I N T E R V I S T A


M.G.: La poesia è nata con la musica, mi chiedo di cosa si stia discutendo, dunque. Ogni tanto musica e poesia si ritrovano, ogni tanto si allontanano, ma io le sento come parte di una cosa sola. Naturalmente le belle canzoni sono poesie! Il problema sono le brutte poesie e le brutte canzoni. Un altro problema sono quelli che avevano tuonato contro il Nobel a Dylan, che è l’Omero o lo Shakespeare della nostra epoca. Essi sono persone misere, che scrivono misere pagine, arroccati nei loro castellucci di carta a gestire un potere che ha poco a che fare con la letteratura in generale. È gente spaventata dal puro mistero e dalla sfavillante bellezza che risplendono nella scrittura e nella musica di Dylan.

M.G.: La scrittura è un’attività che necessita di immaginazione. Cambiare ciò che vedi davanti agli occhi e incontrare nuove persone, provenienti da altri mondi, è nutrimento per la scrittura. Temo di essere dromomaniaco, mi devo cioè muovere continuamente; adoro viaggiare, adoro scrivere in viaggio. Stare fermi non porta da nessuna parte. In viaggio, ho sempre un taccuino di piccole dimensioni in tasca, dove annoto le cose che mi vengono in mente o semplicemente le cose e le azioni che vedo. Metto sempre data e luogo, per questo mi è semplice risalire ai luoghi dove ho scritto. Poi, quando torno a casa, seguo il consiglio del poeta Wordsworth. Lui diceva che «la poesia è l’emozione rivissuta nella tranquillità». Mi siedo dunque al tavolo di lavoro e, nell’auspicio di trovarci dentro qualcosa di poetico, prendo i miei taccuini, trascrivo in quaderni più grandi e rimetto mano ai miei appunti.

M.G.: Non c’è un metodo, o almeno io non l’ho mai acquisito. Ci sono canzoni che ho scritto in vent’anni, altre in un solo giorno. Ho sempre guardato con diffidenza quelle scritte in un giorno, dato che porto sempre nel cuore un insegnamento di mio padre: «Il talento è fatica». Tuttavia, a dire il vero, alcune di esse non sono venute peggio di quelle scritte in vent’anni. Tra quelle scritte in un giorno c’è L’Angelo ucciso, dedicata a Pier Paolo Pasolini, che alla fine è tra le mie canzoni più apprezzate. Che dire, dunque? Mah… Forse dovevo dirti se nascono prima le parole e la musica. Anche qui non c’è metodo. Alle volte prima la musica, alle volte prima le parole. Alle volte uno schema di rime, ancora senza le parole. Alle volte un piccolo spunto melodico, che poi darà origine alla linea melodica della canzone. Ma il vero miracolo è quando musica e parole si presentano alla porta di casa mano nella mano e bussano. Quello è il vero miracolo. Mi è capitato poche volte. Una la ricordo bene: così si è presentato il ritornello della canzone che ho dedicato a Paul Celan, Il latte nero dell’alba. Il ritornello ripete ossessivamente: «La notte beviamo il latte nero dell’alba».  Mi trovavo a Meyrargues, in Francia, in Provenza, vicino ad Aix en Provence. Quel giorno avevo avuto una sorta di tracollo emotivo e, tra la notte e l’alba, ero fuggito da solo a camminare per i campi, a urlare e a piangere. Il mio urlo, il mio pianto dette origine a quel ritornello, con quelle parole e quella musica.

A questo punto dell’intensa conversazione è necessaria una pausa e Michele porta mia moglie e me a fare un giretto a Concordia Sagittaria (Venezia), non lontano da dove vive, luogo ricco di memorie romane e medievali. «Si chiama così – ci dice – perché qui gli Antichi Romani facevano le “sagitte” (le frecce); gli archi li facevano da un’altra parte, poi l’assemblaggio dell’arma si realizzava a Roma, per averne il controllo…». Ci porta poi a visitare il millenario battistero della cittadina, piccolo e tutto affrescato. Michele ama questo territorio, dove ha scelto di vivere. «Qui ho anche girato un video con Giovanna», aggiunge. Parla naturalmente di Giovanna Famulari e il video è materiali sonori per la descrizione dell’anima di paolo f., dedicato all’amico scomparso Paolo Finzi.


Ci presenta a questo punto il suo amico Valter Fiorin. «Valter ha gestito per anni un locale il cui nome è già un’autodenuncia: Sacco e Vanzetti – ci dice con un sorriso – e ci ho suonato tante volte. Valter è un benefattore di questo luogo: ha portato qui a suonare anche Billy Bragg!». Con Valter ci rechiamo a bere più di un calice di vino nell’osteria del paese, poi torniamo a casa di Michele e riprendiamo la conversazione, con ancora maggior scioltezza.

M.G.: Adoro anche la viola, che si esprime su un registro più basso del violino, ma non è ancora un violoncello: il violoncello va ancora più in basso. Adoro suonarla, è come un violino, ma con un velo di pudore, un violino sommesso. La scelta dello strumento è legata all’emozione che desidero trasmettere. Alle volte, poi, esco dalla mia comfort zone e suono anche strumenti che padroneggio poco, se penso che abbiano un senso per il messaggio che voglio comunicare. Ad esempio: sono un fiatista abbastanza mediocre, ma sull’album dedicato alla storia di migrazione della mia famiglia dai balcani verso ovest (Una storia di mare e di sangue, FonoBisanzio 2014) ho suonato il “flauto in legno croato”, che mi riportava a quelle terre…

M.G.: Dopo la pandemia, ho spostato il baricentro del mio lavoro in Italia, nel mio paese. Ne avevo il desiderio; fino ad allora, per vent’anni, avevo vissuto e lavorato soprattutto negli Stati Uniti. Ma avevo voglia di tornare a casa, di ritornare a vivere e ad operare artisticamente nel luogo dove sono nato e a cui appartengo. Sentivo che la nomination ai Grammy Awards nel 2018 per l’album Rifles & Rosary Beads (leggi qui), a cui avevo lavorato per i cinque anni precedenti con Mary Gauthier, sanciva in un certo senso una conclusione. Cosa potevo desiderare di più? Ricorderai forse che era un album di canzoni scritte con i soldati americani che mostrava, dall’interno, il disastro e la tragedia delle guerre degli USA. Un album “difficile” dunque e “divisivo”. Avere raggiunto un consenso così importante con un album siffatto è stata un’immensa (e inaspettata) soddisfazione. Potevo tornare a casa. Tornato, ho lavorato con intensità e costanza quotidiana e sono nati tutti quei lavori che hai elencato, uno diverso dall’altro, ma tutti con un senso e una necessità profonda di esistere. Il nuovo album è destinato ad essere pubblicato nella prossima primavera: si intitolerà assai probabilmente bianco su bianco. Sto ancora correggendo musiche e testi, ma, da circa un annetto, ho anche avviato il lavoro in studio con il tecnico del suono Fabrizio “Cit” Chiapello, presso lo storico studio di registrazione Transeuropa di Torino. È un album che contiene canzoni d’impianto folk, tipo Pentangle, per intenderci, ed altre più intensamente meditative e cicliche, nello stile delle composizioni di Arvo Pärt. È un album folle, in cui come sempre, ma più di sempre, ho fatto ciò che volevo. Spero che quest’album possa creare accettazione e accoglienza per la follia. Il folle è in ognuno di noi e danza quando arriva la luna piena.

M.G.: Sono artisti straordinari come dici tu, ma forse non è solo questo il punto. Sono per me fratello e sorella. La mia musica è anche loro, è figlia del loro suono. Quando scrivo mi vengono innanzitutto in mente i loro strumenti e le loro voci. Scrivo pensando a loro. Marco, in particolare, è sempre il primo ad ascoltare le mie nuove composizioni. Io compongo al pianoforte e con lui proviamo a spostare sulla chitarra le mie riflessioni pianistiche.  Suoniamo assieme da vent’anni, come dicevo prima. Giovanna ha avuto la mia stessa formazione: musicista di matrice classica, ha poi solcato altri lidi con la navicella del suo ingegno, ma portando sempre in sé il rigore della classica. È l’unica persona a parte me, tra quelle che ho incontrato in ambito professionale, che scrive ancora i suoi spartiti a mano, su carta, con gomma e matita.

M.G.: Sono sempre molto assetato.

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