R E C E N S I O N E


Recensione di Alberto Calandriello

Per approcciarsi in modo corretto al disco di Michele Gazich e Federico Sirianni dedicato ai testi inediti di Michele L. Straniero, bisognerebbe avere la voglia ed il tempo di approfondire la figura di Straniero e così facendo si entrerebbe in un vortice di conoscenza, cultura, storia e arte che ci farebbero quantomeno intuire una verità spesso taciuta o trascurata: la “canzone popolare” italiana, se proprio dobbiamo trovarle una definizione, è un tesoro inestimabile che andrebbe riscoperto come gesto rivoluzionario e di rispetto verso coloro che ne sono attori protagonisti.

E Straniero è sicuramente tra questi.

Ecco allora che provando ad affrontare queste righe, mi sono accorto di quanto ogni nome, ogni riferimento, aprissero capitoli sempre più interessanti della nostra Storia.

Sia detto subito quindi un enorme grazie a Michele Gazich e a Federico Sirianni ed uno forse ancora più grande a Giovanni Straniero (“nipote di”) che ha avuto l’intuizione vincente di affidare a loro una manciata di poesie inedite, intime, riflessive, affinché venissero musicate.

foto © Flavio Dal Molin

Intuizione vincente, eccome, perché tra le altre cose ha fatto incontrare per la prima volta due artisti che alle parole danno una grande importanza, come dimostrano le loro rispettive carriere.

Il risultato è comunque superiore alle aspettative degli stessi protagonisti e alla somma dei singoli talenti, perchè l’alchimia tra Gazich e Sirianni ha permesso non solo di dare una veste musicale ai testi di Straniero, ma ha creato un paio di brani omaggio allo stesso autore che sono dichiarazione d’amore, riconoscenza e allo stesso tempo fiaccola che vuole mantenere acceso un fuoco decisamente indimenticabile.

Folk d’autore, lo si potrebbe definire, tra chitarre pizzicate e violini, delicatezza nel sistemare la singola parola come fosse una perla di una preziosa collana ed ospiti che abbelliscono ulteriormente un quadro già meraviglioso; troviamo infatti tra le note di questo album Fausto Amodei, Gualtiero Bertelli, Maurizio Bettelli, Andrea Del Favero, Giovanna Famulari, Marco “Tibu” Lamberti, Alessio Lega, Paolo Lucà, Giovanna Marini, Gian Gilberto Monti, Moni Ovadia oltre ovviamente allo stesso Giovanni Straniero.

Gazich e Sirianni giocano nel campionato dei grandi della musica italiana, anche se non vengono omaggiati da titoloni esasperati o da riflettori accesi h24; figli, decisamente figli di quella stagione culturale che prese il nome di Cantacronache; un manipolo di artisti che scelse di portare la musica su percorsi meno battuti, lontana da rime facili e da festival superficiali, affinché anche la musica potesse rientrare nel grande patrimonio artistico che l’Italia ha da secoli. Musica al servizio della società, della gente, non semplice disimpegno, ma specchio, voce, cronaca.

Ci sono diversi paragoni che mi sono venuti in mente mentre approfondivo la genesi di quest’opera, magari non tutti centrati o a fuoco, ma che mi hanno aiutato a chiarirmi l’importanza di questa operazione. Mermaid Avenue, Billy Bragg e i Wilco che mettono mano al repertorio di Woody Guthrie, prima che lo facciano ai giorni nostri i Dropkick Murphys. Le Seeger Sessions di Bruce Springsteen, “musica di festa, canti di protesta”, le grandi ballate di Pete Seeger e dei suoi coetanei. Bob Dylan, perchè si, perchè Dylan c’entra sempre. Ma anche in Italia possiamo trovare opere che hanno avuto uno spirito simile, ad esempio il recente Canzoni da intorto di Guccini, che è andato a pescare a piene mani proprio dai Cantacronache; oppure Il seme e la speranza dei Gang insieme al collettivo la Macina; senza dimenticare poi la stagione mai del tutto chiusa del combat folk e di operazioni come Materiale Resistente.

L’esperienza dei Cantacronache è un pilastro della canzone d’autore; nata come reazione alla musica banale “da festival di Sanremo”, è diventata un collettivo di teste pensanti che hanno scritto e musicato un periodo cruciale per l’Italia, ossia il secondo dopoguerra, passando per il cosiddetto boom economico. Di questo collettivo fecero parte, oltre a Straniero, che fu tra i fondatori insieme a Sergio Liberovici, la moglie di quest’ultimo, Margot e Fausto Amodei; a loro si aggiunsero poi Umberto Eco, Italo Calvino, Gianni Rodari, Giorgio De Maria e Emilio Jona.

Bisognerebbe andare decisamente a fondo di questa storia, ma lo spazio, benché virtuale, non sarebbe sufficiente e forse toglierebbe il gusto della scoperta a chi ascoltando il disco avesse voglia di andare a ritroso negli anni per saperne di più.

È un invito che mi sento di fare con grande entusiasmo, perché per quanto sia giusto e naturale guardare avanti, sapere che alle nostre spalle esista una tale ricchezza, oltre ad essere motivo d’orgoglio, non può lasciarci indifferenti; perché nelle canzoni di quegli anni, in quel dopoguerra di paure e speranze, in quel tempo dove forse sembrava possibile costruire qualcosa di buono proprio per quel futuro che è l’oggi in cui viviamo, alberga la nostra società attuale, i suoi problemi, le sue cancrene già allora presenti anche se non ancora metastatiche, i suoi sogni. I ragazzi che timidamente aprivano gli occhi sul dopoguerra hanno imbastito le fondamenta di un patrimonio che sarebbe delittuoso abbandonare come una “grande opera” qualunque.

Iniziamo da questo album, che si apre con il primo omaggio, uno dei due testi creati appositamente da Gazich e Sirianni, una sorta di presentazione e biografia, che ci fa calare nell’atmosfera di quegli anni, quando, già allora “sa di morte questo tempo presente”; emozionante l’inciso cantato dall’amico e collega Gualtiero Bertelli, che immagina Straniero parlargli direttamente, mentre resta solo a coltivare il suo sogno di un’Italia libera dai fascisti.

I brani autografi di Straniero sono riflessivi, intimisti, spesso simili a confessioni fatte ad amici, molte volte agrodolci (“io non ci riesco a fare felici quelli che amo”) e nostalgiche (“Ritorno in un luogo che non ha passato e il viaggio non è terminato”); non mancano comunque riferimenti all’attualità e al sociale, ritorna spesso il messaggio pacifista anche se “la colomba della pace” si fa desiderare. Colpisce infine la descrizione di Marta, donna malinconica e sempre in seconda fila che sembra parente stretta delle donne raccontate da Ivan Graziani (prima tra tutte Paolina). Una donna che non risponde certo a canoni di bellezza stabiliti da chissà chi, ma che comunque ha il diritto come tutte e tutti ad un sole che brilli anche per lei, perchè gli ideali di giustizia ed uguaglianza non valgono solo nelle manifestazioni di piazza, ma anche o soprattutto nei rapporti personali.

A chiudere il disco il secondo brano a cura di Gazich e Sirianni, Danzacronaca, che parte dal tragico incidente di cui fu vittima Straniero, per inscenare un corteo funebre dove, ad accompagnare il poeta ci sono tutti quelli che nel corso degli anni lo hanno raggiunto, da Eco a Calvino, da De André a Franco Lucà (fondatore del Folk Club di Torino).
Una sorta di catena fatta di parole, musica, arte, cultura, cuore, che non deve interrompersi e che sicuramente godrà di buona salute finché artisti come Gazich e Sirianni saranno in prima linea a tenerla viva.

Tracklist:

  • Ho incontrato Michele Straniero
  • Lettera ai genitori
  • Le case, le strade, la gente
  • Domani si vive e si muore
  • L’altro
  • Da un cielo umano
  • Il corridoio del Nautilus
  • Marta
  • L’amore è sempre il punto
  • Danzacronaca

One response to “Michele Gazich e Federico Sirianni – Domani si vive e si muore (Nota, 2023)”

  1. […] segnalati, Argon del 2021, di eccelso spessore letterario, Domani si vive e si muore del 2023 (qui la recensione), scritto insieme a Federico Sirianni, in cui i due mettono in musica otto poesie […]

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