – Science of Love (Sunnyside Records, 2021)

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Recensione di Mario Grella

Durante l’ultimo concerto “in solo” di Hank Roberts, a Novara nella Basilica di San Gaudenzio in occasione di NovaraJazz 2018, riflettevo su un concetto molto caro al compositore statunitense e cioè quello di “amore”. Il jazz di Roberts, se così possiamo classificarlo (e se fosse proprio necessario farlo), come quello di tanti altri compositori che sono passati per quella basilica, sembra essere eseguito in un luogo ad esso deputato e può sembrare apparentemente strano che questo luogo sia un luogo sacro. In realtà i luoghi sacri e i luoghi di culto, sono essenzialmente luoghi della manifestazione dell’amore. Science of Love sembra essere, anche nel titolo, che più esplicito non potrebbe essere, una grande invocazione d’amore. Amore come vera energia del mondo dove persino la distinzione tra sacro e profano viene meno, a favore di una grande e profonda “intenzionalità”. L’arte, intesa in senso lato, diviene veicolo e risultante di questo processo tutto spirituale. Ed è molto lontano dalla Basilica di una piccola città della pianura Padana e, precisamente a New York City, città dalla quale Roberts si era separato per qualche anno, che nell’estate del 2017 negli “Oktaven Studios”, Hank Roberts registra questo lavoro, edito dall’etichette Sunnyside Records pervaso di quello spirito innervato di “amore” e da quel vitalismo creativo che sembra essere nell’aria di quella città .

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Carmine Ioanna – Ioanna Music Company (Abeat Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Strumento caratterizzato da forti contrasti chiaroscurali, la fisarmonica – o accordion – è uscita da molti anni allo scoperto, dimostrandosi decisamente più duttile rispetto a quell’aura un po’ campagnola a cui era stata tradizionalmente legata fino alla seconda metà dei ’50, almeno in Italia. Dobbiamo innanzitutto questa rivalutazione nostrana alla figura mai sufficientemente riconsiderata di Gorni Kramer, virtuoso dello strumento e direttore d’orchestra, che già negli anni ’30, nonostante l’ostracismo di regime, se ne andava in giro per il Paese a suonare il vietatissimo jazz. Le numerose trasmissioni televisive a cui partecipò tra i ’50 e i ’60 fecero conoscere lui e la sua agile fisarmonica al grosso pubblico. Da lì in poi, lasciando da parte le influenze straniere di Piazzolla, Galliano, Saluzzi, ecc…anche in Italia si è assistito ad un confortante aumento di fisarmonicisti e penso, senza voler far torto a nessuno, a coloro che hanno cercato, tra gli altri, di allargare al jazz e ad altro ancora il suono del loro mantice. Così mi vengono in mente i nomi di Gianni Coscia, del funambolico Antonello Salis, di Giuliana Soscia, di Biondini, Zanchini ed altri ancora. Adesso è la volta di Carmine Ioanna, musicista irpino non certo alle prime armi – questo Ioanna Music Company è il suo terzo lavoro da solista – che vanta nel suo curriculum, oltre a innumerevoli concerti in ogni parte del mondo, diverse collaborazioni con Luca Aquino e Francesco Bearzatti (che ritroviamo peraltro anche in questo contesto).

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Simone Graziano – Embracing the Future (Auand Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Perché “preparare” il suono, cioè modificare anche radicalmente nella timbrica, l’espressione naturale di un pianoforte o di un altro strumento? La domanda è retorica. Ogni musicista che meriti questo appellativo è da sempre alla ricerca di un proprio, personale suono. E’ stato così nella musica classica – le improvvisazioni estreme sulle corde e sulle risonanze lignee del violino di Paganini, ad esempio, o le prime preparazioni fatte da Erik Satie sul piano in Le piege de meduse (1913), probabilmente influenzate dagli esperimenti contemporanei con gli “intonarumori” del compositore futurista Luigi Russolo. Si è arrivati però alle vere e proprie manipolazioni meccaniche degli strumenti dopo un lungo periodo di ricerca attraverso un allargamento dell’espressività del linguaggio musicale. Dilatare le possibilità comunicative del pianoforte, ad esempio, cercando tonalità inusuali, come in Debussy, Srawinsky, Prokofiev, Scriabin. Oppure modificare le leggi dell’armonia come nella dodecafonia di Schoenberg. Quando poi si diffonde nel mondo la musica nero-americana, gli autori classico-contemporanei comprendono la necessità di un rinnovamento profondo che non si limiti solo alla struttura musicale in sé ma che riguardi l’uso di nuovi strumenti reso possibile dalle innovazioni tecnologico-elettroniche – oscillatori, synt, manipolazione sui nastri magnetici, ecc. Il pianoforte preparato di John Cage, quindi, col suo Bacchanale del 1940 è solo una parte del percorso di ricerca iniziato  lungo tutto il ’900. Alla luce di queste considerazioni s’inserisce l’ultimo lavoro di Simone Graziano, questo Embracing the future che se non sbaglio è il suo settimo disco da titolare.

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Marco Colonna | Dario Miranda | Fabrizio Spera – N-Est (Fundacja Słuchaj, 2021)

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Recensione di Mario Grella

Vorrei cogliere l’occasione dell’ascolto dell’ultimo lavoro di Marco Colonna (clarinetto basso, sax alto e flauto), Dario Miranda (contrabbasso) e Fabrizio Spera (batteria), intitolato N-Est,  prodotto dall’etichetta polacca Fudacja Slukaj, per interrogarmi e riflettere su qualcosa (“anche” su qualcosa), che apparentemente non ha strettamente a che fare con la musica, ma che essendo nel novero delle mie grandi passioni, come le arti visive, non posso fare a meno di notare: la grafica di una copertina di un cd. Potrebbe non sembrare così importante, ma lo è. Se la copertina di un cd non fosse importante, nessuno impedirebbe ai musicisti di produrre dischi e cd (o tracce elettroniche) con copertine monocrome, anonime, senza illustrazioni. C’è sempre qualcosa che lega la “cover” al contenuto musicale del cd e non si tratta necessariamente di creare allegorie visive del contenuto musicale; magari si tratta solo di una evocazione ideale, di una allusione, di un riferimento semantico. La copertina di N-Est è illustrata con un disegno di Zusa Ustjam che rappresenta uno strano albero, le cui radici attorcigliate formano un nido (del resto il titolo lascia anche pochi dubbi che si tratti proprio di un nido). Anche i rami dell’albero sono “sui generis”, poiché anziché dare frutti, producono un gigantesco uovo. 

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Sophia Tomelleri 4tet – These Things You Left Me (Emme Record Label, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Non mi vengono in mente molti nomi di sassofoniste in ambito jazzistico, almeno per quel che riguarda l’Italia. A parte la grande Carla Marciano, tra i più grandi interpreti coltraniani che abbia mai ascoltato, la scoperta di questa giovane musicista milanese, non ancora trentenne, mi ha decisamente incuriosito. Generalmente le musiciste jazz sono più impegnate nel canto o in strumenti come il pianoforte e, ultimamente, anche nel contrabbasso – penso, ad esempio, a Federica Michisanti e ad Antonella Mazza. A prendere possesso di questo feticcio tipicamente maschile, cioè il sax, è Sophia Tomelleri, nipote di Paolo Tomelleri, affermato saxofonista jazz ma che fu molto attivo anche nel campo della musica leggera, soprattutto nell’area milanese. Sophia ha iniziato dal sax contralto e dalla musica classica, spostando via via i suoi interessi al jazz e al sax tenore, attraverso un percorso di crescita che, dopo il diploma di Conservatorio, ha visto perfezionare la sua formazione prima a Monaco di Baviera e poi a Parigi, ponendo infine le proprie basi a Milano. Diciamo subito, a scanso di equivoci, che ci troviamo di fronte ad una sassofonista tradizionale ma non troppo, avendo radici nell’hard bebop più classico ma che non disdegna certe fioriture sonore più contemporanee, rimanendo però distante da increspature atonali e forzature free. Quello che colpisce è la voce del suo sax, molto morbida e personale. Una timbrica “mellow”, a tratti decisamente scura, che da un lato accende in parte il ricordo di Johnny Hodges e talora si avvale dell’impronta di gente come Gene Ammons o Sonny Stitt.

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Maria Grand – Reciprocity (Biophilia Records, 2021)

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Recensione di Mario Grella

Reciprocity di Maria Grand è uno di quei dischi di cui è talmente difficile scrivere, che sembra facilissimo farlo, secondo la nota teoria per cui gli opposti si attraggono. In realtà non si tratta di una battuta, ma di una considerazione ponderata. La sua voce sembra provenire in linea diretta da quelle sperimentazioni degli anni Settanta e oltre, che mescolavano acrobatici vocalismi con atmosfere folk malinconiche e solinghe, mentre l’altra componente forte di questo bellissimo lavoro è il suo sax, e basta ascoltarla in questo duplice aspetto nel pezzo di apertura, il poeticissimo Creation: the Joy of Being per rendersene conto. Il titolo allude, non troppo velatamente, alla gioia di “essere”, ma anche a quella di concepire la vita, in considerazione che tutto il lavoro è venato da questa gioia profonda, quello di diventare madre e di sentire crescere la vita “nel” e “grazie” al proprio corpo. Non ne fa mistero la stessa musicista mostrandosi in una fotografia in “stato interessante” ed in compagnia del suo strumento e facendone cenno nelle note che accompagnano l’uscita del lavoro per l’etichetta Biophilia Records.

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