I N T E R V I S T A
Articolo di Andrea Furlan
In una piovosa mattina di primavera ho incontrato Michele Gazich che mi ha accolto nel suo laboratorio di idee con squisita gentilezza. Circondato, da libri, dischi, strumenti musicali, memorabilia, ho avuto il piacere di conoscere da vicino un artista che stimo profondamente. Seguo da anni il suo percorso artistico, ci incontriamo ai concerti dove scambiamo sempre qualche parola, ma entrare nel suo mondo così da vicino è stato un privilegio. Michele trasmette serena tranquillità, lasciando che le parole scorrano senza fretta, ma precise, ben ponderate. Una chiacchierata tra amici, più che un’intervista, ma colma di significati. Una parte di quello che ci siamo detti, è riassunto qui.

Il tuo violino ti ha portato in tutto il mondo, hai girato in tournée l’America, l’Europa, finanche il Giappone e l’india. Sei da poco rientrato da una residenza artistica in Puglia, Gargano Sacro, un cammino di 120 chilometri con tappe in luoghi che emanano una forte spiritualità (San Giovanni Rotondo, Monte Sant’Angelo). Tema degli incontri la poesia e le canzoni che hai dedicato ai poeti che più ami. Immagino sia stata un’esperienza particolarmente intensa. Cosa ha trasmesso al tuo essere artista?
M.G.: Caro Andrea, grazie innanzitutto per essere venuto a trovarmi. Ero partito per il Gargano in una condizione di grande debolezza fisica. Ero reduce da una malattia (una grave forma di psoriasi che mi aveva ricoperto tutto il corpo, tipo lebbroso, impedendomi di lavorare per mesi), o meglio c’ero ancora dentro. Sono comunque partito e la fatica bella del cammino quotidiano mi ha guarito, o almeno mi ha fatto stare decisamente meglio. Quando sono partito pareva un’impresa impossibile, ma io amo le imprese impossibili. La vita stessa di ognuno di noi, in fondo, è un’impresa impossibile. La sera di ogni giorno, dopo aver camminato per i boschi e i pascoli del Gargano, spesso senza incontrare nessuno a parte pastori, vacche e pecore, suonavo in luoghi di una bellezza che toglieva il fiato. Sentivo cantare queste pietre millenarie e sentivo il canto dei boschi, delle foglie. Avevo imparato a distinguere dal rumore del vento il tipo di alberi delle foreste che attraversavo. Mi ha accompagnato, nel cammino e nei concerti, Marco “Tibu” Lamberti, il mio alter ego musicale: suoniamo insieme da vent’anni. Ogni sera, per giorni, abbiamo fatto un concerto diverso, con canzoni tutte diverse, alcune anche nuove che prendevano forma canticchiando nelle giornate di cammino. Avevo grande fiducia in questa “residenza artistica itinerante”, ma è andata al di là delle mie aspettative.
Hai una biblioteca ricca di libri di poesia, tante tue canzoni sono dedicate o ispirate a poeti. Le tue composizioni uniscono mirabilmente parola e musica e sono spesso declamate per mezzo del recitar cantando, poesia che si fa melodia e viceversa. Ti senti un poeta? La canzone, nelle sue espressioni più alte può essere considerata poesia? Penso a quanto si è discusso, dopo che Bob Dylan ha ricevuto il premio Nobel per la letteratura, se i versi scritti per una canzone abbiano dignità poetica.
M.G.: La poesia è nata con la musica, mi chiedo di cosa si stia discutendo, dunque. Ogni tanto musica e poesia si ritrovano, ogni tanto si allontanano, ma io le sento come parte di una cosa sola. Naturalmente le belle canzoni sono poesie! Il problema sono le brutte poesie e le brutte canzoni. Un altro problema sono quelli che avevano tuonato contro il Nobel a Dylan, che è l’Omero o lo Shakespeare della nostra epoca. Essi sono persone misere, che scrivono misere pagine, arroccati nei loro castellucci di carta a gestire un potere che ha poco a che fare con la letteratura in generale. È gente spaventata dal puro mistero e dalla sfavillante bellezza che risplendono nella scrittura e nella musica di Dylan.
Potresti essere definito uno scrittore di canzoni errante: i libretti dei tuoi dischi indicano con precisione il luogo e la data in cui hai composto testo e musica di ogni singolo brano. Quali suggestioni ti comunicano i posti dove ti trovi o scegli di visitare? Quando ti accorgi che un luogo ti ispira particolarmente?
M.G.: La scrittura è un’attività che necessita di immaginazione. Cambiare ciò che vedi davanti agli occhi e incontrare nuove persone, provenienti da altri mondi, è nutrimento per la scrittura. Temo di essere dromomaniaco, mi devo cioè muovere continuamente; adoro viaggiare, adoro scrivere in viaggio. Stare fermi non porta da nessuna parte. In viaggio, ho sempre un taccuino di piccole dimensioni in tasca, dove annoto le cose che mi vengono in mente o semplicemente le cose e le azioni che vedo. Metto sempre data e luogo, per questo mi è semplice risalire ai luoghi dove ho scritto. Poi, quando torno a casa, seguo il consiglio del poeta Wordsworth. Lui diceva che «la poesia è l’emozione rivissuta nella tranquillità». Mi siedo dunque al tavolo di lavoro e, nell’auspicio di trovarci dentro qualcosa di poetico, prendo i miei taccuini, trascrivo in quaderni più grandi e rimetto mano ai miei appunti.
Qual è il tuo processo compositivo? Nasce prima la parola o la musica? O germogliano insieme?
M.G.: Non c’è un metodo, o almeno io non l’ho mai acquisito. Ci sono canzoni che ho scritto in vent’anni, altre in un solo giorno. Ho sempre guardato con diffidenza quelle scritte in un giorno, dato che porto sempre nel cuore un insegnamento di mio padre: «Il talento è fatica». Tuttavia, a dire il vero, alcune di esse non sono venute peggio di quelle scritte in vent’anni. Tra quelle scritte in un giorno c’è L’Angelo ucciso, dedicata a Pier Paolo Pasolini, che alla fine è tra le mie canzoni più apprezzate. Che dire, dunque? Mah… Forse dovevo dirti se nascono prima le parole e la musica. Anche qui non c’è metodo. Alle volte prima la musica, alle volte prima le parole. Alle volte uno schema di rime, ancora senza le parole. Alle volte un piccolo spunto melodico, che poi darà origine alla linea melodica della canzone. Ma il vero miracolo è quando musica e parole si presentano alla porta di casa mano nella mano e bussano. Quello è il vero miracolo. Mi è capitato poche volte. Una la ricordo bene: così si è presentato il ritornello della canzone che ho dedicato a Paul Celan, Il latte nero dell’alba. Il ritornello ripete ossessivamente: «La notte beviamo il latte nero dell’alba». Mi trovavo a Meyrargues, in Francia, in Provenza, vicino ad Aix en Provence. Quel giorno avevo avuto una sorta di tracollo emotivo e, tra la notte e l’alba, ero fuggito da solo a camminare per i campi, a urlare e a piangere. Il mio urlo, il mio pianto dette origine a quel ritornello, con quelle parole e quella musica.
A questo punto dell’intensa conversazione è necessaria una pausa e Michele porta mia moglie e me a fare un giretto a Concordia Sagittaria (Venezia), non lontano da dove vive, luogo ricco di memorie romane e medievali. «Si chiama così – ci dice – perché qui gli Antichi Romani facevano le “sagitte” (le frecce); gli archi li facevano da un’altra parte, poi l’assemblaggio dell’arma si realizzava a Roma, per averne il controllo…». Ci porta poi a visitare il millenario battistero della cittadina, piccolo e tutto affrescato. Michele ama questo territorio, dove ha scelto di vivere. «Qui ho anche girato un video con Giovanna», aggiunge. Parla naturalmente di Giovanna Famulari e il video è materiali sonori per la descrizione dell’anima di paolo f., dedicato all’amico scomparso Paolo Finzi.
Ci presenta a questo punto il suo amico Valter Fiorin. «Valter ha gestito per anni un locale il cui nome è già un’autodenuncia: Sacco e Vanzetti – ci dice con un sorriso – e ci ho suonato tante volte. Valter è un benefattore di questo luogo: ha portato qui a suonare anche Billy Bragg!». Con Valter ci rechiamo a bere più di un calice di vino nell’osteria del paese, poi torniamo a casa di Michele e riprendiamo la conversazione, con ancora maggior scioltezza.
Il tuo strumento d’elezione è il violino, ma spesso ti accompagni al pianoforte. Come decidi se utilizzare uno strumento piuttosto che l’altro? Che emozioni ti trasmettono?
M.G.: Adoro anche la viola, che si esprime su un registro più basso del violino, ma non è ancora un violoncello: il violoncello va ancora più in basso. Adoro suonarla, è come un violino, ma con un velo di pudore, un violino sommesso. La scelta dello strumento è legata all’emozione che desidero trasmettere. Alle volte, poi, esco dalla mia comfort zone e suono anche strumenti che padroneggio poco, se penso che abbiano un senso per il messaggio che voglio comunicare. Ad esempio: sono un fiatista abbastanza mediocre, ma sull’album dedicato alla storia di migrazione della mia famiglia dai balcani verso ovest (Una storia di mare e di sangue, FonoBisanzio 2014) ho suonato il “flauto in legno croato”, che mi riportava a quelle terre…
Stai vivendo anni di notevole fervore artistico in cui hai pubblicato album di grande caratura: Argon ispirato da Primo Levi, Eugenio Montale, Ingeborg Bachman, Paul Celan, Gabriele d’Annunzio; solo i miracoli hanno un senso stanotte in questa trincea (leggi qui), il tuo pellegrinaggio alle radici della cultura europea; Domani si vive e si muore (leggi qui) insieme a Federico Sirianni in cui avete musicato alcuni inediti di Michele L. Straniero; la produzione artistica del bellissimo album di Sirianni, La promessa della felicità, per non parlare del recentissimo Yiddish Blues (leggi qui) insieme a Moni Ovadia e Giovanna Famulari. Cosa possiamo aspettarci nel prossimo futuro? So che è in gestazione un nuovo album di canzoni, sono molto curioso, puoi anticiparmi qualcosa?
M.G.: Dopo la pandemia, ho spostato il baricentro del mio lavoro in Italia, nel mio paese. Ne avevo il desiderio; fino ad allora, per vent’anni, avevo vissuto e lavorato soprattutto negli Stati Uniti. Ma avevo voglia di tornare a casa, di ritornare a vivere e ad operare artisticamente nel luogo dove sono nato e a cui appartengo. Sentivo che la nomination ai Grammy Awards nel 2018 per l’album Rifles & Rosary Beads (leggi qui), a cui avevo lavorato per i cinque anni precedenti con Mary Gauthier, sanciva in un certo senso una conclusione. Cosa potevo desiderare di più? Ricorderai forse che era un album di canzoni scritte con i soldati americani che mostrava, dall’interno, il disastro e la tragedia delle guerre degli USA. Un album “difficile” dunque e “divisivo”. Avere raggiunto un consenso così importante con un album siffatto è stata un’immensa (e inaspettata) soddisfazione. Potevo tornare a casa. Tornato, ho lavorato con intensità e costanza quotidiana e sono nati tutti quei lavori che hai elencato, uno diverso dall’altro, ma tutti con un senso e una necessità profonda di esistere. Il nuovo album è destinato ad essere pubblicato nella prossima primavera: si intitolerà assai probabilmente bianco su bianco. Sto ancora correggendo musiche e testi, ma, da circa un annetto, ho anche avviato il lavoro in studio con il tecnico del suono Fabrizio “Cit” Chiapello, presso lo storico studio di registrazione Transeuropa di Torino. È un album che contiene canzoni d’impianto folk, tipo Pentangle, per intenderci, ed altre più intensamente meditative e cicliche, nello stile delle composizioni di Arvo Pärt. È un album folle, in cui come sempre, ma più di sempre, ho fatto ciò che volevo. Spero che quest’album possa creare accettazione e accoglienza per la follia. Il folle è in ognuno di noi e danza quando arriva la luna piena.
Il nucleo dei tuoi ultimi album è costituito dal tuo fidato collaboratore Marco “Tibu” Lamberti, con cui suoni da moltissimi anni, e Giovanna Famulari. Quale speciale alchimia si è creata con loro? Come ti rapporti con questi straordinari artisti nello svolgimento dei tuoi progetti?
M.G.: Sono artisti straordinari come dici tu, ma forse non è solo questo il punto. Sono per me fratello e sorella. La mia musica è anche loro, è figlia del loro suono. Quando scrivo mi vengono innanzitutto in mente i loro strumenti e le loro voci. Scrivo pensando a loro. Marco, in particolare, è sempre il primo ad ascoltare le mie nuove composizioni. Io compongo al pianoforte e con lui proviamo a spostare sulla chitarra le mie riflessioni pianistiche. Suoniamo assieme da vent’anni, come dicevo prima. Giovanna ha avuto la mia stessa formazione: musicista di matrice classica, ha poi solcato altri lidi con la navicella del suo ingegno, ma portando sempre in sé il rigore della classica. È l’unica persona a parte me, tra quelle che ho incontrato in ambito professionale, che scrive ancora i suoi spartiti a mano, su carta, con gomma e matita.
Nelle note introduttive a solo i miracoli hanno un senso stanotte in questa trincea, riferendoti a Goethe, dici: «non cercava acqua per dissetarsi, egli cercava la sete». A questo punto della tua carriera, quanta sete hai ancora? Quanta la voglia di continuare ad indagare l’animo umano?
M.G.: Sono sempre molto assetato.
Questa nostra conversazione potrebbe continuare all’infinito, ma voglio chiederti un’ultima cosa: oltre al nuovo album in lavorazione, a quanto ne so, vivrai una nuova residenza artistica che si preannuncia molto speciale…
M.G.: A fine agosto mi recherò a Saorge, in Francia, verso Nizza, dove l’aria di montagna si mescola all’aria di mare e l’abete convive con l’ulivo. Il paesino, arroccato alle pendici delle montagne, è baciato dal sole, scintilla di luce purissima e nitida. Un giorno, nell’antico lavatoio in pietra del paese, ho visto un angelo, o forse era solo il riflesso del sole, ma non credo… Certamente (era il 2009) scrissi una canzone, L’Angelo di Saorge, che ho pubblicato nel secondo album con il mio gruppo di allora, La Nave dei Folli. La canzone mi ha piuttosto miracolosamente riportato a Saorge e chiede di essere riscritta ancora, di essere scritta meglio. Lo farò, nelle tre settimane in cui là risiederò, con il mio violino, quaderni, fogli e una vecchia macchina da scrivere “Olivetti”, di quelle che funzionano senza corrente. Non avrò né computer né telefono. Terminerò la riscrittura di quella canzone e di tutte le altre di bianco su bianco in un silenzio totale e in solitudine meditativa.
Beh, poi ci sarebbe davvero l’ultima domanda: hai un sogno nel cassetto che vorresti realizzare?
M.G.: Il mio sogno è sempre quello ed è davvero smodato: spero di avere ancora qualche anno di vita e la forza per procedere a fare ciò che sto facendo e amo, cioè scrivere, suonare e cantare. Non lo do mai per scontato, men che meno ora, in questa fase di fragilità. Spero, se questo tempo mi sarà dato, di inventare, di riuscire a scrivere qualcosa di davvero nuovo. Se sarò ricordato quando non ci sarò più, vorrei essere ricordato non come un epigono, ma come qualcuno che ha scritto e fatto qualcosa di nuovo.





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