R E C E N S I O N E
Recensione di Andrea Furlan
Michele Gazich è violinista, poeta, compositore, scrittore di canzoni e, soprattutto, uno degli artisti italiani più colti, raffinati e sensibili. Ogni sua opera, oltre ad avere un forte impatto emotivo, è uno stimolo alla riflessione in un percorso di rimandi e suggestioni che interseca arte, poesia e letteratura con forte lucidità intellettuale. Lo sviluppo della narrazione è affidato a una forma canzone indiscutibilmente personale e riconoscibile, originale sintesi di classicità ottocentesca e ispirazione folk che la rende accessibile e mai scontata, “popolare” nell’accezione più alta del termine. Musica che stimola la conoscenza e nutre lo spirito, rivolta a un pubblico attento e partecipe, fonte di adamantina bellezza.
Diplomato al conservatorio e laureato in Lettere, inizia la sua carriera con formazioni sinfoniche classiche, per proseguire con significative collaborazioni (sia on stage che su disco) con cantautori italiani (Massimo Bubola, Luigi Maieron, Giorgio Cordini, Massimo Priviero, Moni Ovadia) e songwriter statunitensi (Michelle Shocked, Eric Andersen, Mark Olson e Mary Gauthier). Proprio con la Gauthier, realizza Rifles & Rosary Beads (qui la recensione), che ottiene una nomination ai Grammy Awards 2019. Pubblica il suo primo disco solista nel 2008, a cui seguono in tutto una decina di titoli. Tra la produzione più recente, vanno segnalati, Argon del 2021, di eccelso spessore letterario, Domani si vive e si muore del 2023 (qui la recensione), scritto insieme a Federico Sirianni, in cui i due mettono in musica otto poesie inedite di Michele L. Straniero, inventore dei Cantacronache e padre della canzone d’autore italiana, e Il Vittoriale brucia, magnifica testimonianza del concerto tenuto nell’Auditorium del Vittoriale il 28 novembre 2021, pubblicato in edizione limitata in occasione del Record Store Day del 29 novembre 2024.

solo i miracoli hanno un senso stanotte in questa trincea, titolo volontariamente fissato in lettere minuscole, «in un (probabilmente vano) tentativo di porre in equilibrio un mondo in cui troppi tendono a darsi la maiuscola», è l’album della vita di Gazich, pensato, scritto, meditato, cesellato lungo l’arco di una quindicina d’anni. Michele addirittura pensava che potesse essere il suo album postumo: «tenevo da parte tutte le mie canzoni più belle, con l’idea che avrei lasciato un bel ricordo al momento della mia morte». È un’opera molto speciale, tanto nella sua discografia quanto nel canone della musica d’autore italiana, potente ed evocativa per l’intensità delle liriche e la forza del recitar cantando, perfetta nelle proporzioni come una scultura greca. La veste sonora è un inedito incontro tra il classicismo viennese di Mozart, Haydn e Beethoven, il romanticismo tedesco e il mondo cantautorale: l’intuizione di Gazich è molto efficace e non ha eguali, punto d’arrivo di una profonda ricerca umana e spirituale, condotta fino al raggiungimento di una cifra stilistica che lascia estasiati per la compiutezza e precisione con cui viene esposta. Contiene moltitudini, come definire altrimenti la lunga serie di citazioni e riferimenti, a cui ha attinto e si è ispirato, che ha rielaborato e maturato? È straordinario come Gazich, parola dopo parola, nota dopo nota, sveli il suo personalissimo pellegrinaggio nel cuore della cultura europea (e non solo), dove Mozart passeggia con Chagall, Goethe con Hölderlin, Wim Wenders con Schubert, Beethoven con Bert Jansch.
Composto da otto brani originali e un “esercizio di ammirazione” (definizione dell’autore) che ripropone Oceano di Fabrizio De André e Francesco De Gregori, il disco è interamente suonato da due soli musicisti: Michele stesso a voce, violino, viola, pianoforte e percussioni psicoacustiche e Giovanna Famulari a voce, violoncello e melodica. La voce maschile, roca e profonda si alterna a quella femminile dolce e brillante, il pianoforte fornisce la struttura su cui gli archi dipingono con vigore malinconia, rabbia, stupore, dolore, desiderio, rimpianto, lutto. Immagini penetranti che conservano la purezza di sguardo dei fanciulli, dicono della “follia” di lasciarsi andare alla contemplazione della natura, si arrendono all’amore, raccontano viaggi verso oriente. Esercizi spirituali nudi nella loro essenzialità, scarni e preziosi, a cui è solo possibile abbandonarsi. Esattamente al centro dell’album, uno strumentale dedicato all’anarchico Paolo Finzi, composto dopo che l’amico scelse di lasciare la vita: solo musica, potente, registrata in un battistero, dove nella vita si entra. Il brano cattura l’indicibile, il risultato è da pelle d’oca. In chiusura la canzone che dà il titolo al disco, con il coro dei puri di cuore, uno stare insieme per aiutarsi e farsi forza, un mantra per continuare a sperare.
Viviamo in trincea, ci ricorda Gazich, «immersi in una realtà, in un presente tremendo e incredibile». Un’opera d’arte come questa diventa perciò atto di resistenza e conforto, un argine al dilagare dell’orrore. La suprema bellezza del disco rende più facile credere ai miracoli. Potrebbe sembrare una scelta folle, ma è proprio ora che ne abbiamo più bisogno.
Tracklist:
- perché goethe è partito per l’oriente?
- sanguedolce
- alice nel paese di chagall
- la resa
- materiali sonori per una descrizione dell’anima di paolo f.
- oceano
- la torre di hölderlin
- heiligenstadt
- solo i miracoli hanno un senso stanotte in questa trincea





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