R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Con The Flame Beneath the Silence, Dave Adewumi firma una prova d’esordio priva di sapori acerbi tanto che non sembra proprio l’album di un debuttante, quanto piuttosto un manifesto maturo di un artista navigato. Sicuramente le recenti esperienze con il pianista Jason Moran – From the Dancehall to the Battlefield (2023) – e inoltre con il trombettista Dave Douglas – Dizzy Athmosphere (2025) – ed anche con il nuovissimo quartetto della chitarrista Mary Halvorson, hanno contribuito a veicolare il carattere espressivo di questo giovane – nemmeno trentenne – trombettista statunitense in un album denso, costruito con lucidità e una sorprendente economia di mezzi espressivi. Adewumi, cresciuto tra l’eredità afroamericana e quella nigeriana, rappresenta un caso interessante nel panorama del jazz contemporaneo in quanto sembra aver metabolizzato una dieta di pane e post bop filtrata attraverso una sensibilità contemporanea che guarda oggi non tanto e non solo a Miles Davis quanto ad altri trombettisti poco più che quarantenni come Ambrose Akinmusire, forse la sua influenza più evidente.

Superando deliberatamente ogni soluzione di facile accessibilità, la sua musica resta priva di qualsiasi sentore di compiacenza, costruendosi con un profilo di autorevolezza che mi ha sorpreso, facendo fluttuare le sue note disegnate in un mosaico di suoni che emergono lentamente, come da uno sfondo buio. Il quartetto formato attorno ad Adewumi è di quelli importanti. Si tratta del vibrafonista Joel Ross di cui Off Topic si è occupata almeno una ventina di volta – vedi ad esempio qui e qui – con la contrabbassista Linda May Han Oh – anche in questo caso le recensioni di Off Topic che la riguardano sono molto numerose – insieme a Marcus Gilmore alla batteria – leggi qui. Non semplici comprimari, ma un organismo elastico che costruisce accanto al leader un accompagnamento essenziale impiegato in modo rigorosamente funzionale, senza nessun arrangiamento debordante ma con una costruzione modulare che privilegia densità e articolazione interna. Registrato dal vivo nell’intimità dell’Ornithology Jazz Club di Brooklyn, il disco conserva quella immediatezza tipica delle performance non filtrate, dove anche le eventuali e comprensibili esitazioni vengono sapientemente integrate nella totalità del linguaggio espressivo. La tromba dei Adewumi sembra a volte entrare con circospezione, quasi timida, ma si comprende come questo faccia parte di un pensiero soppesato con attenzione, dove le note non vengono solo suonate, ma liberate. Come se affiorassero da un luogo interiore profondo, mentre il vibrafono di Joel Ross diffonde qua e là una luce impressionista. Accanto, Linda May Han Oh e Marcus Gilmore strutturano un tempo che non diventa mai rigido, ma anzi resta in qualche modo liquido, ondulante, affacciandosi ogni tanto ai paesaggi dell’avanguardia insieme al resto della band, come nella lunga – titolo compreso – If I Need to Do This Again, I’m Going to Throw A Fit. Volendo tracciare un superficiale profilo psicologico dell’Autore, direi che Adewumi è un sognatore a metà, con i piedi ben piantati nella grammatica del post-bop dove le note diventano necessarie e non sono quindi un abbellimento. Le composizioni si articolano come in una suite, con un utilizzo del silenzio quasi programmatico che richiama il già citato Akinmusire, nei suoi tratti più introspettivi. Ma terrei a sottolineare come The Flame… non sia opera crepuscolare perché sotto l’indubbia superficie malinconica pulsa un umore selvatico, una dinamica irrisolta che non si lascia facilmente domare, tra tensioni politiche ed inquietudini esistenziali. Si avverte un dialogo implicito con un’epoca che fu deliziosa — quella delle avanguardie degli anni ’60 — ma senza nostalgia. Il tutto sembra infatti affiorare ora da un luogo interiore profondo, come se Adewumi scavasse essenzialmente dentro sé stesso, prima di costruire qualcosa sollecitato dall’esterno. Siamo di fronte quindi ad un’opera intenzionalmente intensa, talvolta refrattaria, certamente non immediata. Un’entità candida, insomma, solo in apparenza che richiede un ascolto attivo e reiterato per essere assimilata.
La title tack che si offre all’inizio dell’album, The Flame Beneath the Silence, appare come un monologo introduttivo modale dove la tromba dell’Autore accumula doppi fondi di senso, con fraseggi che sembrano arrancare all’infinito su una ostinata linea di contrabbasso. Lo strumento di Adewumi ha la purezza espressiva dell’anima africana, mentre la batteria di Gilmore gli vortica intorno. Is viene ad organizzarsi su una base costituita dalla fantasiosa cavata della Han Oh e da una nota ossessiva del vibrafono. La batteria, instabilmente disposta attorno al fiato incerto della tromba, cresce d’importanza fino a quando Adewumi imposta un tema che costringe Ross ad uscire dalla sua volontaria prigione mono-tonica. Da questo momento in poi il brano prende quota, si abbandona l’inizio un po’ traballante e le dinamiche incrementano in densità. Tuttavia il brano s’attenua poi progressivamente, fino a rarefarsi in prossimità del finale. Curiose le linee melodiche della tromba, quasi discorsive, impostate con uno stile asciutto, molto personale, a rischio anche di non essere completamente piacevole, mentre il vibrafono cerca di dilatare lo spazio armonico dietro allo strumento del leader. Abandon è tra i brani sicuramente migliori dell’album. Adewumi soffia piano, costruendo una linea melodica dolce, tra il gospel e una certa influenza barocca, con la ritmica che non prende una direzione precisa, rinunciando al ritmo per dilatare le proprie caratteristiche avvolgenti. Tutto il gruppo lavora non tanto per partecipare allo sviluppo del tema melodico ma per sostenerlo nel suo registro partecipato e drammatico.

Beach the Gap è un breve intermezzo tambureggiante di Gilmore di pochi secondi per passare poi ad Infinite Loop. Il tema annunciato dalla tromba viene riproposto due volte, la seconda a distanza di un’ottava. Poi il brano viaggia free nelle maglie ravvicinate del vibrafono – che imposta secondariamente uno dei suoi dinamici assoli – e della organizzatissima ritmica che ha in Gilmore e in Han Oh due straordinari esecutori. Pensive si muove lento e pesante ed è un affare a tre, senza la partecipazione della tromba. Ross s’incarica di sottolineare con le sue note vibranti il senso incombente di angoscioso mistero caratteristico di questo brano, sottolineato dalle cupe note di contrabbasso e dalla cornice di piatti sollecitata da Gilmore. Con The Vine si recupera un clima più tradizionalmente familiare, con un intreccio tra vibrafono e ritmica che apre le porte sia al sommesso contenuto tematico di Adewumi che all’assolo di contrabbasso dell’affidabile Han Oh. Emerge poi anche Ross con il suo vibrafono che si esprime con un moderato e controllato assolo, sostenuto dall’impeto della batteria. La tromba suonata con adeguato distacco da parte del leader svaria fino a timbriche molto acute, mostrando però qualche incertezza, anche timbrica, forse determinata dall’impegno emotivo di un concerto live. Out Cry è un breve accenno totalmente free, dove la tromba si sporca volontariamente in suoni scorticati e incomprensibili, con qualche applauso poco convinto dal pubblico in sala. Forse potrebbe essere il preludio all’avanguardia assoluta di If I Need to Do This Again, I’m Going to Throw A Fit. Improvvisazione allo stato puro con liquidità ritmiche ed instabili modulazioni melodiche, rarefazioni strumentali e un assolo di contrabbasso verso metà brano. Il vibrafono cerca di mantenere un’atmosfera colma d’incertezza, la tromba mugugna qualche nota ma l’impressione è che si navighi letteralmente a vista. Nella seconda metà della traccia sembra che vi sia un recupero ritmico, in realtà poco convinto. Si procede con un astrattismo che a tratti suona fresco e piacevole ma che in altre parti mostra noia e poca convinzione. Nell’ultimo brano dell’album, The Light You Left Behind, lo spessore armonico viene offerto dal bell’incrocio tra contrabbasso e vibrafono, nel mezzo del quale una tromba pacificata, soprattutto con sé stessa, suona morbida e lirica. Segue un assolo di vibrafono di pura bellezza, tra il fiorire d’una ritmica ed il suono di Adewumi, che pare quasi intento a recuperare il ricordo d’una classicità perduta.
Non è un capolavoro, questo album, meglio chiarirlo da subito. Tuttavia, Dave Adewumi non si limita a inserirsi in una linea genealogica che da Miles Davis conduce fino a Ambrose Akinmusire, ma ne problematizza i presupposti, sottraendo alla retorica dell’innovazione ogni compiacimento e restituendo invece una tensione irrisolta, quasi strutturale. Ciò che emerge con maggiore evidenza è una concezione della musica non tanto come narrazione, né pura astrazione, ma come campo dinamico in cui il suono cerca di essere sempre consapevole di sé. Il silenzio, in questa prospettiva, non equivale ad un vuoto bensì mantiene una pressione latente, un elemento che ridefinisce continuamente i limiti ed i rapporti tra gli strumenti. Adewumi sospende la grammatica del jazz senza negarla, la espone a una sorta di rarefazione critica che obbliga l’ascoltatore a rinegoziare continuamente i propri punti di riferimento. L’apparente fragilità timbrica, quegli aspetti esitanti della tromba che appaiono di tanto in tanto, non andrebbero letti a mio parere come momenti d’indecisione ma come strategia per sottrarsi alla logica dell’affermazione e privilegiare invece quella dell’indagine, che è sempre un percorso coraggioso e non privo di ostacoli.
Tracklist:
01. The Flame Beneath The Silence [3:40]
02. Is [5:16]
03. Abandon [4:21]
04. Breach The Gap [0:32]
05. Infinite Loop [5:40]
06. Pensive [1:28]
07. The Vine [6:28]
08. Out Cry [1:04]
09. If I Need To Do This Again I’m Going To Throw A Fit [10:18]
10. The Light You Left Behind [7:54]
Foto 1 © Jimmy Katz




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