I N T E R V I S T A


Articolo di Monica Gullini

Avevo delle domande che mi frullavano in testa sul nuovo disco di Mauro Ermanno Giovanardi, E poi scegliere con cura le parole (qui la recensione), più varie ed eventuali, così le ho rigirate al diretto interessato. È stata una chiacchierata piacevole che ha preso pieghe del tutto inaspettate. Mauro è una persona di gran cuore, lo dimostra con questo lavoro, lo conferma con la sua schiettezza e la sua grande umanità. Buona lettura.

Leggo tue diverse interviste. Mi resta impressa una frase che dice molto di questo lavoro: “in Scegliere con cura le parole c’è tutto il mio essere”. Allora ti chiedo: quanto è costato essere Mauro Ermanno Giovanardi?
Ah, non troppo. Non riesco a fare altrimenti. Ho solo lavorato più a lungo per via delle cose successe nel mentre. Il Covid, il disco dei La Crus, il docufilm sui Carnival of Fools, il progetto su Pasolini e soprattutto la direzione artistica de la Mia Generazione Festival in Ancona. Tutte queste cose hanno dilatato la lavorazione del disco, e in cambio però ho avuto modo di affinarlo, pensarlo e ripensarlo, lavorandoci di fino come un artigiano, o uno scultore sulla propria opera a cui tiene di più. Vado sempre dritto per la mia strada e seguo sempre il mio sentire. Certo ci sono persone a cui tengo e con cui mi confronto, come Leziero (Rescigno) che per me è un faro nella notte, ma poi devo andare dove mi porta il cuore. Sempre.

Un tema che ritorna spesso è quello dell’errore, ne parli nel brano omonimo e in altri momenti del disco. Lo sbaglio è quello che porta al tradimento, alla disillusione. Una cosa che ho notato è che insieme all’errore arriva la consapevolezza, non c’è senso di colpa ma voglia di ripartire da zero. In momenti del genere ci si aspetterebbero ben altre reazioni e invece di distruggere tu costruisci. È proprio vero che hai scelto con cura le parole da non dire, ma quelle che hai scritto, come sono arrivate?
Intanto sono arrivate anche da un lavoro collettivo. L’idea di coinvolgere amici, penne sopraffine, di scrivere a 4 mani diversi pezzi per avere più colori nella tavolozza letteraria, mi intrigava da un po’. Avevo necessità di lavorare su concetti più esistenzialisti, di raccontare il presente, di raccontare dove sta andando l’uomo occidentale immerso in un modello consumistico e neocapitalista, pormi delle domande e non dare certezze. Un lavoro delicatissimo se vuoi bypassare la retorica e la pesantezza. Più ci penso e più mi sembra davvero che sia il mio disco più importante da tanti punti di vista. Proprio per come è stato pensato e realizzato, sia dal punto di vista testuale che musicale. Ma sto diventando sempre più esigente. Perché in fondo, noi siamo quello che lasciamo. Non esiste altro modo per procedere per un artista che dare sempre il 110%. Bisogna lasciare un segno che sia il più possibile aderente a quello che sei veramente.

Nell’album si alternano le situazioni più disparate, specchio dei nostri tempi. Ne Il Buio Nella Pelle parli di un circo che ti ha stufato: una foto, anche se figa, non esprime ciò che hai dentro. Il peccato va di moda, l’inganno è sempre faticoso, canti in Amore Giuda, improntata sull’eterno conflitto tra bene e male. Il mondo è votato all’apparenza e c’è sempre qualcuno pronto a farti le scarpe col sorriso stampato sulle labbra. In questo marasma arrivi tu con un album totalmente autentico. Come sei riuscito a tenere la barra dritta e ad aprirti così spontaneamente? Cosa ti ha ispirato e cosa ti ha fatto esclamare: lungi da me tutto questo?
Che bella domanda… Da sempre penso che quando sei su un palco, sei nudo. E se fai finta ti sgamano al volo. L’unico modo è salire su quel palco e dire: ragazzi io sono questo, se vi piace ok, sennò va bene uguale. Per cui è a monte, cioè nella fase compositiva, che ti puoi permettere di raccontare pure le tue debolezze e i momenti bui, perché con questa attitudine anche le fragilità diventano poi forza. La verità vince sempre su tutto. Io sono questo e non posso essere altrimenti. Soprattutto in un momento storico come questo, dove i social hanno costruito un modello dove tutto è superwow, dove tutto è immagine, dove tutto deve sembrare fantastico e senza dolore. In un momento storico dove regna la menzogna, la finzione, dire la verità diventa un atto rivoluzionario. Perché oltre la bolla dei social, esiste una realtà molto più crudele. In ultima analisi, non riesco ad andare in studio e cantare qualcosa in cui non credo o non mi sento rappresentato in ogni verso. Non avrei fatto questo percorso da più di 30 anni a questa parte.

E poi c’è l’amore. Penso alla preghiera intitolata Di Struggente Amore e alla fine della storia di Ha ragione Schopenhauer. La vita è solo piccoli sprazzi di felicità, diceva il filosofo tedesco e il dolore nel brano è così reale da diventare male fisico. Ora come ora, sei appagato o c’è ancora qualcosa che vorresti ripercorrere del passato?
Di Struggente Amore è un brano scritto per la mia compagna, che proprio a Pesaro, come dicevo prima, è diventata mia moglie. Volevo fosse un testo dalla semplicità disarmante. Volevo descrivere nella maniera più sincera possibile quello che sento la mattina quando mi sveglio con lei accanto. Del passato rimpiango solo due o tre cose: che avrei dovuto e voluto essere ancora più disciplinato rispetto al lavoro e alle occasioni che mi si sono aperte davanti in questi decenni e che non ho accolto in pieno come dovevo. Che un progetto come quello dei La Crus, meritava più visibilità. Ma non perché ho ego trip da nutrire o necessità di ribalta, ma per la cura e il lavoro fatto sulla forma canzone. E terza cosa che non avrei dovuto farmi convincere da Morandi ad andare a Sanremo con Io Confesso sotto il marchio La Crus, visto che è un mio brano. Ha creato solo un pasticcio promozionale e fossi andato solo col mio nome, avrei sicuramente raccolto di più. Ma c’è stato un momento che mi era stato messo un aut aut: o così o forse niente. E la scelta è stata quella di dare una chance a quel brano di essere ascoltato da una platea molto più vasta. Ma ero incazzato nero, ai tempi. Chiudendo, in maniera ironica, sono sicuro diventerò davvero famoso alla mia dipartita, come gli artisti romantici ottocenteschi 😉

Leggo i nomi dei collaboratori: Francesco Bianconi, Colapesce, Cheope, Kabbala, Leziero Rescigno. Com’è stato coniugare anime così diverse e dalle visioni distanti?
È stato molto più facile di quanto credi. La cosa che ci accomuna è il background culturale, che poi ognuno declina a proprio modo e secondo il proprio sentire. In realtà sono tutti amici e colleghi che stimo tantissimo e che ci unisce uno storico davvero sincero. È stata questa la scelta vincente. Poi soprattutto sono persone intelligenti che erano consapevoli con chi stavano collaborando. Il mio ruolo spesso è stato quello del regista o del direttore d’orchestra che sa che sta avendo a che fare con attori di primo piano o Maestri dello strumento. Durante queste interviste mi è venuta una metafora sportiva che ho usato più volte e ridico anche a te. È stato come fare una partita di ping pong dove al posto della pallina, si giocava coi versi e le parole.

Torno sulle parole da non dire perché so che le hai prese in prestito durante la preparazione di uno spettacolo dedicato ad Alda Merini. Di che cosa si tratta? È forse tra gli eventi che compongono il nuovo tour?
No no, è stato un evento unico e speciale preparato per il FolFest di Collegno, che si svolge dentro l’ex manicomio. E due anni fa era dedicato ad Alda. Che ho conosciuto e frequentato per anni nella seconda metà degli anni ‘80, nel primo Caffè Letterario a Milano, che si chiamava Chimera. E quest’anno sempre al FolFest (il festival della follia) ci sarà l’anteprima nazionale dello spettacolo Sono Un Errore con Andrea Scanzi.

Chiudo citando la frase di una canzone che ti ho sentito cantare a Pesaro: alla fine ti hanno protetto da ciò che vuoi e salvato da quel che sogni?
Bisogna stare sempre più attenti alle cose che desideri di più, rispetto al resto. Perché sono quelle più pericolose. Quelle che ti possono fare più male. Io li canto questi versi, come dichiarazione d’intenti o monito per me stesso, ma non lo so mica se mi hanno salvato. Secondo me no. Perché ho ancora tanto da imparare.

Photo Ⓒ Silva Rotelli

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