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Il Disordine delle Cose – Hai scelto me (2020)

I N T E R V I S T A


Articolo curato da Luci e James Cook

In questo strano periodo, in cui l’emergenza Covid-19 ci costringe all’isolamento, torna a sorpresa una band di cui non avevamo notizie da qualche tempo, Il Disordine delle Cose. Il loro ultimo album, Nel posto giusto, risale ad ottobre 2014, poi un tour italiano, quindi europeo e quasi più nulla, se si esclude un singolo, Molto più lucido, pubblicato in digitale nel 2018.
Come dicevamo, qualche giorno fa, attraverso le loro pagine social, hanno diffuso un nuovo brano, Hai scelto me, con relativo video curato da Enrico Omodeo Salè, che ci mostra i componenti del gruppo piuttosto rilassati in un vivace salotto colorato, mentre eseguono il brano in un’atmosfera delicata.

Abbiamo contattato Luca Schiuma e Marco Manzella (rispettivamente piano e voce) della formazione novarese, per avere qualche notizia più precisa sul loro presente e soprattutto sui progetti futuri.

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Calibro 35 in versione 2.0: scenari distopici e glitchati e un sound che ti spiazza, questo è Momentum – Intervista a Massimo Martellotta.

I N T E R V I S T A


Articolo di Iolanda Raffaele

Il Coronavirus non ferma la musica, né Off Topic che ha intervistato Massimo Martellotta, compositore, chitarrista e tastierista della straordinaria band Calibro35 per parlare di Momentum e conoscere il suo pensiero su questo periodo difficile.

A distanza di due anni, i Calibro35 ritornano in grande stile con ‘Momentum’, uscito il 24 gennaio per l’etichetta milanese Record Kicks. Vogliamo parlare di come nasce questo album e di qual è il suo rapporto con ‘Decade’, consacrazione di ben 10 anni di carriera…
Momentum nasce alla fine del tour dello scorso disco Decade del 2018, l’unica volta in cui abbiamo fatto un po’ di autocelebrazione. Decade è stato fatto con l’intento di trattarci bene e di fare un disco che potesse celebrare in parte quello che avevamo già fatto. Ci trovavamo in realtà con un album orchestrale di tutti pezzi originali, quindi, è stata un’ulteriore esplorazione dei campi sonori. Dopo quel disco avevamo voglia di tornare ad una situazione più asciutta, solo noi senza musicisti aggiunti, e addirittura siamo anche ritornati nello stesso studio in cui avevamo registrato il primo disco. È stata una cosa casuale, ma anche in parte karmica, perché è stato lo studio in cui è veramente nato tutto.

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Lorenzo Palmeri: mi piace credere che non sia tutto come appare

I N T E R V I S T A


Articolo di Joshin E. Galani

È uscito da qualche mese il terzo album del designer e musicista Lorenzo Palmeri, La Natura del Parafulmine, distribuito da Artist First per l’etichetta Metatron. Il parafulmine come metafora dell’umano vivere: percepire vibrazioni invisibili, assorbire energie emotive dall’ambiente esterno ed attuare le capacità di difendersi e rinnovarsi attraverso la propria creatività. Ogni essere umano si rigenera dormendo, mettendo in atto la dimensione del sogno che per sua natura è immaginifica, libera, fortemente intuitiva. E’ proprio questo lo spazio in cui è nato questo ultimo disco, sogni sonori su spartiti, la cui creatività ci accompagna in raffinati viaggi multisensoriali.
Ho approfondito con Lorenzo le curiosità nate da questo nuovo album, oltre le soglie dell’ascolto superficiale.

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Giovanni Gulino: esplorare senza calcoli, lasciando fluire le sensazioni

I N T E R V I S T A


Articolo di Joshin E. Galani

È uscito da qualche giorno il primo disco solista di Giovanni Gulino, Urlo gigante, a quattro anni di distanza dall’ultimo lavoro dei Marta sui Tubi dei quali è stato frontman dal 2003. Nuove esplorazioni per questo album: l’elettronica, gli archi, una scrittura sempre più autorale e ricercata e la conferma di una voce sempre vigorosa. Non è stato possibile incontrarsi in questo periodo, per cui abbiamo fatto correre le parole in collegamento telefonico.

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Vigo – Hotel Marina [anteprima video e intervista]

I N T E R V I S T A


Articolo curato da Luci

Abbiamo il piacere di proporvi in anteprima esclusiva il video di “Hotel Marina”. Si tratta del terzo singolo di Vigo (all’anagrafe Antonio Zuccon) estratto dal suo debut album Cantautorato I che sarà pubblicato a breve.
Abbiamo rivolto alcune domande direttamente al cantautore vicentino per conoscere più da vicino sia lui che le caratteristiche del pezzo che vi presentiamo:

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Paolo Benvegnù: Come Don Chisciotte e Sancho Panza

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

“Ma non è fantastico che gli uomini non riescano a controllarla, questa cosa? Ovviamente mi dispiace per le vittime, però un po’ sono contento che finalmente stiamo capendo che non si può controllare nulla! La vita in fondo è questo, no? Non mi ricordo un panico del genere dai tempi dell’Austerity!”. Il caos da Coronavirus è ormai giunto alla fine della sua prima settimana, l’incertezza sulla ripresa della normalità e quindi anche dei nostri tanto amati concerti è ancora una costante ed è inevitabile che, quando lo raggiungo al telefono nel primo pomeriggio, le prime battute che ci scambiamo siano dedicate alla particolare situazione che stiamo vivendo. E se è vero che, come tutti i grandi narratori delle pestilenze del passato, da Tucidide a Manzoni, passando per Boccaccio e per il meno conosciuto Procopio di Cesarea, le condizioni estreme rivelano ciò che ogni uomo, nel suo piccolo, è e desidera veramente, allora anche questo nuovo disco di Paolo Benvegnù può configurarsi come una sorta di profezia dell’umano che verrà. Dell’odio dell’innocenza è il sesto capitolo della discografia solista dell’ex Scisma ma, come ci ha tenuto a precisare lui stesso, di fatto si tratta di un unico percorso, portato avanti senza soluzione di continuità nel corso del tempo. Arrivato a tre anni da H3+, che chiudeva un’ideale trilogia iniziata con Hermann (2011) e proseguita con Earth Hotel (2014), questo nuovo lavoro prosegue quella ricerca incessante del bello e del vero che l’artista milanese, da tempo trapiantato in Umbria, porta avanti orgogliosamente, senza troppo preoccuparsi di quante persone riuscirà effettivamente a raggiungere. Un disco che, come tutti gli altri, chiede tempo per essere compreso e meditato. Un disco che parla ancora una volta di uomini, in bilico tra la commozione per i moti grandi dell’animo e la rabbia per le bassezze e le atrocità che riescono a commettere. E siccome non stiamo parlando di un artista comune, anche questa volta intervistarlo è stata un’esperienza arricchente. 

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submeet – Musica per aeroporti

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Non sono mai stato convinto che la musica debba obbligatoriamente avere una mossa politica perché in fin dei conti un artista, con la propria arte, ci fa quello che vuole. Ma che un artista debba essere sincero ed esprimere ciò che gli sta a cuore, ciò che sente come urgente in quel determinato momento, questo sì. Per cui ben venga anche la politica, nella misura in cui non si appiattisca in una sterile battaglia ideologica ma nasca da un serio confronto con la realtà. I mantovani submeet, da questo punto di vista, sono una band politica, esattamente come lo sono gli Algiers, gli Idles o gli Sleaford Mods. Stanno cercando di dire la loro sul mondo che hanno di fronte, sulla realtà in cui si trovano immersi, con la convinzione che scrivere canzoni, inciderle su un disco e portarle sul palco, non costituisca il rimedio ai problemi ma possa comunque contribuire a portare un po’ più di chiarezza e di positività alle persone. Pazienza se poi i temi trattati non sono proprio così allegri e se il loro sguardo sulle cose non è poi così ottimistico. Credono in quello che fanno e lo fanno bene, questo è abbastanza.
Aggiungiamo che suonano un genere sempre attuale e sempre in voga, potenzialmente inesauribile e aperto ad infiniti prestiti e suggestioni. Si parte dal grande calderone del Post Punk, mescolandolo col Noise, con l’Industrial, in un affresco a tinte scure e dalle forme contorte, dove Preoccupations, A Place To Bury Strangers e Girl Band convivono in un disco monolitico, che non lascia spazi per rilassarsi e che, allo stesso tempo, ci mette davanti alle nostre ossessioni e paure. “Terminal” è il loro primo disco, parla di aeroporti e questa è una band potenzialmente in grado di diventare grande. Ne abbiamo parlato con Andrea Zanini (voce e basso), Andrea Guardagbashaw (chitarra e voce) e Jacopo Rossi (batteria).

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Non Voglio Che Clara – Ognuno fa la musica che gli viene meglio

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

In fin dei conti non è cambiato nulla. Quelli che si lamentano della scomparsa dell’Indie italiano, della sua perdita di visibilità, dell’irrompere di alcuni artisti nel mondo del Mainstream, dell’ondata Hip Pop e Trap che avrebbe monopolizzato il mercato e spento ogni scintilla creativa, dovrebbero forse iniziare a guardare le cose da una prospettiva diversa. Certo, ci sono stati anni in cui i Non voglio che Clara erano headliner al Mi Ami (alla Collinetta, certo, ma pur sempre headliner) mentre probabilmente, se venissero chiamati oggi, suonerebbero alle cinque del pomeriggio. Ok, va bene, ma che numeri avevano all’epoca? Siamo proprio sicuri che Thegiornalisti, Calcutta, Ghali e compagnia bella abbiano davvero ucciso l’Indie, come da più parti si sente in giro? Non credo proprio. Sono convinto piuttosto che sia cambiato il mondo del Mainstream: c’è stato un ricambio generazionale, i giovani stanno veicolando la loro identità nell’ascolto di tutta una serie di nomi, che si esprimono in un linguaggio molto diverso sia da chi dominava le classifiche fino a qualche anno fa, sia dai vecchi idoli trasandati di un’intera generazione di universitari fighetti e un po’ hipster (a proposito, esistono ancora gli hipster? Chiedo lumi a chi ne capisce). Allo stesso tempo però, ciò che ci si illudeva fosse patrimonio dei più, era già all’epoca riservato ad una minoranza eletta, seppure, nella nostra percezione, i numeri fossero più consistenti.
E quindi cosa succederà, ora che i Non voglio che Clara, che di quella bellissima stagione furono uno dei frutti più saporiti, sono tornati con un nuovo disco? Impossibile e anche piuttosto inutile dirlo. Un paio di lezioni però, ce le stanno insegnando: la prima è che non si è per nulla obbligati a dover fare uscire un disco, se non si ha nulla da dire. Sono passati sei anni (quattro, se contiamo la ristampa di “Hotel Tivoli” col relativo tour) ma non ce ne dovremmo scandalizzare troppo, fa parte del ciclo naturale della vita: quando si è pronti, si esce. La seconda cosa è che una band in giro da tanto tempo, che ha in qualche modo fatto scuola con sua proposta, può anche sentirsela di non dover soddisfare per forza di cose le aspettative del pubblico. Suonavano Lo Fi, i Non voglio che Clara e suonavano anche piuttosto depressi, a tratti in modo esagerato. Adesso registrano un album che si chiama Superspleen e che già nel titolo gioca con la citazione baudeleriana, trasformandola in un giocattolo che sa di autoironia e di lucentezza Pop. Il tutto mentre aprono le melodie, illuminano le atmosfere e confezionano una decina di canzoni che sembrano fatte apposta per traghettarli nel presente, rimanendo tuttavia fedeli alle vecchie radici. Non sono più loro e allo stesso tempo sono ancora loro, una parziale mutazione genetica che, da qualunque parte la vogliamo prendere, ci ha regalato uno degli album più belli usciti finora in Italia. Abbiamo raggiunto al telefono Fabio De Min, voce ed autore principale del quartetto.

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Lowinsky: ci siamo ritrovati e siamo contenti, non importa se la gente ci ascolterà

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Almè è un piccolo paese del bergamasco, non lontano dal capoluogo e denso di reminiscenze romane di cui oggi si sono dimenticati in tanti, soprattutto gli abitanti del luogo. Me lo racconta la stessa band, mentre ceniamo con kebab e birra nella sala prove-studio di registrazione dove da qualche tempo sono di casa. La loro è una storia travagliata, fatta di battute di arresto, di continui e repentini cambi di line up ma anche di decise ripartenze ed entusiasmo contagioso. Ed è soprattutto una bella storia di amicizia: la cosa sorprendente, sin dai tempi dei Daisy Chains, è che attorno a Carlo Pinchetti, creatore e songwriter dei Lowinsky, gravita un folto gruppo di persone, unite dalla passione per la musica e dalla condivisione di gran parte della vita, comprese le cose importanti. A dover disegnare l’albero genealogico di tutti i progetti che li hanno visti coinvolti, unitamente a tutte le loro formazioni, verrebbe fuori un diagramma articolato e frastagliato che però (ed è questo il bello) dice molto di più dell’intensità del loro legame, piuttosto che di una discontinuità dell’attività musicale che rimane comunque innegabile.
Esce ora Oggetti smarriti, il primo album dei Lowinsky, il loro secondo lavoro dopo l’Ep di quattro pezzi del 2017. Il 22 febbraio lo presenteranno nella loro Bergamo, in quell’Edoné in cui sono di casa, dove per anni hanno anche curato la programmazione artistica. Sono qui per intervistarli ma anche per vederli suonare, dato che sono nel pieno della preparazione di quello che sarà a tutti gli effetti il primo live con questa nuova formazione a tre. Non racconto com’è andata perché non voglio rovinare la sorpresa a chi andrà a vederli, anche se posso assicurarvi che sono in forma e hanno voglia di spaccare tutto.
Questa invece è la chiacchierata che abbiamo fatto poco prima che imbracciassero gli strumenti.

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