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Intervista

KuTso: una musica disperatamente eroica e un po’ dannunziana – l’intervista al frontman Matteo Gabbianelli

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Articolo di Iolanda Raffaele

Un gruppo musicale che nasce da una tua idea già nel lontano 2006 e che ha subito varie evoluzioni fino ad oggi. Come è stato il vostro percorso musicale e che grado di maturità avete raggiunto?

Il nostro percorso è stato abbastanza disordinato e rocambolesco. Sono sempre successe cose straordinarie nel momento più inaspettato, non c’è mai stata una progettualità nel senso che io l’ho sempre avuta, però, alla fine gli eventi si incastrano come vogliono. Adesso abbiamo fatto quest’ultimo disco che si chiama Che effetto fa, che è proprio frutto di questo marasma e di questa incertezza e confusione totale in cui costantemente viviamo e vivo. Che effetto fa è pure la domanda che faccio a me stesso ossia che effetto farà questo disco.

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Malkovic: Adesso sappiamo dove andare (ma a Porta Venezia ci si perde comunque!)

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Articolo di Luca Franceschini

Avevamo parlato coi Malkovic a settembre: all’epoca di Buena Sosta, il loro secondo ep, era uscito da poco, avevano appena assorbito la botta di un cambio di line up pesante, di quelli per cui magari certi gruppi meno determinati decidono di sciogliersi. Loro non l’hanno fatto ed il risultato è Tempismo, esordio in formato full length e convincente prova di maturità e consapevolezza.
Il giorno dell’uscita lo hanno presentato all’Ohibò e ne ho approfittato per incontrare Giovanni Pedersini, cantante e chitarrista della formazione bresciana. Comodamente sistemati nel backstage, con una lattina di birra in mano ed una bella Playlist della loro etichetta Costello’s in sottofondo, abbiamo scambiato quattro chiacchiere sul disco e su come davvero rappresenti per loro un nuovo inizio.
Pochi minuti dopo li ho ammirati in azione, a più di due anni dall’ultima volta. Li ho trovati in ottima forma, con una resa sonora strepitosa ed una potenza dirompente, i nuovi brani in versione molto più elettrica ed esplosiva, ad integrarsi perfettamente con gli episodi più vecchi, tratti dai due ep. Un live bellissimo, arricchito anche da un nucleo di hard fan davvero esagitati, che si sono ammazzati di pogo per tutto il tempo (qualche santo deve aver vegliato sull’incolumità dei tre e della loro strumentazione, visto che, come è noto, nel locale non ci sono transenne a separare il palco dalla platea). Insomma, se volete avere una risposta sullo status del rock cosiddetto “alternativo” (sempre che questa parola esista ancora) compratevi Tempismo e andate a sentirli dal vivo: vi farete di sicuro un bel regalo…

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Pereira – Ogni canzone è una canzone d’amore

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Articolo di Luca Franceschini

Oltre le mode, oltre le facilitazioni dei luoghi comuni, a 22 anni si può anche essere cresciuti a Beatles e Bee Gees ed aver scoperto in diretta la seconda fase dell’Indie Rock, quando i propri coetanei erano probabilmente immersi in tutt’altre faccende. Joe Rasera è di Trento e la musica italiana non l’ha mai seguita troppo. Si è fatto le ossa sui maestri della melodia, poi l’hanno conquistato i vari Mild High Club, Whitney, Devendra Barnhart, Foxygen. Dopo anni di lavoro approda a Pereira, il suo progetto solista, di cui è appena uscito Mascotte, il disco d’esordio, frutto di una proficua collaborazione tra l’etichetta milanese Costello’s e quella romana A Modest Proposal. E di italiano, a parte la lingua con cui sono cantati i testi, non c’è proprio nulla: un suono pieno e vellutato, rifinito dalla splendida produzione di Fabio Grande e Pietro Paroletti, al servizio di canzoni che sono un miracolo di romantica perfezione, a metà tra la delicatezza di Mac De Marco e José Gonzalez, e la lezione sempiterna delle icone sopracitate. Dalle nostre parti, forse solo Colombre (che tra l’altro ha lavorato con gli stessi produttori) si è mosso su sonorità simili. Un disco delizioso, che pur non dicendo nulla di prettamente originale (ma chi è più in grado di farlo ormai?) si configura comunque come un tentativo gradito di spostare l’attenzione dalle solite formule dell’It Pop; ottime, per carità ma ormai ad altissimo rischio di prevedibilità.
Dal giorno dell’uscita, Mascotte l’ho ascoltato parecchio e mi è venuta la curiosità di scoprire qualche cosa in più sul conto del suo autore. Detto fatto. L’ho chiamato una sera al telefono ed ecco che cosa mi ha raccontato.

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Vera Giaconi: 10 storie tra le pieghe scomode delle relazioni familiari

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Articolo di Enrica Bardetti 

Vera Giaconi, scrittrice argentina di origini uruguaiane, è alta e slanciata. Ha lunghi capelli scuri, occhi profondi che si rischiarano quando le labbra si schiudono in un sorriso, mentre fa il suo ingresso alla libreria Diari di bordo di Parma di Alice Pisu e Antonello Saiz dove presenta «Persone care», la sua ultima raccolta di racconti. Durante l’incontro, una libera conversazione tenuta dalla traduttrice letteraria e docente di russo e spagnolo Silvia Sichel, la scrittrice è tradotta da Giulia Zavagna, che ha curato anche la versione italiana del libro per Sur. Questa casa editrice indipendente nata a Roma nel 2011, inizialmente specializzata solo in letteratura latinoamericana, da fine 2015 propone anche la collana BIG SUR, dedicata alla narrativa e saggistica anglo-americana.

Vera Giaconi nasce a Montevideo nel 1974. La sua storia è comune a quella di tanti Uruguaiani costretti all’esilio dalla dittatura dopo il colpo di stato del ’73. A soli nove mesi insieme alla madre raggiunge il padre in Argentina, ma dopo poco tempo anche qui i militari prendono il potere ed è costretta insieme alla famiglia a vivere sotto un regime dittatoriale simile a quello da cui erano scappati. Vera oggi vive e lavora come editor e redattrice freelance a Buenos Aires, città dove è cresciuta. Con la raccolta di racconti «Seres queridos» (Persone care) è stata finalista nel 2015 al Premio Internacional de Narrativa Breve Ribera del Duero: il più prestigioso riconoscimento per raccolte di racconti in lingua spagnola, che grazie all’alta partecipazione di opere narrative provenienti anche da fuori della Spagna, in particolare dall’America, ha superato per importanza altre competizioni internazionali più conosciute.

Persone care raccoglie dieci racconti incentrati sulle relazioni di amore e amicizia.  Scritti con prosa elegante, asciutta, precisa, mai banale trattano di rapporti familiari, di sentimenti in bilico tra odio e amore, rancore e devozione. Dieci racconti in cui l’inquietudine e la minaccia latente aleggiano in modo quasi impercettibile nella vita dei protagonisti; una raccolta di situazioni e personaggi umani, fragili e imperfetti dove il non detto la fa da padrone, lasciando al lettore libertà di interpretazione e un certo turbamento a fine lettura.  

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Umberto Maria Giardini, un artista libero

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Articolo di Eleonora Montesanti

In occasione dell’uscita del suo nuovo album, Forma Mentis (recensione qui), ho fatto una chiacchierata con colui che, da quasi vent’anni, è uno dei musicisti più autentici del panorama musicale italiano: Umberto Maria Giardini. UMG è un musicista appassionato a viscerale che non scende a compromessi e pone il suo modo di fare musica al primo posto, sempre. Per questo è uno degli artisti più liberi che abbia mai incontrato.

Forma Mentis, il titolo del tuo nuovo disco, è una locuzione che descrive una struttura mentale, soprattutto con riguardo al modo di considerare e intendere la realtà. Qual è la connessione fra il titolo e i brani che compongono l’album?

La connessione in questione è reale e assolutamente oggettiva. Quello che canto è molto autobiografico, come spesso è accaduto nei miei lavori precedenti, nonostante la chiave di lettura e i significati siano sempre velati. Lascio molto spazio all’interpretazione dell’ascoltatore e/o lettore. Nulla di ciò che scrivo è definito.

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Tre Allegri Ragazzi Morti: c’è qualcosa di molto punk nel nostro dna

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Articolo di Cinzia D’agostino

Di live come quelli dei Tre Allegri Ragazzi Morti in Italia ce ne sono davvero pochi. Senza offesa per i nostri amati musicisti della scena di casa, ma l’energia e l’intesa fortissima che riescono a instaurare col pubblico è davvero una peculiarità che rende unici questi eterni adolescenti di Pordenone, attivi da ben 25 anni nella realtà musicale italiana. Venerdì 8 Marzo alla Latteria Molloy di Brescia i Tarm hanno ancora una volta portato sul palco un rock puro e diretto, coinvolgente ed emozionante, dove i nuovi brani tratti da Il Sindacato dei Sogni suonavano già come “classici” dei quali non si può fare a meno in un concerto. Non sono mancati i pezzi a cui il pubblico è più affezionato, dalla tanto amata da noi allegre ragazze morte “Il principe in bicicletta”, alla liberatoria “Il mondo prima”, fino all’inno “La tatuata bella” che il pubblico canta autonomamente senza sbagliare una strofa. Più che un concerto, è stato come sempre un meraviglioso rito magico e liberatorio tra la band e il pubblico, dove partecipa solo chi si sente un allegro ragazzo morto e, in qualche modo, lo diventa.

Ancora con i brividi di quel live intenso e nella testa le canzoni dell’ultimo album mi preparo a fare un’interessantissima chiacchierata con Enrico Molteni, bassista dei T.A.R.M.

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Dimartino – Afrodite: album della maturità? Sicuramente una svolta e un’armatura

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Articolo di Iolanda Raffaele

In occasione del suo concerto il 14 marzo presso il TAU, Teatro Auditorium della Calabria, Off Topic ha intervistato il cantautore siciliano Antonio Dimartino.

Il 25 gennaio è uscito Afrodite, un nome che richiama la dea greca della bellezza. Parliamo un po’di questo nuovo album che è quasi un “tesoretto” di emozioni…

Volevo fermare un momento sia personale che storico, in qualche modo mi piaceva che questi due momenti interagissero. Sono convinto che il ruolo di chi scrive canzoni oggi sia proprio questo fare convivere le proprie emozioni personali all’interno di un contesto sociale e politico

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Tersø: Cosa vuol dire uscire dalla giungla?

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Articolo di Luca Franceschini

Se esiste una formula creativa del Pop italiano che lasci da parte per una volta divertenti ma un po’ triviali giochi di parole, facili ironie e superficialità ostentata, quasi come chi pensa che non ci sia nulla per cui ormai valga la pena impegnarsi, allora i Tersø potrebbero averla trovata. Fuori dalla giungla, che arriva dopo le buone impressioni suscitate dall’ep L’altra parte, è sostanzialmente un disco Synth Pop ma ha tutta la serietà e la profondità di chi sa leggere il proprio tempo e soprattutto ritiene che valga ancora la pena impegnarsi per davvero, per essere presenti a se stessi e costruire il proprio pezzetto di mondo. Un po’ come hanno fatto i Rincorsa, autori di un esordio fulminante alla fine dello scorso anno, i bolognesi Tersø provano a mostrare che il linguaggio dell’elettronica, per quanto declinato in maniera accessibile e niente affatto innovativo, è ancora in grado di mettere in piedi percorsi interessanti. Ce lo ha spiegato Marta Moretti, voce del gruppo, che ho raggiunto al telefono proprio il giorno prima dell’uscita di un disco che nelle ultime settimane ho davvero fatto fatica a togliere dallo stereo…

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Stefano Corbetta: dalla dimensione istintiva delle note alla misura delle parole

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Articolo di Enrica Bardetti 

Incontro Stefano Corbetta ai Diari di Bordo, una piccola libreria situata nel centro storico di Parma. Gestita da Alice Pisu e Antonello Saiz, librai preparati e abili divulgatori che con costanza e fervore animano il panorama culturale cittadino, la libreria propone incontri con autori di case editrici indipendenti. Oggi è la volta della marchigiana Hacca, fondata da Francesca Chiappa e di Sonno Bianco, l’ultimo lavoro di Stefano Corbetta, appunto.

Stefano Corbetta, nome relativamente nuovo nel panorama letterario (è al suo secondo romanzo), è invece piuttosto noto per la sua abilità con le bacchette, grazie alle quali gli appassionati di jazz lo hanno conosciuto negli anni scorsi. Sonno bianco è la storia di due gemelle identiche, Emma e Bianca, inseparabili finché un terribile incidente le divide e costringe Bianca in un letto di ospedale, dentro una bolla fatta di silenzio e attesa. Emma è allora costretta a crescere, intrappolata nel sonno della sorella, in un’esistenza fatta di sensi di colpa con accanto una madre, annientata dal dolore e chiusa nella solitudine della sua stanza per proteggere un segreto, e un padre che a fatica prova a preservare i fragili equilibri rimasti.

Stefano Corbetta ai Diari di Bordo con Alice Pisu e Antonello Saiz

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