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David Murray New Brave World Trio – Seriana Promethea (Intakt Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

La musica, da quando è stata “inventata” copiando inizialmente i suoni della natura e cercando di dare loro un senso estetico, cioè qualcosa che stimoli in profondità le emozioni degli esseri umani, ha sempre dimostrato di cercare un equilibrio tra metodo e contenuto. Deve esserci stato uno scopo originario nel mettersi a suonare uno strumento musicale, non fosse altro che per rendere più tollerabile l’aspetto drammatico dell’esistenza. David Murray, nel corso della sua lunga e fertile carriera di sassofonista e clarinettista, dall’alto del suo centinaio di dischi prodotti come titolare e co-titolare, più una cinquantina di collaborazioni disseminate lungo il suo percorso, non ha mai evitato di mostrare chiaramente i contenuti della propria musica, fin da quando s’innamorò del free-jazz nei ’70. Ma a partire dalla prima pubblicazione discografica in poi – si era nel 1976 – si è compreso via via come Murray non fosse interessato da alcun nominalismo di genere e come invece si stesse allontanando da quei primari modelli ispirativi per assimilare ed includere tutto un insieme di altri stimoli, dal soul al blues, da influenze caraibiche al funky, andando ad incrociare il suo strumento persino con quei bei tomi dei Grateful Dead nel mondo del rock. Insomma, Murray ha da sempre adattato i contenuti che aveva nella sua mente con forme rappresentative ed esecutive differenti, suonando in duo, trio, quartetto, quintetto, big band. Il New Brave World Trio con cui si esibisce nel suo ultimo album, Seriana Promethea, si è formato nel 2020 andando a pescare due colleghi americani che operavano in Italia, cioè Hamid Drake alla batteria – ci sono già una ventina di pubblicazioni nel suo curriculum – e Brad Jones al contrabbasso, anche lui con un vero e proprio elenco chilometrico di collaborazioni più qualche uscita come titolare. D’altra parte, così afferma Murray stesso, il trio piano less è “my most free expression of myself” e quindi il naturale palcoscenico per un’esperienza musicale appagante. Insieme alla voce umorale dei suoi strumenti a fiato, troviamo quindi una batteria esuberante ma non soverchiante, una struttura percussiva che “si sente” ma non innesta alcuna saturazione sensoriale. Il contrabbasso ha sfumature quasi più rockeggianti ed appare molto deciso nella ricerca di robusti riff di sostegno. Quanto al curioso titolo dell’album, se ho ben inteso le note stampa, pare si riferisca ai nomi di una coppia di performers che si erano esibite con l’Autore nella cittadina di Arce, nella Valle del Liri.

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Gard Nilssen Acoustic Unity – Elastic Wave (ECM Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

La provenienza geografica norvegese non tragga in inganno l’ascoltatore. Occorre dimenticare le coordinate già conosciute in riferimento al discusso “suono scandinavo”, anche se immagino che le suggestioni dell’etichetta ECM, per certi versi portatrice di questa modalità espressiva sbrigativamente chiamata jazz nordico, non aiutino a fare chiarezza. Innanzitutto la formazione, che vede un trio pianoless in questa uscita Elastic Wave, centrato sul titolare Gard Nilssen alla batteria e percussioni, André Roligheten ai sassofoni ed al clarinetto e Petter Eldh al contrabbasso – quest’ultimo già nel recente lavoro di Kit Downes, di cui potrete ritrovare la recensione qui. La Gard Nilssen Acoustic Unity così composta non è una formazione esordiente, avendo già pubblicato tre album, due per la Clean Feed – Firehouse (2015) e il Live in Europe (2017) – e uno per Grappa (!!) Musikkforlag, To Whom Who Buys a Record nel 2019. Bisogna dire che più che un disco incentrato sul batterista Nilssen, Elastic Wave pare una vetrina di lusso per il fiatista Roligheten che nonostante non abbia ancora quarant’anni, più o meno come Nilssen, vanta un ruolino di marcia di collaborazioni ed uscite discografiche di tutto rispetto. L’eclettico sassofonista propone un suono che veleggia tra le parti di un James Brandon Lewis con più nordico distacco e qualcosa che fa sbandare la mia memoria tra Roland Kirk – forse sono rimasto suggestionato dal fatto che anche Roligheten alle volte suona due strumenti contemporaneamente – e il profilo di Eric Dolphy. Ma non trascurerei nemmeno, in alcuni brani, l’impronta del gigante Sonny Rollins. Di Petter Eldh conosciamo già le qualità, espresse nell’ultima uscita discografica accanto a Kit Downes. E dell’ottimo batterista, nonché personaggio chiave di questa Acoustic Unity, cosa dobbiamo dire? A suo incontestabile favore va il merito di concentrarsi sulle numerose frammentazioni ritmiche che impone ai brani del trio, focalizzandosi sull’aspetto tecnico ed espressivo e tralasciando di mettersi troppo in vetrina, sentendosi responsabile della struttura portante che regge le dinamiche del gruppo. Le composizioni dei brani sono distribuite a tutti e tre i musicisti, anche se Nilssen e Roligheten ne sono i maggiori responsabili. Allora, niente mood propriamente nordico in questo disco, ma si evidenzia l’allineamento ad un jazz orientato per lo più in chiave filo-americana. I tre autori non tentano nemmeno un lavoro di parziale cosmesi, rinunciando completamente alle malinconiche atmosfere ECM che conosciamo a riguardo, calandosi a capofitto negli schemi triadici classici sax – basso – batteria con qualche escursione nel free, peraltro mai molto insistita.

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Sonia Schiavone – Wayne Shorter’s Legacy (Da Vinci Jazz, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Bisogna possedere almeno un minimo d’incoscienza per mettersi a cantare le melodie di Wayne Shorter. Prima di tutto perché questo Autore presenta delle linee esecutive tutt’altro che semplici. Poi perché in composizioni come queste l’intonazione deve risultare sovrana e ciò a prescindere da ogni altro attributo vocale. Per fortuna Sonia Schiavone non difetta di qualità timbrica né tanto meno di intonazione. Aggiungete a tutto quanto una buona estensione vocale ed ecco che l’accesso a Shorter è garantito e timbrato con il marchio di qualità. Dei dieci brani che compongono questo Wayne Shorter’s Legacy un paio sono stati composti dalla stessa Schiavone, con l’aggiunta di due contributi testuali tratti da Emily Dickinson – una poetessa molto amata dall’Autrice dato che ispirò in massima parte il precedente lavoro Come-Eden – ma gli altri pezzi son tutti di Shorter ed appartengono al decennio che va dai ’60 ai ’70. I testi utilizzati in questa Legacy sono in parte della stessa Schiavone, altri estrapolati da importanti fonti letterarie e poetiche e altri ancora ottenuti modificando scritture già esistenti. Di questa compositrice, arrangiatrice e cantante torinese, noi di Off Topic ci eravamo già occupati in passato, recensendo il suo precedente lavoro, che potrete rileggere qui. La sua voce, dotata di una timbrica rilucente, si dimostra quasi paragonabile a quella di un sax soprano mentre la limpidezza della sua emissione vocale la pone lontano dalle incartavetrate cantanti rock-blues che sovrabbondano – nel bene e nel male – di questi tempi. E quando una voce come questa s’impadronisce della scena, la sensazione è di estrema fluidità, peraltro rimarcata dallo splendido – è veramente il caso di dirlo – ensemble di musicisti che l’accompagnano. Tra gli elementi del gruppo leggo, insieme agli altri, il nome di Stefano Profeta – contrabbassista che avevamo conosciuto con il bel disco di Lucia Minetti Jazz Nature del 2017 – ma anche altri due nomi interessanti, cioè Fabio Gorlier al pianoforte e Cesare Mecca alla tromba che ho entrambi recentemente ascoltato nel lavoro di Max Giglio, Cities and Lovers. Completano il gruppo dei musicisti anche Donato Stolfi alla batteria, Gianni Virone ai sax e ai clarini e Aldo Caramellino al trombone.

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Tyshawn Sorey – Mesmerism (Yeros7 Music, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Al di là di ogni critica apologetica che porti il batterista e polistrumentista newyorkese Tyshawn Sorey in palmo di mano, bisogna prender atto come questo Mesmerism sia un gioiello di raffinatezza, l’attestazione lampante di una visione in trasparenza di tutto quello che il jazz, oggigiorno, rappresenta. Sorey ha sulle spalle anni di studi, di collaborazioni e di sperimentazioni anche nell’ambito delle grandi orchestre, è meritatamente benvoluto e riconosciuto dalla stampa americana come un “…talento straordinario…”, un “…compositore di idee illimitate…” e insomma, non ha certo bisogno di essere introdotto nel gotha del jazz contemporaneo. Di lui avevamo già parlato a proposito dell’album di Vijay Iyer Uneasy del 2021, dove suonava la batteria – la recensione, se siete interessati, la troverete qui. In questo suo ultimo lavoro in trio, oltre allo stesso Sorey alla batteria, si attestano due sue vecchie conoscenze, rispettivamente Aaron Diehl al pianoforte e Matt Brewer al contrabbasso. Cosa c’è in teoria di più collaudato e sfruttato di un classico trio come questo che si metta ad eseguire standard? Ma Sorey, con lo scientifico distacco di un entomologo, raccoglie e classifica melodie ed armonie senza prevaricarle né celarle dietro riletture intellettuali, anzi, rimanendo ben attento a conservarne spirito ed intenzione, al di là di ogni inevitabile, pur parziale, destrutturazione formale. Egli afferma, infatti, come la sua musica sia “…molto dettagliata e molto logica…”. Bisogna doverosamente ringraziare anche i suoi comprimari, soprattutto un pianista di qualità superiore come Diehl che reinterpreta gli standard con una capacità focalizzante e con un’inventiva tale da non stravolgere mai la turgida pronuncia jazz di questi brani. Questi pezzi scelti, quindi, non diventano altro ma sono sempre loro stessi, acconciati con un abito più conforme ai nostri tempi. Mesmerism non afferra il jazz per la coda ma s’impossessa direttamente della sua testa, rileggendo quindi brani già conosciuti per dare loro una diversa impostazione strumentale, rispettandone però l’originale nudità emotiva.

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Max Giglio – Cities and Lovers (Emme Record Label, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Il termine crooner, in italiano, viene abitualmente tradotto come “cantante confidenziale” anche se il verbo “to croon”, in inglese, significa “canticchiare, cantare sottovoce”. Si allude quindi ad un’espressione delicata, non aggressiva, in cui valga molto di più la comunicazione emotiva che non la pura potenza vocale. Possiamo ricordare facilmente alcuni grandi cantanti del passato, crooner che hanno contribuito alla storia del jazz, come Sinatra, Tony Bennett, Dean Martin, Nat King Cole per citarne alcuni tra i più famosi. Ed anche alcuni nomi risonanti ai giorni nostri, come Michael Bublè, Kurt Elling, così come le voci femminili di Diana Krall o Patricia Barber ed altri ancora. In Italia, chi come me ha qualche anno in più sulle spalle, si ricorderà di Nicola Arigliano, Johnny Dorelli, Teddy Reno, passando per Fred Bongusto fino al contemporaneo Paolo Conte. Insomma, la tradizione di questa tipologia di canto “riservato”, pur cedendo palmi di terreno all’avvento del soul e del rock, non è mai scomparsa ed ha continuato a sussistere adattandosi spesso a vivere anche sottotraccia sostenuta da tutti coloro che hanno contribuito a crederci e ad appassionarsi a questa morbida forma di espressione musicale. Chi certamente ci scommette ancora molto è Max Giglio, cantante, musicista e compositore torinese, che ha vissuto gran parte della sua formazione e della crescita artistica tra la propria città natale e Genova. Questo nuovo album Cities and Lovers è laseconda prova discografica in assoluto di Giglio, dato che il suo vero esordio è stato all’interno del Progetto Sabià, con un lavoro, Arco-Iris (2018), dedicato alla musica brasiliana. In questo ultimo disco si racconta una sorta di meta-mondo in cui gioie e tristezze vengono mitigate e rese piacevolmente sostenibili, dove gli eccessi sono banditi a favore di una visione un po’ romantica della vita ma non ingenua né condotta con languori eccessivi e nella quale l’onestà e la sincerità intellettuale sono riferimenti ineludibili. In questa dimensione ideale dell’esistenza, Giglio si muove attraverso un’interpretazione delicatamente demodè, con una voce intrigante condotta su timbriche medio-scure, senza toni cavernosi e capace anche di salire d’intensità quando occorre. Naturalmente l’intonazione è quella precisa di chi il canto l’ha studiato a lungo e non lo ha solo sperimentato istintivamente. In alcuni momenti, soprattutto quando il testo è scritto in italiano, nel modo in cui Giglio insiste arrotondando certe vocali, mi sembra di cogliere delle inflessioni che mi hanno fatto pensare al modo di cantare di Luigi Tenco.

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Daniel Villareal – Panamá 77 (International Anthem, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Mettete insieme un collettivo di una quindicina di musicisti sotto il riferimento tutelare di Daniel Villarreal, batterista originario di Panama e deejay residente attualmente a Chicago.  Aggiungete una piena manciata di stili riconoscibili come il jazz, il dub, il rock, la cumbia, l’hip-hop, il funky, la psichedelia, l’afro beat e quant’altro. Immaginate un lavoro registrato principalmente tra la stessa Chicago e Los Angeles in cui solide strutture musicali si sovrappongano a libere improvvisazioni, difformità ritmiche africane e latine si diluiscano in un flusso lisergico d’altri tempi, danze sudamericane e beat anni ’60 si sposino generando timide sperimentazioni elettroniche. Ebbene, se siete riusciti a figurarvi tutto questo, siete solo a metà dell’opera. Perché quello che resta da aggiungere è la parte più preponderante, cioè la giocosa energia del suono sprigionato dalla musica di Panama 77, opera prima da assoluto titolare di Villarreal. Raramente mi diverto in questa misura, trovandomi ad ascoltare il disco di un esordiente. In effetti il “piacere” nella sua forma più immediata e vitalistica, è il termine più adatto che riesca a trovare per definire al meglio questo album. Ma non si creda si tratti di un divertimento solo superficiale. La musica di questi brani riesce a scavare una strada nel corpo e nella mente, distribuendo in egual misura componenti ritmiche che invitano alla danza ed altre puramente ludiche ed emozionali. In effetti la storia personale di Villarreal è piuttosto indicativa riguardo la natura della sua proposta artistica. Avendo avuto un inizio come batterista punk rock – e da questo punto di vista più di qualcosa gli è rimasto tra le bacchette –  è solo dopo il suo trasferimento negli USA che la natura eclettica di Villarreal si è potuta maggiormente estrinsecare. Innanzitutto migliorando la sua tecnica esecutiva e testando le sue capacità in alcuni importanti gruppi musicai, tra cui i Dos Santos che appaiono come l’ensemble di punta tra tutte le sue ulteriori collaborazioni. È proprio rispetto a quest’ultima, apprezzata band latina formata da elementi messicani, portoricani e panamensi, a cui Villarreal sembra maggiormente riferirsi, addirittura a tratti esasperandone il clima e immettendovi, per l’occasione, un pizzico in più di jazz e facendo avvertire la sua lunga esperienza di deejay. Forse è stato proprio questo mestiere che l’ha aiutato a comprendere le relazioni tra generi musicali diversi, trovando i passaggi giusti per sfumare un disco nell’altro e utilizzando questo “trucco” nel suo album, dove si ha  spesso l’impressione di un flusso unitario di musica con pochi angoli acuti. Così l’ascolto finale del disco diventa un continuo passaggio tra stili eterogenei in un’opera aperta e sincretica dai tratti assolutamente contemporanei, comunque sempre fresca, divertente ed eccitante.

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Ivan Radivojevic – In Plain View (A.Ma Records, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

L’autoconsapevolezza, ovvero la coscienza di sé, è qualcosa che si crea giorno dopo giorno. Un’ontogenesi faticosa, fatta di stimoli, tentativi, ricusazioni e riproposizioni, fino a quando si sviluppa la certezza di esserci, di saper fare, di poter incidere nel mondo con i propri mezzi. Prendiamo ad esempio uno splendido trombettista come Ivan Radivojevic, di Belgrado. Nel suo curriculum, prima di aver partecipato alle importanti incisioni discografiche di Sanja Markovic – Ascension (2020 – recensione qui) – e di Max Kochetov – Altered Feelings (2022 – recensione qui), compaiono varie partecipazioni, ad esempio col rapper serbo Marcelo o con il pop-rocker Marco Mandic. Evidentemente, vuoi per motivi e interessi diversi ma anche di crescita musicale, Radivojevic ha provveduto a crearsi un substrato di esperienze differenti e di contatti culturali con tutto ciò che appartiene al Mondo attuale ad alla sua e(de)-voluzione. Ma non posso credere che questo trombettista non sia jazzista dentro, perché il modo in cui si esprime attraverso il suo strumento, gli atteggiamenti personali che non seguono formule, anche e persino qualche apparente indecisione nel suo soffiare sono quelle qualità che contribuiscono a fare di lui un uomo, se non consacrato, almeno devoto alla musica improvvisata che costituisce l’anima del jazz. La tromba di Radivojevic ha una qualità che spicca sopra le altre, possiede infatti quel timbro morbido che in questo suo esordio da titolare per A.MA records, In Plain View,ricorda da vicino Chet Baker o anche Paolo Fresu con opportune eccezioni che rimarcheremo progredendo nell’ascolto. È questione di qualità sonora, più che del tipo di fraseggio. Non parliamo di un suono magro o asciutto, alludiamo invece ad una rotondità plastica, con solo sporadici spigoli qualora si rendano necessari. Una tromba già maturata, al di là dei trent’anni o poco più del giovane musicista. Il tono complessivo dell’album è tranquillo, meditativo ma non sognante. La musica che ascoltiamo è riflessiva, non ci porta verso altri mondi ma aiuta ad un approccio più speculare con la realtà che viviamo e questo lo si deve non solo all’indubbia bravura del trombettista ma anche alla compartecipazione essenziale del gruppo che lo accompagna, cioè di Andreja Hristić al piano, Boris Sainović al contrabbasso, Bogdan Durđević alla batteria con le ospitate di Luka Ignjatović al sassofono contralto in Loving You In Reverse e di Andreja Stanković – guitar in Slipping Into The Night.

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Selezione Speciale – Ritmo Sincopato: il jazz in Italia

P O D C A S T


Articolo di James Cook

Quando DJ Gas mi ha chiesto se mi sarebbe piaciuto preparare una puntata di Selezione Speciale ho risposto subito con entusiasmo. Seguo sempre con molto interesse le puntate di Ritmo Sincopato: il jazz in Italia e l’idea che mi è venuta per creare il mix era di selezionare brani di jazz italiano, recenti, di progetti che vorrei contribuire a far conoscere. Insomma avevo in mente una puntata normale del podcast condotto da DJ Gas, senza notizie ed interviste. Ecco la mia selezione:

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Marco Pacassoni Trio – Life (Giotto Music, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Con Marco Pacassoni possiamo dire che il processo di ristrutturazione dei “quartieri periferici” del jazz si stia avviando verso un deciso miglioramento estetico. L’Europa non è più, da tempo, la sorella minore del jazz contemporaneo. Pacassoni può quindi scegliersi addirittura degli illustri compagni di avventura americani come il contrabbassista John Patitucci e il batterista Antonio Sanchez, progettare un disco come questo Life e registrarlo a New York facendolo conoscere al mondo intero. Solo qualche anno fa queste imprese erano rare, piuttosto si assisteva al processo inverso, per cui molti jazzisti americani venivano invitati in Italia, si organizzavano con gruppi estemporanei anche di ottimi musicisti nostrani per fare concerti e spesso incidere dischi. Si viveva una sorta di benevolo colonialismo culturale, giustificato forse dal gap tra due diversi modi d’intendere la musica, sia per storia che per tradizione. Il quarantunenne vibrafonista Pacassoni sta ora vivendo indubbiamente un’avventura affascinante che l’ha portato dalle Marche, dopo il diploma di Conservatorio conseguito a Pesaro, fino al Berklee di Boston e poi all’insegnamento musicale sia negli stessi USA che qui in Italia. Noi di Off Topic ci eravamo già occupati di questo artista e potete quindi trovare la recensione del suo precedente lavoro Hands & Mallets (2021) – presentato insieme ad Enzo Bocciero – proprio qui. Attraverso una numerosa serie di esperienze discografiche, iniziate nell’anno 2000 con Vibrafonia, poi passate attraverso una girandola di collaborazioni e progetti fino al Matteo Pacassoni Quartet & Group – dal 2011 al 2018 – il vibrafonista marchigiano s’impegna ora in una vera e propria esperienza quintessenziale, un lavoro come Life ben rifinito dai suoi collaboratori americani che seguono le strade melodiche impostate da Pacassoni senza mai costringerlo all’angolo, anzi, dimostrando una cura ed un rispetto per la sua musica quasi al di là delle normali aspettative.

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