R E C E N S I O N E
Recensione di Andrea Furlan
«Il Blues è la condizione dello spirito di chi si trova lontano da ogni dove. È una musica di esiliati, di schiavi, di martirizzati. È una musica che nasce dalla condizione dello sradicamento. La cultura yiddish è una cultura di esilio, di assenza di patria e di confini. Queste risonanze comuni ci hanno spinti ad intitolare questo viaggio in musica e parole proprio Yiddish Blues».
(Moni Ovadia, Giovanna Famulari, Michele Gazich)
Il mondo brucia e gli innocenti soccombono. E noi cosa facciamo? La catastrofe umanitaria di proporzioni immani avvenuta a Gaza non può e non deve scivolare nel torpore dell’indifferenza. La sovraesposizione mediatica di cui siamo quotidianamente vittime provoca abitudine e assuefazione e riduce a normalità ciò che normale non è in alcun modo. Drammi collettivi osservati scorrendo il feed di un social oppure ascoltando apatici le news in rotazione continua sui canali televisivi. Mentre il mondo brucia, ci isoliamo in bolle autocompiacenti e anestetizzanti. Yiddish Blues, dell’inedito trio Ovadia Famulari Gazich, rompe questo schema e si fa portavoce degli ultimi e dei dimenticati trasformando l’indignazione in arte sublime. Scuote la coscienza denunciando le atrocità commesse dai potenti della terra. È un disperato grido di dolore, un urlo altissimo, una preghiera. Espressione artistica che interpreta il presente svelandolo in tutta la sua tragicità.

Il Blues e la cultura Yiddish (la lingua parlata dagli ebrei aschenaziti che risiedono nell’Europa orientale) sono accomunati dal profondo senso di malinconia e straniamento che esilio e persecuzioni hanno generato in popoli che hanno a lungo sofferto soprusi e violenze di ogni tipo. Un modo d’essere caratterizzato da una forte spiritualità, un antidoto al dolore che permette di affrontare la vita e sopportarne il peso. Questo il tessuto culturale in cui prende vita Yiddish Blues, canto corale e poetico che abbraccia con fervore lirico l’umanità dolente.
Ovadia Famulari Gazich è composto da tre forti personalità artistiche. Moni Ovadia attore, cantautore, scrittore, nato in Bulgaria, ma cresciuto a Milano, proviene da una famiglia ebrea sefardita profondamente legata al contesto culturale yiddish e mitteleuropeo ed è noto per una lunga carriera teatrale. Giovanna Famulari, musicista eclettica, violoncellista, pianista, arrangiatrice e produttrice artistica, vanta una lunga carriera che l’ha portata a partecipare a più di novanta dischi, alcuni dei quali in cinquina al Premio Tenco. Michele Gazich, uno degli artisti italiani più colti e sensibili, è violinista, poeta, compositore; lo scorso anno, proprio insieme a Famulari, ha registrato un album straordinario, solo i miracoli hanno un senso stanotte in questa trincea (leggi qui, articolo cui rimando per una più ampia panoramica sulla sua biografia).
Giovanna Famulari, collaboratrice sia di Ovadia che di Gazich, è colei che li ha fatti incontrare, il trait d’union da cui ha avuto origine questo sodalizio artistico. I tre condividono una visione musicale che tiene insieme canzone d’autore, cultura classica, ispirazione folk e una particolare predisposizione all’impegno civile. Gazich in particolare ha plasmato la forma canzone alla continua ricerca di una sintesi personale di questi elementi che ha trovato l’esito migliore proprio nell’album sopra citato. Questa comune sensibilità è sfociata in Yiddish Blues, presentato per la prima volta dal vivo al Folkest Festival 2025, «che non è uno spettacolo teatrale, non è teatro canzone, ma è, per la prima volta, “il concerto di Moni Ovadia”».
Moni Ovadia non aveva mai scritto una canzone, lo hanno spronato Gazich e Famulari, aiutandolo a vincere la ritrosia e a comporre in prima persona. Ha esordito come cantautore al Premio Tenco 2025, rassegna dedicata lo scorso anno alla Memoria e alla necessità di ricordare. L’attore ha sempre posto al centro di ogni sua manifestazione artistica la memoria ebraica dell’Europa orientale e la persecuzione del suo popolo. Ora, invece, è giunto il tempo della denuncia della persecuzione di un altro popolo, quello palestinese, in questi anni oscuri divenuto per antonomasia «il popolo martirizzato, assassinato, torturato, schiavizzato, espropriato; il popolo che è in esilio nella propria terra, il popolo più solo del mondo, il popolo che soffre senza che nessuno si protenda verso le sue sofferenze per recare un vero conforto».
La fotografia di un bambino palestinese con entrambe le braccia amputate ferisce nel cuore Ovadia e diventa lo spunto per il brano che apre l’album. Il piccolo Alì è il simbolo di tutto il dolore e la sofferenza patiti da un intero popolo: «con gli occhi dentro i miei mi scruta e domanda senza la voce: perché non ho le braccia? Ho piccole ali, non posso abbracciare, non posso volare, sono solo una foto che vi guarda e vi accusa, siete tutti senza cuore, siete tutti assassini». Le note basse, funeree del pianoforte, appena rischiarate dalla linea melodica del violino, grondano tristezza e in breve sequenza la musica si spinge a descrivere il caos, traducendo in note il turbamento e il groviglio di sentimenti suscitati da questa immagine terribile. Poi comincia il canto, austero e malinconico. Nelle vene del brano scorre la tradizione secolare di cui Ovadia è portatore, inserita nella struttura di un Lied per pianoforte ed archi, formula classica che restituisce in musica contenuti ad alta densità poetica. Lo sgomento si eleva ad arte universale e ultraterrena, vibrante atto d’accusa cui è impossibile sottrarsi: «Palestina, terra mia, vivrai in eterno, in eterno i tuoi nemici saranno dannati».
Palestina, terra di dolore non è solo un perentorio j’accuse, ma anche l’invito ad agire e prendere posizione contro gli esecutori del massacro che hanno tolto ogni «speranza che non è più speranza se il futuro ci lega mani». Dies Irae in forma di canzone che non lascia scampo inchiodando i colpevoli alle proprie responsabilità.
Maltamé, già presente nell’album di Gazich Temuto come grido, atteso come canto del 2018, è l’omaggio alla parlata degli ebrei veneziani andata ormai in disuso dopo le deportazioni naziste verso i campi di sterminio. L’incedere lento e cadenzato descrive la marcia accompagnata dall’Angelo della morte, dove maltamé indica il male di vivere e la condizione di chi è posseduto da forze negative. Unico conforto è «il ricordo di quando ero bambino, di mia madre che cantava». Il brano è avvolto da parole antiche e misteriose e una filastrocca spaventosa: «frignone, ospedale, disgraziato, cimitero».
Le parole di Moni Ovadia, introducono lo strumentale Materiali sonori per una descrizione dell’anima di Paolo F., brano scritto da Gazich per solo i miracoli hanno un senso stanotte in questa trincea, dedicato all’amico Paolo Finzi, il fondatore della rivista A. Rivista Anarchica, quando scelse di uscire dalla vita: «Paolo era un anarchico ebreo, molto anarchico e molto ebreo. C’è contraddizione in tutto questo? No: la Bibbia, la Torah, è piena di spunti di relazione fra la scrittura ebraica e il pensiero anarchico».
La collaborazione tra i tre artisti non ho prodotto solo composizioni originali, ma è stata anche l’occasione per approfondire la tradizione di cui Ovadia è profondo conoscitore. Esilio, sradicamento, martirio sono temi che assumono un significato storico più ampio che supera la contingenza attuale e suona come monito e insegnamento. Quanto sta accadendo al popolo palestinese è già successo in passato, il popolo ebreo è un testimone diretto, la storia si ripete e manda segnali che però non sappiamo o non vogliamo cogliere. Il trio ha riscoperto così vecchie canzoni che sono state opportunamente adattate e arrangiate. Es brent (sta bruciando) è un poema musicale composto nel 1936 da Mordechai Gebirtig dopo un pogrom in Polonia. Dona Dona è un canto che parla di tutte le vittime portate al macello, reso popolare nella sua versione inglese da Joan Baez che lo pubblicò nel suo album di debutto. Avinu Malkeino, intonato dalla sola voce, straziante, di Ovadia, è un canto liturgico ebraico che ha radici in comune con il Padre Nostro cristiano. Il canto messianico Shnirele Perele auspica la venuta di un mondo nuovo, più giusto. Piskhù li, il cui testo iterativo è composto solo dal versetto 19 del salmo 118 di Davide, è il canto che gli ebrei khassidim recitavano mentre venivano condotti alle camere a gas: «aprimi le porte della giustizia, io vi entrerò».
Yiddish Blues si chiude con un messaggio di speranza: «non hanno preso il mio cuore, non hanno preso le mie mani […] non hanno preso la mia voce, non hanno preso i miei occhi […] c’è un mattino su ogni rovina, c’è un mattino su ogni sconfitta, il mio mattino contro il tuo odio». Il mio mattino è un brano che rasserena, è la voce dei giusti che si oppone al male del mondo con tranquilla fermezza. «Posso sognare un mondo nuovo perché ricordo il mondo vecchio […] non puoi comprare la mia speranza, non te la vendo, costa poco la tua violenza, non ha prezzo la mia speranza».
Il lucido pensiero di Moni Ovadia, Giovanna Famulari e Michele Gazich contenuto in quest’album di adamantina bellezza, comunica un messaggio prezioso: il dolore di un popolo è il dolore di tutti i popoli, il dolore di un uomo è il dolore di tutti gli uomini, non fa distinzione di religione o etnia e la sua memoria va preservata, protetta, perché sia monito per il presente e apra le porte di un mondo nuovo, migliore.
Tracklist:
- Il piccolo Alì
- Maltamé
- Materiali sonori per una descrizione dell’anima di Paolo F.
- Es Brent
- Palestina terra di dolore
- Dona Dona
- Avino Malkeinu
- Shnirele perele
- Piskhù li
- Il mattino






Rispondi